I SINTOMI DELLA FEBBRE AMERICANA

di Amy Allemand Bernardy (1880-1959)

Ricordo una sera, vigilia di fiera a Castel di Sangro. Su un carro, al lume della luna, arrivano donne da San Donato, da Pizzone, da Montenero: una folla di maniche bianche o di denti bianchi: di labbra rosse o di panni rossi: di occhi neri e di gonnelle nere, luci di collane sfuggite ai crogioli dell'East Side e di Market Street: luci di sorrisi, sotto la luna radiosa d'Abruzzo, nella tristezza americana non disimparati. Vanno alla gran fiera che cade fra i Santi ed i Morti, venute su quel loro palustro ancora latino per le lunghe vie bianche fra i coloriti monti. Venute col sole: si fermano ora che là verso Capracotta sale la luna, la gran luna bionda, lattea, pallida, opalina, che vela di agreste dolcezza il mondo. E nella gran dolcezza autunnale di che il cielo consola i campi che non han più grano, le viti che non han più vino, i prati che rassegnatamente aspettano la neve: nella gran dolcezza italica vespertina fra un tinnir lontano di campanello (si attendano le greggi che vanno in Puglia: le pecorine emigrano anche loro) e il vicino latrar di un cane da pastore, festoso morbido e bianco, suona secco o stridente alla nostra italiana domanda l'americano yes, il yes della fattoria, il yes del bordo, il yes dello sweat-shop. E l'eco d'un sì, che passa nel vento? Non ci badate: son cose là, dei tempi di Dante... Reduci dal lungo esilio, han ripreso per forza l'antico vestire: ma l'antico eloquio, l'anima antica non la ritrovano più. Infatti un'altra cosa e strana, che già in America avevo notato, anche qui mi colpisce. Finché vi parla in dialetto o in italiano, questa gente conserva tutte le ingenue arcaiche tradizionali forme dell'indigena cortesia: voi siete signoria, e vi ringraziano della domanda, coll'inchino all'uso d'un tempo... Fate che al nativo parlare si sostituisca pur una parola straniera: quell'attitudine rispettosa scompare e diventa quasi insolente.

  • A. A. Bernardy, Italia randagia attraverso gli Stati Uniti, Bocca, Torino 1913, pp. 328-329.

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