STORIE DI MORTE E RINASCITA

Capracotta: 75 anni fa la guerra, la distruzione, lo sfollamento... coltiviamo la memoria

Capracotta, 8 dicembre 2018, Hotel Conte Max

Buonasera a tutti,

questo è il mio primo intervento pubblico per cui Vi chiedo anticipatamente scusa se metterò troppa carne al fuoco, o troppo poca. La mia relazione tratterà, per l'appunto, le "Storie di morte e rinascita nella letteratura capracottese di guerra", ovvero le testimonianze dei militari e dei volontari che si ritrovarono a Capracotta tra il 9 settembre 1943, quando giunsero i primi tedeschi, e il 22 maggio 1944, quando se ne andarono gli ultimi polacchi. Con specifico riferimento al nostro paese, vi narrerò la guerra non da una prospettiva interna, quella degli abitanti capracottesi - ampiamente documentata 25 anni fa da padre Mario Di Ianni - ma da un'angolazione esterna, ovvero quella degli eserciti regolari che transitarono sul nostro territorio: il Corpo italiano di Liberazione, la Wehrmacht e la 8th Army, l'unità operativa che raggruppava le forze del Commonwealth e che effettivamente liberò l'Italia assieme alle altre truppe alleate.

Queste saranno storie di morte perché la guerra, a Capracotta, in Alto Molise e in Alto Sangro, causò molte vittime sia tra la popolazione civile che in quella militare. Tuttavia, vorrei trasformare questi racconti in storie di rinascita, perché se è vero che la guerra c'è stata, è anche vero che è terminata, portando con sé un gran desiderio di ripartire da zero. I brani che leggerò e commenterò li ho raccolti dalla letteratura nazionale e internazionale, a partire da Leandro Giaccone.

Il tenente colonnello Giaccone, Capo di Stato maggiore della Divisione legionaria Centauro, nel caos politico e militare in cui si trovò l'Italia all'indomani dell'armistizio dell'8 settembre, accettò di rappresentare l'Italia nelle trattative coi nazisti acquartierati a Frascati e pronti a tagliare, entro le ore 16:00 del 10 settembre, l'approvvigionamento idrico e a bombardare la città di Roma. Fu egli, per conto del generale Calvi di Bergolo, a firmare la resa di Roma col feldmaresciallo Kesselring. Dopo quell'ingrato compito, molti dei suoi commilitoni furono imprigionati dai tedeschi mentre Leandro Giaccone, in abiti civili, riuscì a lasciare in auto la Capitale, deciso a raggiungere lo Stato maggiore stabilitosi in Puglia. Giunto a Scanno, egli si ritrovò alfine appiedato proprio tra l'Abruzzo e il Molise. A questo proposito vi leggo un passo del suo libro "Ho firmato la resa di Roma" in cui, riguardo ai nostri contadini, afferma:

Avevo deciso di passare le linee nella zona più impervia, verso il Molise, dove minima doveva essere la densità delle truppe tedesche, quasi sempre legate alle strade. Da Scanno procedemmo a piedi verso sud-est, sempre per sentieri e mulattiere, evitando con cura le rotabili. A sera cercavamo ospitalità per la notte in qualche cascinale isolato sui monti, il più possibile lontano anche dai più piccoli centri abitati. Ci vedevano arrivare quando eravamo ancora lontani; gli uomini rimanevano dentro la cucina, accanto al focolare; si affacciavano sulla soglia solamente le donne, e domandavano:

– Siete scappaticci pure voi?

