NARRATIO HISTORICA

di György Lányi (1646-1701)

Confectis jam plùs minùs tercentum milliaribus Germanicis, posteaquam veneramus Capra Cottam, perendie Neapolim nobis jam perveniendum erat. Primà igitur die Mensis Maji orto Sole sed nubibus obtecto, Captivi compedibus lumbos præcincti, pedes tamen jam soluti itineri se accingunt, rapti in medium quatuor cohortium. Jamque à dicto oppido Capra Cotta octo aut novem absuimus stadiis, cùm ecce! per jugum montis illius profecti venimus à sinistro latere ad locum quendam declivem, sylvâ rarâ distinctum, ubi callis, quem tenuimus, in diversum sectus atque bisulcus conspiciebatur, alter admodùm tritus, quem miles & captivi sequebantur, alter verò sinistrorsùm vergens paulum vetustior gramineque obsitus, quem calcabat nullus. Hunc ego conspicatus, non tàm fugiendi, quàm cæteros concaptivos antevertendi studio mox arripio, ne fortean ultimus proficiscens Militi meum exporrigam tergum percutiendum, à quo singulos in die imò horas multi vapulabant, Clamorem ejusdem plùs quàm barbaricum (Marchier! Marchier!) toto eo itinere non secùs ac celeusma quoddam frequentissime editum, magno cordis cum gemitu & dolore inter eundum & labandum audientes. Hoc tramite paulùm progressus, ab altero vix septem pedes distincto cum saxum quoddam, quinque non minùs plusve ulnas latum altumque duabus hisce semitis interjectum celeri gressu præterire vellem, ecce! præter omnem cogitationem meam expectationemve, ex insperato sistere me gradum oportuit. Nam caligis, quas gessi, germanicis, spinas proximi vepris infixas & affixas necnon veluti data operâ alligatas adhærentesque comperio. Has cùm nullo pacto in tanta celeritate admotis etiam palmis avellere potuissem, mox circumspicio, utrum quis me sequatur, eandem premens Semitam? Nemo fuit, qui callem eundem secutus, me ibidem loci hærere atque subsistere animadvertisset. Tum extemplo rupi meum applico corpus, ne fortean conspiciar, præter tamen euntem ex quatuor centuriis militem à fronte & à tergo (jam enim proximo loco calles conveniebant in unum) directè contueor, femoralibus porrò eidem spinæ inhærentibus, quæ demùm, ubi lento omnes præteriissent pede, non exigua panni rupturâ factâ, per vim revulsi.

  • G. Lányi, Narratio historica crudelissimæ et ab hominum memoria nunquam auditæ captivitatis papisticæ, necnon ex eadem liberationis miraculosæ, Lipsiæ 1676, p. 49.

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IL DONO DIVINO DELLA LIBERAZIONE IL 1° MAGGIO A CAPRACOTTA

trad. di Francesco Mendozzi (1984)

Percorse più o meno trecento miglia germaniche, raggiungiamo Capracotta e dopodomani raggiungeremo Napoli. È l'alba del 1° maggio - ma il cielo è coperto - coi prigionieri che si accingono a marciare circondati da quattro coorti, cinti di catene dai lombi alle caviglie, con un solo piede libero di camminare. A una distanza di otto-nove stadi da Capracotta, ci mettiamo in cammino con sulla sinistra quella cresta montuosa, per una sorta di declivio apparso in una rada boscaglia, ove il sentiero che percorriamo si divide in due: uno interamente battuto sul quale camminano soldati e prigionieri, l'altro più antico, mai battuto, inclinato a sinistra e ricoperto di erbacce. Visto ciò, non tanto per fuggire, quanto per oltrepassare i miei compagni di schiavitù, prendo subito la palla al balzo: l'ultimo dei nostri si distanzia dal soldato ed io mi sporgo scuotendo non a caso il dorso, visto che in quelle ore estreme in molti vengono bastonati, le cui grida appaiono più barbare dei «Marciare! Marciare!» emessi di frequente durante il viaggio a mo' di ritmica cadenza tra i lamenti dei barcollanti e i sospiri di quelli ubbidienti al gran cuore. Durante questo piccolo avanzamento, ad appena sette piedi, ecco due viottoli contrassegnati da un macigno di non più di cinque cubiti in larghezza ed altezza ivi frapposto: passerei velocemente quand'ecco che, al di là d'ogni mio ragionamento e d'ogni mio desiderio, inaspettatamente devo arrestare il passo. Difatti, alle calighe che indosso si conficcano le spine di un vicino roveto, che vedo nettamente come un dono. Potrei forse strapparne anche i rami? Guardo tosto intorno quelli che mi seguono sul medesimo sentiero. Nessuno di loro mi vedrebbe fermare e imboccare quel viottolo. Immediatamente m'accosto alla scarpata, sicuro di non esser scoperto, e vedo dapprima che quattro centurie muovono da fronte e da dietro - ché i sentieri convergono verso uno spazio unico - poi le spine attaccarsi ai cosciali delle loro armature, infine guardo passare tutti lentamente e non poche vesti stracciarsi per la violenza.

  • F. Mendozzi, L'inaudito e crudelissimo racconto della prigionia capracottese e della miracolosa liberazione, Youcanprint, Tricase 2018, pp. 24-25.

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