ORESTE CONTI

(Capracotta, 25 marzo 1877 - 9 giugno 1919)

Educatore e folclorista

Ad un altro orizzonte appartiene la "Letteratura popolare capracottese" di Oreste Conti, pubblicata nel 1911 dopo precedenti edizioni parziali. L'operetta è nata da un affetto locale e da un molto ingenuo amore per ciò che è o si suppone semplice e non guasto dalla civiltà. Capracotta è paese di pastori, alto sulla montagna, aperto su uno spettacolo amplissimo di pianure lungo le quali scendevano verso il mare le greggi. Tornarvi a trascorrere l'estate era certo un riprender vita, dopo l'angustia delle cittadine o delle città in cui Oreste Conti viveva. Ed eccolo accingersi per quattro stagioni a raccogliere canti popolari; e poi locuzioni e modi di dire, proverbi, indovinelli, novelle, usi, guidato da una tenue vena di nostalgia, da una attardata e ingenua polemica contro la civiltà. A settembre, egli dice, i villeggianti partono da Capracotta: tornano a farsi servi del lusso, della moda, a subire ancora la tirannia della civiltà. Partono allora anche i pastori: altro mondo, altra schiettezza, altra umanità. Ed egli vorrebbe che il suo popolo facesse risuonare le campagne non delle «immorali canzonette napoletane» ma dei «nostri canti così schietti, così naturali, così semplici, così appassionati». Questi canti, come egli scriveva nella introduzione citando Pierre Loti, esprimono sempre «il sentimento del mistero della vita, la tristezza impenetrabile dell'amore»; e sono, a Capracotta, soprattutto lirici, perché la natura è proclive a cantar l'amore e la solitudine porta a concentrarsi in sé. Ma purtroppo, osserva il Conti, le tradizioni scompaiono: è bene, egli dice, che giunga la luce della civiltà; ma non se ne andrà anche il buono con il vecchio mondo tradizionale che tramonta? Compare dunque per la prima volta nella storia degli studi di poesia popolare nel Molise una flessione sentimentale verso il canto popolare. «Forse che la lingua e la poesia non sono espressione dell'anima popolare?». E Conti raccoglie locuzioni e modi di dire anche perché «l'uomo potrà rinfrescare i suoi scritti in questa sua natia lingua parlata». Il mito romantico, dunque, in ripresa dopo il filologismo: i corrompimenti dei testi erano per Luigi D'Amato il documento per accertare un fenomeno di contatti culturali; per Oreste Conti «talora le frasi [del canto] sono oscure, quasi misteriose [...] perché il popolo ha un linguaggio tutto suo particolare e perché il sentlmento prorompe con tanta veemenza che a volte la forma non corrisponde all'intenzione di chi canta». Gli è che dietro le spalle di Oreste Conti, a materiare le sue intenzioni culturali, non c'è l'esperienza degli scienziati, ma di letterati come Pierre Loti o De Amicis o magari anche di un frainteso D'Annunzio. Del resto, con la solita bontà così argutamente messa in rilievo da Benedetto Croce, questi limiti della gentilezza del Conti li sottolineava anche Francesco D'Ovidio nella sua prefazione al volumetto, cui ha cura di distinguere le responsabilità «Nessun aiuto egli ebbe da me nel comporre il volume, nessun conforto ad accingervisi, nessuna anche lontana ispirazione dagli scritti miei, tra i quali non ve n'è pur uno che concerna la medesima materia. Soltanto la comunanza della regione nativa ha suscitato in lui l'impeto di volgersi a me, ed in me ha soffocato ogni resistenza all'affettuoso grido». E prosegue osservando come Oreste Conti sia così gentile e così innatamente disposto alle lettere che non si può non deplorare che egli non sia stato avviato agli studi classici: «la austera disciplina d'una scuola filologica gli avrebbe insegnato la maniera di raggiungere la massima sobrietà nella esposizione, e la mamera di spremer da se stesso il succo scientifico delle proprie raccolte o di congegnarle così che altri potesse spremerlo senz'alcuno sforzo». Tutto ciò non significa, prosegue il D'Ovidio, che l'operetta sia condotta da dilettante che diletti solo se stesso: essa certamente diletterà il lettore e darà profitto allo studio di dialettologia e di demopsicologia. Ma il passo più notevole della prefazione di Francesco D'Ovidio è certo quello in cui egli implicitamente corregge certe prospettive del Conti circa la natura del canto popolare ed insieme avvalora talune sue non inutili osservazioni circa la lingua eletta usata di solito nei canti popolari. Tuttavia l'unico punto di reale contatto tra il filologo dottissimo e l'ingenuo raccoglitore di canti è costituito dalla pietas per la medesima patria: un affetto cioè, e non una comunanza di intendimenti scientifici.

  • A. M. Cirese, Gli studi di tradizioni popolari nel Molise, in «La Lapa», III:1-2, Rieti, marzo-giugno 1955, pp. 11-12.

Nato a Capracotta da Giulio e da Giovannina dei Baroni D'Alena, frequentò con molto profitto gli studi tecnici in Napoli, pur avendo una particolare versatilità per la letteratura che gli permise di preparare un libro intitolato "Letteratura popolare capracottese" la cui presentazione fu onorata dall'illustre poeta corregionale Francesco D'Ovidio che di lui aveva una grande stima. Scrisse ancora poesie dialettali. Morì giovanissimo, e fu sepolto a Capracotta nella tomba di famiglia.

  • A. Mosca, Monografia su Caprasalva (Capracotta), Lampo, Campobasso 1966, p. 12.

Intitolazioni a Oreste Conti:

  • Via Oreste Conti, Capracotta (IS).

Scritti di Oreste Conti:

  • O. Conti, I grandi, Batelli, Napoli, s.d.;

  • O. Conti, La poesia popolare capracottese, Frattarolo, Lucera 1908;

  • O. Conti, Locuzioni e modi di dire del popolo capracottese, Frattarolo, Lucera 1909;

  • O. Conti, Folklorica pastorale capracottese, De Gaglia e Nebbia, Campobasso 1910;

  • O. Conti, Liriche, Detken e Rocholl, Napoli 1910;

  • O. Conti, Letteratura popolare capracottese, Pierro, Napoli 1911;

  • O. Conti, I moti del 1860 a Capracotta, Pierro, Napoli 1911;

  • O. Conti, I piccoli, Pierro, Napoli 1912;

  • O. Conti, Lo sbandamento dell'esercito napoletano e il patriottismo meridionale nella campagna murattiana del 1815, Unione Ed., Roma 1916;

  • O. Conti, Murat nel canto dei poeti, in «Vela Latina», IV:5, Napoli, febbraio 1916;

  • O. Conti, Il generale A. Begani all'assedio di Gaeta e nell'esilio, Unione Ed., Roma 1917;

  • O. Conti, Sull'arresto di Gioacchino Murat, Unione Ed., Roma 1917;

  • O. Conti, Sul moto rivoluzionario napoletano del 15 maggio 1848, Vecchioni, L'Aquila 1926.

Articoli di Letteratura Capracottese:

  1. Oreste Conti e... mutiam dolore!

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