TRAINS DE VIE

di Francesco Forlani (1967)

Come la corsa in stazione con un'amica, Grazia, che non solo mi salva dal perdere il piccolo treno ma che al momento in cui si chiudono le porte, caccia dalla borsa un fazzoletto rosso e me lo sventola con un gran sorriso e tu ridi, ridi dentro, ridi fuori. Pensi che aver interdetto gli amici, da sempre, di restare sul binario fino alla partenza del treno sia stata la più grande cazzata che potessi fare. Pensavi che rimanendo sulla banchina, le persone che ami rendessero irreversibile la partenza, che non si potesse tornare indietro, come se invece nel dubbio della partenza si nascondesse una possibilità diversa. Comunque sono su un treno che va da tutt'altra parte, e questa parte ha colori tenui, catene montuose a vista su un lato e sull'altro colline brulle a tratti e a tratti boscose. Ho come compagni di viaggio Alessandra, che vive a Bruxelles ed è originaria di Capracotta. Ha orecchini grandi, occhi verdi, capelli neri, e somiglia davvero ai ritratti delle brigantesse, che tra queste cime davano filo da torcere alle forze dell'ordine, del vecchio come del nuovo. Marcello che legge l'autobiografia di Mingus, suona il sassofono e vive a Milano. Io scrivo queste note e per un attimo mi faccio parte assente dal tutto. A Isernia scenderò a fumare una sigaretta, se ce ne sarà il tempo.

  • F. Forlani, Il peso del Ciao, L'Arcolaio, Forlì 2012, pp. 102-103.

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