SIGNORINA ALLERGIA

di Chiara Gamberale (1977)

Che cosa vi devo dire che non vi abbia già detto.
La verità?
Ah, certo, la verità.
Finalmente la verità.
È che bisognerebbe intenderci sul significato che diamo alla parola: Edoardo, se fosse al mio posto, pretenderebbe senz'altro di discuterne, perché ha studiato filosofia, lui. 
Personalmente, credo che la verità sia una cosa che comincia quando siamo piccoli, giusto? Almeno su questo possiamo essere tutti d'accordo, perfino Edoardo (anche se lì per lì si ostinerebbe a sostenere di no, ma solo per partito preso, lui è fatto così, è contro a prescindere). 
Allora: quand'ero piccola. 
Quand'ero piccola a casa mia eravamo in tantissimi. 
Almeno otto, eravamo. 
Spesso nove, quando la tabaccaia bionda ossigenata trovava uno spazio fra un fidanzato nuovo e l'altro. 
Mio fratello e io dormivamo in una stanza. 
Nell'altra c'erano mio padre, la Lella, Giuditta, la tabaccaia bionda ossigenata se le girava, mia madre e nonno Marcello. 
E poi c'era Polly.
Io davo moltissimi problemi ai miei genitori. Se ridevo troppo mi prendeva un attacco d'asma, se piangevo mi prendevano i crampi allo stomaco, se a scuola giravano i pidocchi o il morbillo, per la mia testa correvano inevitabilmente più pidocchi rispetto a quella degli altri bambini, sulla mia pelle più bollicine. Se faceva troppo caldo mi riempivo di chiazze fucsia, se faceva troppo freddo una stretta mi afferrava subito i bronchi. Ma, soprattutto, ero allergica a tutto: alla polvere, al latte, al polline, alle graminacee, al pelo dei cani, al fumo delle sigarette, al pomodoro. 
– Ma questa non è una bambina, è un'epidemia! – Diceva senza dire niente mio padre a mia madre. 
– Ci credo, è figlia tua. – Ribatteva senza ribattere niente mia madre a mio padre. 

Mio fratello, al contrario, non dava problemi a nessuno.

Si chiama Teodoro, è morto che aveva due anni.

Dopo dieci mesi sono nata io, inutilmente: nel senso che mia mamma avrebbe continuato a comportarsi come se avesse solo un figlio di cui andare orgogliosa e per cui avesse davvero senso preoccuparsi.

Lo dico senza astio, credetemi: io per prima ho sempre avuto un debole per lui, rispetto a me. Mi faceva innervosire a volte, lo ammetto. Ma tra fratelli capita, no?

Dormivamo insieme, ve l'ho detto. Quando la mamma veniva a svegliarci per andare a scuola, era per lui, io lo sapevo benissimo, che bussava prima piano e poi forte alla porta della nostra camera, per lui che spremeva le arance, tostava il pane e si sforzava di sorridere, prima che uscissimo di casa.

Avete presente un gatto, se sapesse lamentarsi? Così era mia mamma. Con gli occhi lunghi, color birra, i movimenti veloci, felpati. Da gatto, appunto, come se quella in cui si muoveva, da cui usciva solo per fare la spesa, fosse casualmente casa sua. E aveva questo impellente bisogno di comunicare agli altri quello che le mancava.

Cioè tutto.

Capracotta, il paese vicino a Isernia dove lei e mio padre erano nati, cresciuti e vissuti, prima che mio padre fosse trasferito a Roma dalla ditta di confetti per cui lavorava.

– Bastava aprire le finestre, guardare le montagne e il mondo pareva bello!

Il mare, anche se non l'aveva mai visto.

– Ci fosse almeno una spiaggia in questo schifo di città, dove potersi ogni tanto distendere e poi fare un tuffo.

I soldi.

– Per che cosa ci siamo dovuti trasferire? Per settantamila lire in più al mese. Che tanto tuo padre usa tutti per le sue puttane.

Un lavoro.

– Mica ero scema io, da ragazza. In matematica ero davvero brava, sai. Ma all'ultimo anno di superiori ho conosciuto tuo padre e sono finiti i sogni. È cominciata la vita, se si può chiamare così questa che m'è toccata.

Un uomo. Che però non fosse mio padre.

– Basta, basta! Basta! – Soffiava, quando perfino di lamentarsi non ne poteva più. E si chiudeva in camera sua. Cioè loro. Ma non ci si chiudeva con mio padre, ci si chiudeva con il suo, di padre. Nonno Marcello, insomma. Io non l'ho mai conosciuto, perché aveva abbandonato mia nonna quando mia madre aveva quindici anni. Un bel giorno era partito per Pescara, per una fiera di artigianato, e semplicemente non era tornato più. Qualche mese dopo avrebbe spedito una lettera con diecimila lire, avrebbe lasciato la falegnameria a mia madre e ai suoi fratelli, avrebbe scritto che gli dispiaceva tanto, ma una certa Hilda a Berlino aspettava il terzo figlio da lui: gli sembrava arrivato il momento di prendersi le sue responsabilità, e sarebbe sparito per sempre. Ma la colpa, a sentire la mamma, era stata tutta della nonna.

  • C. Gamberale, Signorina Allergia, in W. Siti, Granta Italia, vol. VI, Rizzoli, Milano 2015, pp. 76-77.

© 2014-2020 Letteratura Capracottese di Francesco Mendozzi

Via San Sebastiano, 6 - 86082 Capracotta (IS)

*** Contattami ***