• Letteratura Capracottese

L'inaudito e crudelissimo racconto (VIII)


La città d'Isernia illustrata da Tóbiás Masnitius.

CAPITOLO IV - Incarceratio, liberatio et peregrinatio

La liberazione dalla prigionia italiana

Mentre siamo detenuti da sei intere settimane senza alcun conforto umano ecco che il Signore ci prepara meravigliosamente un'insolita liberazione!

Quando alle avide guardie capracottesi, per la restituzione dei prigionieri, era stato promesso il pagamento di cento ducati, esse avevano deciso di rilasciarli e consegnarli.

A Napoli ci sono infatti alcuni commercianti di nazionalità tedesca coi quali sperano di incontrarsi e i cui servizi vengono utilizzati dai soldati e dagli ufficiali teutonici che Sua Maestà Imperiale ha inviato a Messina per appoggiare gli spagnoli contro i francesi. Inciampati per caso in questo discorso, i due hanno saputo da qualcuno - primo fra tutti il capitano - che in possesso delle guardie ci sono due carcerati. Dunque, questi mercanti erano già a conoscenza dei prigionieri (ovvero noi) e stavano solo aspettando l'occasione di parlarne ed acquistarli.

Il capitano Andreas Michaelis andò in visita dal tenente colonnello Johann Ferdinand von Rindsmaul a Capua perché voleva lasciare il servizio e tornare in Germania. Pretese una pensione militare. Visto che il tenente colonnello non poté accordargliela, in sostituzione del denaro che esigeva gli diede un mandato di rilascio detentivo. Il capitano lo offrì in vendita ai due commercianti, che si comportarono con rispetto e diligenza. Egli accettò venti ducati e altre regalie, consegnando ai mercanti il mandato (il capitano pensava che gli acquirenti ci avrebbero rivenduti in Armenia). L'accordo fu siglato davanti al governatore di Capua e, tra le altre cose, recitava:

“Questo regolamento autorizza Andreas Michaelis, o chi in sua vece, in cambio di venti ducati da consegnare alla guardia di Capracotta, ad ottenere l'immediato rilascio dei detenuti che si trovano nella prigione di Capracotta”.

Quanto documentato qui non abbiamo potuto scoprirlo se non dopo il nostro ritorno in Germania visto che in un primo momento eravamo in carcere, dopo perché impossibilitati dalle condizioni atmosferiche avverse eccetera.

Nel frattempo, il tenente colonello morì e il capitano Michaelis tornò in Germania.

I commercianti, dotati di grandi mezzi economici, sono andati ben due volte a Teano, una cittadina che si trova a metà strada tra Napoli e Capracotta. La prima volta non son riusciti a portarci via a causa del maltempo. La seconda volta hanno inviato a Capracotta un uomo - che si fingeva ufficiale - con due cavalli per prelevarci assieme alle guardie, a cui i commercianti avevano promesso venti ducati. Ma, visto che Capracotta era in allarme per i briganti, l'uomo ha acquistato soltanto della lana e se n'è andato senza di noi. Nel frattempo, i guardiani, che non potevano (o non volevano) lasciare la città, hanno annunciato la data - il giorno del Corpus Domini - in cui saremmo stati portati a Teano. I nostri benefattori, per la terza volta, stavano tornando a Teano nell'instancabile attesa del nostro arrivo. E così, nella mattinata del 13 giugno, in cui, per volere del papa, cade la solennità del Corpo del Signore, sono giunti quattro agenti. Sebbene avessero mantenuto fede alla promessa (tant'è che non hanno permesso agli alunni del ginnasio di farci visita), noi sapevamo dal giorno prima che ci avrebbero rilasciati. E, nel mentre stiamo ancora sdraiati a riposare, i quattro urlano di metterci in piedi e ci comunicano che ci porteranno via. Ci alzammo, recitammo brevi preghiere a Dio e uscimmo, scendemmo con barbe foltissime e fummo scortati fuori mentre la cittadinanza dormiva. Una vecchia pentola, i piatti e i libri che ci aveva dato il giovane Girolamo Baccari, li abbiamo consegnati al custode per restituirli al proprietario. È stato un inverno freddo perché le cime dei monti sono coperte di neve. Questa provincia ha un clima completamente diverso da quello della regione di Napoli: tali sono i nostri discorsi. Due uomini armati camminano davanti a noi e altri due dietro, uno dei quali tiene in mano la corda alla quale siamo legati.

