NICOLA D'ANDREA

(Capracotta, 10 marzo 1886 - 4 settembre 1973)

Falegname

Caro zio Colitto, l'armadietto della tua minuscola camera, nel quale riponevi  ituoi pochi effetti: il vestito della festa, un paio di camicie, un po' di biancheria, l'inseparabile ombrello, è venuto a finire a casa mia. Non c'è venuto da solo, si capisce, e, forse, se fosse dipeso da lui, non si sarebbe mosso di un palmo dalla sua vecchia, comoda sede. Ma s'è dovuto per forza di cose spostare e prendersi la sua bella sballottata. Ed ora eccolo qua. Io lo tengo di conto perché, oltre ad essere un bel mobiletto, mi richiama alla mente la tua immagine affettuosa. Viaggiavi filato verso la ottantina quando te lo costruisti, un po' al giorno, con mano un po' stanca ma ancora ferma: lo facesti così minuto, ad un'anta, strettamente a misura, come un vestito confezionato dal sarto, non solo e non tanto per adattarlo al poco spazio disponibile in quello stanzino lillipuziano che era la tua camera, con la finestrella sull'orto d'Innocente, ma anche e soprattutto per adeguarlo alla pochezza del tuo guardaroba e renderlo, per così dire, conforme al tuo stile di vita. Mentre lo osservo e lo vezzeggio con gli occhi, mi sembra di rivederti al lavoro nella botteguccia attigua alla camera, sulla Via Nuova. Hai il camice color tabacco e lavori presso il banco di rovere, anchh'esso fatto da te, bello, solido, rifinito, come del resto tutte le opere uscite dalle tue mani. Una bottega, la tua, diversa da quella degli altri falegnami, che portava l'impronta del tuo spirito inventivo e pragmatico, fornita com'era di tutti quegli ammennicoli, vorrei dire fisiologici, rispondenti ciascuno ad una ben precisa funzione. In uno di essi, un cassettino, conservavi una volta il Canzoniere del Petrarca, il poeta da te prediletto, da cui traevi, non dico ispirazione, ma sicuramente il modello per il ritmo delle tue poesie. Quando venivo da te, in bottega, eri contento di scambiare qualche parola che toccava temi di spiritualità: filosofia, religione, morale, poesia. Gli occhi si accendevano e la voce vibrava di emozione quando si discorreva di poesia. Lavoravi in solitudine. Con l'occhio intento all'opera, vagavi col pensiero fra i misteri insondabili dell'universo e le nascoste profondità dell'animo umano. Ti costruivi la tua filosofia. La notte, poi, nella quiete della tua camera, vegliando fra sonno e sonno, ti si destava l'estro poetico e creavi le tue rime. Materia di esse era la vita del paese nel suo fluire, con i suoi alti e bassi, le sue tensioni e i suoi accordi, le sue sublimità e le sue pochezze: era la civiltà cittadina nel suo dinamismo. Peccato che molte poesie non abbiano potuto trovare posto nella raccolta fattane dai tuoi nipoti perché andate distrutte nell'ultimo conflitto! Sono pervase di realismo e soffuse di ironia, arguzia, benevolo sarcasmo anche. Spesso, quando venivo da te, me ne leggevi qualcuna, fresca d'ispirazione.

  • D. D'Andrea, Sul filo della memoria, a cura di V. Di Nardo, D'Andrea, Lainate 2016, pp. 184-185

Scritti di Nicola D'Andrea:

  • N. D'Andrea, Le poesie di Nicola D'Andrea, Il Richiamo, Milano 1971.

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