• Letteratura Capracottese

L'inaudito e crudelissimo racconto (I)


Il tribunale straordinario di Bratislava.

CAPITOLO I

Prodromi historici

Münster, 30 gennaio 1648.

La pace di Vestfalia suggellò le sorti dei protestantesimi austro-cechi: la frontiera religiosa fu riportata alle montagne boeme, con l'eccezione della Slesia, che godette di un occhio di riguardo. Anche qui, tuttavia, la ricattolicizzazione ebbe luogo a danno di confessioni già troppo compromesse con gli occupanti svedesi. A partire dal 1653, la soppressione delle chiese ancora protestanti, l'epurazione di pastori e maestri scolastici, le fughe, gli esili o i capovolgimenti territoriali e religiosi dovuti alle conversioni nobiliari divennero la quotidianità; fu solo nel 1707 che questa politica cessò ufficialmente di realizzarsi. In tutta l'Austria, come nei Paesi della corona di Boemia, trionfò invece il principio "cuius regio eius religio" anche se la scomparsa del protestantesimo nobiliare fu piuttosto lenta e lo sradicamento delle eresie il più delle volte superficiale. Tornata la pace, era dunque legittimo aspettarsi una sorte simile per l'Ungheria.

Gli Asburgo non conobbero anzi una congiuntura così propizia, vista la situazione venutasi a creare dopo il 1620 in Austria e Boemia. Gli ordini religiosi, non solo quelli protestanti, avevano fortemente limitato il potere del re. La situazione ungherese, a causa della Transilvania e dei turchi, presentava vieppiù delle implicazioni permanenti. Tra la Dinastia e i suoi sudditi d'Ungheria, i rapporti furono spesso tesi, a volte conflittuali, poiché gli ungheresi, persino quelli cattolici, avevano fama di ribelli, tanto che Casa d'Austria, ai loro occhi, non era nient'altro che un male necessario per impedire la totale occupazione ottomana. Fintantoché gli Asburgo lottavano contro Francia e Svezia, da parte loro non poteva essere tentato nulla d'importante in Ungheria.

Dopo il riconoscimento ufficiale nel 1606 delle confessioni augustana ed elvetica, la rinascita cattolica divenne l'affare per eccellenza degli ungheresi tanto che, tra il 1616 e il 1637, il cardinale Péter Pázmány, arcivescovo d'Esztergom e primate d'Ungheria, seppe convertire molti protestanti e confermare i propri fedeli, svolgendo un'energica attività di persuasione e riorganizzazione.

Nel 1645 Ferdinando III, a Linz, aveva riconosciuto una libertà di religione per i nobili e per i loro sudditi ma ufficilamente il diritto dello Stato ungherese non riconosceva status alcuno agli evangelici. Tuttavia, mentre i magnati passavano in maggioranza al cattolicesimo, la piccola nobiltà appariva sempre più come la garante del calvinismo e del diritto dello Stato contro la Dinastia. Essa poteva contare sull'appoggio della Transilvania, denunciando «la Babilonia papale accanita nella distruzione della Sion ungherese».

Fino alla ripresa della guerra coi turchi, la speranza del cardinal Pázmány di una riconquista cattolica dell'insieme della società ungherese a partire dalla classe dirigente sembrò realizzabile. Alla dieta, infatti, esisteva già un forte partito cattolico, capace di distinguere la causa della religione da quella delle libertà nazionali, ma quando anche il cardinale, agli occhi dei nobili cattolici, sembrò subire il peso minaccioso del sovrano, si formò una comune opposizione ungherese contro gli Asburgo.

Ed è qui che va ad inserirsi la storia che dà il titolo al mio libro e che racconterò nei prossimi tre capitoli. Essa è diretta emanazione della congiura dei Magnati del 1664-1670 ordita contro lo strapotere asburgico. I nobili ungheresi avevano sì contribuito alla guerra contro i turchi che aveva portato l'esercito austriaco comandato da Raimondo Montecuccoli alla vittoria nella battaglia di San Gottardo, bensì, scontenti della rabberciata pace di Eisenburg (1664), in cui l'Austria aveva ceduto alla Turchia due piazzeforti e offerto un donativo di 200.000 fiorini, molti nobili s'unirono in lega per opporsi agli Asburgo, colpevoli stavolta d'aver infranto il patto con la Nazione, di cui avevano assunto il titolo di re.

