• Letteratura Capracottese

L'inaudito e crudelissimo racconto (IX)


Da Napoli a Roma sul Mar Tirreno.

CAPITOLO V

Coniecturæ analyticæ

Capracotta, 1° maggio 1675.

Al catasto erano iscritti 183 fuochi, circa un migliaio di persone. Di contro, le pecore erano 30.000, tutte transumanti come gli uomini che le governavano. V'erano banditi un po' ovunque e v'era pure un folto gruppo di teologi evangelici, scortati da militari germanici, che marciava coi piedi in catene sul nostro territorio: picchiati, umiliati, bastonati, vessati, ammazzati, accettarono la propria sorte come una sventura. Non esisteva grande rispetto per la vita umana e non v'era alcun conforto (se non nella fede in Dio) per chi era stato calunniato e condannato d'aver tradito la Patria.

In questa congerie d'accadimenti e congiunture, i diari di Valentino di Kocs, Giorgio Lani, Giovanni Simonide e Tobia Masnizio gettano una luce salvifica, squarciando quel velo di malora che a mio avviso ha storicamente avvolto il nostro paese: un paese bello e disgraziato perché unico nel suo genere.

Le tre narrazioni che avete letto cominciano una il pomeriggio di domenica 28 aprile a Pescopennataro, una il pomeriggio di lunedì 29 aprile, sulla strada che da Pescopennataro porta i prigionieri a Capracotta (dove l'infelice comitiva godrà d'un giorno di riposo), e l'ultima all'alba di mercoledì 1° maggio, quando, stabilitisi ormai sul nostro territorio, gli sventurati ripartirono alla volta di Napoli. Lányi fuggì all'istante e vagò dieci giorni per gli Abruzzi; Simonides e Masnitius fuggirono poche ore dopo a Isernia e, dopo tre giorni di cammino, il 4 maggio vennero riacciuffati dalla polizia capracottese e imprigionati. Grazie al tenace interessamento di due imprenditori tedeschi residenti a Napoli, i fratelli Georg e Johann Philipp Weltz, e dopo un complicato accordo, i due vennero liberati. Il povero Kocsi Csergő, infine, non riuscì ad evadere ed anzi visse l'intero calvario fino al porto di Napoli e, da lì, fino all'isola siciliana, costretto ad affrontare persino una battaglia navale nel Mediterraneo.

Ma per quanto riguarda specificamente Capracotta, che paese apparve agli occhi di questi sfortunati viaggiatori?

György Lányi sfiorò appena l'abitato poiché riuscì a fuggire in agro di Capracotta. Deciso a raggiungere l'Urbe, sbagliò più volte strada e decise di dirigersi prima ad est, verso il Mar Adriatico, poi, arrivato nei pressi di Ortona, fu costretto a una rapida retromarcia; dalla costa abruzzese mosse nuovamente verso l'Appennino centrale molisano, riattraversò la campagna capracottese, proseguendo correttamente verso Roma e arrivando così - attraverso Narni, Terni, Spoleto, Foligno, Tolentino, Macerata, Recanati e Loreto - al porto di Ancona, per raggiungere alfine l'agognata Germania.

János Simonides e Tóbiás Masnitius conobbero a fondo la giurisdizione e la società di Capracotta, un paese certamente contrito e sofferente, che meno di vent'anni prima, nel 1656, aveva patito «la miserabile, e sempre deploranda piaga del contaggio» della peste che mietè 1.126 vittime nella nostra cittadina, circa 240.000 in tutto il Regno di Napoli. Ma i due teologi slovacchi conobbero con mano anche una Capracotta militarizzata, permanentemente all'erta per le scorribande dei briganti, tanto che nel 1657 una masnada di banditi capitanata da Agostino del Mastro, detto Boccasenzossi, si era resa responsabile di una cruenta razzia in paese, con grassazioni, furti e omicidi. L'arciprete Pietro Paolo Carfagna non mancò di registrare quell'evento, scrivendo che «al dì 9 di luglio 1657 giorno di lunedì alle tredici hore fù il secondo, e sempre ricordevole flagello, che ha patito questa terra di Capracotta per l'invasione di banditi, li quali dopo esser assistiti per hore otto continue a saccheggiarla, senza rispetto, né di chiesa, né dei luoghi pij, hebbero tanta temerità d'uccidere in detti luochi sacri un sacerdote».

