• Letteratura Capracottese

«Un paese vuol dire non essere solo»


Via Carfagna e la Terra Vecchia (foto: A. Mendozzi).

Un paese vuol dire non essere solo, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c'è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti.

Ho riscoperto il mio paese nel volto dei capracottesi emigrati negli Stati Uniti e in Canada durante una visita compiuta qualche mese fa da una delegazione a Burlington, Leamington e Hamilton. Ho rivissuto con essi, in un caldo colloquio fatto di parole e di sguardi, il tempo dell'infanzia e della prima giovinezza. Non saprei scrivere una riga se rompessi il filo d'oro che mi lega all'infanzia. La vita è memoria: spesso i ricordi dell'infanzia si sposano alle speranze per non abbandonarsi alle nostalgie. La memoria genera speranza. Nei ricordi non c'è rimpianto, ma un riportare al cuore il mistero della vita e dell'amore. A me interessa tanto la storia dei cuori, la vita del popolo semplice, il cammino delle famiglie e della gente comune: per questo mi piace accostare tutti senza distinzione e dare a tutti una parola di speranza e di gioia. L'esperienza vissuta tra i miei paesani d'America e gli incontri "faccia a faccia" sono stati un'occasione propizia per una dilatazione della capracottesità e per un arricchimento di umanità.

I sei fratelli Paglione (Carmine, Pasquale, Giuseppe - l'instancabile animatore del meeting e promotore del Monumento all'Emigrante insieme alla stupenda moglie Peggy -, Mario, Franco, Colomba con il "grande marito" Ennio), i sei fratelli Sozio (con il vulcanico Bruno), i dieci figli di Angeluccio Paglione con le loro famiglie e tanti altri amici mi hanno fatto rivivere il tempo passato, hanno ampliato l'orizzonte della memoria e dilatato il cuore.

"Io sono del paese della mia infanzia": paese di montanari e di nomadi. L'unica patria in cui mi riconosco, dove ho succhiato il latte materno e attinto la linfa vitale, che mi hanno dato la forza, la capacità e la grazia di essere sacerdote della Chiesa universale e cittadino del mondo.

Il paese: il luogo delle nostre origini, il punto in cui iniziamo, il punto in cui siamo "maiuscoli". Non conosco nessuno che viva senza un inizio. Nessuno che sia "libero" del tutto. I punti di inizio più facilmente reperibili, poiché comuni a tutti, sono: la famiglia e il luogo di origine, cioè quel luogo dotato di nome che compare sulla prima carta di identità. Appena nasciamo possiamo essere localizzati e indicati. Abbiamo subito un "da chi" e un "qui". E quando il tuo "qui" è un paese di montagna, come nel mio caso (Capracotta) il tessuto sociale ti fa credere che di solito si viva nel posto in cui si è nati. Ogni ritorno è motivo di gioia, perché in quel posto antico e sempre nuovo si avverte che la solitudine scompare e si riacquista una dimensione umana, assaporando i ricordi dell'infanzia, che fanno parte ormai del mondo dei propri sogni. Quelli che incontri e che ti gridano "ben tornato" hanno un po' la tua fisionomia e parlano non solo il tuo stesso dialetto ma con il tuo stesso accento, le stesse sfumature e la tua stessa cadenza. Incontrando gli emigrati ho avuto la sensazione - per una sorta di operazione di "chirurgia geografica mentale" - che continuano a vivere nel posto in cui sono nati, frequentando persone che provengono dalla loro terra, con cui condividono la lingua e forse anche i pensieri. Sentono che il luogo di origine, il paese, inteso come suoni, come odori e come sapori è vicino. Anche i figli ed i nipoti degli emigrati del primo Novecento, degli anni '20 e degli anni '50 desiderano tornare in Italia, a Capracotta, perché la sentono come patria, perché sta scritto sulla loro identità, perché credono che sia il posto in cui possono sentirsi maiuscoli. In una società liquida che inaridisce le sorgenti del nostro essere, il paese fa crescere l'anima, la strappa dalla tirannia dell'avere e la innesta nella liberante dimensione del gratuito. Il paese, in tutte le sue espressioni multiformi, appare ancora la vera, la sicura, la profonda forza che invita alla speranza. Non è solo argomento delle nostalgie, la terra lontana e abbandonata, dove la prima infanzia e la pensosa adolescenza sognarono lungamente davanti al candore dei suoi monti, sotto la dolcezza delle sue lune di primavera, più dolci e più lievi del grano maturo. È il custode prodigioso di tutte le energie della propria famiglia, è la culla, lo scrigno di tutti i germi della vita e della potenza, della bellezza e del valore, dei sentimenti e delle passioni.

