QUEL TRENO DELLE 0.40

di Emilio Buccafusca

L'accelerato, con le vetture ormai refrigerate dalla sosta all'addiaccio, si rimetteva in marcia alle quattro e dodici.

Tùnf, tùnf, Tora-Presenzanòòò... buio pesto. Non si vedeva né Tora, né il nobilissimo feudo di Presenzano.

Sesto Campanòòò... ciuf, ciuf, ciufff. Venafròòò... fff, tozza, tarchiata, la vaporiera grassotella annusava la notte con sospiri di faville, con boccate di fumo che somigliavano un poco a quelle del Vesuvio (allora ancora in attività di servizio). Ripartiva per rifermarsi. Ad ogni stazione gli stessi sbuffi, le stesse nubi basse di vapore nelle quali andava a perdersi la lanterna cieca, agitata dall'uomo nero, capotreno, capostazione, controllore, guardia-freni, l'uomo-tutto. l'uomo-corno di ottone che ad ogni partenza soffiava ostinato la carica come il trombettiere di uno squadrone di cavalleria decimato fino all'unità: una cavalla sola, la locomotiva.

Roccaravindolààà, Macchia d'Iserniààà, S. Agapito-Longanòòò. E così sempre avanti nella notte sempre più fredda e più nera. Un favoloso itinerario, una litania di stazioni con due, tre nomi, anzi col nome e il cognome, la paternità. Carpinonééé, Sessano-Civitanova, Pescolanciano-Chiauci, Carovilli-Roccasicura, S. Pietro Avellana-Capracottààà...

All'appello non mancava nessuno. Sembrava senza mai fine quella lista di reclute d'una invisibile Armata del Sogno.

  • E. Buccafusca, Quel treno delle 0.40, in R. Marchi (a cura di), Dove lo sci, Ed. Milanese, Milano 1967.

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