Nonostante ciò, Capracotta occupava allora il posto più alto nella classifica dei locati alla Dogana di Foggia sia per numero di animali sia per quantità di lana prodotta: nel 1671 il tavolario Pietro Schioppa, nel proprio apprezzo, dichiarava che «li animali ammontano al numero di 30.000», tanto che «tra i primi dieci venditori di lana nell'anno 1685 figurava un cittadino di Capracotta, certo Leone Andria, [Leonardo D'Andrea? n.d.a.] con 693 rubbi di lana». Insomma: un paese relativamente ricco, il nostro.

Ora, prima di passare alla disamina dei tre memoriali, è mia premura fare una precisazione lessicale: nel lavoro di traduzione, ogniqualvolta ho incontrato l'aggettivo «Italico», ho optato per una doppia interpretazione, nel senso che ho preferito utilizzare "italiano" quando la qualifica si riferiva a luoghi o persone, ed "italico" quando essa riguardava l'idioma. Anche se nel XVII secolo non esisteva una vera e propria nazione italiana, il corrispondente aggettivo veniva già largamente utilizzato, in contrapposizione ad "italico", che ancor oggi si riferisce ai popoli preromani che abitavano la Penisola.

Nel mio libro la storia comincia col capoverso finale del VI capitolo della "Narratio brevis de oppressa libertate ecclesiarum Hungaricarum" di Bálint Kocsi Csergő - tradotto dalla lingua latina col supporto del manoscritto ungherese del 1738 firmato da Péter Bod (1712-1769) - in cui viene sommariamente descritto il percorso effettuato dalla compagnia tra Pescopennataro e Capua, utilizzandolo come prologo e sunto al tempo stesso. Ho cercato di attenermi ai tempi verbali del Kocsi Csergő, intervenendo sporadicamente nell'aggiustamento dei periodi più complessi.

Partiti in nave da Trieste, i condannati approdano a Pescara il 23 aprile e, dopo la tremenda ascesa dei monti abruzzesi, seguendo probabilmente il tratturo Celano-Foggia prima e il tratturello Ateleta-Biferno poi, raggiungono «Peskulo Penaterium» dopo cinque giorni di marcia, nel pomeriggio di domenica 28 aprile, due settimane dopo la Santa Pasqua, trascorsa a Trieste. Il giorno seguente il gruppo giunge nel nostro paese con l'intenzione di riposarvi un'intera giornata. In quelle poche righe dell'82° capoverso trovo degno del massimo interesse il giudizio dell'autore su Capracotta (o sulla stalla in cui riposò assieme ai suoi colleghi il 30 aprile) definita senza mezzi termini un «sordido quodam loco», un posto che gli apparve sporco e misero, evidentemente non solo per le sofferenze patite. Altrettanto singolare è l'orazione pubblica dei salmi (Kocsi Csergő li rammenta con precisione) utilizzati non tanto per ottenere la grazia di Dio quanto per mitigare il cuore degli aguzzini germanici, cosa che effettivamente avvenne con la rimozione delle catene ai piedi.

L'uomo che ebbe il merito di liberare definitivamente gli ultimi ministri evangelici arruolati sulle navi, tra cui Bálint Kocsi Csergő, fu l'ammiraglio olandese Michiel de Ruyter (1607-1676). E alcuni anni dopo la tremenda avventura italiana, il predicatore ungherese rivide anche il compagno György Lányi, ammettendo che «sono stato contento di rivederlo e di potergli chiedere cosa fosse successo dopo che ci separammo nella città di Capracotta».

La trattazione de "L'inaudito e crudelissimo racconto" prosegue coi capoversi 53-78 e 100 - tradotti direttamente dal latino con l'aiuto dell'edizione tedesca del 1677 - contenuti nella III e IV sezione della "Narratio historica" di György Lányi, presentati in una forma narrativamente agevole che non sacrifica troppo lo stile romanzesco né tradisce la fedeltà lessicale.

La "Narratio historica" è scritta in prima persona con una consecutio temporum non sempre impeccabile; tuttavia, ho preferito lasciare intatta la narrazione in prima persona, limitandomi ad accomodare tra loro i tempi verbali - privilegiando l'indicativo presente - per agevolare la lettura e rendere accattivante lo stile d'un diario di viaggio. I capoversi della "Narratio historica" che ho selezionato vanno dal 53°, in cui Lányi arriva per la prima volta a Capracotta, al 78°, in cui lascia nuovamente e definitivamente il nostro paese per raggiungere prima Castel di Sangro e poi Opi, diretto a San Donato Val di Comino. Inoltre ho chiuso la traduzione col 100° capoverso, nel quale il protagonista riporta la notizia della fuga di János Simonides e Tóbiás Masnitius, anticipando la storia successiva.