Chiamavano così quegli uomini isolati, o in piccoli gruppi, che per sfuggire ai tedeschi vagavano sui monti a ridosso delle linee, in attesa di essere liberati dall'avanzata delle truppe Alleate. Erano militari italiani o alleati d'ogni razza e colore, evasi dai nostri campi di prigionia dopo l'8 settembre. Il linguaggio dei contadini è povero, ma non è mai ermetico; per indicare una nuova condizione umana, avevano coniato una nuova parola: scappaticcio. Forse per togliere alla radice scappare ogni contenuto di fuga vile, lo scappato termina in iccio, il piccolo uomo singolo, debole, indifeso, un poveraccio in pericolo. Giù nel paese vicino erano affissi i manifesti che comminavano pene severe a chi dava aiuto e rifugio a prigionieri di guerra, a traditori badogliani; e promettevano premi sostanziosi a chi ne avesse segnalato la presenza ai comandi tedeschi. Rispondevamo di sì, che eravamo scappaticci. Non facevano altre domande; c'invitavano ad entrare in casa, dividevano con noi la loro povera cena, e ci preparavano un giaciglio per la notte. Tutto si svolgeva come un complice rito ancestrale divenuto istintivo perché da millenni l'ospite è sacro; era sempre difficile, al mattino, prima della partenza, far accettare un po' di denaro. Tra i più poveri contadini della più povera regione italiana, anche se odio le frasi fatte e non credo ai luoghi comuni, sono stato costretto a convincermi che la nostra gente è veramente antica. Nei pressi di Capracotta ci fermammo parecchi giorni in montagna, riparandoci nei fienili e nelle grotte, perché la zona era infestata da consistenti truppe tedesche. Trovammo poi un boscaiolo che di notte ci guidò per un sentiero sicuro; proseguimmo il cammino ed arrivammo a Trivento, una vecchia cittadina in cima ad una montagna che scende ripida verso la valle del fiume Trigno.

Da questo frammento emerge il senso di solidarietà dei nostri contadini, piuttosto inconsueto in quei giorni di terrore, un sentimento che ritroveremo anche nei contributi successivi. Sembra che i contadini abbiano saputo scegliere la parte giusta, offrendo ospitalità a chiunque fosse transitato, a maggior ragione se si trattava di soldati italiani. Nonostante il Molise non possa vantare degli atti resistenziali propriamente detti, è altrettanto vero che si può parlare di resistenza passiva. Il colonnello Giaccone transita per Capracotta pochi giorni dopo il 5 ottobre e Vi ricordo che poche settimane dopo, il 28 ottobre 1943, i fratelli Rodolfo, Gasperino e Alberto Fiadino, capracottesi, daranno rifugio a diversi militari neozelandesi, evasi dal campo di prigionia di Sulmona, un gesto che, come tutti sappiamo, costò a due di loro la vita.

Proprio a tal proposito, vorrei segnalarVi un altro contributo letterario, quello di Eugenio Corti, scrittore di area cattolica proposto nel 2010 al Premio Nobel per la Letteratura. Corti, allora ventiduenne, era tornato, preda della frustrazione, dalla disastrosa campagna di Russia ma, invece della licenza che gli spettava, dopo l'8 settembre decise di raggiungere, assieme al compagno Antonio Moroni, quel che restava del suo esercito: anche per essi, la meta era la Puglia, dove il re e gli alti papaveri dello Stato maggiore si erano rifugiati a tempo debito. È importante sottolineare che Eugenio Corti, al momento del suo passaggio in agro di Capracotta, avvenuto proprio nella prima settimana di ottobre, si imbatté sicuramente in quel gruppo di evasi neozelandesi in seguito protetti da Rodolfo, Gasperino e Alberto Fiadino. Nel romanzo "I poveri Cristi" l'autore scrive:

Sulla montagna di Capracotta, coperta da una sterminata foresta d'abeti, capitammo quasi in mezzo a un gruppo d'ex prigionieri neozelandesi. Seduti in circolo per terra, alla nostra apparizione essi erano balzati in piedi, e s'erano dati alla fuga in un tintinnio di gavette. A nostra volta noi due eravamo balzati indietro, con un tuffo al cuore per il colore intravisto delle divise, e per quel suono; poi ci eravamo messi a cercarli con pungente curiosità. C'era in mezzo agli abeti una decrepita costruzione vagamente somigliante a una chiesuola: si trattava della cella di un romito d'altri tempi; notammo che dal suo comignolo usciva un po' di fumo. Là doveva trovarsi la base degli ex prigionieri: che infatti vi si erano rifugiati. Entrando ilari, cercammo di rassicurarli; io affermai, prima in italiano, poi in francese, che quanto a fughe era inutile si adoperassero a darmi dimostrazioni, perché ero troppo bravo per conto mio. Non sembrarono capire una sola parola. Mostrammo allora - indicandolo sulla cartina - il punto più vicino cui, stando alla radio, erano arrivate le loro truppe. Guardavano in silenzio sia noi che la cartina: si sarebbe detto che non capissero nemmeno questo. Avevano tutti un aspetto dignitoso e insieme mediocre, tanto che alla fine ci meravigliammo quando uno di loro, ringraziandoci per le notizie nel suo a noi incomprensibile idioma, usò un tono che tutto sommato sembrava di degnazione.