La congiura fu però scoperta (per via di alcuni documenti compromettenti) e si concluse nel sangue, con numerose esecuzioni, con la sospensione della costituzione e con l'incarcerazione di buona parte del clero protestante. Dopo la prematura morte del conte Ferenc Wesselényi (1605-1667), principale ideatore del complotto, nel 1671 furono condannati a morte pure gli altri cospiratori di spicco, il croato Fran Krsto Frankopan e lo slovacco Ferenc Nádasdy.

Il 5 aprile 1674, oltre trecento religiosi luterani e calvinisti attivi nel Regno d'Ungheria furono poi condotti davanti a un tribunale straordinario convocato e presieduto dal nuovo arcivescovo György Szelepcsényi, una delle massime autorità della controriforma ungherese. L'accusa, senza troppi fronzoli, era quella di aver preso parte alla congiura tessuta contro Sua Maestà Imperiale d'Asburgo. I pastori dell'élite evangelica cercarono di difendersi affermando di non aver tramato contro l'imperatore e che durante le funzioni religiose mai avevano spinto fedeli e studenti alla rivolta contro il re, rinsaldando piuttosto in essi sentimenti di lealtà e obbedienza.

Ma ben presto il processo politico lasciò spazio a quello religioso tanto che, certo dell'imminente condanna, l'imputato István Séllyei (1627-1692), sovrintendente di Pápa, concluse la propria testimonianza difensiva con un concetto teologicamente infrangibile: «Se questo è il volere di Dio e se questi sono gli ordini dell'imperatore, accetteremo con rassegnazione il giudizio che verrà pronunciato contro di noi e ci rallegriamo di non esser perseguitati per colpe che avremmo commesso ma solo per la verità della nostra religione, perché non saremo mai compromessi con la nostra coscienza nell'acquisizione di beni temporali e caduchi».

Il 7 aprile, senza troppe sorprese, tutti gli accusati furono condannati a morte per alto tradimento, anche se la sentenza non venne eseguita, forse per non urtare ulteriormente la popolazione di confessione protestante. I giudici, sottolineando la propria magnanimità, proposero ai condannati un'alternativa tra l'esilio volontario e la rinuncia alle proprie funzioni, ma a tutti fu esteso l'obbligo di firmare un atto di ritrattazione preparato all'uopo, che molti realmente siglarono pur di evitare nuove persecuzioni. Alcuni dei più importanti pastori, scelti tra coloro che non firmarono l'atto di codardia, furono condannati alla tortura.

Il 27 maggio 1674 essi vennero condotti in catene per le strade di Bratislava ma i cronisti scrissero che il loro aspetto non era quello dei condannati ordinari: sul loro viso «brillava quella serenità e quella fiducia che richiama la felicità dei primi martiri del cristianesimo». Nonostante le indicibili violenze, i ministri non cedettero alle angherie, cosicché, per ammorbidire le loro posizioni, furono isolati in varie prigioni (Leopoldov, Branč, Malinovo, Sárvár, Kapuvár e Komárno) nei pressi di Trnava, in Slovacchia, e torturati - fisicamente e psicologicamente - nei modi più disparati.

Tamás Steller (1640-1715), rettore di Banská Bystrica, ad esempio, fu affidato alla brutalità del carceriere gesuita Miklós Kellió nel carcere di Leopoldov, che in un sol giorno ordinò a sette guardie di inferire seicento vergate al prigioniero. Steller fu anche costretto con le armi ad inginocchiarsi davanti all'ostia, altre volte fu trascinato per i capelli in chiesa al momento della messa. Kellió, per nascondere l'ignominia dei propri crimini, obbligò il condannato a riconoscere per iscritto che aveva regolarmente ricevuto cibo, vestiti e denaro.

