• Letteratura Capracottese

L'inaudito e crudelissimo racconto (IV)


L’infinita marcia dei condannati leopoldini che strisciano verso le galee di Napoli.

CAPITOLO III - Narratio historica

IV° rischio da contadini che tornano a casa

I tamburi suonano forte a intervalli brevissimi, il cui rumore mi fa ricadere e, tremante di paura, continuo a domare il cuore, conscio che quello è il segnale di un'avanzata. Nel frattempo una turba di fattori torna in paese, allontanandosi in discesa sul già citato sentiero battuto prima dai soldati. Il primo di questi contadini, incendiata in punta una mazza, mi scorge disteso in quell'antro ed esclama: «Chi sei? Cosa fai per terra? Perché non sei col resto degli altri?».

Dopo le sue parole m'ammutolisco per davvero, non ho il coraggio di aprir bocca né di muover gli arti, finché col bastone che porta mi colpisce leggermente il capo facendomi intendere che se scappassi verrei picchiato e arrestato dai militari. Aggiungo che, tendendo al cielo i palmi delle mani, li supplico in lacrime e, tastandomi la testa e varie altre parti del corpo, faccio segno di esser gravemente ferito e di soffrire d'infermità. Eppure vengo toccato da così tanta misericordia divina che, dopo aver visto quei miei miserabili gesti, alcuni mi aiutano ad uscire dal fosso ed altri mi offrono il cibo che hanno affinché mi ristabilisca. «Una volta sazio – domandano – dove pensi di andare?».

Con l'animo pesante rispondo: «Roma».

E a quel punto mi viene persino mostrata la direzione che dovrei seguire per raggiungerla.

V° rischio per cui vengo arrestato, trattenuto e rilasciato

Ritornando malvolentieri sui miei passi, un pochino più avanti rivedo il villaggio in cui ho detto di aver visto passare, due ore prima, un soldato - ignaro di me - ma cambio idea guardando un contadino (di cui temo la delazione) fare il suo ingresso in paese, e incontro infine una donna. Esitante, intraprendo con lei una conversazione per farmi indicare di nuovo la strada per Roma. Torno a seguire il sentiero sin qui fatto a ritroso e, non appena mi appresto ad uscire da quel villaggio, vengo subissato dal clamore delle voci dei pretoriani, o dei littori, tanto da arrestarmi all'istante. Subito accorrono e, pur dissimulando la mia voce rendendola il più flebile possibile, mi strappano dalle mani il bastone con cui mi reggo e con esso mi percuotono i dorsi delle mani, tagliano la cintura della bisaccia che porto ciondoloni e con essa me le legano: mi trascinano così per tutto il paese fin dal pretore. Un gran numero di persone confluisce per godersi lo spettacolo. Il giudice prende consiglio con altri senatori e subito un emissario si reca nel prato in cui i soldati desinano a ché ne raccolgano altri, il che significa che l'ordine è quello di trarmi in arresto. Nel frattempo, mentre il corriere s'allontana col messaggio, i pretoriani rimangono allungati fuori del tempio e, sorvegliato da una folla della vicina città - oh imperscrutabile concessione divina! -, accade che in poco tempo tornano il nunzio e i soldati che stanno al prato. Che dire? Ascoltato e compreso il rapporto del messaggero, con gesti e suppliche in ginocchio, prego il giudice e i convenuti - ovvero quei contadini ai quali poco prima ho chiesto in lacrime la remissione dei peccati - di prendere una decisione diversa, e alla fine, addolcitisi i cuori, grazie a Dio riesco nel mio intento.

Liberato dalle catene

Essi vedono che il disagio maggiore sta nelle catene che mi cingono le reni. Ma in realtà, suscitata l'ammirazione generale, voglion sapere molte cose di me, bramosi di conoscermi. E a quelli rispondo: «In verità m'hanno condannato assieme a tanti altri, non so per quale macchinosa rivolta, e mi avrebbero condotto a Napoli, dove siamo condannati alle galee, se un soldato, a causa delle mie condizioni, non m'avesse superato senza degnarsi di me, abbandonandomi lungo il tragitto. Vorrei tornare in patria, ma l'ignoto viaggio che si prospetta m'ha indotto a credere che sia meglio giunger prima a Roma».

