LA VILLEGGIATURA DI NINA

di Onorato Fava (1859-1941)

Nina mise la casa sossopra. Diede subito l'annunzio alla cameriera e si accinse con lei a preparare i bauli, a ficcarvi dentro abiti, libri, riviste, tavolozza, tele da dipingere, lastre fotografiche, nastri, guanti, sciarpe, tutto il grazioso bagaglio di una ragazza ventenne. Perché, se non l'ho detto ancora, Nina era una leggiadra creatura che aveva appena compiuto i ventitrè anni, con grandi occhi neri che si piantavano in faccia alla gente e l'abbagliavano come un riflesso di sole, con una bocca espressiva che, in certi momenti, si piegava in un atteggiamento di Madonna addolorata o dalla quale, nei momenti lieti, sgorgavano come trilli di uccello delle risate argentine. Un carattere franco e ardito, una testolina bizzarra, ma un cuore d'oro, che era l'orgoglio e l'adorazione di suo padre.

– Siamo pronte?

– Pronte.

– E allora partenza.

Il viaggio fu delizioso e la signorina non si saziava di contemplare il panorama vario e verdeggiante che le si svolgeva dinanzi, quando il treno, risalendo il Volturno, toccò Venafro, Isernia, Pescolanciano, Capracotta, a millequattrocento metri di altezza, fra le cime dell'Appennino, che mandavano a traverso il finestrino aperto l'odore selvatico della foresta.

Alla stazione di Castel di Sangro li aspettava una carrozza impolverata e sgangherata, con un vecchio cocchiere magro e asciutto, che pareva fatto dell'istesso legno della carrozza.

  • O. Fava, La villeggiatura di Nina, in «Natura ed Arte», XVII:17, Vallardi, Milano 1908, p. 304.

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