• Letteratura Capracottese

L'inaudito e crudelissimo racconto (VI)


Il paese di Pescopennataro illustrato da Tóbiás Masnitius.

CAPITOLO IV - Incarceratio, liberatio et peregrinatio

La descrizione della fuga

Il 1° maggio gli ufficiali ordinarono ai soldati di marciare e di sorvegliarci. E fu ciò che avvenne: partimmo infatti alle 7 in punto.

Trascorse otto-nove ore di marcia per quei monti, György Lányi, rettore della scuola di Krupina, rimase dietro di noi e poco a poco scomparve alla vista dei soldati. Ci siamo subito accorti che lui non c'era più ma siamo restati in silenzio. E quando riposammo in collina, lo cercammo tra di noi ma dicemmo educatamente agli ufficiali che forse era più avanti coi bagagli. Lo confermammo ed essi ci credettero. Mentre il fuggiasco era sceso dall'altro versante del monte e doveva essere ormai certamente lontano, ecco che, dopo tre ore, lo vediamo provenire dall'altro lato a mezzogiorno alla medesima taverna del monastero di San Pietro, presso la quale ci siamo sparpagliati su un prato. Quello, spaventato, torna indietro e, come ha detto egli stesso nel proprio memoriale, cade in un fosso finché non viene raggiunto da certi contadini che lo mettono in salvo. Alcuni di noi lo hanno visto e perciò si convincono che sia col bagaglio. Al momento di ripartire senza Lányi, ci fu una grande discussione. Uno affermò che lo aveva appena visto tra i soldati, altri che non portava bagaglio, ed è per questo che rimasero dubbi e incertezze sulla sua scomparsa.

Quel giorno, il 1° maggio, lo trascorsi per intero col venerabile Tóbiás Masnitius e convenimmo che, non appena avessimo avuto l'occasione di fuggire dai soldati, l'avremmo còlta al volo. Intuimmo che, se non ci avessimo provato quel giorno, prima che venisse scoperta l'assenza di Lányi, i soldati ci avrebbero sorvegliato con maggior attenzione e non avremmo avuto la possibilità di scappare. Ma, sebbene avessimo avuto diverse opportunità di fuggire, non le cogliemmo per paura. Prima di tentar la fuga, eravamo d'accordo sul fatto che non ci saremmo accusati l'un l'altro e che non sarebbe stato possibile svitare i ferri da entrambi i lati se non al prezzo di enormi pericoli. Ma abbiamo rischiato le nostre vite per tentare di morire altrove e non sotto il giogo della fame e della crudeltà dei militari. È per questo che più avanti ci ritrovammo in un bosco!

Stiamo attraversando i vigneti d'Isernia verso le 5 di sera quando abbiamo capito che i persecutori non ci avrebbero permesso di morire d'un dignitoso martirio ma ci avrebbero strappato dal mondo dopo una lenta agonia patita in solitudine, quando abbiamo pensato di poter ancora aiutare la Chiesa se fossimo rimasti in vita, e specialmente quando abbiamo realizzato di aver assistito a una mancanza di fede durante l'intero anno trascorso in galera. I soldati sembravano svogliati e distratti. I ministri István Séllyei da Pápa ed István Szilvási da Kazár erano dietro di noi e, quando ci siamo allontanati fuggendo, ci hanno chiamato: «Dove? Dove?».

Non so dire come sia avvenuta questa fuga. Si è realizzata vicino alla città, tanto che dopo un quarto d'ora hanno iniziato a cercarci. Anche se il sentiero si snodava tra i vigneti, coi fianchi ben coperti, presto ci portò in una vigna aperta, priva di qualsiasi arbusto. A soli cinquanta passi di distanza, i soldati avrebbero potuto facilmente catturarci, pertanto ce li lasciammo in fretta alle spalle, provando una gran paura nel pensare che fossero alla calcagna e che ci stessero raggiungendo. È una fuga spaventosa e disperata! Corriamo alla capanna della vigna per nasconderci tra le sue mura. Beh, dietro la parete della casetta, quella opposta ai soldati, un italiano aveva nascosto due asini preparati con equipaggiamenti militari. Spaventati, abbiamo urlato. Consumati dalla follia, ci siamo allontanati dall'italiano, nel quale abbiamo visto un traditore in grado di vanificare ogni speranza. Quando scendiamo a valle, ecco che incrociamo dei pastori! Qui, d'altra parte, veniamo importunati dall'abbaio dei cani e dalle urla dei guardiani. Quando li raggiungiamo stiamo camminando con più calma, poi, all'improvviso, cani e ragazzi ammutoliscono. Entriamo dunque nella vallata, ci liberiamo delle manette e di alcuni abiti, abbandoniamo quel posto per finire tra i rovi nei quali siamo inciampati, restando muti e osando appena respirare. Anche se ci siamo rialzati e stavamo per continuare la fuga, dato che si era fatto buio, abbiamo deciso di dormire qui. Abbiamo fatto tante congetture ed eravamo convinti che i nostri inseguitori non sospettassero che ci fossimo avventurati in un luogo tanto ostile.

