FRANCESCO DI BORBONE

(Napoli, 19 agosto 1777 - 8 novembre 1830)

Duca di Calabria e re delle Due Sicilie

Sotto la data del 30 settembre 1824, è detto che Francesco Borbone, duca di Calabria e primogenito di Ferdinando I, dovendo recarsi alla Tenuta di Montedimezzo, la Corte decise di scegliere un punto più elevato e di piacevole vista. Fu scelto perciò il Campo, sopra Capracotta. Il Duca col suo seguito doveva recarvisi dai confini di Vastogirardi, per la Forcatura. Col lavoro spontaneo di paesani e forestieri, in tre giorni fu improvvisata una strada. Era sindaco di Capracotta Don Leonardantonio Falconi, antenato dell'on. Nicola Falcone, e di altri cugini che fanno onore alla Magistratura. L'incarico speciale di provvedere a tutto fu dato a Sua Eccellenza il Marchese Cappelli, amministratore dei Reali Beni. La venuta sovrana fu alquanto ritardata a causa di un temporale. Nel giorno prefisso, nella Forcatura, comparve lo stuolo sovrano. Le campane sonarono a festa. La cittadinanza andò incontro al Duca. Il sindaco gli offrì un fiore, e il Duca si fece baciare la mano da tutti. Dopo la visita al paese, il Duca consegnò al parroco 26 ducati pei poveri; al sindaco 18 ducati pei lavoratori della strada improvvisata, e 24 ducati al comandante del Corpo civico. In verità, pochi e mal distribuiti! - Quindi, funzioni religiose. Terminate queste funzioni, il principe di Collamare, gentiluomo di Camera, diede il braccio al Duca: e tutti, montati a cavallo, in breve tempo si trovarono sulla vetta di Monte Campo. Da quel punto, il Duca poté avere sott'occhio una gran parte del Regno che poi, cioè nel 1825, ereditò per la morte del suo genitore. Seduti sull'erba, si fece un luculliano asciolvere, mentre il Duca permetteva a tutti una grande familiarità.

  • A. De Nino, Bellezze naturali di Capracotta, in «Il Secolo XX», V:7, Milano, luglio 1906, pp. 554-555.

Ecco Capracotta pianeggiante a 1421 metri e più. A 12 km. dalla ferrovia, ad essa congiunta dal servizio automobilistico, se vi viene vaghezza di venirla a visitare. Chiusa tra Monte Capraia a sinistra e Monte Campo a destra alto 1700 metri, dov'era un masso celebre che l'ultimo dei Borboni, il prode Franceschiello premé col suo piede mortale corto come la sua regalità, guardando le sette provincie sue da Aquila a Gargano, sconosciute come gli era sconosciuto tutto lo scibile umano al di là delle sue ingorde casseruole e dei nèi finti delle sue dame. Lì si video poco prima di tramontare, signore potente ed augusto, colla vallata del Sangro, taurina, spaginata davanti come un evangelio ov'erano le lettere maiuscole rosse e nere dei paesi delle sette provincie turriti dal feudalesimo antico, così brutti e scuri da vicino, così belli da lontano nel cerchio degli orizzonti faticosamente conquistati, a picco d'una rupe, penduli sul baratro, o proni verso il fiume pensierosi come fanciulli che spiano il corso della corrente. Qui vide, nella chiarezza di un mattino chiaro come oggi, le coste lontane della Dalmazia e stendendo la mano gli parve di toccare la Maiella e Monte Amaro ammantellato di misticismo con la pia tonaca delle sue nevi perenni. E mangiando il pane schietto ed il prosciutto di Capracotta Sannita, porporino e fresco come un cocomero, divisò di fabbricare lassù il suo castello più invitto e di diventare così in quel modo una cima ed un'aquila. Ché non v'era per lui diverso mezzo per farsi alto ed acuto. Ma il macchiavellismo non lo divisero i montanari sanniti che lo videro passare imperturbati e mostrarono, in piedi sui lor singolari carri di trasporti del legname tinti d'ocra e di porpora, decorati di nero come le terracotte etrusche, i loro petti gagliardi dai polmoni ampi, la loro statura di giganti schematici e angolosi come alberi, nascondendo nei cappucci di fra-diavoli la loro sardonica indifferenza di solitari gelosi. Cosiché il masso su cui l'ultimo dei Borboni poggiò il piede di corta misura e regalità, seguendo la radice del suo più augusto belvedere turrito, ai primi squilli della libertà sopravveniente, venne rotolato giù senza misericordia nella vallata insieme al ricordo della sua insalutata visita e predilezione.

  • L. Pietravalle, Nel Sannio mistico, in «La Lettura», XXIV:1, Corriere della Sera, Milano, 1° gennaio 1924, pp. 43-44.

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