• Letteratura Capracottese

L'inaudito e crudelissimo racconto (V)


La cordiale accoglienza di János Simonides e Tóbiás Masnitius nella casa del mercante Georg Weltz.

CAPITOLO III - Narratio historica

IX° rischio da un oste che riceve un mandato di cattura

Affamato e spossato, mi dirigo verso lo xenodochio, che mi consegnerebbe al sonno. Cos'altro c'è? C'è che non appena mi sistemo sotto le coperte, l'oste, molto vicino a me che giaccio a terra e fingo di dormire e russare, si mette a leggere ad alta voce un editto giunto da Vasto. Il contenuto dell'ordinanza era questo:

"Se un soldato o chiunque altro avesse trovato un lasciapassare abbandonato in qualunque luogo, entro le mura o fuori della città, sarà condotto in prigione a Vasto".

A queste parole, l'intendente del posto esclama: «Io non sono, ma non vorrei che fosse il soldato vestito come un sacerdote».

Da lì in poi mi lasciano dormire, rimandando a domani l'approfondimento del misfatto. Io presto attenzione ai già citati letterati di Vasto che attendono il corriere postale di ritorno oggi da Napoli e mi convinco che al suo arrivo mi sarà facile ingannarli.

X° rischio da un brigante

Cosa devo fare a questo punto? Confuso da tanta paura, resto sveglio tutta la notte e prima dell'alba, quando ogni cosa è sprofondata nel sonno, mi preparo in fretta e, imboccata l'uscita, viaggio per i paesi di San Buono - dove in una vallata vengo assalito da un brigante, spogliato delle vesti ma almeno ho salva la vita -, Roccaspinalveti e Castiglione. Il terzo giorno, 10 maggio, al di là d'ogni supposizione, ritorno in quella medesima terra d'Agnone in cui ho trascorso la mia prima notte dopo la liberazione.

XI° e XII° rischio da un sacerdote e un agnonese

Mi viene incontro un sacerdote che io, ignaro di queste cose, stavo osservando da lontano e, una volta avvicinatosi, fa: «Da dove vieni? Tu sei già stato qui».

Nego ostinatamente ma lui: «Vattene – soggiunge – altrimenti i soldati ti prenderanno».

Di conseguenza mi allontano e a un'ora di distanza da Agnone, inconsapevole di essere ancora nei suoi confini, domandando il pane porta a porta - è sempre il 10 maggio -, arrivo al foro e vengo riconosciuto, proprio a causa dell'elemosina, da un cittadino particolare.

Il ritorno nel luogo in cui mi sono liberato

Egli, fissandomi, chiede: «Da dove vieni? Tu sei già stato qui. Non eri di Capracotta?».

«Niente affatto» rispondo.

«Rimarrai qui stanotte?» domanda a sua volta.

«Probabilmente sì» dico.

Ma, temendo una qualche imboscata ai miei danni, mi dirigo su due piedi alle porte dove trovo un cavaliere che, senza essere interpellato, mi tiene d'occhio e asserisce: «Camina, camina», facendo cenno di muovermi.

Io mi trascino fuori sulla strada che conoscevo già, la strada che dieci giorni fa ho percorso e che porta a Roma, l'Urbe che ho tanto agognato di vedere.

XIII°, XIV° e XV° rischio da mozzi, cacciatori e contadini

Discendo faticosamente in una vallata ed ecco che m'imbatto in due stallieri, uno dei quali vede il mio passo svelto e fa: «Chi sei? Di certo sei un soldato» e alla mia risposta concitata mi lascia subito procedere.

Scalo un monte fino a raggiungerne la vetta e di nuovo una coppia di cacciatori sulla mia via, per cui inizio a muovermi sul fianco destro con entrambi che mi scrutano stupefatti, e a un certo punto li sento pronunciare le stesse parole che ho già ascoltato ben tre volte durante la giornata: «Da dove vieni? – domandano – Tu una volta sei stato qui».

Questi erano di quel villaggio in cui, durante il primo giorno di libertà, son stato arrestato, trattenuto e rilasciato. Al che rispondo: «La strada per Roma non mi è stata indicata con esattezza ed è per questo motivo che vado ancora errando per questi luoghi, diretto al villaggio di San Pietro» (ove giorni addietro mi ero scaraventato in un fosso per paura dei contadini).

I cacciatori credono alle mie parole e mi lasciano andare. Più avanti, percorsi circa mille passi, all'estremità del boschetto in cui mi ero liberato definitivamente delle catene ai piedi, stanco riprendo la marcia quando all'improvviso, da mezzo ai cespugli, sbuca un contadino - piuttosto rumoroso e prolisso - che, contemplandomi a lungo, aggiunge le seguenti parole italiche: «Niente ferro? Sono certo che sei fugitivo soldat».

Dopo aver negato con forza egli mi lancia non poche minacce e improperi ma decide di farmi passare.

