DALLE ANDE AGLI APPENNINI

di Jorge Yañez Candia (1940)

Il giorno dopo il signor Edmondo passò a prendermi. Arrivati al deposito parlai col mio nuovo principale, e iniziai a lavorare subito.

Due o tre volte la settimana arrivava un camion carico con pacchi di pasta. Io ed un altro ragazzo dovevamo sistemarli per bene e preparare le consegne che dovevano partire il giorno dopo in diversi furgoni.

Dopo un paio di mesi su questo reparto, m'incaricarono alle consegne nei diversi paesi dei dintorni.

Villa Santa Marìa, Quadri, Roccascalegna, Gamberale, Bomba, Pizzoferrato, Castel del Giudice, Capracotta, tutti paesini degli Appennini Abruzzesi, che diventarono posti dove dovevo arrivare, per consegnare ai commercianti la pasta che avevano ordinato quotidianamente.

Era un buon lavoro che però, ad un certo punto, iniziò a non piacermi per un motivo in particolare.

Ed, infatti, un giorno, parlando con Edmondo, gli feci notare questo mio disagio.

– Io sono contento del lavoro che faccio, e devo sempre ringraziarti per quello che hai fatto permettendomi di farlo, solo che c'è un qualcosa che non mi piace tanto.

– Cosa c'è che non va, Jorge?

– Quando stavo nel magazzino della pasta iniziavo alle otto del mattino e finivo alle cinque. Ora invece, non è così!

– Perché?

– Perché alle cinque del pomeriggio mi trovo ancora in mezzo alla montagna, con la metà del carico nel furgone.

– Vuol dire che devi accelerare i tempi di consegna.

– Non posso fare miracoli. Solo per andare a Castel di Sangro, ad esempio, ci impiego quasi due ore. Non è possibile farmi tornare a lavorare di nuovo nel magazzino?

– No, perché adesso c'è un'altra persona che fa quel lavoro.

– Ma io sto tornando a casa tutte le sere alle dieci. Ti sembra giusto?

– Credo che ci sarebbe una soluzione; solo che il lavoro che faresti non sarebbe tanto pulito quanto questo che stai facendo ora.

– Di cosa si tratta?

– Potresti fare il benzinaio qua stesso. È un lavoro un po' sporco e duro, adesso che si avvicina l'inverno e deve essere fatto all'aria aperta.

– Non fa niente. Basta che mi serva a guadagnarmi il pane.

– Così avresti la sicurezza di lavorare soltanto otto ore al giorno.

– Fino ad ora, sono stato sempre lontano di casa e dalla mia famiglia. Non chiedo altro che restare più vicino a loro.

– Va bene. Parlerò domani col proprietario e vedremo cosa si può fare.

Due giorni dopo, lavoravo alle pompe e mettevo benzina alle macchine, e gasolio alle enormi quantità d'autotreni che si fermavano lì di continuo.

Tutto mi faceva pensare che adesso avevo trovato una sistemazione definitiva con questo lavoro, e che non avrei dovuto spostarmi più da nessuna parte, lasciando la mia famiglia abbandonata alla sorte.

  • J. Yañez C., Dalle Ande agli Appennini, Ires, Pescara 2013, pp. 171-172.

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