LA STRAGE DI SANTOBÈ

di Lina Pietravalle (1887-1956)

Ora dunque il boscaiolo che era oriundo di Capracotta si invaghì forte di lei. Era venuto per fare i carboni alla ripa selvosa del Trigno. Non aveva donna, ché gli era morta, e non figli. E sterile e solo viveva del fiato della foresta e del fumo greve del carbone, né sapeva come spendere i suoi quattrini. Era burbero e possente come un castrato. Ma con Marachela non aveva il coraggio di inferire, perché essa non diceva mai no ai suoi comandi e non aveva lingua per rispondere alle ingiurie di cui la complimentava, per farle capire quanto gli piacesse la sua bocca di cavalla macilenta, il suo fiato mozzo, i suoi capelli scinti e freddi, rossi come il sangue ammalato. Un giorno la prese per l'orecchia e le disse:

– Ohi Marachela, che ci fai con quel rinnegato ubbriacone di tuo marito? Invece di impastargli i figli con la misticanza, perché non vieni appresso a me che ci avrai pane e batoste a piacere? Perché, vedi Marachela, io ti raddrizzassi le cervella...

Ma Marachela si grattò in capo con la mano lentigginosa e guardò di taglio in terra come se vedesse spuntare un fungo vicino alla sua scarpa sfiancata.

– Che ci rimiri, somara mè? – le disse lui – Perché non rispondi?

E lei allora borbottò in gola:

– Ca, i figli ia, patrone mè.

Siccome era assai grulla, non riuscì a dire altro e senza voltarsi indietro, trascinando le foglie secche con i piedi, se ne andò.

  • L. Pietravalle, La strage di Santobè, in «Lo Spettatore Italiano», I:6, Industrie Grafiche Romane, Roma, 15 luglio 1924, pp. 506-507.

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