• Letteratura Capracottese

Il coraggio di nuove vite


La distruzione a piazza R. Conti in un carboncino di Noè Ciccorelli.

Mio padre, Francesco Paglione, era figlio di Vincenzo e Giacinta Di Cesare. Mio nonno morì di tetano nel 1929, infezione contratta a causa di un'operazione per rimuovere una scheggia, presumibilmente di arma da fuoco, conseguenza della sua partecipazione alla Battaglia di Adua nel 1896 in cui si salvò in modo rocambolesco dal massacro che le truppe italiane subirono: nonno Vincenzo sventrò uno dei cavalli caduti e vi si nascose all'interno (ecco il perché del soprannome della mia famiglia, l'Afrechieàne). Papà aveva allora solo nove anni ed è questo il momento in cui iniziò i primi lavori, lavori umili: taglialegna, carbonaio, manovale.

La vi' la casa candoniéra, tutte l' callarèlle 'ngoppa a cheŝta spalla! Mia madre, Concetta Perruzzi, è figlia di Gaetano e Raffaella Trotta che morì quando lei aveva soli tre anni. Ebbe così un'altra mamma, Giuseppina (Peppenèlla) Fiadino. La loro vita scorreva, come quella di tante famiglie capracottesi, in modo semplice, accontentandosi del poco e gioendo delle piccole, piccolissime cose. E arrivarono quei terribili anni in cui, dall'osservare da lassù, con apprensione e dolore, i fuochi della battaglia che imperversava nella Valle del Sangro, si ritrovarono truppe tedesche nel proprio paese. Papà e mamma persero tutto in quei terribili mesi del '43. Entrambe le case di famiglia distrutte, quella in piazza Ruggero Conti e quella sopra al Colle. Nessuna possibilità di salvare alcunché. Restò loro solo quello che indossavano. Mamma aveva venti anni:

