GYÖRGY LÁNYI

(Trenčianska Teplá, 30 maggio 1646 - Lipsia, 24 gennaio 1701)

Teologo e scrittore​

La trattazione de "L'inaudito e crudelissimo racconto" prosegue coi capoversi 53-78 e 100 - tradotti direttamente dal latino con l'aiuto dell'edizione tedesca del 1677 - contenuti nella III e IV sezione della "Narratio historica" di György Lányi, presentati in una forma narrativamente agevole che non sacrifica troppo lo stile romanzesco né tradisce la fedeltà lessicale. La "Narratio historica" è scritta in prima persona con una consecutio temporum non sempre impeccabile; tuttavia, ho preferito lasciare intatta la narrazione in prima persona, limitandomi ad accomodare tra loro i tempi verbali - privilegiando l'indicativo presente - per agevolare la lettura e rendere accattivante lo stile d'un diario di viaggio. I capoversi della "Narratio historica" che ho selezionato vanno dal 53°, in cui Lányi arriva per la prima volta a Capracotta, al 78°, in cui lascia nuovamente e definitivamente il nostro paese per raggiungere prima Castel di Sangro e poi Opi, diretto a San Donato Val di Comino. Inoltre ho chiuso la traduzione col 100° capoverso, nel quale il protagonista riporta la notizia della fuga di János Simonides e Tóbiás Masnitius, anticipando la storia successiva. In quei capoversi è narrato l'errabondo peregrinare di un prete di 29 anni impaurito ed affamato, stanco e spossato, che corre diciannove pericoli sui confini sangritano e trignino (Lányi li conteggia uno ad uno, e alla fine saranno ventinove). I rischi provengono dai suoi incontri più disparati con semplici contadini, soldati, sacerdoti, locandieri e animali selvatici. Al di là dell'importanza intrinseca che il suo memoriale riveste per i capracottesi, credo che nell'opera di Lányi vi siano altri elementi di autentico interesse per le popolazioni altomolisana, altosangritana e altovastese che qui tenterò di sviscerare, seguendo la cronologia dei suoi spostamenti. Nonostante il riposo pianificato, Lányi è convinto di arrivare a Napoli il 3 maggio, a due soli giorni di cammino. Egli utilizza come unità di misura itineraria il miglio germanico (circa 7,4 km.), impiegato in quasi tutte le opere di geografia composte nei paesi compresi nelle famiglie germanica, slava e uraliana. Ciò non toglie che, parlando di «sex plus minus Neapoli milliaribus» (che equivale a una distanza di circa 44 km.), egli sembra non conoscere la reale lontananza della città partenopea da Capracotta: a quella distanza corrispondeva il confine tra il Contado di Molise e la Terra di Lavoro - e corrisponde grossomodo a quello odierno tra Molise, Lazio e Campania - da cui emerge una sineddoche geografica, come se la Campania Felix fosse da considerarsi "area metropolitana" di Napoli. Il racconto presenta sin da subito esperienze di morte, poiché a Chieti i militari abbandonano in fin di vita sei preti: questi rispondono al nome di Péter Czeglédi, István Móricz Harsányi, Mihály Huszti, János Kóródi, Mihály Miskolczi e János Szecsei. Nella notte tra il 28 e il 29 aprile era invece stato ucciso Sámuel Nikléczi che, per le inenarrabili sofferenze patite, aveva chiesto di poter morire. Ben prima, sulle Alpi Giulie - nel tragitto in convoglio tra Vienna e Trieste - era morto un altro ministro, Miklós Borhidai. Sempre quel 29 aprile, sulla strada che da Pescopennataro porta a Capracotta, muore pure Gergely Edvi Illés, a cui i militari teutonici, a causa dell'età e delle condizioni di salute, avevano concesso di viaggiare a dorso d'asino. Tuttavia, durante la prigionia, Simonides e Ma-snitius apprenderanno che il cadavere di Illés fu ritrovato e seppellito in paese dai nostri concittadini. Nei pressi di Aversa, infine, spira Mihály Gócs (1604-1675), e