FRANCESCO MENDOZZI

(Roma, 8 ottobre 1984)

Capracotta.

Un nome ridicolo, fanciullesco, ideale per cominciare una filastrocca o una ninna nanna. Eppure, ognun nato o transitato in questo luogo impervio dell'Alto Molise ne risulta irrimediabilmente legato, costretto in una dolce prigionia di ricordi e sentimenti. Il suo nome, proprio per l'ingenuità che lo contraddistingue, evoca il concetto stesso di paese, ben decifrato da Cesare Pavese nel suo capolavoro ultimo "La luna e i falò":

Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c'è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti.

Da questa definizione pavesiana è facile comprendere come Capracotta rappresenti il paese dei capracottesi, per antonomasia. Esso è villaggio e fu città. Ma soprattutto è Patria, poiché quest'ultima non è soltanto il luogo geografico in cui si viene al mondo ma rappresenta anche il centro, fisico o spirituale, che si elegge a stendardo di se stessi, del proprio io più intimo e profondo. Patria può essere una nazione, un'etnia, una città, una persona amata e, come un Giano bifronte, sempre si trascina dietro un sentimento di segno opposto. Nel caso d'un paese esso è il campanilismo.

Ed anche in questo sta la natura del tipo capracottese, geloso ed iperprotettivo verso quel grumo di case arroccate, tanto da innalzarlo ad eterno perfettibile, a punto estremo oltre il quale non può esistere nient'altro di più alto e desiderabile. Con ingombrante faziosità Capracotta non è dunque il paese della perfezione ma ne rappresenta appieno la tensione. Da sempre lo stanziale e l'emigrato battibeccano circa la vera capracottesità: il primo convinto che a fregiarsi del vanaglorioso titolo possa essere soltanto chi abiti stabilmente a Capracotta, sulla base della convivenza cogli avversi agenti atmosferici; l'altro, con l'occhio disincantato e nostalgico di chi la patria l'ha perduta, si erge a capracottese sulla base dei continui ritorni. È una battaglia senza vincitori.

Capracotta, semplicemente, sta là.

Quella che mi appresto a fornire in questo sito è una modesta guida a ciò che, con estrema immodestia, ho definito Letteratura Capracottese: quella mole di romanzi, saggi, articoli e relazioni di autori capracottesi, o in cui compare - più o meno assennatamente - la parola a noi più cara: Capracotta.

La selezione della bibliografia è avvenuta sulla base dell'importanza storico-letteraria dei volumi stessi, riducendo al minimo il ricorso a quotidiani, periodici, enciclopedie, atti, manoscritti, guide promozionali e riviste di settore che, qualora presenti, sono state scelte per l'originalità dei contenuti. L'impegno profuso è stato massimo, sia nella ricerca bibliografica che nella chiarezza espositiva, ma so che questo sito ha più d'un difetto, primo fra tutti quello dell'incompletezza, data l'insperata quantità di libri che citano l'amata Capracotta.

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