XVI° rischio da un locandiere di Guastra

Dopo aver scampato cinque pericoli nel medesimo giorno, arrivo a Guastra, un villaggetto a circa tremila passi da Capracotta. Dovrei andare a dormire in un ospizio, nel quale mi accoglie un uomo dal viso rugoso che, vedendo i legacci, fa: «Non avete compania?».

«Nessuna» rispondo.

«Per che solo caminare? Probabilmente – tastando il mio mantello nero e la tunica – desideri spogliarti».

Vagabondaggio a Capracotta

Il giorno dopo piove a dirotto e affretto la partenza. Esco e m'incammino sulla strada che quasi non si vede a causa della fittissima nebbia ch'è caduta. In verità andrei in quel paese in cui i littori mi han sorpreso il primo giorno ma, avvicinatomi ad esso, vedo i ruderi di alcune case deserte e allora considero che quelli potrebbero ancora esser nei paraggi e vedermi gironzolare. Fortemente turbato, penso a tante cose diverse, originate specialmente dalla mia anima: penso che in Italia si faccia largo uso della magia demoniaca, sono convinto di subirne la malia e soprattutto credo di dover fuggire da queste terre.

XVII° rischio da due banditi a Capracotta

Immerso in queste fluttuanti meditazioni sotto continui scrosci d'acqua, entro in una cappelletta in cui trovo due uomini che si scaldano a un fuoco ben preparato, ai quali mi rivolgo per domandare qual è la strada che porta al villaggio di San Pietro. Quelli scoppiano in una risata e chiedono: «Quindi tu vieni da San Pietro?».

«M'hanno indicato una strada ingannevole ed errata che, ricoperta di fronde e cespugli, mena nella valle successiva, tanto che se l'avessi inforcata, scendendo di lì avrei corso il rischio di morire».

Mostratami la via, per un po' la seguo, più tardi l'abbandono. Volgendomi, vedo sul lato destro del sentiero il primo dei due predoni che, mi ricordo, se ne viene errabondo e sta per raggiungermi - il sole ha dissipato e la nebbia e la pioggia - ma ritrovo finalmente la strada per Roma, che passa proprio per San Pietro. Ringraziando il cielo, pur se non immune da pericoli d'ogni sorta, l'11 maggio giungo a Castel di Sangro.

XVIII° rischio da un ufficiale a Castel di Sangro

In questa cittadina comincio la questua porta a porta per potermi permettere un alloggio finché mi imbatto in un ufficiale nella piazza centrale che, dopo un duro interrogatorio a cui non rispondo, mi accusa di essere un soldato fuggitivo e, trattenendomi, mi porta con sé in un monastero domenicano per ulteriori indagini in lingua latina - ecco perché non mi capiva! - così da poter decidere del mio futuro. Ascoltate le mie motivazioni, i frati dicono all'ufficiale: «Lascialo stare. È raro tanto per il re polacco quanto per il nostro re spagnolo ottenere testimonianze di viaggiatori».

XIX° rischio in un valico alpino ad Opi

Scampato questo ennesimo pericolo, tre giorni dopo arrivo nella Vallis Regia, alle pendici degli alpestri Appennini, che in questo Regno di Napoli, proprio al centro dell'Italia, immettono nella Campania. Qui, in un paese chiamato Opi, avanzo a fatica a causa dell'arditezza della strada e del maltempo che imperversa con tempeste fatte di pioggia e di neve. Quello stesso giorno, se non fossi forte e in salute, mai supererei una schiera disposta all'estremo valico del Regno. Tra quegli inquisitori, uno in particolare mi scoraggia - per lui dovrei essere ancora in catene - ma, dopo aver svolto le sue incombenze, mi sussurra: «Amico, alcuni dei disertori inviati agli spagnoli di stanza a Napoli sono stati oramai catturati e condotti a Napoli. Se non facessimo finta di vederti e non ti considerassimo nei guai, povero te, verresti certamente acciuffato da un soldato alemanno».

Questo mi dice, dopodiché si allontana.

La consegna dei nominativi dei miei compagni

Ho sentito che il giorno dopo la mia liberazione questi ultimi [János Simonides e Tóbiás Masnitius, n.d.t.] hanno córso un gran pericolo. Si dice che, riacciuffati durante quella fuga a Capracotta, dopo sei settimane di carcere, durante le quali hanno patito parecchio, la Provvidenza di Dio solo li ha restituiti infine alla libertà. Oh Gesù, difensore della vita degli uomini, dal cielo posa il Tuo sguardo sulla terra, ascolta il lamento dei prigionieri e libera infine tutti i Tuoi figli morti. Gesù Cristo, amen e così sia!


La Chiesa di S. Nicola a Lipsia, nel cui ginnasio insegnava György Lányi.

György Lányi

(trad. di Francesco Mendozzi)


[continua...]

Fonte: F. Mendozzi, L'inaudito e crudelissimo racconto della prigionia capracottese e della miracolosa liberazione, Youcanprint, Tricase 2018.

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