– Che modi...  borbottai io.

– Se è per correggere l'impressione della loro fuga di poco fa, mi sembrano un po' eccessivi  disse Antonio. – Ma forse, più semplicemente, non si fidano di nessuno, e ogni incontro li preoccupa.

– Tutto considerato è gente più sprovveduta di noi  conclusi.

Venimmo via dal romitorio abbastanza perplessi.

Nella seconda metà del mese di ottobre un altro militare scrittore transitò sul nostro territorio. Mi riferisco al sudafricano Uys Krige, corrispondente di guerra ed egli stesso evaso dal campo di prigionia di Sulmona. Il 21 ottobre scorso, in base al certosino lavoro di ricerca effettuato dall'ing. Sebastiano Conti, e assieme al C.A.I. di Isernia, abbiamo ripercorso il probabile tragitto che Krige e due suoi compagni - due piloti, uno argentino e uno canadese - effettuarono sui nostri monti per raggiungere la città di Campobasso. Nel meraviglioso romanzo "Libertà sulla Maiella", l'autore boero scrive:

Seguendo il fianco della montagna che girava attorno a Capracotta avremmo potuto oltrepassare il villaggio se avessimo camminato abbastanza in fretta. In cima c'era uno sperone e una volta superatolo saremmo stati fuori vista da Capracotta; ma lo sperone era ancora lontano, il primo gallo aveva già cantato e si vedeva chiaramente il campanile della chiesa. Il terreno stava diventando più difficile, perché il fianco della montagna era cosparso di grossi blocchi di pietra che sembravano nettamente staccati dal colpo di un gigantesco scalpello manovrato da un gigante. Non potevamo raggiungere la cima andando direttamente avanti, perché le pareti alla nostra sinistra erano alte una trentina di metri e continuavano così fino allo sperone. Proseguimmo, correndo se appena si poteva e inciampando spesso sulla grossa ghiaia. I nostri scarponi risuonavano sulle rocce staccando a volte piccole valanghe di ciottoli che ruzzolavano giù di balza in balza, fino in fondo dove si fermavano con un rumore che a noi pareva assordante.

– Per amor di Dio, state attenti a dove mettete i piedi , disse Curly, – o ci sentiranno al villaggio!

Da parte mia, pensavo che ci avessero già uditi, e mi voltai per guardare verso Capracotta. Il cielo sopra di noi era già rosso e per le strade si vedeva gente in movimento. Poi mi ricordai della moglie di Lot e decisi che non mi sarei più voltato indietro.

In base alle testimonianze letterarie fin qui proposte potrei affermare che le storie che vi ho letto e raccontato sono sì drammatiche, ma non tragiche. Queste sono infatti narrate da uomini che transitano a Capracotta per un breve intervallo temporale, ben prima della fucilazione di Rodolfo e Gasperino Fiadino, avvenuta a Capracotta il 4 novembre, segno evidente del definitivo inasprimento del fronte tedesco.

Leggermente diversa è invece la prospettiva dei soldati che abitarono effettivamente Capracotta tra il settembre 1943 e il maggio 1944. Ci tengo a sottolineare qui una caratteristica che definirei sociologica: se è vero, da un punto di vista meramente descrittivo, che il multiculturalismo è l'interazione di differenti culture in spazi pubblici e luoghi comuni, in quegli otto mesi in cui la Seconda guerra mondiale toccò il nostro territorio, Capracotta fu letteralmente un crogiolo multiculturale di etnie e nazionalità diverse. In paese e nei suoi paraggi si avvicendarono italiani, belgi, canadesi, britannici, polacchi, irlandesi, olandesi, neozelandesi, marocchini, americani e, non ultimi, i tedeschi.

