• Letteratura Capracottese

Capracotta: il mondo pastorale antico (I)



Quando ho preso visione del programma di queste celebrazioni ed ho letto che il primo agosto era la data fissata per questo incontro, subito si è affacciato al mio pensiero il ricordo storico che essa risveglia e, quasi quasi, vi ho intravisto il segno del destino.

Certamente, gli organizzatori hanno agito a caso, ignari lontanamente del significato che la ricorrenza odierna riveste per la nostra cerimonia per di più coincisa con la giornata domenicale, solenne in sé, fatidica per l'occasione e tale da agevolare un discorso commemorativo collettivo.

Correva l'anno 1447 quando il re di Napoli Alfonso I d'Aragona, detto il Magnifico, vincitore solo da 5 anni sulla spodestata dinastia angioina, istituiva con la prammatica del 1° agosto la famosa Dogana della mena delle pecore di Puglia, con cui provvide a regolare e a riorganizzare il sistema della industria armentizia, permettendole di raggiungere il massimo sviluppo e di toccare i fastigi della sua esistenza secolare.

Quello che noi celebriamo oggi, e che rinnoveremo per tutta la settimana veniente, intestata alla Pezzata, non è un semplice rito di maniera ma la commemorazione di un costume e di una tradizione che appartennero al popolo di Capracotta lungo il susseguirsi di molte generazioni.

Di esse noi ci sentiamo eredi e continuatori e sulla loro traccia tentiamo di ricostruire la nostra memoria collettiva e la comune identità di popolo, per rintracciare con le radici remote gli auspici e le direttrici dell'avvenire.

Chiunque di noi capracottesi annovera i suoi anni di vita dalla quarantina in su, di sicuro porta impressa nella mente la visione, a tacere d'altre, degli anni fervidi succedenti al secondo conflitto mondiale, quando sopravviveva, sia pure al tramonto, ancora robusta e vitale la transumanza pastorale.

Nei miei occhi affacciati sull'infanzia, ed in quelli dei più anziani fissati sulla stagione operosa della loro esistenza, si profila come attuale l'immagine vissuta di un mare bianco di velli lanosi.

Sono le mandrie sterminate degli ovini, di ritorno o alla partenza per la Puglia, biancheggianti sui freschi pascoli della nostra montagna, che richiamano alla mente altri tempi ed altra economia, che fecero indelebile nel nostro animo la civiltà del paese che ci è caro.

Sappiamo tutti che la maggior parte dei nostri concittadini ha tratto, nel passato, il sostentamento vitale dall'attività pastorale.

Sappiamo anche che le condizioni geografiche o climatiche della nostra montagna spingevano la gente a svernare nella Puglia assolata e ricca di prati, con una vicenda alterna di trasferimenti autunnali e primaverili, che vanno sotto il nome di "transumanza".

Le origini di questa costumanza sono molto antiche e si perdono nella notte dei tempi. Né il parere degli studiosi è univoco, ché c'è chi la fa rimontare a molto tempo prima della storia di Roma antica, e che invero, sulla scorta dell'erudito Varrone o di altre tracce quali l'iscrizione posta sulla porta nord dell'antica Sepino, la colloca in epoca romana repubblicana.

Nell'alto Medio Evo, in coincidenza con le emigrazioni di popoli, altrimenti conosciute come invasioni barbariche, il fenomeno transumante subì certamente delle contrazioni, ma risorse, in seguito, ad opera dei Normanni e soprattutto degli Svevi, i cui re predilessero le due regioni che furono il teatro maggiore di questi spostamenti stagionali, l'Abruzzo e la Puglia.

Fu infatti Federico II a fondare la città dell'Aquila e a soggiornare a lungo a Lucera, presso le sue truppe saracene più fidate.

Fu Manfredi, suo figlio, a porre le basi dell'odierna Manfredonia.

La dominazione angioina non interruppe il filo della tradizione, ma la floridezza cessò a causa della concessione in proprietà di quasi tutti i pascoli demaniali e per l'imposizione di forti tasse.

È vero, d'altro canto, che la regina Giovanna preparò ed accelerò quel processo generale di riordinamento della transumanza, che sarà l'opera duratura dei Sovrani aragonesi.