In quei capoversi è narrato l'errabondo peregrinare di un prete di 29 anni impaurito ed affamato, stanco e spossato, che corre diciannove pericoli sui confini sangritano e trignino (Lányi li conteggia uno ad uno, e alla fine saranno ventinove). I rischi provengono dai suoi incontri più disparati con semplici contadini, soldati, sacerdoti, locandieri e animali selvatici.

Al di là dell'importanza intrinseca che il suo memoriale riveste per i capracottesi, credo che nell'opera di Lányi vi siano altri elementi di autentico interesse per le popolazioni altomolisana, altosangritana e altovastese che qui tenterò di sviscerare, seguendo la cronologia dei suoi spostamenti.

Nonostante il riposo pianificato, Lányi è convinto di arrivare a Napoli il 3 maggio, a due soli giorni di cammino. Egli utilizza come unità di misura itineraria il miglio germanico (circa 7,4 km.), impiegato in quasi tutte le opere di geografia composte nei paesi compresi nelle famiglie germanica, slava e uraliana. Ciò non toglie che, parlando di «sex plus minus Neapoli milliaribus» (che equivale a una distanza di circa 44 km.), egli sembra non conoscere la reale lontananza della città partenopea da Capracotta: a quella distanza corrispondeva il confine tra il Contado di Molise e la Terra di Lavoro - e corrisponde grossomodo a quello odierno tra Molise, Lazio e Campania - da cui emerge una sineddoche geografica, come se la Campania Felix fosse da considerarsi "area metropolitana" di Napoli.

Il racconto presenta sin da subito esperienze di morte, poiché a Chieti i militari abbandonano in fin di vita sei preti: questi rispondono al nome di Péter Czeglédi, István Móricz Harsányi, Mihály Huszti, János Kóródi, Mihály Miskolczi e János Szecsei. Nella notte tra il 28 e il 29 aprile era invece stato ucciso Sámuel Nikléczi che, per le inenarrabili sofferenze patite, aveva chiesto di poter morire. Ben prima, sulle Alpi Giulie - nel tragitto in convoglio tra Vienna e Trieste - era morto un altro ministro, Miklós Borhidai.

Sempre quel 29 aprile, sulla strada che da Pescopennataro porta a Capracotta, muore pure Gergely Edvi Illés, a cui i militari teutonici, a causa dell'età e delle condizioni di salute, avevano concesso di viaggiare a dorso d'asino. Tuttavia, durante la prigionia, Simonides e Masnitius apprenderanno che il cadavere di Illés fu ritrovato e seppellito in paese dai nostri concittadini. Nei pressi di Aversa, infine, spira Mihály Gócs (1604-1675), e in un ospedale di Napoli, il ministro riformato István Füleki.

Nel diario di Lányi Capracotta non viene descritta in alcun modo poiché la carovana non vi fece ingresso, alloggiando per più di ventiquattr'ore in una stalla di campagna. D'altronde, a quel tempo il nostro paese era costretto nel borgo fortificato della Terra Vecchia e Lányi fugge nelle adiacenze di Capracotta «per jugum montis illius profecti venimus a sinistro latere ad locum quendam declivem». La mia opinione è che i prigionieri riposino a nord di Capracotta tra Sotto la Terra e il Bosco Difesa, da dove ripartono alla volta di Isernia. A quel punto, comparsa una «sylva rara» a sinistra, nel punto in cui il Monte Capraro digrada nella valle del Sangro, Lányi decide di fuggire verso sud, lungo un sentiero pendente selvaggio e inesplorato che corrisponderebbe al vallone Molinaro. Scollinato all'altezza della Lamatura, prosegue sulla destra, nel bosco di Pescobertino, giungendo alla catena della Montagna. Col Monte Civetta a sinistra egli poi discende «ejus montis transcendens verticem, [...] in vallem proximam», mentre il resto della compagnia avanza in direzione di San Pietro Avellana, un «oppidum quoddam ad radices collis non adeo excelsi situm», adagiato ai piedi di Monte Miglio.