in un ospedale di Napoli, il ministro riformato István Füleki. Nel diario di Lányi Capracotta non viene descritta in alcun modo poiché la carovana non vi fece ingresso, alloggiando per più di ventiquattr'ore in una stalla di campagna. D'altronde, a quel tempo il nostro paese era costretto nel borgo fortificato della Terra Vecchia e Lányi fugge nelle adiacenze di Capracotta «per jugum montis illius profecti venimus a sinistro latere ad locum quendam declivem». La mia opinione è che i prigionieri riposino a nord di Capracotta tra Sotto la Terra e il Bosco Difesa, da dove ripartono alla volta di Isernia. A quel punto, comparsa una «sylva rara» a sinistra, nel punto in cui il Monte Capraro digrada nella valle del Sangro, Lányi decide di fuggire verso sud, lungo un sentiero pendente selvaggio e inesplorato che corrisponderebbe al vallone Molinaro. Scollinato all'altezza della Lamatura, prosegue sulla destra, nel bosco di Pescobertino, giungendo alla catena della Montagna. Col Monte Civetta a sinistra egli poi discende «ejus montis transcendens verticem, [...] in vallem proximam», mentre il resto della compagnia avanza in direzione di San Pietro Avellana, un «oppidum quoddam ad radices collis non adeo excelsi situm», adagiato ai piedi di Monte Miglio. Solo dopo essere giunto al monastero benedettino di San Pietro e alla pertinente taverna (dove sente nominare János Szomódí da Szendrő), e dopo esser caduto in una buca, Lányi comincia davvero a dirigersi a oriente, verso Agnone, dove effettivamente arriva nella serata del 1° maggio e nel cui xenodochio, tra mille timori, trascorre la prima notte da uomo libero. Nel racconto egli sbaglia a trascrivere il nome di Agnone: invece di Anglonum scrive «Pesculus Langnoni» e, più avanti, semplicemente «Langnon». Il 3 maggio Lányi raggiunge «Sent Dra», riferendosi chiaramente all'area archeologica di Pietrabbondante, di cui Sant'Andrea è una contrada. È assai probabile che le rovine che egli vede siano di gran lunga maggiori di quelle odierne, tanto che – aiutato dagli autoctoni in quanto «Latinitatis [...] ignarus et rudis» – individua il luogo in cui operava il vittimario, colui che nell'antica Roma assisteva il sacerdote durante il rito sacrificale uccidendo la vittima ed estraendone le viscere. Il 4 maggio giunge a «Caroniam» ma, poiché nei dintorni di Pietrabbondante non v'è alcun toponimo antico od attuale che rimandi a Caronia, l'ho tradotto con Duronia, bel paesino arroccato sull'antico tratturo Lucera-Castel di Sangro. Il viaggio errabondo prosegue domenica 5 maggio a «Freysa», l'attuale Fresagrandinaria, nel Chietino, e a «Guastam, urbem maritimam», ovvero la bellissima città del Vasto, dove viene ricevuto in un monastero domenicano. Il giorno successivo, dopo il rifiuto di un armatore vastese di prenderlo a bordo, Lányi decide di andare a Ortona in cerca di un'altra nave disposta ad imbarcarlo ma, a causa dei cinghiali incontrati in una sorta di girone dantesco, si convince a tornare definitavamente indietro, oramai deciso a raggiungere Roma e la sua magnificenza papale. Vista la descrizione che ne fa, il villaggio raggiunto lunedì 6 mag-gio a tarda ora è probabilmente Lentella. A quel tempo il paese si chiamava Lentula e la torre intravista potrebbe essere il campanile della Chiesa di S. Maria Assunta, antecedente al XIV secolo e posta sul punto più alto dell'abitato. Spaventato dal mandato di cattura giunto da Vasto, Lányi, nei tre giorni successivi, oltrepassa gli «oppidis Santi Boni, Castellione et Rosa Spinalveti», dove il secondo toponimo si riferisce senza dubbio a Castiglione Messer Marino. Il 10 maggio entra nuovamente ad Agnone, i cui abitanti cominciano a ricordarsi di lui visto che nove giorni prima