Più tardi il pretore e gli astanti mi accordano fiducia e, sciolti i polsi e mostratami la via per Roma, senza fare alcun accenno alla fede religiosa - se io sia un cattolico o un eretico - né tantomeno alla pericolosità dei luoghi che mi attendono, mi ordinano di andare, dicendo nell'italico idioma: «Lassa passare».

VI° rischio ad Agnone alla presenza d'un mio persecutore

Claudicante e malaticcio, mi incammino, come Davide che fugge da re Saul, sino a un villaggio di cui ho potuto vedere, con gli occhi all'insù, la parte alta, e, lasciato nuovamente il sentiero per Roma, devio a destra verso un monte che mi divide dai soldati giunti in precedenza; allora dirigo la marcia su un sentiero che un milite sta ora percorrendo, avvicinandosi a un bosco, e di cui osservo gli abiti logori e dimessi. Senza rifletterci troppo, detestando quella via romana, cerco per valli e convalli un'altra strada meno sorvegliata. Una volta trovata, durante il primo giorno dalla mia liberazione, all'imbrunire, scorgo in una profonda depressione un uomo che torna a casa e al quale mi vorrei accompagnare per entrare nel paese di Agnone, adagiato su una cresta, speranzoso di ricevere ospitalità.

Le usanze degli italiani

In verità, secondo il costume in vigore presso tutti i popoli italiani e spagnoli, non si offre ospitalità a quasi nessuno straniero, perciò entro in paese a fianco del mio compagno e del pari lo prego di procurarmi alloggio. Poi, presa un'altra direzione, mi faccio perlomeno vedere nella piazza, intenzionato a raggiungere lo xenodochio. E così, inizialmente respinto dalla gente, arrivo infine alla foresteria. Oramai vicino allo xenodochio, ecco che vedo un gruppo di soldati al mio cospetto e al loro fianco le sentinelle della locanda. Entro, saluto e attraverso senza che nessuno mi riconosca. Quella notte alloggiano nell'ospizio due unità militari separate che scortano due prigionieri ciascuna a Napoli e, vista la comodità della sistemazione, loro lo chiamano quartirio. Essendo entrato da un ingresso in cui sono appostate le guardie di sorveglianza, temo di venir denunciato dall'albergatore stesso. Dopo un'analisi superficiale, credendo ch'io venga da Roma, mi mostra con calma quel locale - io esito e balbetto - finché non s'allontana meravigliato, erroneamente sospettoso. Tormentato dalla fame e dalla stanchezza, non riesco a prender sonno la prima notte successiva alla mia liberazione a causa dell'eccessiva eccitazione e della paura circa i pericoli a cui sono stato esposto.

Domande sbagliate circa la via per Roma

Il giorno dopo il suono dei tamburi, mi auguro che non venga fatta alcuna indagine, così esco. Infatti, con un soldato in allontanamento, mi dirigo alle porte che danno a est, chiedendo a chiunque incontro se sia quella la direzione giusta per Roma. Coloro che sentono queste mie parole, si stupiscono non poco - non so cosa ci sia di male - e mi guardano con sospetto, dicendo: «Tu non stai andando a Roma ma ci stai provenendo. Sappi che Roma sta lì dove il sole muore. Se vuoi andare a Roma devi tornare indietro».

A quel punto, incapace di replicare a chi mi risponde, nei giorni successivi comprendo finalmente che non avrei dovuto andare a Roma bensì verso il mare, lusingato dalla vana speranza che una nave m'avrebbe accolto per fuggire il prima possibile da quelle terre.

Questo prete non conosce la latinità dell'Italia

Il giorno successivo giungo a Sant'Andrea, in un luogo adibito al vittimario plebano che io, ignorante in latinità - i chierici di molte di quelle zone sono davvero degli esperti latinisti -, apprendo a stento grazie alle domande rivolte mendicando il pane di casa in casa, così saziandomi e rimettendomi in forze.

VII° rischio dacché non conosco la latinità di Duronia

Il giorno dopo sono a Duronia. La raggiungo dopo aver vagato a lungo per vallate ed alture, madido della pioggia che è appena caduta prima del tramonto. Desidero entrare in questo villaggio, posto in cima a un colle, ma una porta mi si para dinanzi. Come Prisciano nei confronti d'un Patercolo, così io vengo aggredito verbalmente: «Da dove vieni?».