Solo dopo essere giunto al monastero benedettino di San Pietro e alla pertinente taverna (dove sente nominare János Szomódí da Szendrő), e dopo esser caduto in una buca, Lányi comincia davvero a dirigersi a oriente, verso Agnone, dove effettivamente arriva nella serata del 1° maggio e nel cui xenodochio, tra mille timori, trascorre la prima notte da uomo libero. Nel racconto egli sbaglia a trascrivere il nome di Agnone: invece di Anglonum scrive «Pesculus Langnoni» e, più avanti, semplicemente «Langnon».

Il 3 maggio Lányi raggiunge «Sent Dra», riferendosi chiaramente all'area archeologica di Pietrabbondante, di cui Sant'Andrea è una contrada. È assai probabile che le rovine che egli vede siano di gran lunga maggiori di quelle odierne, tanto che - aiutato dagli autoctoni in quanto «Latinitatis [...] ignarus et rudis» - individua il luogo in cui operava il vittimario, colui che nell'antica Roma assisteva il sacerdote durante il rito sacrificale uccidendo la vittima ed estraendone le viscere. Il 4 maggio giunge a «Caroniam» ma, poiché nei dintorni di Pietrabbondante non v'è alcun toponimo antico od attuale che rimandi a Caronia, l'ho tradotto con Duronia, bel paesino arroccato sull'antico tratturo Lucera-Castel di Sangro.

Il viaggio errabondo prosegue domenica 5 maggio a «Freysa», l'attuale Fresagrandinaria, nel Chietino, e a «Guastam, urbem maritimam», ovvero la bellissima città del Vasto, dove viene ricevuto in un monastero domenicano. Il giorno successivo, dopo il rifiuto di un armatore vastese di prenderlo a bordo, Lányi decide di andare a Ortona in cerca di un'altra nave disposta ad imbarcarlo ma, a causa dei cinghiali incontrati in una sorta di girone dantesco, si convince a tornare definitavamente indietro, oramai deciso a raggiungere Roma e la sua magnificenza papale.

Vista la descrizione che ne fa, il villaggio raggiunto lunedì 6 maggio a tarda ora è probabilmente Lentella. A quel tempo il paese si chiamava Lentula e la torre intravista potrebbe essere il campanile della Chiesa di S. Maria Assunta, antecedente al XIV secolo e posta sul punto più alto dell'abitato. Spaventato dal mandato di cattura giunto da Vasto, Lányi, nei tre giorni successivi, oltrepassa gli «oppidis Santi Boni, Castellione et Rosa Spinalveti», dove il secondo toponimo si riferisce senza dubbio a Castiglione Messer Marino.

Il 10 maggio entra nuovamente ad Agnone, i cui abitanti cominciano a ricordarsi di lui visto che nove giorni prima aveva dormito in paese. Impaurito da questa inaspettata notorietà decide di scalare un monte - «adscendo montem, vixque ejus attingo fastigium» - arrivando così ad «Alvastam»: qui il toponimo è piuttosto ambiguo, in quanto si potrebbe legittimamente pensare a Vastogirardi ma questo comune, tra i tanti nomi della storia, presenta Castrum Girardi, Guasti Belardi o Guardia Gilardo, tutti piuttosto lontani dall'Alvastam dell'intimorito pellegrino.

La mia ipotesi è che possa trattarsi invece della contrada Guastra, ipotesi avvalorata dallo stesso Lányi quando parla d'una distanza da Capracotta di «ter mille abest passibus», 3.000 passi, circa 4,5 km. Inoltre, pur muovendosi in campagna, l'autore richiama Capracotta nei titoli dei capoversi 75-76, il che avvalora ancor più la tesi secondo cui la sua Alvastam sia la nostra Guastra. A ciò aggiungo che da quella posizione egli vede chiaramente «desertæ domus ruderibus in loco huic civitati proximo», i ruderi di case abbandonate, tanto da convincermi che si tratti del Casale di S. Nicola delle Macchie, disabitato all'indomani della tante volte menzionata epidemia di peste.

A questo punto, se Lányi dorme davvero in una locanda di Guastra, la cappelletta di campagna (nella quale la mattina di sabato 11 maggio incontra i due ceffi) potrebbe essere la Chiesa di S. Croce al Verrino, un edificio religioso che compare nelle pagine di storia dopo la donazione effettuata il 29 novembre 1336 da Gualtiero di S. Croce al vicino cenobio agnonese di S. Maria a Maiella «per istituirvi un convento della congregazione» celestiniana. Non ci sono dubbi, infine, sul fatto che «Castellum Sangueri» sia Castel di Sangro e che «per Vallem Regiam, [...] quod Oppia cognominatur» si tratti di Opi, al centro di quella che ancor oggi viene definita Vallis Regia, antichissimo polmone verde posizionato nel cuore del Parco nazionale d'Abruzzo, Lazio e Molise.