Le torture continuarono a oltranza - in celle disgustose, umide, infestate dai parassiti e aperte al vento e alla pioggia - ma ad oltranza perseverarono i preti nella propria fede, tanto da costringere gli inquisitori a riconoscere che nessun mezzo poteva riuscire a convertire questi martiri, finché l'arcivescovo di Wiener Neustadt, Leopold Karl von Kollonitsch, decise di sbarazzarsi di quelli più recalcitranti.

Il 18 marzo 1675 quarantuno indefessi pastori, sorvegliati da militari germanici, furono spediti alla volta dell'Italia - denutriti, sporchi e incatenati l'uno all'altro per un piede - per esser venduti come schiavi agli spagnoli ormeggiati a Napoli e da questi venir utilizzati in Sicilia negli scontri della guerra d'Olanda (1672-1678), per aiutare l'Impero spagnolo a conservare il monopolio sull'intera Sicilia.

Catapultato nell'anno 1675, seguirò le avventure di questi religiosi che, colpevoli di tradimento, furono prelevati dalle prigioni e trasferiti, assieme a un convoglio militare, prima a Vienna, poi, attraverso le Alpi, a Trieste. Dalla città friulana - ove furono spogliati degli abiti religiosi e travestiti da mercenari - vennero imbarcati per Pescara e, dopo un cammino estenuante e disumano attraverso l'Appennino, furono infine venduti per 50 piastre cadauno al porto di Napoli, capitale del Viceregno spagnolo (vi giunsero in non più di ventisei, poiché almeno dodici morirono durante il viaggio e tre evasero). L'elenco degli sventurati è il seguente e comprende anche coloro che moriranno nelle battaglie siciliane:

  • György Alistáli

  • István Bátorkeszi

  • Miklós Borhidai

  • Miklós Bugányi

  • Péter Czeglédi

  • Gergely Edvi Illés

  • István Füleki

  • Mihály Gócs

  • István Móricz Harsányi

  • Mihály Huszti

  • János Jablonczai

  • Péter Kálnai

  • Mihály Karasznai

  • Bálint Kocsi Csergő

  • István Süllye Komáromi

  • Balázs Haller Köpeczi

  • György Körmendi

  • János Kóródi

  • György Lányi

  • Miklós Leporini

  • Tóbiás Masnitius

  • Dániel Mazári

  • Mihály Miskolczi

  • Boldizsár Nikléczi

  • Sámuel Nikléczi

  • Ferenc Otrokocsi Fóris

  • Mihály Paulovics

  • István Séllyei

  • Péter Simonyi

  • János Simonides

  • Tamás Steller

  • Mihály Szalóczi

  • János Szecsei

  • Márton Szentpétery

  • István Szilvási

  • András Balogh Szodói

  • János Szomódí

  • János Trifkovics

  • András Turóczi Vegh

  • János Ujvári

  • István Zsédenyi


I teologi slovacchi István Móricz Harsányi ed István Séllyei.

Le vittime di questo tremendo viaggio sono teologi appartenenti a due diverse confessioni luterane, l'augustana (che rappresentò la prima esposizione ufficiale dei princìpi protestanti) e l'elvetica (adottata da tutte le chiese riformate della Svizzera tedesca e in séguito dai riformati di Francia, Scozia, Polonia e Ungheria).

In particolare, "L'inaudito e crudelissimo racconto" si focalizzerà - geograficamente e cronologicamente - sul viaggio di quattro ministri slovacco-ungheresi che il 29 aprile 1675, assieme agli altri condannati, raggiunsero Capracotta, città nella quale vissero esperienze di morte, prigionia, di fuga e liberazione.

Dopo quel barbaro viaggio ognuno dei quattro disgraziati diede alle stampe un memoriale di viaggio.

