ORE BASTARDE

di Valerio Cohen-Fusi (1951)

– Ha finito, commissario?

– Finito di fare cosa, signorina?

– Finito di tenermi gli occhi piantati addosso, commissario.

Ripeteva quella parola, commissario, come una specie di insulto. Quasi mi sarebbe piaciuto prenderla a schiaffi, ma era difficile darle torto. Tentai una manovra diversiva, ma senza troppa convinzione:

– Ah, quello voleva dire? Non è come pensa: è solo interesse professionale...

– Perché, lei è ginecologo?

Il sarcasmo, eccolo lì, veleno puro. Mi difesi come potevo:

– Uh, un antropologo, direi... i miei orizzonti sono un poco più vasti...

– Non sembrava che andassero oltre la mia scollatura.

Ecco dove mi ero cacciato. Ma prima di ritirarmi con la coda tra le gambe, tanto valeva continuare con la sceneggiata del poliziotto volgaruccio, ma non privo di un certo fascino ribaldo. Al cinema funziona sempre.

– Non sia modesta, lei ha molto altro su cui varrebbe la pena piantare gli occhi.

– Tutta roba che non fa per lei, commissario...

– Ah be', questo lo credo anch'io... volevo solo rendermi conto di quello che mi perdo...

– Senta commissario, è notte fonda, qui dentro c'è un morto e io non sono in condizione di apprezzare le battute di spirito. Sarà meglio che continui la conversazione con Crisafulli, che viene anche lui dall'aristocrazia. Il marchese di Capracotta. Forse vi intenderete.

Mi voltai verso la sorella, che per tutto il tempo era rimasta in silenzio ad ascoltare questo penoso scambio di battute. Mi sorrise diplomaticamente. La meno giovane, aveva detto Crisafulli. In effetti avrebbe potuto avere qualcosa più di quarant'anni, benché alquanto ben spesi.

  • V. Cohen-Fusi, Ore bastarde. Storie di un poliziotto comunista, Ioscrittore, Milano 2013.

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