Oltre ai suoi continui spostamenti geografici, un altro elemento di rilievo sta nell'utilizzo della bugia come mezzo di sopravvivenza o, perlomeno, di captatio benevolentiæ. Lányi mente spudoratamente ad albergatori, militi e contadini, conscio di commettere peccato in quanto consapevole d'aver meritato il castigo divino.

Egli afferma - «plurimas me ad apostasiam seducentium» - di aver subìto più volte le lusinghe dell'apostasia, ovvero il ripudio totale e definitivo del proprio credo. La possibilità di rischiare la propria vita in favore di un dio sembra oggi qualcosa di anacronistico, se non di addirittura ridicolo, ma nel XVII secolo il lato malvagio dell'Inquisizione era ancora vivissimo: proprio agli inizi del '600 vennero infatti celebrati i processi di Giordano Bruno e Galileo Galilei, e fino alla prima metà del '700 la caccia alle streghe era una prassi consolidata, specialmente nel Sannio.

Ma György Lányi ammette di subire il fascino oscuro delle nostre terre fin da quando, nella buca in cui era precipitato, rinviene una «divina virgula», una bacchetta divinatoria per curare i malati cronici, segno pernicioso di stregoneria, e ancor più quando scrive di avere «animo valde perturbatus, [...] magiam dæmoniacam Italis maxime esse in usu, ne forte ejusdem fascino mihi hæc omnia obveniant». Mi sembra inutile evidenziare che un uomo di Dio, di qualsivoglia religione abramitica, non debba cadere preda della superstizione o di confuse rimembranze pagane, ma forse il buon pastore aveva l'animo talmente scosso da veder vacillare la propria fede: alla luce dei fatti, non me la sento di biasimarlo.

Il terzo racconto che ho tradotto è "Incarceratio, liberatio et peregrinatio" di János Simonides e Tóbiás Masnitius, di cui non ho potuto visionare l'originale, basandomi interamente su altri libri, primo fra tutti "A magyarországi gályarab prédikátorok emlékezete" di László Makkai. Per avere una corretta visione d'insieme l'ho tuttavia confrontato passo passo con la "Galeria omnium sanctorum" - un itinerario del viaggio firmato dallo stesso Simonides e raccolto due secoli dopo da András Fabó (1810-1874) - e, in termini generali, coi "Fata Aug. Conf. ecclesiarum" del predicatore Martin Klanicza (1740-1810). Fondamentale è stata poi l'edizione slovacca di Jozef Minárik (1922-2008), in cui il memoriale è stato forse rivisto e modernizzato: la "Väznenie, vyslobodenie a putovanie" è stata pubblicata nel 1981 a Bratislava rispolverando e traducendo in slovacco il voluminoso itinerario originale di Simonides e Masnitius.

Da quel libro ho infatti estrapolato il XVIII, il XIX e parte del XX capitolo. Il secondo dei tre capitoli ha goduto della preziosa ed irrinunciabile traduzione della slovacchista dott.ssa Roberta Rocchi, coadiuvata dalla prof.ssa Renáta Kamenárová, da Jakub Duchovič e dalla dott.ssa Cardia Jačová. Gli altri capitoli li ho tradotti personalmente dopo le correzioni d'un revisore professionista.

Una particolarità del testo slovacco - di cui mi ha informato la traduttrice - consiste nell'alternanza di due tempi verbali: il passato e il presente storico. Si tratta di una caratteristica molto diffusa nei testi narrativi slovacchi, che contribuisce a conferire una maggiore immediatezza e vividezza all'ordito. In italiano, utilizzare il presente storico e il passato remoto nel medesimo testo non è invece pratica comune ma, per scongiurare un eccessivo appiattimento della narrazione, ho preferito restare quanto più fedele ai tempi verbali del Simonides, cercando di rispettare i suoi flashback e le sue prolessi.