Nel cerchio dei monti, come all'ombra dei faggi, come nelle case raccolte, la meditazione del montanaro non è triste. Ogni pietra nasconde una sorgente di ricchezza, ogni silenzio vi genera un'idea, ogni angolo traduce una riflessione che nutre sempre un sogno di forza e di vita. L'uomo di paese è possente nella sua rudezza perché ha fede, è vigoroso nella sua fierezza perché è semplice. Proprio in questi giorni un giovane regista italiano, Federico Ferrone, ha presentato al TER Festival a Roma un suo nuovo lavoro, "Merica", che affronta il tema del cambiare il proprio "qui" nel desiderio pressante di ritorno alla propria terra di origine. Sembra tradurre i pensieri accorati di un poeta molisano, Sabino D'Acunto, che in "Elegia molisana", così si esprime:


Come vorrei lungo i tuoi tratturi,

terra mia dolce, unirmi ai tuoi pastori

che lenti vanno e muti come numi

antichi nel silenzio sopra l'erbe;

o per le strade unirmi ai pellegrini

a ritrovar la fede dei miei padri

dietro un ramo intarsiato fatto croce...


Il capracottese emigrato immagina che Monte Campo e Monte Capraro veglino da millenni sulla sua gente che ha vissuto di rinunce e di miseria, in una terra dove la fatica è dura e la speranza amara, ed ora assistono ai ritorni e quasi rispondono con la loro voce, l'eco, alle loro invocazioni esaudite, alle preghiere ascoltate, alle loro speranze realizzate. C'è sempre una profonda corrispondenza tra l'armonia della natura e quella dei valori spirituali. La natura e la religione hanno impastato e plasmato tutta la storia del nostro popolo, anche quella più minuta e quotidiana. La fede, le feste liturgiche, il suono delle campane hanno ritmato la vita e il tempo del nostro paese. Chi sa liberarsi dai pregiudizi di una malintesa cultura e dalle morse della globalizzazione sente nel profondo che le origini e le radici sono lì, nel paese e nella lunga storia di lavoro e di fede che si distende, viva, silenziosa e feconda, lungo il fluire del tempo e delle stagioni. Avverte fortemente il desiderio di unirsi ai pellegrini verso il Santuario di Santa Maria di Loreto per ritemprare la fede dei padri e rivivere i canti e le preghiere imparate da bambino.


Luntàne me ne vaje,

luntàne assàje,

de Te, Madonna,

nen me scòrde maje!


La voce della campana della chiesa sembra scandire il suo passo in terra lontana, quasi a rendere più sicuro il suo cammino e più certa la sua speranza. Il Monumento all'Emigrante, voluto e realizzato dai capracottesi sparsi nel mondo, sotto lo sguardo materno della Madonnina, è il segno di una presenza continua e vigile di tanti figli di questa terra, dove non esiste lavoro senza fatica né esiste amore senza dolore. Quanta risonanza di alti sentimenti, di fede e di viva solidarietà in due semplici versi della letteratura popolare capracottese:


Se iéme 'nziembr'a spasse a la Madonna,

paréme tutte e ddù figli a na mamma.


Anche i versi di un altro grande poeta molisano, Eugenio Cirese, esprimono vivamente il dramma esistenziale della partenza e la fiducia nella Provvidenza, simboleggiata in una lampada che sempre arde, dà luce e compagnia:


I' parte pe na terra assai luntana

l'amore m'accumpagna e me fa lume.

perciò mó vaglie spierte e nen me lagne

ca tu me rieste amore benedette.

Te sole m'à lassate ru destine

lampa che scalla e nzegna ru camine.

Tu famme core a core compagnia

nen fa stutà la lampa pe la via.


Quanto spirito di verità, direi meglio di umanità e di coraggio traspare in questi versi pieni di schiettezza e scevri di artifici e di contorsioni: si snodano con sicurezza, si spezzano e si riannodano con bravura. L'amore è una lampada che riscalda, dà luce, indica il cammino nei vari sentieri dell'esistenza. Chi non arde, non vive. Per essere luce e calore bisogna consumarsi, spendersi e spandersi. Chi non si consuma, non si spende per gli altri, ma rimane chiuso nel suo terrificante individualismo, rimane una pietra fredda, un cero bianco e spento, un seme avvizzito. Il popolo capracottese appare quasi l'eco fedele, l'interprete armoniosa dell'antico popolo sannita sempre ricco di passioni, sempre nutrito di quell'intima forza morale che ha prodotto e produce ancora intelletti sani, lavoratori robusti, cittadini seri, aperti alla vita, al prossimo, al mondo intero.


Osman Antonio Di Lorenzo

Fonte: A. O. Di Lorenzo, Un paese vuol dire non essere solo..., in «Voria», II:1, Capracotta, febbraio 2008.


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