Quella sera, a oriente, abbiamo sentito come un transito di uomini ma non sapevamo se fossero i nostri persecutori.

Ma quando eravamo assopiti con le teste vicine, prima dell'alba del giorno nuovo il reverendo Tóbiás si addormentò un pochino. Stava sognando e in sogno vedeva una meridiana: su questa vi erano incise tre lettere nere - N.M.R. [Neapoli, Mare, Roma, n.d.t.] - proprio sulla parte che indica il sud. La meridiana segnava le 7 in punto. Quando s'è svegliato, vedendo che lo fissavo allarmato, mi ha rivolto senza indugio la parola e ha aggiunto: «Non preoccuparti per il sogno, abbiamo fatto bene a scappare. Ci condurranno di nuovo come prigionieri a Napoli e poi andremo a Roma via mare».

In linea con ciò che accadde in séguito, ora capisco che si è avverato proprio quel che credeva questo prigioniero. Lui ha detto che nel sogno alcune persone han parlato coi soldati, affinché non portassero i condannati alle galee ma a Roma per il Giubileo della misericordia. Era appagato, insomma, perché si sentiva inaspettatamente libero di recarsi a Napoli per mezzo della grazia divina, e di raggiungere poi Roma attraverso il Mar Tirreno.

Quando si fece giorno, il 2 maggio, sospirando pregammo Dio, uscimmo dalla macchia e camminammo in linea retta lungo i clivi. D'improvviso il cielo si schiarisce e, mentre per tutto il giorno le pecore pascolano qua e là, noi ci avviciniamo a una casupola al limitare d'un boschetto. Il venerabile Tóbiás lasciò cadere la fodera in pelliccia del proprio vestito ma ha conservato alcune parti attaccate al petto: il rivestimento era di manifattura ungherese e non poteva venderlo a nessun prezzo.

Se al mattino avevamo un solo pezzo di pane, in serata avevamo dei pezzi grandi non più di una noce.

Abbiamo deciso di proseguire il nostro viaggio di notte: ecco perché ci introduciamo nell'orto accanto alla capanna, in cui sono piantati aglio, cipolla, lattuga e altre verdure, e ne prendiamo un po'. Camminiamo al buio e per lungo tempo perdiamo di vista la strada che abbiamo percorso coi soldati. Mentre vaghiamo nella notte, incespichiamo nelle stalle del bestiame e dei custodi notturni. Dal momento che non siamo mai al sicuro, questi imbracciano immediatamente le armi e, da una capanna all'altra, si fanno un cenno fischiando. Il latrato dei cani e le grida perseguitano questi disgraziati prigionieri. Ma quando la luna andò a nascondersi dietro le nubi, noi ce ne restammo ai margini delle rocce senza muoverci. I cani smisero d'abbaiare e i guardiani li imitarono.

Nel mentre, facciamo trascorrere il tempo e ci riposiamo finché, poco a poco, non si acquietano. Abbiamo deciso che torneremo sulla via seguìta in precedenza e che vada come deve andare.

Gli altri prigionieri, come previsto, il 2 maggio stavano marciando da Isernia in direzione Napoli. Molti piangevano nell'attesa d'una morte beata. Il più vecchio di loro era un uomo di settant'anni, lo sfinito Mihály Gócs, ministro di Kalinów e cattedratico a Nógrád. Quell'inferno andò avanti anche nei due giorni successivi.

Il 4 maggio alcuni ufficiali restarono a Capua assieme al tenente colonnello ammalatosi improvvisamente d'una febbre maligna.