– Ero scalza, un tedesco mi ha dato un paio di scarpe, di "scarpini", una donna ze mettètte a alleccuà, diceva che erano sue, ma i nen ie l'haie date. Ero scalza, con i piedi nell'acqua. Io non avevo preso nulla, quelle scarpe mi erano state donate. E lei aveva le scarpe ai piedi. In quel caos e quel viavai di gente ci perdemmo, non sapevo dove fossero mio padre e mia madre, seppi più tardi che erano andati alla masseria di mamma Lucia (Trotta). Mi rifugiai nella chiesa, stipata di gente. Trovai posto sui gradini di legno, dietro l'altare e non avevo niente da mangiare. Dalla chiesa vedevo la mia casa che bruciava e non potevo fare nulla, solo piangere. Per giorni non potetti raggiungere i miei perché i Tedeschi non permettevano di passare. Ci ritrovammo dopo sette giorni. Ze bruciuatte tutta la casa, nen ge ŝteva niende d'arcapà! Si salvò solo una "tina" con un po' di panni che avevamo lavato prima che fosse dato l'ordine di lasciare le abitazioni e che non avevamo fatto in tempo a stendere. Andai a stendere, ma poi ci rubarono tutto, anche la camicia di mio padre. Quando me ne accorsi, provai un dolore così forte, quasi fosse scoppiata un'altra guerra, quella sola aveva per cambiarsi, non aveva niente più! Quindi giunse l'ordine di abbandonare il paese. Ci muovemmo verso San Severo. Ze ne ièmme all'appète fin'a sotte a l' Fundecélle, poi una macchina ci portò fin'a re Ŝtieàffare, a Pescolanciano trascorremmo la notte da chire de re Ferrieàre, nen m'arcòrde cuia erane, so' passate tanda ieànne! Poi, a tappa a tappa, verso la Puglia, non avevamo modo di lavarci e prendemmo la scabbia. Arrivammo a San Severo da compare Savino Venditti, dove lavorava mio padre. Erano gentili e ci davano da mangiare. Rimanemmo lì a lungo. Alcuni soldati americani, fra cui uno che si chiamava Fiore Fabrizio, originario di Bari, ci ricondussero finalmente a Capracotta. Qualcuno mi disse poi che quel soldato era morto al fronte ed io ne fui profondamente addolorata. Non avevamo soldi e non potevamo comprare nulla, mangiavamo solo patate e qualcosa che qualche buon'anima ci dava. Andavo da Clotilde e, quando sfornava il pane, se ce ŝteva qualche muglìca appesa, me la pegliàva e lei mi permetteva di farlo: era brava. Mia madre è stata protagonista di un episodio che pochi conoscono: assieme ad un'amica distrassero, con la loro presenza e qualche chiacchiera, i soldati tedeschi che presidiavano l'Asilo dove era rinchiuso un gruppo di uomini rastrellati, dando a questi la possibilità di approfittare del non controllo per scappare attraverso i Ritagli. Si salvarono tutti e il successivo rastrellamento, compiuto per racimolare altrettanti uomini, non soddisfò i comandanti: troppo avanti in età, solo quelli avevano trovato, e furono quindi rilasciati. Mia madre si nascose per giorni in un'intercapedine nella casa di una zia e i Tedeschi, che per giorni cercarono «la signorina bionda», non riuscirono a trovarla. Papà tornò dalla guerra che lo aveva visto sul fronte francese prima, in Albania poi. Come a Piero della canzone di De André, gli sparò un soldato greco incontrato in un solitario giro di ricognizione. Per papà non importava l'appartenenza, erano prima di tutto due uomini. Si guardarono e passarono oltre ma, non appena voltate le spalle, quel soldato gli sparò e lui riuscì fortunosamente a salvarsi rifugiandosi dietro un albero. L'uso della mano e del braccio sinistro rimarrà tuttavia, per sempre, seriamente compromesso. Francesco Paglione e Concetta Perruzzi si sposarono il 4 settembre del 1944. Il vestito da sposa di mia madre fu cucito utilizzando camicie di papà. Qualcuno imprestò loro un lenzuolo per la prima notte di nozze che fu prontamente restituito la mattina seguente. Andarono ancora una volta via dal paese, prima a Trani poi a Bari, dove nacque il loro primo figlio, Vincenzo, quindi il ritorno definitivo a Capracotta. Come per molte famiglie, la loro casa divenne la Scuola, povere traverse improvvisate per definire, nelle aule, spazi "privati". È qui che nasce il secondo figlio: Michele. Nel frattempo la ricostruzione procedeva con l'instancabile lavoro dei tanti uomini. E fu il momento in cui tutti poterono tornare nelle loro "nuove" case, finalmente uno spazio propriodove poter sperare. È nella "nuova" casa in piazza Ruggiero Conti che sono nata io e, due anni più tardi, mia sorella Giacinta. Papà cominciò a lavorare al Municipio e, in tempi ancora così duri, i miei che avevano sofferto la fame (è ricorrente nei racconti di mia madre il non avere nulla da mangiare) non dimenticheranno di condividere, con chi aveva meno, un panóne di pane, una cesta di legna. E ricominciò la vita nella casa sulla rupe. Da un lato la Valle del Sangro, dall'altro la piazza: zio Ciro e il suo bar, Papèppe con il suo vociare, Vengenzóne e la sua tromba, le donne a stendere il grano ad asciugare, i bambini a raccogliere le noci del grande albero, le bambine a fingere, nella Chiesa di Sant'Antonio, matrimoni per le loro bambole.

Qualche anno dopo mio padre decise che era tempo di andare.

A Capracotta non c'erano le scuole che avrebbero permesso ai suoi figli di studiare: Michele non aveva vissuto positivamente, lontano dalla famiglia, l'esperienza del primo anno di scuola media. Fu così che nel 1959 papà fece un concorso e iniziò per tutti noi una nuova vita.

Assieme a mia madre si andò a casa di parenti e amici per i saluti. Un rito che durò alcuni giorni, accompagnato da un dono prezioso per me e i miei fratelli: un pacco di biscotti, una stecca di cioccolato.

Giunse il giorno della partenza ed io credevo saremmo andati in America, come i miei cugini.

I nonni rimasero soli e le lacrime scendevano dai loro occhi azzurri.

Dai monti il treno raggiunse il mare che vedevo per la prima volta, ancora un lungo tratto e l'arrivo in una città sconosciuta, Bologna, dove ad attenderci c'era mio padre. Tutto era lontano, proprio come l'America.