FRANCESCO PAOLO POTENA

(Capracotta, 19 maggio 1910 - Hildesheim, 26 marzo 1945)

Sergente maggiore dell'Esercito italiano e​ martire del Nazismo

Dai vari lager si fanno confluire i lavoratori coatti e i prigionieri per rimuovere le macerie. Si tenta di creare alcuni passaggi attraverso i cumuli di mattoni e rottami. A questo punto ha inizio la tragedia. Il 26 marzo, lunedì delle Palme, verso le 16:30, un gruppo di 500 italiani, dopo aver consumato il rancio, invece di tornare al vicino paese di Barienrode, dove erano stati trasferiti i loro lager, passa in ordine sparso accanto al magazzino militare della Wehrmacht sulla Wachsmuthstrasse, di fianco alla stazione ferroviaria, dove gli incendi stanno distruggendo grosse quantità di viveri, tra cui casse di formaggi. Il magazzino è sorvegliato da poliziotti tedeschi che invitano connazio-nali e stranieri a prelevare qualcosa prima che tutto vada perduto. Un centinaio di italiani, guidati dal sergente maggiore Francesco Paolo Potena, rimangono radunati per qualche momento nei pressi della stazione ferroviaria e vengono circondati da reparti delle SS posti in allarme, e lo stesso capita ad altri piccoli gruppi. Il prelevamento di viveri da un edificio pubblico o privato è considerato sciacallaggio e viene punito dai nazisti con la morte. Ai posti di blocco comincia la perquisizione dei gruppi. I primi vengono rilasciati: per esempio, Lucio Mazzini, di Rocca Malatina, in provincia di Modena, che si libera in tempo di ciò che aveva preso, e Ulderico Berzegotti, di Macerata Feltria, in provincia di Pesaro, insieme a quelli che sono riusciti a liberarsi di quanto avevano prelevato. Gli altri, quasi tutti, che hanno in tasca 2, 5, 10 scatolette di formaggio, vengono condotti, scortati da agenti della Gestapo e delle SS, nel carcere ausiliario della città, dove sono già state rinchiuse un centinaio di persone: russi, polacchi, francesi, austriaci, uomini e donne, tra cui anche un milanese, un certo Merlotto, che riuscirà a sopravvivere.

  • R. Lazzero, Gli schiavi di Hitler. I deportati in Germania nella Seconda guerra mondiale, Mondadori, Milano 1996, pp. 241-242.

Nella piazza del mercato, dove si era radunata una piccola folla plaudente, incominciarono le impiccagioni, con modalità raccapriccianti. I prigionieri venivano fatti sdraiare faccia a terra, in attesa di andare al patibolo. Quando arrivava il loro turno, prima dovevano partecipare al recupero della salma di chi li aveva preceduti e poi erano costretti a salire su un bidone alto sessanta centimetri. A questo punto, un funzionario della Gestapo, o lo stesso Huck (un componente delle autorità locali del regime nazionalsocialista) metteva loro un cappio intorno al collo, il bidone veniva spostato e iniziava l'agonia del condannato. Per velocizzare le operazioni, un aiutante del boia tirava i prigionieri per le gambe. Gli ultimi cadaveri vennero lasciati penzolare dalla forca, con un cartello in cui era scritto: «chi saccheggia muore».

  • L. Di Nucci, Ultimi fuochi di ferocia nazista. Il massacro degli internati militari italiani di Hildesheim nel marzo 1945, in «Ricerche di Storia politica», XIV:1, Bologna, aprile 2011, pp. 87-98.

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