Il 5 maggio, da Capua, i prigionieri furono trasferiti ad Aversa, vicinissima a Napoli. E sempre quel giorno - terza domenica dopo la Santa Pasqua - alle porte di Aversa, il prigioniero Gócs, che era stato battuto e torturato, cadde. Nessuno al mondo seppe se e dove egli fosse stato sepolto.

Il 6 maggio i prigionieri vennero imbarcati a Napoli. Li costrinsero ad imbracciare le armi e a vestire le casacche militari. Sorrisero loro mentre venivano presentati all'ufficiale che li iscriveva ai triremi. Furono tonsurati e sbarbati, quindi inseriti nell'elenco dei condannati alle galee. Secondo il costume di quella città, il banditore, con tanto di tromba, li guidò fino alla cambusa dove vennero incatenati e trattati malissimo. Diedero loro acqua e biscotti. Giorno dopo giorno diventarono, a coppie, dei veri e propri schiavi.

Il 10 maggio István Füleki, prete augustano, morì nell'ospedale di Napoli. I condannati a pene corporali avevano infatti diritto a un medico e a un ospedale. Ma il prigioniero perì perché chi era gravemente ferito veniva ancor più gravemente colpito. Alla fine non si seppe né se fosse stato inumato né dove.

La "Galeria omnium sanctorum" del Simonides.

Noi due, il 3 maggio, siamo invece andati sul Monte Maggiorano. Le forze stanno abbandonando il reverendo Masnitius, che per la mancanza di cibo quasi sviene. Raggiungiamo un altro paese e, sebbene gli abitanti ci abbiano visto, nessuno è venuto a trattenerci.

Un giovane è passato con la sua mandria e quando ci ha visto camminare con degli strani abiti non ha osato avvicinarsi perché sapeva d'esser lontano dal villaggio (qui le persone sono solite tenere le vacche in casa e in campagna erigono muri a secco perché non conoscono il legno boschivo). Ma non appena siamo giunti dall'altra parte della collina, l'abbiamo aspettato presso una curva fin quando non s'è avvicinato. Una volta arrivato, gli siamo andati incontro e gli abbiamo chiesto umilmente del pane, mostrandogli un soldo. Egli ha diviso il suo pane con noi e ha accettato il denaro: a ben vedere, era più impaurito che caritatevole. Il pane era circa una libbra: metà ciascuno e un po' di cipolla han risollevato le nostre deboli forze.

Siamo vicino a Sulmona, la città natale di Ovidio. Qui riposiamo presso un'ansa remota del fiume, poi lasciamo il versante meridionale del colle per rimetterci sulla stessa strada per la quale ci hanno scortato i soldati. Ogni colpo di vento ci terrorizza. In un attimo siamo in strada alla ricerca di radici per alleviare i morsi della fame; qui e là scuotiamo e strappiamo le foglie dalle giovani querce. D'un tratto vediamo arrivare cinque italiani di gran lena, come se ci perseguitassero! Restiamo impressionati dalle grida dei guardiani e di alcuni ragazzi. Sul lato opposto appaiono altri italiani. Abbiamo pensato che volessero portarci via e invece, parlando a bassa voce, ci han lasciati proseguire.

Con spirito lieto e leggero, alle 9 di sera abbiamo fatto ritorno alla taverna di San Pietro. Ci siamo appostati su quello stesso prato dal quale, come già detto, avevamo visto György Lányi.

Il locandiere del posto ci riconosce in quanto prigionieri e chiede informazioni sulla nostra fuga. E quando mentiamo dicendo di esser stati rilasciati perché stremati e abbandonati lungo la strada, egli chiede di poter vedere il lasciapassare. Ci ammonisce che, qualora non l'avessimo, rischieremmo il carcere e, mostrandoci le mani, dice che ci arresteranno. Parla poi di György Lányi. Non lo ha menzionato ma, assieme a un corriere, ha detto che Lányi portava una barra incatenata alla cintura. E ha confermato di avergli indicato la via per Roma. L'ha consigliata anche a noi e infine ce l'ha mostrata. Masnitius, intanto, per venti soldi (circa dieci denari) ha venduto un panno di stoffa e il vestito ormai privo di pelliccia, e per otto soldi una bottiglia.

