• Letteratura Capracottese

L'inaudito e crudelissimo racconto (IX)


Da Napoli a Roma sul Mar Tirreno.

CAPITOLO V

Coniecturæ analyticæ

Capracotta, 1° maggio 1675.

Al catasto erano iscritti 183 fuochi, circa un migliaio di persone. Di contro, le pecore erano 30.000, tutte transumanti come gli uomini che le governavano. V'erano banditi un po' ovunque e v'era pure un folto gruppo di teologi evangelici, scortati da militari germanici, che marciava coi piedi in catene sul nostro territorio: picchiati, umiliati, bastonati, vessati, ammazzati, accettarono la propria sorte come una sventura. Non esisteva grande rispetto per la vita umana e non v'era alcun conforto (se non nella fede in Dio) per chi era stato calunniato e condannato d'aver tradito la Patria.

In questa congerie d'accadimenti e congiunture, i diari di Valentino di Kocs, Giorgio Lani, Giovanni Simonide e Tobia Masnizio gettano una luce salvifica, squarciando quel velo di malora che a mio avviso ha storicamente avvolto il nostro paese: un paese bello e disgraziato perché unico nel suo genere.

Le tre narrazioni che avete letto cominciano una il pomeriggio di domenica 28 aprile a Pescopennataro, una il pomeriggio di lunedì 29 aprile, sulla strada che da Pescopennataro porta i prigionieri a Capracotta (dove l'infelice comitiva godrà d'un giorno di riposo), e l'ultima all'alba di mercoledì 1° maggio, quando, stabilitisi ormai sul nostro territorio, gli sventurati ripartirono alla volta di Napoli. Lányi fuggì all'istante e vagò dieci giorni per gli Abruzzi; Simonides e Masnitius fuggirono poche ore dopo a Isernia e, dopo tre giorni di cammino, il 4 maggio vennero riacciuffati dalla polizia capracottese e imprigionati. Grazie al tenace interessamento di due imprenditori tedeschi residenti a Napoli, i fratelli Georg e Johann Philipp Weltz, e dopo un complicato accordo, i due vennero liberati. Il povero Kocsi Csergő, infine, non riuscì ad evadere ed anzi visse l'intero calvario fino al porto di Napoli e, da lì, fino all'isola siciliana, costretto ad affrontare persino una battaglia navale nel Mediterraneo.

Ma per quanto riguarda specificamente Capracotta, che paese apparve agli occhi di questi sfortunati viaggiatori?

György Lányi sfiorò appena l'abitato poiché riuscì a fuggire in agro di Capracotta. Deciso a raggiungere l'Urbe, sbagliò più volte strada e decise di dirigersi prima ad est, verso il Mar Adriatico, poi, arrivato nei pressi di Ortona, fu costretto a una rapida retromarcia; dalla costa abruzzese mosse nuovamente verso l'Appennino centrale molisano, riattraversò la campagna capracottese, proseguendo correttamente verso Roma e arrivando così - attraverso Narni, Terni, Spoleto, Foligno, Tolentino, Macerata, Recanati e Loreto - al porto di Ancona, per raggiungere alfine l'agognata Germania.

János Simonides e Tóbiás Masnitius conobbero a fondo la giurisdizione e la società di Capracotta, un paese certamente contrito e sofferente, che meno di vent'anni prima, nel 1656, aveva patito «la miserabile, e sempre deploranda piaga del contaggio» della peste che mietè 1.126 vittime nella nostra cittadina, circa 240.000 in tutto il Regno di Napoli. Ma i due teologi slovacchi conobbero con mano anche una Capracotta militarizzata, permanentemente all'erta per le scorribande dei briganti, tanto che nel 1657 una masnada di banditi capitanata da Agostino del Mastro, detto Boccasenzossi, si era resa responsabile di una cruenta razzia in paese, con grassazioni, furti e omicidi. L'arciprete Pietro Paolo Carfagna non mancò di registrare quell'evento, scrivendo che «al dì 9 di luglio 1657 giorno di lunedì alle tredici hore fù il secondo, e sempre ricordevole flagello, che ha patito questa terra di Capracotta per l'invasione di banditi, li quali dopo esser assistiti per hore otto continue a saccheggiarla, senza rispetto, né di chiesa, né dei luoghi pij, hebbero tanta temerità d'uccidere in detti luochi sacri un sacerdote».

Nonostante ciò, Capracotta occupava allora il posto più alto nella classifica dei locati alla Dogana di Foggia sia per numero di animali sia per quantità di lana prodotta: nel 1671 il tavolario Pietro Schioppa, nel proprio apprezzo, dichiarava che «li animali ammontano al numero di 30.000», tanto che «tra i primi dieci venditori di lana nell'anno 1685 figurava un cittadino di Capracotta, certo Leone Andria, [Leonardo D'Andrea? n.d.a.] con 693 rubbi di lana». Insomma: un paese relativamente ricco, il nostro.

Ora, prima di passare alla disamina dei tre memoriali, è mia premura fare una precisazione lessicale: nel lavoro di traduzione, ogniqualvolta ho incontrato l'aggettivo «Italico», ho optato per una doppia interpretazione, nel senso che ho preferito utilizzare "italiano" quando la qualifica si riferiva a luoghi o persone, ed "italico" quando essa riguardava l'idioma. Anche se nel XVII secolo non esisteva una vera e propria nazione italiana, il corrispondente aggettivo veniva già largamente utilizzato, in contrapposizione ad "italico", che ancor oggi si riferisce ai popoli preromani che abitavano la Penisola.

Nel mio libro la storia comincia col capoverso finale del VI capitolo della "Narratio brevis de oppressa libertate ecclesiarum Hungaricarum" di Bálint Kocsi Csergő - tradotto dalla lingua latina col supporto del manoscritto ungherese del 1738 firmato da Péter Bod (1712-1769) - in cui viene sommariamente descritto il percorso effettuato dalla compagnia tra Pescopennataro e Capua, utilizzandolo come prologo e sunto al tempo stesso. Ho cercato di attenermi ai tempi verbali del Kocsi Csergő, intervenendo sporadicamente nell'aggiustamento dei periodi più complessi.

Partiti in nave da Trieste, i condannati approdano a Pescara il 23 aprile e, dopo la tremenda ascesa dei monti abruzzesi, seguendo probabilmente il tratturo Celano-Foggia prima e il tratturello Ateleta-Biferno po