IL PATRONO DELLA MONTAGNA

di Gustavo Tempesta (1953)

Gaetanuccio aveva una capra e un lettuccio fatto di tavole di abete.

Il mesto ruminare dell'animale e il suo periodico belare mitigavano l'ululato del lupo, che affamato durante l'inverno aggirandosi nel bosco si soffermava davanti alle robuste tavole che chiudevano l'anfratto di roccia avvertendo l'odore della carne viva.

L'uomo beveva il latte della capra che gli nutriva il corpo e gli imbiancava l'animo.

L'evangelista Luca guidava la penna di gallo nella unica mano dell'eremita, eludendo la colta rozzezza di uomini che guidano civiltà.

La guerra finì e di Gaetanuccio si seppe più nulla. La rigogliosa natura riprese il sopravvento sull'orticello curato e i semi indisturbati trasportati dal vento svilupparono di nuovo erbe e arbusti davanti alla chiesetta che si coprì di verde nascondendosi ad occhi estranei.

Il sentiero nel bosco che portava alla dimora del romito lascia ancora trasparire il calpestio di gente del paese che andando per boschi e passando per il pozzo dove Fiadino attingeva l'acqua si soffermava e faceva visita alla cassetta con le ossa dello scomparso anacoreta. Qualcuno dovette averle raccolte dopo averlo trovato morto, mosso non dalla pietà ma da un istinto di venerazione verso l'immensità della solitudine.

Lasciato per anni all'incuria e dopo avere azzannato il bosco di abeti soprani costruendo la strada che da Pescopennataro porta a Capracotta, è oggi visibile i pochi vecchi che sapevano trasmisero a figli e nipoti il rispetto per quel luogo dove il giorno dieci settembre di ogni anno si festeggia il patrono della montagna, con canti, balli e abbondanti fiaschette di vino.

  • G. Tempesta, Fuochista, Youcanprint, Tricase 2017, pp. 131-132.

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