IL TRONO DELLA BESTIA

di Renzo Rosso (1926-2009)

– Di' a Ugo da Celano di non imitare Odilone di Cluny... quel re dei monaci colmo di superbia... diglielo... che rispetti le chiese... e i vescovi... altrimenti Roma...

Poi ricadde indietro e chiamò Bosone, che gli portasse la pergamena di Farfa, e una volta che la ebbe tra le mani la consegnò a Vilderico.

– Questo è un regalo mio... lascio all'abbazia il territorio di Capracolta... con annesse le fattorie e il piccolo castello... ma voglio le sue messe... io finirò nel fuoco purgatorio, per questo ho bisogno di molte preghiere... dei vostri canti... per l'anima mia... digli che tornerò a pretendere i suffragi... mi vedrà con la luna piena... perché uscirò dalla tomba... ho fatto in tempo... a chiedere perdono... al Signore... dei miei peccati... ma ho gravi... colpe... quel povero Egidio di Ferentino... Lui... forse... non mi ha ascoltato... e sento che il demonio è qui intorno... dietro quella tenda... e ride... e mi sta aspettando... tu devi scrivere che... ho cercato di fare il bene... ma il piatto della bilancia... è più pesante... dei pesi... mine dimittis... sia fatta la sua...

La sua mano lasciò il polso del giovane e ricadde sul fianco. Non respirava più, e un umore scuro cominciò a uscire dalle sue labbra.

– Credo sia morto – disse Vilderico, e si ritirò in un angolo della camera, lasciando che quei vecchi volti da preda si disputassero il cadavere.

Quasi subito ebbe inizio il vorticare dell'alveare impazzito e lui, non trattenuto da nessuno, se ne andò. La porta del suo studio era socchiusa: alla finestra, di spalle, contro la vaga sterile luce di un tramonto coperto c'era Giovanni di Galeria che al saluto di Vilderico si volse di scatto, trasalendo, segno che il suo sguardo era interno, a chissà quali pensieri.

  • R. Rosso, Il trono della bestia, Piemme, Casale Monferrato 2002, p. 68.

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