FILIPPO TURATI

(Canzo, 26 novembre 1857 - Parigi, 29 marzo 1932)

Fondatore del Partito dei Lavoratori Italiani

Le lettere che qui si pubblicano costituiscono il carteggio scambiato tra Filippo Turati, esule in Francia dal dicembre 1926, e l'industriale di origine italiana Torquato Di Tella, emigrato in Argentina con la famiglia alla fine del secolo. Esso si compone di 16 lettere di Turati a Di Tella e di 9 di Di Tella a Turati (la prima missiva in nostro possesso, di Di Tella a Turati, porta la data del 15 novembre 1928; l'ultima, di Turati a Di Tella, è del 28 novembre 1931) ed è attualmente conservato presso l'archivio dell'Instituto Torquato Di Tella di Buenos Aires. Il carteggio è parte di un fondo che contiene materiali diversi, raccolti da Turati (infatti le lettere di Di Tella sono gli originali, giunte al leader socialista dall'Argentina; quelle di Turati sono le copie che egli fece e tenne per sua memoria, prima di inviare risposta al corrispondente di Buenos Aires): bilanci riassuntivi della Concentrazione per gli anni 1928-31 redatti da Turati, ricevute di versamento da lui effettuati a favore della "Libertà", della Concentrazione, del Bollettino "Italia", del "Becco Giallo", dell'Archivio-Biblioteca della Concentrazione. L'insieme del materiale è stato da noi utilizzato come base documentaria fondamentale per un saggio apparso anni addietro sul problema del finanziamento della Concentrazione e per un saggio sulla struttura e la diffusione della stampa concentrazionista. Se adesso intendiamo proporre questo carteggio è perché, e il lettore potrà agevolmente rendersene conto, si tratta di una documentazione preziosa, da leggere in tutta la sua interezza: documento che offre, a prima lettura, più d'un motivo di interesse umano e politico. A noi rimane il compito di fornire qualche indicazione che aiuti a inquadrare meglio il materiale presentato.

  • B. Tobia, Il carteggio tra Filippo Turati e Torquato Di Tella: 1928-1931, in «Storia Contemporanea», XXIII:4, Il Mulino, Bologna, agosto 1992, p. 627.

Dall'esame del carteggio emergono alcuni punti estremamente significativi. Il primo riguarda l'importanza decisiva che il contributo economico di Di Tella ebbe per la sopravvivenza della Concentrazione. Nell'arco di quattro anni l'industriale italo-argentino versò all'organizzazione antifascista un totale di 419 mila franchi. Andando ad analizzare le percentuali sul totale delle donazioni ricevute dalla Concentrazione diventa ancora più evidente l'importanza dell'intervento economico di Di Tella. Nel 1929 il contributo di Di Tella rappresentò il 21,1% del totale dei finanziamenti, nel 1929 il 29,7%, nel 1930 il 30,1%, nel 1931 il 49%. Calcolando quanto versato nell'arco del periodo 1928-31, le donazioni di Di Tella rappresentarono il 31,7% del totale. Se si tiene conto del fatto che il resto dei contributi ottenuti dalla Concentrazione arrivavano dai partiti socialisti europei, da circoli culturali e associazioni, dalle cooperative e dalle organizzazioni sindacali e da esponenti dell'antifascismo italiano ed europei, si capisce come il contributo di Di Tella fu ingente e decisivo per l'attività della Concentrazione. Oltre all'aspetto economico, che sicuramente rappresenta il tema principale delle missive, vanno sottolineati alcuni riferimenti all'Italia fatti sia da Turati che da Di Tella che sono poi i punti da evidenziare. Prima va però specificato che il regime fascista assegnava a uomini come Turati e Di Tella la qualifica di anti italiani; questo perché nel progetto totalitario fascista c'era l'obiettivo di avviare una rivoluzione antropologica che avrebbe dovuto portare alla costruzione dell'italiano nuovo. L'uomo nuovo doveva essere interamente dedito al fascismo e incarnare le virtù virili, civili e militari tipiche del fascismo. In quest'ottica gli avversari politici erano considerati antropologicamente incompatibili con la nuova Italia ed erano associati ad esseri spregevoli che rinnegavano la patria e per questo andavano perseguitati. In realtà per gli antifascisti, soprattutto per i socialisti, la lotta che conducevano era diretta a restituire all'Italia l'onore perduto con l'affermarsi del fascismo, evidenziando in tal modo quanto fosse importante e sempre vivo l'elemento patriottico che li animava. Di Tella si rivolge a Turati in una lettera del 10 giugno 1929: «quando tutti i valori morali del nostro povero Paese sembrano cadere vergognosamente, vinti da un utilitarismo senza scrupoli, bisogna salvare almeno l'onore, ed a voi ed a tutti ed a tutti quelli che come Voi, nell'esilio trovano non una posizione più comoda ma un dovere più arduo, è riservato questo compito pesante». Dal carteggio emerge quindi un senso civico e di appartenenza alla Patria che oggi dovrebbero essere d'esempio. Abbiamo da una parte un imprenditore che, anche quando è sull'orlo del collasso economico, continua a finanziare l'organizzazione politica in cui si riconosce pur nella mancanza di concrete e immediate possibilità di far crollare il regime e dall'altra un vecchio uomo politico che pur di testimoniare la sua avversione al fascismo e la fede nelle sue convinzioni politiche, fugge dall'Italia e sceglie di affrontare una vita piena di difficoltà. Entrambi sono però accomunati dal sentirsi italiani e antifascisti. In conclusione voglio riprendere una citazione dalla lettera inviata da Turati a Di Tella il 21 gennaio 1929. Così il leader socialista si rivolge a Di Tella: «quando il giorno verrà - e verrà certamente - che potrete uscire dall'anonimo e potremo scrivere la storia di questi anni di passione, il vostro nome dovrà essere posto in ben chiara luce, per avere Voi di lontano - e senza alcun immediato interesse egoistico - finanziato, quasi solo, e così efficacemente, il nostro modesto ma non inutile lavoro».

  • A. Conti, Torquato Di Tella e la sua idea di nazione, in «Voria», V:1, Capracotta, dicembre 2011, p. 15.

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