Alfonso d'Aragona e suo figlio Ferrante, nel secolo dell'Umanesimo e delle Signorie, con la creazione della Dogana, di cui si è fatto cenno innanzi, diedero un'ottima sistemazione alla pastorizia, soprattutto a quella transumante, destinata a durare nel tempo.

L'istituto doganale che essi vollero fu concepito come lo strumento di cui si doveva avvalere la Corona per creare una fonte di ricchezza per la nazione, ma fu pensato eminentemente come il mezzo più adatto a procurare al regno il cespite maggiore delle sue entrate.


Il meraviglioso Palazzo Dogana a Foggia.

La Corte possedeva in Puglia numerose estensioni di terreno saldo pascolativo, che era utilizzato al di sotto delle sue enormi possibilità.

Alfonso d'Aragona, tenendo presenti altre organizzazioni del genere esistenti in Europa, in modo speciale la "Mesta", o "Meseta", di Spagna che associava gli allevatori di pecore degli altipiani e delle pianure di Andalusia e di Estremadura, decise di costringere tutti gli armentari abruzzesi che possedevano più di 20 pecore ad usare la superficie pascolativa pugliese pagando il canone modesto di 2 ducati veneziani per ogni centinaio di pecore e di 25 ducati per altrettanti capi di animali grossi, quali mucche, buoi, cavalli.

Il re sapeva bene che una delle difficoltà che aveva sempre trattenuto i sudditi della montagna a scendere d'inverno nella piana era rappresentata dall'insicurezza dell'itinerario, soggetto a mille pericoli ed anche alle non poche violenze dei baroni e degli altri feudatari.

Ragione per cui, con la sua patente del 1° agosto 1447 intese assicurare il migliore servizio agli utenti dei pascoli demaniali, favorendoli con una messe di privilegi che valsero da soli a convogliare verso il basso una moltitudine di uomini e di animali.

Il primo re aragonese nominò un funzionario catalano, Francesco Montember, doganiere, cioè capo unico ed indiscusso del nuovo ente, con i più ampi poteri intesi a proteggere e ad incrementare in ogni modo l'industria armentaria.

All'inizio stabilì che la sede della Dogana doveva essere Lucera, l'antico centro e capoluogo di Capitanata, però Ferrante, suo figlio, nel 1468 la trasferì a Foggia, città dove era destinata a rimanere per tutta la sua durata.

I due perni su cui ruotò tutta questa perfetta e complessa istituzione furono rappresentati dalla creazione del "Foro riservato" e dal monopolio di tutte le aree pascolative possibili.

Col primo caposaldo tutte le persone, proprietari e pastori, vennero sottratte alla giustizia ordinaria, sia civile che penale, ed assoggettate ad un apposito tribunale costituito presso la Dogana.

Persino d'estate un funzionario regio seguiva i pastori in Abruzzo e ne amministrava le funzioni giudiziarie.

Il procedimento sommario con cui questo ufficio operava, nel debellare le lungaggini e i cavilli della giustizia ordinaria, suscitò molto sollievo nella generalità dei pastori e indusse tanta gente estranea alla transumanza a concorrere all'acquisto delle erbe, pur di ottenere il beneficio dell'esenzione dalle vie giudiziarie normali.

Vibrate ma inascoltate furono le proteste dei feudatari.

Perché i pastori abruzzesi affluissero in Puglia fu concessa loro la riduzione del prezzo del sale, l'esenzione del dazio sui viveri e fu abolita qualsiasi tassa sul ricavato dalla vendita dei prodotti ovini.

Tutti i titolari di imprese pastorali eleggevano quattro deputati generali, due dell'Abruzzo Ultra (Aquila) e due dell'Abruzzo Citra (Chieti), alla cui giurisdizione appartenevano in quei tempi anche Capracotta e tutti gli altri paesi che hanno da sempre gravitato intorno ad Agnone.

Compito dei quattro deputati fu, oltre a quello di garantire un contatto diretto con il re e con il doganiere, la tutela degli interessi dei "locati", espressione questa con cui erano chiamati i proprietari delle pecore che trascorrevano l'inverno nella Puglia.


[continua...]


Luigi Conti

Fonte: L. Conti, Capracotta. Il mondo pastorale antico, S. Giorgio, Agnone 1986.

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