Nel pomeriggio siamo andati alla taverna - quella dove avevamo rivisto György Lányi e dove, dopo la fuga, eravamo tornati a vendere i vestiti e la bottiglia, e il locandiere ci aveva avvisati del rischio di essere arrestati - e lì abbiamo pranzato coi soldati. Abbiamo mangiato e bevuto con la scorta che ci guidava. Eravamo stupiti da tanta generosità. Non sapevamo che i nostri benefattori (o acquirenti) gliel'avevano ordinato. L'oste stava a San Pietro per la processione. Il monastero era vicino alla sua locanda.

Quello stesso giorno, nel tardo pomeriggio, arrivammo a Isernia. Mostrammo alle guide il posto, poco lontano, nel quale ci eravamo avventurati. A Isernia ci fermammo a bere abbondante vino e a comprare un'insalata selvatica e scondita al mercato. Un abitante del posto ci diede del formaggio.

Nel frattempo, un alto sacerdote ci venne incontro, chiese il perché di quello stato e rise di noi. E quando chiedemmo l'elemosina non ci diede nulla, minacciando di mandarci alle galee, dicendo che eravamo robusti, giovani, coraggiosi e che eravamo i benvenuti a Napoli.

Veniamo guidati attraverso una città ampia e gradevole - sono tutti ricchi e opulenti - tanto che nel Regno di Napoli sembrano aprirsi le porte dell'abbondanza terrena. Notiamo che tutte le strade sono infiorate, coi festoni di rosmarino appesi alle porte e che pendono dai tetti, finché non ci perdiamo nello splendore della solenne processione celebrata proprio quel dì. Mentre andiamo in giro, un prete mosso a pietà ci dice: «Dio sia misericordioso con voi!».

Ma quando ci troviamo a oziare in piazza, un altro prete (malvagio) ci vede ridere e, disprezzandoci, dice che ci hanno giustamente condannati e puniti in quanto eretici, e che neghiamo, tra l'altro, la correttezza della pena inflittaci dalla Santa Chiesa. Siccome il religioso riceve una risposta ragionevole, seppur adirato, ci lascia andare. Non ci siamo risparmiati a nessuno e abbiamo risposto liberamente a tutti, quasi fossimo condannati a morte. Quell'apatia ha giovato al nostro mal di stomaco.

Partiamo da Isernia e, al calar delle tenebre, giungiamo alla taverna sotto Monteroduni, che si trova in collina ed è piuttosto grande.

A cena le guide ci invitano di nuovo al tavolo e ci offrono uova e verdure. Qui preparano un'insalata mista fatta di cardi, prezzemolo e mentuccia, condita con olio e aceto; non come a Isernia dove l'insalata l'avevamo acquistata totalmente scondita. Abbiamo dormito in cucina davanti a un fuoco acceso tutta la notte. Gli agenti della scorta sono stati con noi. Lungo quest'ultimo tragitto eravamo convinti che ci stessero portando nelle mani dei soldati imperiali e che fossimo diretti alle galee dove avremmo sperimentato esperienze peggiori di quelle vissute sinora. Abbiamo temuto che le guide avessero mentito ai nostri liberatori - e a Dio - nel volerci portare a Roma o da qualche altra parte, sebbene non sembrassero pensarci.

Il giorno seguente, il 14 giugno, facemmo colazione in una locanda in cui dormivano alcuni mercanti italiani. Parlavano di noi e, quando le guide dissero che i nostri compratori ci attendevano a Teano, questi hanno offerto venti ducati perché, a dir loro, eravamo forti e vigorosi, anche se in realtà non eravamo che pelle ed ossa per le lunghe sofferenze patite.