Il primo personaggio è Bálint Kocsi Csergő (1° agosto 1647 - 1713): nacque a Kocs, in Ungheria - da cui l'etimo del cognome - e nel 1664 fu mandato dai genitori alla scuola di Debrecen dalla quale uscì sei anni dopo per stabilirsi a Munkács, nell'attuale Ucraina. Tre mesi più tardi lo ritroviamo nuovamente a Debrecen a causa delle persecuzioni gesuitiche contro Sophia Báthory, madre del cospiratore Ferenc Rákóczi. Kocsi continuò gli studi teologici sempre a Debrecen e viaggiò in lungo e in largo per la Transilvania, finché non fu processato a Bratislava. Dopo l'odissea italiana riuscì a tornare in patria nel 1678 grazie alla mediazione di alcuni Stati protestanti, riprendendo la sua cattedra a Pápa, dove probabilmente pubblicò la "Narratio brevis", opera dalla quale ho attinto e tradotto l'82° paragrafo.

Il primo vero protagonista è György Lányi (30 maggio 1646 - 24 gennaio 1701): discendente di una nobile famiglia ungherese, nacque a Trenčianska Teplá e, dopo gli studi compiuti a Skalica, Trenčín, Spišské Vlachy, Sabinov e Levoča, passò alle prestigiose università di Wittenberg e Rostock dove infine conseguì la laurea. Fu educatore, pastore evangelico e professore universitario a Lipsia, città nella quale fece ritorno dopo la rocambolesca fuga da Capracotta e dove pubblicò presumibilmente la sua "Narratio historica", di cui ho tradotto ventisette paragrafi dal latino. Al momento dell'incarcerazione ungherese egli era rettore della scuola di Krupina.

Il terzo attore è János Simonides (9 gennaio 1648 - 7 maggio 1708): figlio di un pastore luterano di Spisské Vlachy, studiò a Prešov e a Wittenberg. Dopo la congiura fu imprigionato a Leopoldov, quindi condannato alle galee. Una volta ad Isernia, riuscì inizialmente a scappare assieme a Masnitius ma tre giorni dopo furono entrambi arrestati e imprigionati nelle nostre carceri per sei settimane, finché due commercianti tedeschi pagarono il loro riscatto. Dopo la liberazione, avvenuta il 13 giugno, pubblicò un libro sulla propria disavventura, "Incarceratio, liberatio et peregrinatio", considerato un capolavoro della letteratura slovacca, il cui testo base è composto di annotazioni, molte delle quali redatte proprio nella prigione di Capracotta, con aggiunte del Masnitius, che inserì passaggi più brevi riguardanti la propria persona. Una volta libero, Simonides viaggiò in Italia, Svizzera e Germania, dove rimase fino al 1683, tornando definitivamente a Banská Bystrica nelle vesti di parroco e di sovrintendente. Al tempo della condanna posoniese egli era rettore della scuola di Brezno.

L'ultimo interprete è il già citato Tóbiás Masnitius (28 ottobre 1640 - 28 luglio 1697), uno dei più influenti capi religiosi del protestantesimo ungherese: figlio di un pastore evangelico di Zemianske Kostol'any, compì gli studi a Dubnica sul Vah, Nové Mesto sul Vah, Ilava e Prešov, quindi completò la formazione teologica nelle università di Wittenberg e Jena. Al termine della sua avventura, tratteggiata nelle tavole manoscritte del "Monimentum" - realizzate nel 1675 proprio in Italia -, si recò in Germania, fece poi ritorno a Ilava ed infine svolse le funzioni di predicatore nel castello di Blatnica. All'epoca dell'incarcerazione ungherese era il diacono d'Ilava.

"L'inaudito e crudelissimo racconto" consta insomma di storie intrecciate e distinte ad un tempo, poiché i protagonisti eran sì compagni di sventura ma, giunti in Molise, optarono per soluzioni diverse, dalla supina accettazione del fato al tentativo di una fuga eroica e miracolosa. Di certo il nostro paese fu per tutti loro una tappa fondamentale, un imprescindibile spartiacque tra la salvezza e la rovina, tra la libertà e la schiavitù, tra l'istinto di sopravvivenza e il martirio, tra la vita e la morte.


Francesco Mendozzi


[continua...]

Fonte: F. Mendozzi, L'inaudito e crudelissimo racconto della prigionia capracottese e della miracoclosa liberazione, Youcanprint, Tricase 2018.

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