Simonides e Masnitius - 27 anni il primo, 35 il secondo - riescono ad evadere nel pomeriggio del 1° maggio «ad Lisernam civitatem» mentre attraversano un vigneto e, dopo tre giorni di vagabondaggio, il 4 entrano nel nostro paese all'altezza della Cappella della Madonna di Loreto per venire arrestati e incarcerati da due guardie della nostra Università. Ma prima di giungere a Capracotta, il cammino a ritroso compiuto da Isernia è irto di pericoli.

Essi dormono sui prati e fanno diversi incontri con pastori, contadini, soldati e custodi di bestiame, ai quali via via vendono parti delle proprie vesti per acquistare cibo.

La mattina del 3 maggio i due sono a «Majorana», un luogo che non sono riuscito ad individuare poiché non ho scovato alcun toponimo pentro che rassomigliasse a quel nome, se non il Monte Maggiorano, estrema appendice del Matese. In serata essi raggiungono la taverna di San Pietro Avellana ma il giorno seguente, sempre guardinghi, ai primi bagliori del mattino, decidono di riposare all'interno d'un grande monastero abbandonato. A mio avviso quell'edificio - di cui sono tuttora visibili i ruderi nel bosco - potrebbe essere il monastero di «Sancti Iohannis de Monte Caprarum», menzionato in un memoratorium scritto da tre diverse persone negli ultimi mesi del 1171 e successivamente trascritto a Montecassino da padre Mauro Inguanez (1887-1955).

La vera specificità dell'itinerario del Simonides, che «rappresenta la più notevole immagine d'Italia nella letteratura slovacca della seconda metà del Seicento», sta nel racconto della prigionia capracottese, che comprende tanto i luoghi quanto i tipi umani. Difatti, l'autore tratteggia i caratteri delle persone incontrate durante il periodo detentivo, dall'illuminato arciprete Pietro Paolo Carfagna al concionatore meneghino Antonio Cauliano, fino ai chierici Domenico e Biagio De Gabriele e agli alunni del ginnasio, tra cui il buon Girolamo Baccari. Tornato in Germania, Masnitius pubblicherà nel 1679 un testo dedicato proprio a Carfagna e Cauliano, «dominis meis honorandis», per ringraziarli in qualche modo del trattamento ricevuto «ex oppido vestro Capracotta» e per rammentar loro, in breve, la disavventura italiana.

Ma chi erano davvero le persone menzionate dal Simonides?

Il primo personaggio, Pietro Paolo Carfagna (1618-1685), è celebre per essere stato l'involontario protagonista tanto dell'epidemia di peste del 1656, ammalandosi e guarendo dopo tre mesi, quanto del saccheggio di Boccasenzossi, quando fu sequestrato e torturato per giorni. Il Carfagna, discendente d'una secolare e valorosa famiglia di combattenti, fu arciprete dal 1638 fino alla sua morte, governando la nostra chiesa per ben quarantasette anni. Il 20 ottobre 1640, con bolla del vescovo Carlo Scaglia, fu anche nominato «rettore della Chiesa di S. Amico e della cappellania di S. Salvatore di Agnone». L'arciprete fu poi il maggior promotore della ricostruzione della Chiesa Madre dopo il 1657, «il che comportava la sua demolizione», un'impresa che si concluse ottant'anni dopo. Non a caso, Simonides, recluso durante quei lavori di demolizione e ricostruzione, ricorda che a Capracotta la Chiesa dell'Assunta, situata sopra la prigione, veniva chiamata officium, nell'accezione di "ufficio per lo svolgimento di funzioni politiche, religiose e sociali".

Del secondo personaggio, Antonio Cauliano, rettore della scuola di Capracotta, è difficile fornire informazioni biografiche ma il suo nome compare nel necrologio degli «alia studia Sacræ Theologiæ et lectores generales deputantur» - ovvero quei francescani deputati alla lettura e allo studio delle opere di teologia - nella Chiesa di S. Maria Nuova di Fano, al tempo del papato di Innocenzo XI. Visto che questi fu eletto al soglio pontificio nel 1676, si può ricavare che padre Cauliano entrò nel convento fanese almeno un anno dopo il rettorato al ginnasio capracottese. Le tracce del francescanesimo a Capracotta sono d'altronde evidenti in personaggi storici e luoghi di culto, dalla Chiesa di S. Antonio di Padova alla Cappella di S. Maria delle Grazie interna al Palazzo Baccari, per non parlare delle figure di padre Antonio da Capracotta e di fra' Daniele da Capracotta, primo ministro della provincia di Sant'Angelo in Puglia.

