IPPOLITO AMICARELLI

(Agnone, 10 agosto 1823 - Napoli, 24 febbraio 1889)

Insegnante e deputato del Regno d'Italia

Prima di partire, prese con Bruto Fabbricatore gli accordi per proseguir la stampa del libro. Colui aveva una stamperia, che sfornava opere sue e d'altri. Grammatico accanito, era pure un liberale poco meno accanito, sebbene incapace d'uccidere alcun tiranno, come il suo nomone e il suo vocione cavernoso avrebbero potuto far temere. Il brav'uomo aveva un fratello Aristide, ed un altro Catone: nientemeno. Con Aristide, uomo eccellente anche lui, e cospiratore ancor più insigne, altri accordi prese l'Amicarelli: che gli mandasse alcuni giornali liberali di fuori del Regno e il "Bullettino del comitato nazionale", col falso indirizzo «a Luca Contile». L'epistolario di Annibal Caro gli aveva forse suggerito questo nome di letterato toscano. Il giuoco durò un pezzo, ma finalmente venne scoperto, e fu disposto che i gendarmi avrebbero ghermito l'Amicarelli nell'ufficio postale di Agnone mentre riceveva il piego figurandosi di essere un cinquecentista. Per una combinazione la gherminella non riuscì. Invece gli si presentò più tardi a casa il giudice regio (oggi si direbbe il pretore), lasciando i gendarmi alla porta. Poiché fin allora il povero diavolo gli avea tenuto mano, Ippolito gli domandò se veniva da amico o da giudice. Avutane la risposta sincera, gli chiese licenza di andarsi a vestire; ed in cambio, così come si trovava, in pantofole, scappò per l'usciolo dell'orticello di casa, prese la via del monte, si fece dare un cappello di paglia da un contadino che incontrò, e via a gambe fino al bosco di Pescopennataro. Ivi passò la notte, tra il freddo e la fame, acuita dalla corsa e dell'aria fina, benché l'arresto fosse per fortuna tentato dopo il pranzo meridiano; e tra gli urli minacciosi dei lupi. All'alba s'avviò a quel paesello, dove, bruttatosi tutto per una caduta in un sudicio vicoletto, picchiò alla porta d'un suo discepolo. Questi non lo riconobbe, così malconcio, ma poi ruppe in lagrime, e prese ad ospitarlo con filiale pietà. In capo a pochi giorni lasciò tra nuove lagrime il buon discepolo e cercò scampo più sicuro; non so se subito a Capracotta, che certo fu uno de' suoi rifugi. Dové spesso mutare, non appena lui o gli ospiti si temessero scoperti. Era un continuo strazio per un uomo così discreto, così schivo di recar noia o danno altrui, ed anche così sensitivo ad ogni ombra di altrui stanchezza o paura.

  • F. D'Ovidio, Rimpianti, Sandron, Milano-Palermo-Napoli 1903, pp. 211-212.

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