Proprio da questi riprendo la rassegna di letteratura capracottese di guerra. Il mio lavoro di ricerca mi ha infatti portato tra le pagine di "Deutschland im Kampf", la rivista tedesca d'informazione e propaganda militare diretta dal Partito nazionalsocialista. Al suo interno ho scovato l'unica testimonianza di matrice nazista sulla distruzione di Capracotta, avvenuta tra l'8 e il 12 novembre 1943. L'articolo è firmato dal direttore del Ministero della Propaganda Alfred-Ingemar Berndt (anche se non credo che sia lui il vero autore) e ho tentato la seguente traduzione:

Guardando il fondo, sembra un quadro che velatamente tracci il naturale profilo della montagna. Come conci di bastioni in pietra, la città di Capracotta svetta sul crinale, dove corre il passo montano. Solo i rossi lampi che fuoriescono dalle finestre al mattino rivelano d'un tratto l'opera dell'uomo che, ad annuvolar quel cristallo di rocca, avvolgono ogni cosa di dentro e da sopra. Più avanti la strada continua per diverse miglia in un'ampia valle tra due corsi d'acqua e, nella sua desolazione, si eleva alla luce come da un guscio rotto. Soltanto le torbiere e le alte brughiere della Scozia presentano lo stesso silenzio incantato.

Berndt è estasiato nel raccontare Capracotta che va in fiamme, come se lui fosse lì, nella valle del Sangro ad ammirare l'opera devastatrice delle SS, opera dopo la quale le truppe naziste lasceranno definitivamente Capracotta per attestersi sull'Oltresangro, a Gamberale e Roccaraso su tutti.

In stretto legame coi tedeschi operarorono sul nostro territorio anche gli ultimi fedeli al Duce e questo, forse, è un dato che la storiografia locale non ha tenuto nel debito conto. Infatti, grazie alle interviste di Aldo Bertucci, posso affermare che Capracotta, Pescopennataro, S. Angelo del Pesco e Castel del Giudice rappresentarono la punta meridionale delle operazioni dei nuotatori paracadutisti del cosiddetto Gruppo Ceccacci, un'avanguardia di fedeli alla Repubblica Sociale Italiana che coadiuvarono i nazisti tramite azioni di sabotaggio - in quella terra di nessuno che via via si interponeva tra il fronte tedesco e quello alleato - al fine di ostacolare l'avanzata dell'8a Armata verso settentrione. Siamo ormai in inverno, un inverno particolarmente nevoso quello del 1943-44: la popolazione capracottese è in gran parte sfollata e il nostro paese è zona operativa del comando inglese. Vi leggo la conversazione tra Bertucci e la squadra di Remo Tonin, Benito Buratti e Tiberio Zanardo, inerente le azioni di sabotaggio del gennaio '44 presso il bivio per Castel di Sangro, un'area fittamente pattugliata dai belgi e dai polacchi:

 

Bertucci: – Il nodo stradale di Capracotta ha rappresentato la punta massima della penetrazione?

Buratti: – Sì. Giunti di notte sotto al paese ci siamo divisi in due gruppi, 5 a destra e 5 a sinistra per mettere sulla strada, al di qua e di là del paese una mina anticarro. La strada sterrata era stretta e quindi un passaggio obbligato anche per i carri armati che vi transitavano. Approfittando del buio e del fatto che non vi era traffico, facemmo delle buche nella strada piazzando le mine ricoprendole di terra proprio nei punti dove erano i segni dei cingoli. Ricordo che Battezzati, per completare bene l'opera, tracciò con le dita i segni dei cingoli dei carri in modo che non si notasse la terra smossa. Ci allontanammo iniziando il cammino di rientro e prima dell'alba ci fermammo nascondendoci nella macchia. Il mattino dopo udimmo una forte esplosione. Guardammo fuori dal nostro rifugio e con i binocoli vedemmo sulla strada di Capracotta un carro armato avvolto dal fumo ed inclinato sul fianco.

 

È onestamente difficile commentare una simile testimonianza ma... anche questa è storia.