E io, di rimando: «Roma».

«Di che confessione sei?».

«Cattolica, per la precisione» dico.

Quello prosegue: «Fammi vedere il lasciapassare».

«Non ce l'ho – rispondo – perché mi è caduto durante il viaggio».

Allora, squadrandomi da capo a piedi, riprende: «Di certo sei un soldato. Stamani qui c'erano dei soldati per arrestare due fuggitivi, li hanno picchiati e uno di loro è morto».

Tuttavia, accolta la mia risposta - ovvero che non sono un soldato ma un semplice pellegrino che, per pagare un creditore, da Roma fa ritorno nella sua Polonia - dopo un attento esame mi fa passare.

Doppio colloquio a Vasto col clero e con un armatore

La domenica - giorno di gioia - sto a Fresa e, oltrepassando il paese, giungo a Vasto, città marittima, alla cui porta d'ingresso non c'è nessuno a interrogarmi. Mi accosto subito alla serratura dei domenicani, ottenendo la grazia dell'elemosina. Lì scambio parola col preposto del monastero discutendo a lungo dello stato della Polonia, e alfine domanda: «Come fecero Cesare e il re dei Galli ad impossessarsene?».

«Facendosi guerra a vicenda» rispondo.

Senza indugio egli chiosa: «Nessuno è responsabile di queste guerre quanto il nostro papa, che s'è rifiutato di cooptare i suoi nipoti nel novero dei cardinali».

Questo afferma e va via. Il giorno dopo, lunedì, lasciata la città al levar del sole, raggiungo il porto, dove trovo tre navi ormeggiate in partenza per Venezia. Congratulandomi con l'armatore, lo esorto con molte suppliche affinché mi lasci salire su una di esse. Non appena comprende che giungo da Roma, convinto che io sia un pellegrino romano, non vuole più esaudire le mie richieste, così mi si rivolge in dialetto italico: «Fraterle, si tu peregrin, bisogna che non per la mare, sed per la terra caminare. Orsù, fai penitenza e porta pazienza».

Questo è ciò che dice, tant'è che lascio il porto.

VIII° rischio da vastesi dotti e belve selvatiche

A quell'ora mattutina la mia speranza è frustrata, sono afflitto dal dolore finché non ricevo in dono alcune monete d'oro da due dotti incontrati presso la porta della città (ieri, sospettando che fossi in viaggio per Napoli, questi hanno instaurato con me una conversazione - non ci vedevo nulla di male - ma alla fine si son persuasi che fossi di Roma e non un evaso in procinto di imbarcarsi e se ne sono andati). Lascio così la città del Vasto per un'altra situata sul medesimo litorale e chiamata Ortona - si dice sia ad un solo giorno di viaggio dalla prima - determinato d'ora innanzi a sfruttare qualsiasi opportunità che mi permetta di partire. Allontanatomi d'un miglio circa mi ritrovo in una selva oscura e fitta dove, in base a mie congetture, smarrisco la diritta via in favore d'un sentiero secondario.

L'andar errando in una selva

Proseguendo, ecco una fiera di scurissimo colore - mi sembra il grugnito d'un cinghiale - ed esattamente davanti ai miei occhi vedo un individuo fuggire concitato e salire a fatica su un masso. Procedo oltre e percepisco un'altra volta un gran rumore, come di cinghiali che combattono tra di loro. Spaventato da quel frastuono mi rigiro all'istante e, volente o nolente, dimenticata Ortona e il viaggio in nave, desidero ormai ripiegare verso Roma e decido d'offrirmi al mio animo. Allora, errando per esteso a quattro-cinque ore dal suddetto bosco, scopro da ultimo un fiume scender da una vetta da cui vedo sporgere una torre: comincio quindi a seguire quel punto, di certo vicino a una qualche città. Avvicinatomi alla torre e trovata la strada, muovo quella sera alla volta dell'abitato che dista un paio di miglia spagnole da Vasto ma di cui non mi è stato possibile sapere il nome.


In bianco la fuga di György Lányi, in rosso il percorso della carovana.

György Lányi

(trad. di Francesco Mendozzi)


[continua...]

Fonte: F. Mendozzi, L'inaudito e crudelissimo racconto della prigionia capracottese e della miracolosa liberazione, Youcanprint, Tricase 2018.

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