Qui abbiamo chiesto pane, vino e due uova. Ottenuto e consumato il pasto, abbiam deciso di seguire il percorso indicato dall'oste. Ma non appena siamo usciti dalla vista degli abitanti di San Pietro, siamo rientrati nel bosco, ci siamo seduti nell'attesa di assopirci un po', quand'ecco che principia a diluviare! Ci siamo stretti e ci siamo riparati sotto cespugli ed erbacce, cercando di proteggerci dalla pioggia battente, ma questa entra da ogni dove. Al crepuscolo tornammo alla locanda per rilassarci un pochino sotto un vero tetto. Trovammo rifugio in un recinto vuoto e sporco che faceva angolo e che aveva una piccola tettoia. Tiriamo avanti a malapena e ognora aspettiamo una nuova sciagura.

Il 4 maggio, mentre le persone dormono in taverna e in alcuni recinti, ad est è tutto bagnato dall'inverno che va a morire sui monti innevati. Questa provincia montuosa della Majella gode del caldo solo d'estate, non condividendo col resto dell'Italia il tepore delle altre stagioni. Ci arrampichiamo sopra San Pietro e da lì vediamo gente camminare ovunque e più giù quattro donne del paese che si lavano al fiume. Le osserviamo, tuttavia prevediamo di oltrepassarle in scioltezza ed arrivare alla città più vicina, anch'essa posta in montagna. Decidiamo di bussare casa per casa al fine di ottenere - per carità o per denaro - del pane. Quale coraggio non si ha per fame? Ci imbattiamo in un contadino che nutre una mucca. Gli chiediamo, con vergogna e sospiri e col volto pietoso, un tozzo di pane in cambio di denaro. Egli chiude immediatamente la recinzione e sale più in alto sulla collina. Dalla sua diffidenza abbiamo il sospetto che voglia denunciare la nostra presenza al sindaco. Facciamo diverse ipotesi e vogliamo solo salvarci dandoci alla fuga. Se lo stomaco ce lo permette, siamo determinati a conservare il denaro. Nel frattempo, un altro contadino scende dal suo carro portando delle corde: viene verso di noi, pensiamo che voglia arrestarci. Mentre prego, egli osserva attentamente il breviario Habermann fornitomi da un soldato e se ne va. L'anima mia ha un sussulto. Dopo di lui arriva un mercante portando pane per sei soldi e formaggio per quattro. Gli rendiamo lode, lo ringraziamo e ce ne andiamo. Continuiamo il nostro viaggio con gioia e rinnovata speranza, come se in pace e sicurezza potessimo attraversare le prossime località.

Abbiamo ora pane e formaggio. Siamo un po' spaesati ma troviamo presto la vecchia strada che conosciamo e la imbocchiamo.

Diverse cose destarono la nostra preoccupazione, soprattutto una fornitura di biancheria per il venerabile Tóbiás Masnitius che gli consentisse di poter indossare dei vestiti. Ormai non ne possedeva più e, oltre al copricapo arruffato, non aveva praticamente nulla a coprirgli il corpo. Vestendo indumenti sempre umidi avevamo pensato che fossero superflui.

Preoccupati, stiamo arrivando a una locanda abbandonata. Sto di fronte ad una pietra posizionata dinanzi alla porta come fosse un tavolo. Il reverendo Tóbiás entra in questa taverna deserta e trova un grosso sacco vuoto, ideale come biancheria: questa è sicuramente opera della Provvidenza! Lo prende di buon grado e lo lavora al fiume più vicino (egli indossò quella biancheria a Capracotta dopo che una donna gli diede del filo). Quest'indumento ha risolto la sua maggiore urgenza e gli è servito di conforto a che Dio non lo avrebbe lasciato in stato di necessità in futuro: seppure fosse morto per strada, il suo non sarebbe stato un nudo cadavere.

Siamo stanchi di nuove e abbondanti piogge, e ci dirigiamo verso un grande monastero abbandonato nel bosco. Entrati, lo studiamo e tentiamo di chiudere tutti i fori dei muri per riposare al suo interno. Per diverse ore cerchiamo invano di attizzare un fuoco e di ardere la legna per riscaldarci e asciugare i nostri indumenti.


János Simonides e Tóbiás Masnitius

(trad. di Francesco Mendozzi)


[continua...]

Fonte: F. Mendozzi, L'inaudito e crudelissimo racconto della prigionia capracottese e della miracolosa liberazione, Youcanprint, Tricase 2018.

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