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ANTONIO DE SIMONE

Retrospettiva di un capracottese

Capracotta, 3 settembre 2022, Chiesa Madre

Ben otto anni fa mi capitò tra le mani un libro particolare. Si trattava della biografia di frate Modestino da Pietrelcina, al secolo Damiano Fucci, che era stato un confratello di padre Pio. L'autrice di quel libro, Angioletta Parrilla, aveva chiesto a colei che sarebbe poi diventata mia suocera di promuovere a Capracotta la sua fatica letteraria.

Presi il libro e lo sfogliai in cerca di qualcosa che rapisse la mia curiosità e, a pagina 107, effettivamente trovai ciò che non stavo cercando. Si parlava di un momento della vita di frate Modestino, quand'egli nel 1952 venne in Molise per la questua e, partito da Pietrelcina per giungere a Sant'Elia a Pianisi, si ritrovò persino a Capracotta, d'inverno, una delle tappe dell'elemosina:

 

Una sera, dopo una giornata di lavoro a Capracotta, [frate Modestino] doveva trovare un posto per dormire. Essendo Capracotta un paese turistico, per via dei campi da sci, era ricca di alberghi, ma quella sera erano tutti al completo e per lui non c'era posto, neppure una piccola cameretta per ripararsi dal freddo e dal brutto tempo, in quanto continuava a nevicare senza sosta. In cuor suo, però, frate Modestino era sereno, perché sapeva che Gesù non lo avrebbe abbandonato e lasciato senza riparo. Con tale convinzione e confidando in pieno nella divina Provvidenza, andò alla funzione serotina in chiesa, dicendo a se stesso: «Ci penserà Gesù!». E Gesù ci pensò subito, perché frate Modestino incontrò una signora che gli sembrava di conoscere. Per esserne sicuro, le chiese se fosse la madre di padre Emanuele e lei gli rispose di sì. Le chiese, poi, ospitalità che, con tanta generosità, non gli fu negata.

 

Al frate, insomma, intento a pregare nella Chiesa Madre, non era riuscito di trovare un alloggio per la notte e gli fu offerta ospitalità dalla madre di un suo confratello, un certo padre Emanuele.

Questo nome lo aveva menzionato il dott. Durante Antonarelli in merito a una messa celebrata nella Chiesa Madre il 15 agosto 1952 e lo ritrovai anche in qualità di conferenziere in un trafiletto sul settimanale pugliese "Il Foglietto" del 10 dicembre 1959, a proposito della presentazione di un'associazione culturale intitolata a padre Pio da Pietrelcina.

Feci delle ricerche in merito e scoprii che quel cappuccino, padre Emanuele, si chiamava Antonio De Simone, come lo scrittore che nel 2009 aveva pubblicato un romanzo che avevo letto e segnalato nella mia "Guida alla letteratura capracottese": una coincidenza, mi dissi.

Fu proprio Incoronato Sammarone a chiarirmi l'arcano: padre Emanuele da Capracotta e Antonio De Simone erano la stessa persona.

Da allora la figura di questo uomo mi ha incuriosito oltremodo e, assieme ad Incoronato, abbiamo deciso di organizzare una giornata in sua memoria, per rimettere sotto la giusta luce quello che per noi era stato soprattutto un validissimo studioso e scrittore.

Antonio De Simone ha infatti pubblicato ben 12 libri in un arco temporale che va dal 1997 al 2009, quasi un libro all'anno dopo i settant'anni di età.

Ho letto tutto ciò che era disponibile su Antonio De Simone, a partire da "Io e la civiltà sannitica", uno studio che oggi dovrebbero rileggere in tanti per evitare di credere alle spesso assurde interpretazioni della Tavola Osca, quel reperto archeologico di lingua osca del III sec. a.C. ritrovato nel 1848 a Capracotta. In quel libretto l'Autore ricostruì idealmente la storia e la conformazione del santuario pagano di Capracotta, del quale la lamina bronzea rappresentava il manuale ritualistico del culto alle 15 divinità cereali e pastorali di una religione primitiva.

Strettamente legato a questo studio è il romanzo storico "Il Sannita", pubblicato in prima edizione nell’ormai lontano 1999. Lì Antonio De Simone ricostruì invece la storia di Erennio Ponzio, condottiero sannita del IV secolo a C., padre di quel Gaio Ponzio che sconfiggerà i Romani alle Forche Caudine. Erennio, che aveva frequentato le scuole pitagoriche della Magna Grecia, aveva fama di grande saggezza: infatti è considetato l'ideatore di un progetto federalista ante litteram per l'Italia centrale - ben 2.300 anni prima della riforma al titolo V della Costituzione - in cui le popolazioni italiche avrebbero potuto vivere in un costante stato di pace e solidarietà. Ma "Il Sannita" è anche un romanzo di formazione nel quale l'Autore ricostruì l'ambiente, la religione, gli usi, i costumi, le aspirazioni e le guerre del popolo che, più di ogni altro, diede filo da torcere alla Repubblica romana.

