SULLE TRACCE DEGLI ZINGARI

di Elisa Novi Chavarria (1956)

Forse non a tutti è noto, ma ancora oggi nella lingua gergale si usa l'espressione "cavallo di ritorno" per indicare il furto di auto o di moto cui fa immediatamente seguito una richiesta di riscatto. Tutti i furti di cui fu accusato Geronimo di Giovanni Antonio Zingaro soprannominato Gigio, e di cui egli rispose ai magistrati napoletani, avvennero sempre più o meno con questa medesima dinamica: derubata di cavalli, di asini e di quant'altro, la vittima a poche ore di distanza dalla rapina veniva avvicinata da un intermediario qualsiasi, che si dichiarava a conoscenza dei fatti e che dietro la corresponsione di una congrua somma di denaro riusciva di lì a qualche ora a "far ritornare il cavallo". Così avvenne anche, ad esempio, con il cavallo e due asini rubati nell'aprile del 1598, nel bosco di Monte Milone, a Lorenzo di Palmero di Gommarolo. Come egli dichiarò al processo, dopo il furto, a tarda ora della notte, vennero «tre giovani armati di coppette longhe, pugnali et archibusciettj con li quali ragionarono [...] et li dissero che ne volevano docati diecj per lo cavallo solo et dellj ciuccj ne parleremo et esso vedendose male recapitato se resolì pagar li detti docati diecj, quali furno fra tutte e tre le bestie», che di lì a poco gli furono ritornate.

Gigio non agiva da solo. In questi come negli altri episodi delittuosi di cui fu accusato era sempre in compagnia di altri zingari. Dalle testimonianze raccolte dai giudici vennero fuori i nomi di suo fratello Marino, di Marco Antonio, Matteo di mastro Giovanni, Giulio di maestro Ferrante, Leone e Alfonso di Damiano, Giovanni Cola di Marco Antonio, Giovanni Tauro leccese e Giovanni di mastro Antonio Cuoco, tutti zingari della terra di Palazzo all'epoca dei fatti più che ventenni. Una volta Gigio aveva agito, invece, con due giovani abruzzesi identificati con i nomi di Cola Maio, soprannominato Morrillo, e Giovanni Domenico, entrambi di Capracotta. Andavano in giro a piedi, armati di tutto punto con fucili, archibugi e pugnali, «da veri forasciti et banniti per la campagna», e non c'è troppo da stupirsi se nella zona erano «stati conosciutj sempre per hominj de mala vita et fama».

  • E. Novi Chavarria, Sulle tracce degli zingari. Il popolo rom nel Regno di Napoli (secoli XV-XVIII), Guida, Napoli 2007, pp. 156-157.

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