Per quanto riguarda invece la letteratura bellica alleata ho selezionato quattro contributi, che Vi esporrò seguendo la cronologia degli eventi, da cui emergono quei germi di rinascita sociale che sono la direttrice del mio intervento. La prima testimonianza è quella del soldato canadese Sam Wilkinson, utilizazata dal ricercatore africano Robert Woollacott nel suo libro del 1994, e che mi sono permesso di tradurre. Wilkinson, in riferimento all'arrivo, il 20 novembre 1943, del Carleton & York Regiment - il primo contingente alleato ad entrare in Capracotta - confermò quanto segue:

 

La battaglia che ci attendeva l'avremmo condotta al fianco dei nostri vecchi amici della 3a Brigata canadese, che si erano posizionati nei paraggi di Capracotta, con vista sul fiume Sangro. Viaggiammo per unirci a loro, salendo sempre più su in montagna, per entrare in azione alle spalle di quel paese, a circa 1.200 metri d’altezza. Il caratteristico villaggio sorgeva sulla cima di un'altissima cresta, di modo che si poteva vedere la valle del fiume e le linee nemiche attestate sul versante opposto. Una postazione operativa del reggimento era situata nella camera da letto di un'abitazione, cosicché l'occupante poteva dirigere il fuoco standosene comodamente seduto. Il nemico si acquattava al terreno il più possibile, ma noi eravamo lì. La nostra attività, dunque, è stata principalmente quella di pattugliare entrambi i lati. Tudor Griffiths, comandante della truppa F, aveva una postazione operativa sulla montagna a destra, a circa due ore di cammino, in un villaggio chiamato Pescopennataro. Aveva trovato un campanile ideale per farne una postazione e viveva in una casa in paese che gli abitanti resero molto confortevole, portandogli pure prosciutti e coperte.

 

Da questa frammento si evince che, nonostante le case della Terra Vecchia - l'antico borgo di Capracotta affacciantesi sulla valle del Sangro - fossero già state minate e incendiate dai tedeschi, divennero successivamente delle postazioni ideali per i cannoni alleati. Insomma, del borgo medievale di Capracotta non poteva davvero sopravvivere nulla!

È ora la volta di Oliver Barres, volontario australiano della 567th Ambulance Car Company: il suo contributo proviene da una lettera che egli, qualche settimana prima del Natale, invia ai genitori, utilizzando un registro che trovo davvero soave, un registro forse scelto dal giovane volontario per evitare di allarmare la propria famiglia. Questa testimonianza ha fatto parte di un saggio del prof. Stefano Galli sui "Volontari di pace nell’inferno di Montecassino":

 

La nostra vallata è chiazzata di alberi color rame, disseminata di casolari d'un bianco tenue e di piccoli e compatti villaggi, solcata da tortuose e polverose strade e alimenta la leggenda di un fiume che il soldato tedesco non avrebbe mai attraversato, quest'inverno, senza aspettare il soldato inglese. La nostra vallata è larga circa tre miglia. Alle sue spalle, il possente Appennino in lunghezza e altezza. Grandi colline nere sono seguite da cerchi concentrici di montagne imbiancate di neve che emergono come iceberg quando la nebbia riempie la valle, circonda e copre le creste montuose al mattino presto e nel tardo pomeriggio. Montagne, foreste, neve: questo è un ideale paesaggio alpino. Passeremo un bianco Natale qui a Capracotta! I primi fiocchi di neve si sono attaccati al terreno. Presto le strade fangose, i boschi ramati, i villaggi fantasma nella vallata e i campi e le pareti delle montagne saranno ammantate da un candido e bianco strato nevoso. Gli abitanti dei boschi vagheranno in cerca di una preda non lontano dagli odori emanati dai nostri fuochi e noi sentiremo il loro ululato per tutta la notte. Questo è il Natale sulla Linea Gustav.

 

Per quanto concerne il mese di gennaio 1944, abbiamo poi la testimonianza del luogotenente John Woodhouse, autore a suo tempo di un vero e proprio diario di guerra intitolato "A Snow Line Patrol" (Una pattuglia da neve) e che è stato utilizzato come base documentaria nel 2012 dallo storico Bryn Evans. Nel brano che ho tradotto si legge quanto segue:

 

Alle volte la strada per Capracotta, in diverse zone, era coperta da oltre quattro metri di neve, per cui tutti i rifornimenti dovevano avvenire su slitta per le ultime dodici miglia. Su montagne simili, a nord del fiume, c’erano invece i tedeschi. Alcuni italiani riferirono che i nazisti avevano un avamposto a metà strada tra le loro linee e il Sangro, a un miglio da questo. Era abitudine dei tedeschi razziare i paesi semidistrutti sul loro fronte per procurarsi viveri e qualsiasi cosa potesse loro servire. Vista la devastazione e il saccheggio di interi villaggi e fattorie, era chiaro che avremmo potuto contare sugli italiani come guide. La distruzione delle strade in quella valle rese improbabile ogni attacco e i tedeschi erano contenti di non svegliare i cani che dormivano. A parte qualche granata arrivata occasionalmente nei paraggi, Capracotta viveva pacificamente coi suoi 400 abitanti e con la guarnigione britannica di circa 200 uomini.

