VITA IN VILLA

di Clotilde Marghieri (1897-1981)

Per il gusto di interrompermi a volte entrava in studio con lo scatto dell'urgenza:

– Signora, vi state perdendo un tramonto.

Naturalmente lasciavo di scrivere e correvo in terrazza. Lui, nel giardino sottostante, litigava col contadino, del tutto indifferente ai conflitti di nuvole, alle spade di fuoco sul golfo. Qualche volta, per vendicarmi delle tirannie che mi faceva subire, prendevo a cantare le lodi del suo predecessore. Lo facevo senza averne l'aria, lasciavo cadere il discorso sul domestico Vincenzo che era stato in casa dal giorno delle nozze fino a quando me lo ero portato in campagna, due anni prima di andare in pensione. Si chiamava Carnevale, ma era malinconicissimo, un uomo di innata nobiltà e saggezza, un vero filosofo. Era di Capracotta, fiero ed orgoglioso del suo Molise; poche persone ho conosciuto al mondo più dignitose e che ispirassero maggior rispetto. Da giovane aveva studiato e aveva conservato l'amore per la cultura e una grande disposizione ad acquistarla. Quando fu malato a lungo, scoprimmo che leggeva la corrispondenza di Nigra e Cavour. La sua grande ambizione era di parlare di politica con mio suocero. Conosceva canti di Dante a memoria, e assistere alle ripetizioni che facevo a mio figlio e all'occorrenza suggerirgli qualche risposta, era il colmo della sua felicità. Ci dava del tu, a tutti, e lavorava con devozione, compiendo sempre gli stessi gesti lunghi e tranquilli, scrupolosamente. Noi l'amavamo.

Ce ne volevano Timotei per fare un dito di Vincenzo Carnevale! Questo non lo dicevo, ma bastava che lo nominassi, e Timoteo avvampava d'invidia, mi lanciava occhiate di odio; per intere giornate s'ammusoniva.

  • C. Marghieri, Vita in villa, Ricciardi, Milano-Napoli 1960, pp. 129-130.

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