Agli studi sulle società antiche, Antonio De Simone affiancò sempre l'approfondimento su specifici uomini di Dio: il primo di questi, nel 2001, fu padre Pio da Pietrelcina (1887-1968), probabilmente il santo del Novecento che ha prodotto più letteratura. Nel libro "Il crocifisso del XX secolo" il De Simone affrontò la sofferenza di padre Pio come un topos di corredenzione. Mediante la partecipazione alla passione di Cristo l'uomo si rende responsabile, oltre che del proprio, anche del destino dell'umanità intera. La sua partecipazione è, dunque, qualcosa di più che un'imitazione di Gesù: è collaborazione. E la sofferenza di padre Pio, in ottica desimoniana, non è un assurdo della sua vita spirituale, un oggetto di speculazione televisiva, ma è l'attuazione del programma di corredenzione al quale Cristo ha chiesto a tutti di partecipare.

Subito dopo quella fatica letteraria, Antonio De Simone si dedicò nel 2002 alla biografia di padre Federico da Macchia Valfortore (al secolo Nicola Carozza, 1904-1994), che egli considerava un maestro di vita e di cultura. Padre Federico aveva inoltre tenuto per tutta la vita un "diario evangelico" in cui raccoglieva le riflessioni quotidiane, che il De Simone curò in parte tra il 2003 e il 2004.

L'ultima grande fatica letteraria del Nostro fu un libro rigoroso, completo, a tratti eccezionale, incentrato su Pietro Angelerio (1215-1296), meglio conosciuto come Celestino V, il papa «che fece per viltade il gran rifiuto», uno dei sei pontefici che, nella storia della Chiesa, hanno abdicato. La moderna storiografia è concorde nel dire che Pietro del Morrone nacque a S. Angelo Limosano, in provincia di Campobasso, e non ad Isernia, città alla quale dedicò sempre una particolare attenzione. In quel libro del 2005 De Simone riuscì a far emergere una dicotomia fondamentale della vicenda celestiniana. Rinunciando al soglio pontificio, Celestino V evidenziò le due antitetiche concezioni del papato: la Chiesa come espressione di potere e la Chiesa - parole sue - come «irradiazione d'amore». Nel libro, comunque, non mancano altri elementi di grande interesse, quali il ruolo dei templari nella costruzione della Basilica di Collemaggio a L'Aquila e i legami tra questi e la tradizione della Perdonanza, la Sindone, la Casa di Nazareth e l'eremitaggio stesso di Pietro del Morrone.

Il celestinianesimo, corrente religiosa di impronta francescana, tra il 1272 e il 1275 si allargò a macchia d'olio dalle montagne della Majella verso il Molise. Al momento dell'elezione di Celestino V, avvenuta il 29 agosto 1294, le città di Isernia, Trivento e Agnone ospitavano già monasteri celestiniani, ufficializzati da Celestino stesso con bolla del 27 settembre 1294; si pensi che al cenobio di Agnone faceva capo anche la scomparsa Chiesa di S. Croce di Verrino, situata in territorio di Capracotta.

Come vedete, insomma, l'opera di Antonio De Simone si è mossa sempre sulla scia di uomini grandi ma semplici, uomini che hanno partecipato alla storia collettiva senza scrivere quella propria. Chi ha letto a fondo Friedrich Nietzsche avrà compreso che la volontà di potenza - un concetto che alcuni credono, sbagliando, fosse alla base dell'ascesa del nazismo - è nello svuotamento del concetto di "io", non nel suo ingigantimento: ho ritrovato questo aspetto nei libri di Antonio De Simone e, per deduzione, credo fosse presente anche nell'animo dell'Autore stesso, col quale, senza averlo mai conosciuto, sento una comunanza particolare.

Chissà che da questa iniziativa non possa nascere una fondazione che porti il nome di Antonio De Simone e che si occupi principalmente di ristampare, ripubblicare e promuovere la sua bibliografia. L'intento è certamente questo.

Ma ora è tempo di lasciare a Incoronato Sammarone il compito di illustrarci l'Antonio De Simone pubblico, per tutti ze Tonìtte, e a don Ninotto quello di scandagliarne l'umanità, la spiritualità e la cultura.

A voi la parola, grazie.