aveva dormito in paese. Impaurito da questa inaspettata notorietà decide di scalare un monte - «adscendo montem, vixque ejus attingo fastigium» - arrivando così ad «Alvastam»: qui il toponimo è piuttosto ambiguo, in quanto si potrebbe legittimamente pensare a Vastogirardi ma questo comune, tra i tanti nomi della storia, presenta Castrum Girardi, Guasti Belardi o Guardia Gilardo, tutti piuttosto lontani dall'Alvastam dell'intimorito pellegrino. La mia ipotesi è che possa trattarsi invece della contrada Guastra, ipotesi avvalorata dallo stesso Lányi quando parla d'una distanza da Capracotta di «ter mille abest passibus», 3.000 passi, circa 4,5 km. Inoltre, pur muovendosi in campagna, l'autore richiama Capracotta nei titoli dei capoversi 75-76, il che avvalora ancor più la tesi secondo cui la sua Alvastam sia la nostra Guastra. A ciò aggiungo che da quella posizione egli vede chiaramente «desertæ domus ruderibus in loco huic civitati proximo», i ruderi di case abbandonate, tanto da convincermi che si tratti del Casale di S. Nicola delle Macchie, disabitato all'indomani della tante volte menzionata epidemia di peste. A questo punto, se Lányi dorme davvero in una locanda di Guastra, la cappelletta di campagna (nella quale la mattina di sabato 11 maggio incontra i due ceffi) potrebbe essere la Chiesa di S. Croce al Verrino, un edificio religioso che compare nelle pagine di storia dopo la donazione effettuata il 29 novembre 1336 da Gualtiero di S. Croce al vicino cenobio agnonese di S. Maria a Maiella «per istituirvi un convento della congregazione» celestiniana. Non ci sono dubbi, infine, sul fatto che «Castellum Sangueri» sia Castel di Sangro e che «per Vallem Regiam, [...] quod Oppia cognominatur» si tratti di Opi, al centro di quella che ancor oggi viene definita Vallis Regia, antichissimo polmone verde posizionato nel cuore del Parco nazionale d'Abruzzo, Lazio e Molise. Oltre ai suoi continui spostamenti geografici, un altro elemento di rilievo sta nell'utilizzo della bugia come mezzo di sopravvivenza o, perlomeno, di captatio benevolentiæ. Lányi mente spudoratamente ad albergatori, militi e contadini, conscio di commettere peccato in quanto consapevole d'aver meritato il castigo divino. Egli afferma - «plurimas me ad apostasiam seducentium» - di aver subìto più volte le lusinghe dell'apostasia, ovvero il ripudio totale e definitivo del proprio credo. La possibilità di rischiare la propria vita in favore di un dio sembra oggi qualcosa di anacronistico, se non di addirittura ridicolo, ma nel XVII secolo il lato malvagio dell'Inquisizione era ancora vivissimo: proprio agli inizi del '600 vennero infatti celebrati i processi di Giordano Bruno e Galileo Galilei, e fino alla prima metà del '700 la caccia alle streghe era una prassi consolidata, specialmente nel Sannio. Ma György Lányi ammette di subire il fascino oscuro delle nostre terre fin da quando, nella buca in cui era precipitato, rinviene una «divina virgula», una bacchetta divinatoria per curare i malati cronici, segno pernicioso di stregoneria, e ancor più quando scrive di avere «animo valde perturbatus, [...] magiam dæmoniacam Italis maxime esse in usu, ne forte ejusdem fascino mihi hæc omnia obveniant». Mi sembra inutile evidenziare che un uomo di Dio, di qualsivoglia religione abramitica, non debba cadere preda della superstizione o di confuse rimembranze pagane, ma forse il buon pastore aveva l'animo talmente scosso da veder vacillare la propria fede: alla luce dei fatti, non me la sento di biasimarlo.

  • F. Mendozzi, L'inaudito e crudelissimo racconto della prigionia capracottese e della miracolosa liberazione, Youcanprint, Tricase 2018, pp. 71-77.

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