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Usi e costumi di Capracotta: rimedii popolari



Una volta, il popolo nostro, anzi che consultare il medico nei casi di grave malattia si affidava ciecamente a qualche cerretano, che spesso colle sue cure rendeva più grave il male e mandava ll povero infermo all'altro mondo senza passaporto legale. Oggi, grazie al rapido diffondersi dell'istruzione, il popolo non si fa curare che dall'uomo di scienza, ma non è ancora del tutto liberato dall'impostura e dalla superstizione.

Così, nella pleuritìa, come dice l'anonimo delle Memorie Capracottesi, vi è la barbara usanza di strofinare forte sulla parte che duole per rompere la puntura, come volgarmente suol dirsi. In caso di dissenterìa, usa uova indurite nell'acqua e ricotta marzolina; per la risoluzione dei foruncoli ed altri tumori il cerume degli orecchi e la foglia di giusquìamo; per l'oftalmia si fa lavare l'occhio con acqua dove hanno bevuto animali equini; per la nuvoletta della cornea vi passano sopra un cerchietto d'oro; per i tagli si applica sulla ferita la epidermide di spicchi d'aglio o la tela di ragno, per il morso del cane si applica sulla ferita il pelo dello stesso; per la sìgosi del mento il pane pesto sull'incudine; per le affezioni epigastriche o di petto, si sollevano fortemente le costole (che dicesi alzare le ossa dell'anima) cingendole strettamente con un fazzoletto; per facilitare la suppurazione si suole applicare sul tumore la sugna vecchia di cavallo o di volpe. Inoltre, per evitare l'ascensione di vermi dall'intestino allo stomaco, si usa la collana di aglio sul collo dei fanciulli o la pìttima d'aglio, menta e foglie di pesco peste e applicate sull'ombelico. Per le contusioni e scalfitture si usa il plasma dell' achillea mille folia, volgarmente detta erba a finocchietto. Per aprire i piccoli ascessi suppurati si adoprano le foglie della Datura stramonium, il caglio o la resina di abete.

Oggi ancora, contro la febbre terzana si adopera il decotto di genzianella polverizzata in miscela col vino, che vien messo all'aperto e bevuto nelle primissime ore del mattino del giorno dopo.

Ne' dolori di ventre il sale comune e l'olio sono le medicine più in uso e nei casi cronici si arriva a passare sull'addome una pietra freddissima e più comunemente un grosso martello di ferro; spesso, anche le mano d'un gemello.

La tosse si cura col decotto di fichi secchi, le malattie di fegato con quello di gramigna, gli affanni col pettorale di cartone spalmato di cenere e burro, l'asma con la limatura di ferro, e a rimarginare le ferite provvede la ruta e se di fresco prodotte il tabacco, la fiamma o il grasso dei capelli. Per i geloni si strofina forte sulla parte della mano o de' piedi ammalati uno spicchio d'aglio diviso a metà o tenendo le mani sull'incudine riscaldata a contatto degli ardenti metalli lavorati. Il cimurro viene debellato con la brodaglia di pasta e fagioli non condita, mescolata a pepe e a vino, la flussione d'occhi con bagni d'acqua ferrata, nel qual caso gli occhi si asciugano con pelle di talpa. Nei dolori di gola viene a questa applicata la cenere calda o più comunemente la calza del piede sinistro. Perché? Mistero. Le ferite degli animali si curano con l'olio ferrato, la tosse con olio fritto ed aglio o con suffumigi di sacco di carbone. Si preservano i legumi dagl'insetti, introducendo nella massa un arnese di ferro; i formaggi affondandoli nel grano, i salami (specialità del paese) lasciandoli insaporire dal sale in mezzo al fumo; si rendono, poi, consistenti pressandoli fortemente.

Come si vede, alcuni di questi rimedi sono vere superstizioni, altri medicamenti forse insufficienti, ma che possono avere una certa efficacia.


Oreste Conti

 

Fonte: O. Conti, Letteratura popolare capracottese, Pierro, Napoli 1911.

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