Biagio De Gabriele, invece, all'inizio della storia appare in veste di custode della chiesa, per essere promosso a diacono - una figura che affascina gli evangelici per la possibilità di contrarre matrimonio - nell'assistenza dell'arciprete Carfagna. Anche se il suo patronimico sembra esser andato perduto, egli era certamente capracottese, visto che durante la peste abbiamo nove morti di quella famiglia. Ho avuto modo di appurare, grazie al lavoro di ricerca effettuato nell'archivio parrocchiale, che il diacono De Gabriele si sposò il 12 ottobre 1675 - quattro mesi dopo la liberazione degli slovacchi - con Maria Vorraine: a celebrare il matrimonio fu lo stesso Carfagna.

Per quanto riguarda infine Girolamo Baccari, abbiamo notizie sparse sulla sua famiglia ma nessuna che lo riguardi personalmente.

Tornando all'analisi del testo, rammento che i prigionieri furono liberati giovedì 13 giugno: oltre ad essere la festa del Corpus Domini (nella domenica successiva sarebbe caduta la SS. Trinità), a Capracotta si festeggiava l'anniversario della fondazione della congregazione oratoriana di san Filippo Neri, istituita nel 1604 per volere del vescovo Giulio Cesare Mariconda. È curioso come anche gli oratoriani si considerassero "preti riformati", zelanti ed entusiasti «sia nei sermoni e nell'amministrazione dei sacramenti, sia nell'assistenza ai moribondi, come nel tenere scuole pubbliche e officiare la chiesa». È pure importante annotare che Simonides indica ogni data attraverso una solennità religiosa, tanto che, a partire dalla Pasqua, celebrata il 14 aprile 1675, oltre alla SS. Trinità e al Corpus Domini, egli accenna al giorno dell'Ascensione (quaranta giorni dopo la Pasqua) e alla festa dello Spirito Santo (l'ottava domenica dopo la Pasqua).

Per quanto riguarda i luoghi visitati dai due fuggitivi, il primo è la Cappella della Madonna di Loreto e la pertinente taverna. È legittimo credere che un santuario come il nostro, per la posizione in cui sorgeva e per la natura che lo contraddistingueva - testimone perenne di viaggi, transumanze e pellegrinaggi - in passato fosse affiancato da una locanda. Se infatti lo xenodochio di Capracotta era presso una delle porte di accesso al borgo (l'odierna via Arco), della taverna di Santa Maria di Loreto non vi sono prove scritte, sebbene, vista la certificata ricchezza della dotazione zootecnica della sua congregazione, è pensabile che anche la locanda fosse gestita da quegli amministratori. Simonides cita anche una grossa croce in legno senza precisare se sia quella posta dinanzi al santuario - e che oggi ritroviamo identica in ferro battuto - o quella su Monte Campo.

Il secondo edificio descritto dai due prigionieri è il carcere di Capracotta, situato al di sotto della Chiesa Madre e affacciantesi su via Roma, dove anticamente - come riferiscono Simonides e Masnitius - vi erano botteghe ed officine che sono sopravvissute fino ai primi anni del secondo dopoguerra. Il carcere, a detta loro, era freddo, sporco ed infestato dalle pulci: non faccio fatica a crederci.

Nel racconto Capracotta emerge in tutta la sua arretratezza di usi, costumi e architetture, meritando gli elogi per quanto riguarda la bontà dei formaggi e la curiosità di donne e bambini, molto generosi nel donare beni di conforto ai carcerati. Veniamo infine a conoscenza di un ulteriore attacco brigantesco del 10 giugno 1675, durante il quale l'intera popolazione fu solerte ad imbracciare le armi per difendere la comunità: un gesto di antica solidarietà che oggi sembra irrimediabilmente perduto.

In conclusione, mi permetto di esprimere un'opinione circa i tre memoriali sui quali ho lavorato e, più in generale, sulla vicenda dei preti d'Ungheria ritrovatisi, per un capriccio delle Parche, sul suolo di Capracotta in una fredda primavera di tre secoli e mezzo fa. Negli scritti di quegli sventurati non v'è ombra di rabbia, d'odio né, tantomeno, di rappresaglia morale nei confronti di inquisitori e militari. Loro sapevano - come so io - che le avversità sono opportunità.



Francesco Mendozzi

Fonte: F. Mendozzi, L'inaudito e crudelissimo racconto della prigionia capracottese e della miracolosa liberazione, Youcanprint, Tricase 2018.

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