MASSACRI D'ABRUZZO

di Antonio Cederna (1921-1996)

La devastazione cominciò verso la fine degli anni cinquanta quando, nel generale disordine urbanistico italiano, la montagna da una parte e le foreste litoranee dall'altra vennero prese d'assalto da improvvisati, cosiddetti operatori turistici. L'incoscienza degli amministratori locali (ben diciassette comuni gravitano intorno al parco), la violenza degli imprenditori legati alla mafia dei politici e ad alte protezioni, la complicità degli organi dello Stato, si coalizzarono ai danni del parco: e quanto è stato realizzato poco fuori di Pescasseroli ne è un esempio clamoroso. È sorta una grottesca caricatura di villaggio turistico, un'invereconda accozzaglia di ville su lotti medi di mille metri quadrati (140 già costruite delle quattro-cinquecento previste), occupate dalla crema della nostra società (la stessa che oggi punta su Capracotta), professionisti, pezzi grossi della pubblica amministrazione, alti ufficiali eccetera, che non hanno esitato a fare a pezzi un territorio difeso, almeno in teoria, da una legge dello stato (la legge istitutiva del parco è del 1923).

Questo vergognoso villaggio (espressione di autentica stupidità sociale, urbanistica, economica e turistica) sorge in parte su terreno del demanio comunale. I terreni furono sdemanializzati grazie alla compiacenza del Ministero dell'Agricoltura, dopo che su di essi, per il miglioramento dei pascoli, erano stati spesi dodici milioni di denao pubblico. Quei terreni che in un primo tempo il sindaco di Pescasseroli (un tanghero scatenato e incompetente) voleva vendere per dodici lire al metro quadrato, vennero infine venduti a 70 lire (quando già potevano valere 1.000, e oggi valgono 3.000), e rivenduti dai mediatori a 7-8.000, così che al Comune andarono 10 milioni, agli speculatori 100 (non è forse così che si fa «l'interesse delle popolazioni?»).

  • A. Cederna, Il giardino d'Europa. Massacri d'Abruzzo, in «Abitare», VIII:62, Milano, gennaio-febbraio 1968, pp. 68-69.

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