LA TRANSUMANZA

di Natalino Paone (1927)

Quando la transumanza riprese realmente a vivere nel Molise?

Sotto questo aspetto le fonti sono rare o addirittura inesistenti. Sappiamo che nel secolo XII i Normanni rilanciarono il settore disciplinandolo con un'apposita Costituzione; questo rilancio, però, non dovette coinvolgere il Molise, se si considera che Capracotta, simbolo molisano della transumanza, in quel periodo era un paesino tanto piccolo da non poter offrire che un solo militare di leva al delegato della Giurisdizione Militare. In questo centro la pastorizia fu presente sin dall'epoca sannitica - non va dimenticato che è stato scoperto in mezzo ai pascoli capracottesi l'antico santuario sannitico del IV-III secolo a.C. di Fonte Romito -, ma l'attuale paese si fa risalire a poco prima del Mille e la sua crescita rapida e forte viene però collegata alla grande transumanza aragonese. Capracotta ricevette «incremento della popolazione, della prosperità e del progresso intellettuale» solo dalla transumanza organizzata, tanto che al censimento del 1522 i fuochi risultarono in numero di 118, salendo nel 1575 a 248. Una popolazione più che raddoppiata in appena 53 anni!

E più che raddoppiato risultò, sempre nello stesso periodo, il numero dei contratti di compravendita di feudi, movimentando un mercato in precedenza a livelli molto modesti. Addirittura i feudi molisani di alta montagna furono molto ricercati da nobili casati napoletani, i quali nelle masserie armentizie trovarono le principali fonti di reddito. Questo tipo di masserie rientrò anche nei capitoli matrimoniali: la nobildonna Aurelia d'Ebulo, sposando nel 1583 il cugino, ebbe appunto tra i capitoli della dote una masseria armentizia a Capracotta di ben 5 mila capi. Gli effetti della transumanza si fecero notare anche nei settori politico e culturale e nei campi amministrativo e militare, in cui si distinsero molti cittadini di Capracotta. Possiamo dire oggi che dalla transumanza, in modo diretto e indiretto, era nata una borghesia intellettuale, commerciale e artigianale, nonché la feudalità che arricchiva il nucleo urbano del primo palazzo baronale costruito proprio nel XV secolo.

Accanto ai pastori, alla borghesia, e alla feudalità, la chiesa. Molte furono le chiese molisane che nel periodo di maggior fulgore della transumanza aragonese e post-aragonese divennero anche aziende armentizie iscritte alla Dogana di Foggia come locate, ossia come proprietarie di pecore che partecipavano alle migrazioni stagionali.

Nei libri delle passate del 1793 e del 1794, presso l'archivio della Dogana, la «Chiesa Madonna di Loreto di Capracotta» risulta iscritta rispettivamente per 13.557 e 15.557 pecore portate a svernare nel Tavoliere. Nel 1733, per coprire le spese di riparazione della stessa chiesa, il vescovo autorizzò la vendita di mille pecore.

Di capracottesi in Puglia ne andavano tanti. Il rientro di tutti avveniva tra la fine di maggio e gli inizi di giugno e si concludeva comunque il 13 di questo mese, grande festa di S. Antonio da Padova, con le famiglie ricomposte e il paese ripopolato e festante. Chi non era rientrato per il 13 giugno, in genere veniva ritenuto disperso. Vi era a tal proposito un detto popolare che suonava così: «A S. Antonio chi n'è rmnut' o è murt' o z'è prdut'» (A S. Antonio chi non è tornato o è morto p o si è perduto).

  • N. Paone, La transumanza nel Molise tra cronaca e storia, Iannone, Isernia 1987, pp. 115-116.

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