 

La quarta e ultima testimonianza di matrice anglo-americana è quella del maggiore Charlie Snead, impiegato nell'American Field Service, il servizio da campo statunitense in cui aveva operato Ernest Hemingway durante la Grande Guerra e in cui prestava servizio anche William Congdon, come vedremo più avanti. Il 1° gennaio 1944 al luogotenente Larry Bigelow, di stanza a Capracotta tra le fila irlandesi, venne ordinato di trasferire due malati - un capitano polacco ferito e un inglese febbricitante - al campo medico di Carovilli. Il maggiore Snead, intervistato qualche anno dopo da George Rock, lo storico ufficiale del Servizio da Campo statunitense, e da me tradotto, racconta a tal proposito:

 

Mentre lasciavamo Capracotta nevicava tantissimo e temevamo che l'autoambulanza potesse sbandare; tuttavia decidemmo di provarci ugualmente poiché la bufera di neve avrebbe in ogni caso bloccato i mezzi. Scendendo per la strada, ci arrendemmo alla neve. A quel punto Bigelow decise di far uscire i pazienti per trasportarli in una casa colonica. In altri due veicoli che avevano sfidato quella bufera, gli autisti furono poi ritrovati morti assiderati. La nevicata continuò per tre giorni e tre notti, durante le quali terminarono anche le razioni di cibo. In quei giorni Bigelow si prese costantemente cura dei pazienti, riposando di rado. Il quarto giorno la neve smise di cadere e Bigelow, assieme a un italiano, uscì dalla casa per recarsi a piedi presso un'altra masseria, posta sul bivio dove passava il servizio postale. La distanza era di 3 miglia, ma egli la coprì alla svelta e si procurò cibo e medicinali, facendo un paio di viaggi quel giorno. Il dì seguente ritornò al bivio e dispose che un'ambulanza si facesse trovare in quel posto, poi organizzò un gruppo di 13 soldati inglesi e 2 autisti, grazie ai quali costruì una slitta, dopodiché il gruppo si incamminò con la slitta verso la casa dove stavano i malati. Nel frattempo, l'uomo con febbre era guarito, mentre il capitano polacco necessitava di ulteriori cure. Fu messo sulla slitta con coperte e blocchetti, riscaldato da un bel fuoco. Il gruppo, sotto la supervisione di Bigelow, trainò il paziente per quelle 3 miglia, fino all'ambulanza in attesa al bivio.

 

I contributi letterari degli alleati presentati hanno dei punti in comune, due su tutti: il paese distrutto che si para dinanzi al loro arrivo e la neve copiosa che rende problematica qualsiasi operazione strategica. Ricordo infatti che nel gennaio '44 tutti i contingenti di stanza a Capracotta si erano ritrovati isolati. In particolare, i fucilieri irlandesi di Inniskillings, assieme ai ricognitori inglesi dei Recce Corps, dispiegati come fanteria, erano stati riforniti solo per via aerea. È famosa in paese la fotografia che ritrae diversi camion neozelandesi seppelliti dalla neve in corso S. Antonio: e pensate che quelli erano automezzi per il trasferimento di muli, gli unici mezzi di trasporto che non sarebbero restati impantanti nella neve fresca!

Nonostante abbia scelto delle testimonianze particolarmente poco tragiche, va detto che durante il periodo trascorso a Capracotta diversi uomini andarono dispersi mentre erano di pattuglia, tanto che unità di soccorso su sci - assieme a civili italiani - si gettarono alla loro ricerca. Alcuni furono ritrovati vivi, tra cui il fuciliere Elwood di Belfast, il caporale Keys e la recluta Woods, entrambi londinesi, e i fucilieri Jones di Northampton e Hanlon di Dublino. Ciò nonostante a quest'ultimo si rese necessaria l'amputazione di entrambe le gambe e, pochi giorni dopo, fu ritrovato, morto assiderato, il sergente Paddy Sullivan, anch'egli irlandese. Lo storico Richard Doherty scriverà che «sembrava avesse strisciato per quasi due miglia nella gelida neve prima di soccombere».

