MOLISE

di Lina Pietravalle (1887-1956)

Il Molise, Signori, ha l'onore di essere di codesti paesi elementari, rozzi, retrogradi che non dicono nulla al turista: non vi è nessuna preparazione scenica di montagne, di laghi e di giardini da riguardare dalla finestra d'un albergo sia pure non lussuoso. Il giardinaggio è pressoché sconosciuto da noi e gli alberghi di Capracotta Sannita, bellissima a 1480 metri, e di Rivisondoli rassomigliano alle vecchie case provinciali: l'ospite è così onorato che se vuole la gallina gli cucinano la gallina, e il porco idem, e la capra idem, ma tuttavia, se non è un poeta o un mezzo molisano, non lo contentano perché per un bagno la servitù indigena comincia dal mattino a caricar l'acqua, e tuttavia è necessario calarsi in una tetra vasca di zinco, pelarsi e raffreddarsi ed alla fine avvolgersi in un bel lenzuolo tessuto al telaio preistorico dell'ava, che se mai ti asciuga ti spunta l'orticaria del pizzicore, come dicon da noi. Quindi segregazione del Molise agli sguardi innamorati e indiscreti, e perciò si cammina con un piccolo secolo indietro dolce e testardo come il fanciullo pacioso che non vuole il dolce quando gli si offre, per paura che preceda la medicina cattiva. Così è del Molise che non chiede, non vuole civiltà, nella smania universale. La civiltà lo difforma e lo esaurisce: egli non lo capisce bene quanto lo sente.

  • L. Pietravalle, Molise, Nemi, Firenze 1931, p. 11-13.

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