Nel pomeriggio arrivammo ad un'altra taverna isolata (in Italia ce n'è una ogni miglio). Una volta desinato, attraversammo un ponte. Le guide sciolsero le corde. Prendemmo dei cavalli e le guardie montarono alle nostre spalle. Il fatto che fossero salite a cavallo con noi ci fece sorgere degli strani pensieri. Quando eravamo vicini l'uno all'altro, dissi che non dovevamo disdegnare le preziose cure che i signori - sulla base di quanto affermato dalle guide - ci avevano riservato. Il reverendo Tóbiás Masnitius mi rispose: «Non credo ci aspetti nulla di meglio». Poi aggiunse: «Succede che quando un furfante viene portato al patibolo, lo si mette sul carro, perché ormai è sfinito, e le donne a volte lo seguono a piedi. Tuttavia, Dio può anche liberarci dalle galee ma, alla fine, verremo sopraffatti dalla sfortuna».

Verso le 2 del pomeriggio arrivammo in una taverna dove c'erano circa sessanta banditi. Avevano il loro capo, individuabile da com'era vestito. Avevano ricevuto la grazia dai napoletani impegnandosi a combattere in Sicilia contro i francesi. E, dopo aver ricevuto la grazia, erano venuti a Napoli. Mentre le guide bevono, alcuni di questi vengono da noi e, grazie a uno di loro che parla latino, apprendono la nostra storia. Tra di loro c'è un giovanotto che, digrignando i denti, maledice i capracottesi perché avevano arrestato degli uomini per bene. Nel frattempo chiede in lingua italica se non vogliamo che ci liberino. Poi ce lo chiede una seconda volta in latino. Noi abbiamo pensato: anche se ci liberassero dalle quattro guide, anche se promettessero di lasciarci andare liberamente e di condurci a Roma, essi ci porterebbero in Sicilia o a far scorribande. E così rispondiamo che la libertà l'aspettiamo da Dio, dalla morte o da qualcos'altro. A quel punto ci dicono: «Se non passeranno la notte assieme a voi, ti assicuro che stanotte verrete liberati! Alcuni vi seguiranno, altri vi precederanno, per liberarvi dalla schiavitù o dalla forca, perché siamo certi che non la meritate».

Tutti coloro che ci hanno ascoltato declamare il Credo, il Padre Nostro e le altre preghiere provenienti dalle Sacre Scritture, si sono meravigliati soprattutto perché la pietà è un sentimento rarissimo colà.

Quello stesso giorno, verso le 4 del pomeriggio, arrivammo a Teano. Qui, in una taverna di periferia, i nostri benefattori ci aspettavano in abiti militari.

Il "Monimentum" del Masnitius.

Prima di consegnarci, ci legano le mani dopo esser smontati dai cavalli, pensando che comportarsi spietatamente nei nostri confronti faccia piacere all'ufficiale. Mentre ci accompagnano, beviamo acqua da un cappello tutta d'un sorso. All'incontro restiamo un po' impressionati dal signor Johann Philipp Weltz in un bellissimo vestito di pelle morbida, e dal suo accompagnatore, il signor Johann Baptist Schanternell, anch'egli vestito da soldato. Domanda se conosciamo il tedesco: «Così così» rispondo.

Chiede poi come ci chiamiamo e glielo diciamo. Dà un'occhiata alla lista, annuisce e ci domanda dove sia il terzo, György Lányi. Gli diciamo che non lo sappiamo, dopodiché conferma il nostro status di ricercati in quanto fuggitivi. Ma immediatamente ci intima di star buoni, perché se è vero che siamo liberi per grazia divina, è anche vero che gli altri sono stati imbarcati sulle galee e giustamente dubitano della loro liberazione.


János Simonides e Tóbiás Masnitius

(trad. di Francesco Mendozzi)


[continua...]

Fonte: F. Mendozzi, L'inaudito e crudelissimo racconto della prigionia capracottese e della miracolosa liberazione, Youcanprint, Tricase 2018.

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