La parte più consistente della memorialistica bellica su Capracotta è però di origine polacca. Il contingente polacco si distinse infatti per valore ed efficienza: l'arciprete capracottese don Leopoldo Conti, nelle sue memorie, lo esaltò addirittura per lo spirito e la compostezza cristiane che lo animavano durante la liturgia delle messe cittadine e militari. Tuttavia ho deciso di non proporVi contenuti di fonte polacca per le difficoltà riscontrate in fase di traduzione e che - sono convinto - sminuirebbero il valore letterario di quelle testimonianze. Vi segnalerò soltanto gli autori che maggiormente si sono interessati alle vicende belliche dell'esercito polacco sul nostro territorio: Wańkowicz, Bielatowicz, Mrowiec, Polak, Zajączkowski, Derecki, Nanke, Tucholski, Biegański e Kaczorowska.

Prima di concludere questa mia relazione voglio però esporVi una rarità bibliografica che riguarda William Congdon, pittore di caratura internazionale, figlio dell'action painting di Jackson Pollock, e le cui opere (dalle quotazioni esorbitanti) sono esposte in tutto il mondo, da Boston a Yale, passando per il MoMA di New York e la Phillips Collection di Washington. A Milano è attiva dal 1980 la William G. Congdon Foundation, nata per volontà dell'artista stesso - che visse e morì in Italia -, grazie alla quale sono giunto a una scoperta sorprendente per l'intero Alto Molise. Congdon non solo operò sul nostro territorio in qualità di ambulanziere nel Servizio da Campo Americano bensì, a guerra terminata, in quanto membro dell'American Friends Committee, dal febbraio 1946 soggiornò lungamente a Capracotta, Carovilli, Vastogirardi e Pesche, per aiutare la popolazione nella ricostruzione post-bellica. Congdon ci ha infatti lasciato un diario dattiloscritto, "In the Death of One" (In morte d’uno), nel quale ha voluto fissare luoghi, date e momenti del suo conflitto mondiale. In quell’impagabile documento v'è pure una poesia del novembre 1943 intitolata semplicemente "Capracotta" di cui ho azzardato la seguente traduzione:

 

Capracotta era una stazione sciistica, una volta,

fredde montagne di blu cristallino,

neve sul Sangro,

e da laggiù,

a partire dai villaggi su quegli altri monti

lungo tutte le vette che è possibile scorgere

via, fino al cuore d'Europa,

erano tedeschi: Fortezza Europa.

Là trova posto il nero continente,

soluzione costretta in schiavitù,

che, come l'Adamo michelangiolesco, aspetta

di colmare il vuoto della smortezza.

La sola idea li ha sostenuti

e dovrebbe continuare a farlo:

perché qui a Capracotta, dove la liberazione c'era

tra le macerie, come un sacco di bastoni, si raccoglie un uomo

teso, ghermito, un uomo sproporzionato,

carne che deve aver vissuto troppo a lungo,

non così tanta carne quanta ne ricordo.

Putrescente persistenza della materia

che può assorbire le ferite ma guarirle mai.

 

È proprio con queste parole che intendo concludere il mio intervento, perché è impossibile restituire l'atmosfera caotica e agitata, il senso di oppressione e di terrore, e infine il fermento e la liberazione che Capracotta e l'Alto Molise vissero in quegli otto mesi in cui la guerra transitò sul suo territorio. È impossibile restituire i sentimenti personali di chi ha visto riunita la propria famiglia dopo lo sfollamento e di chi non l'ha potuta riunire, di chi è tornato ad abitare la casa avita e di chi invece l'ha ritrovata diruta. Spero soltanto che, attraverso le testimonianze dirette di coloro che hanno realmente combattuto la Seconda guerra mondiale, Vi abbia guidato verso una maggior storicizzazione di quel periodo, in cui tutti noi abbiamo perso qualcosa o qualcuno.

Grazie a tutti.

© 2014-2019 Letteratura Capracottese di Francesco Mendozzi

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