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Da Capracotta a Canosa di Puglia



La transumanza, pastorizia transmigrante, rimane una delle più antiche e diffuse attività dell'uomo. Ampiamente praticata già in piena Età del Bronzo dalle popolazioni insediate nelle attuali regioni Abruzzo e Molise, fu un settore portante dell'economia dell'Impero romano. Decaduta nell'Alto Medioevo risorse con le conquiste dei Normanni per essere infine regolamentata dal re Alfonso I d'Aragona il Magnanimo nel 1447 con la Prammatica "Mena pecudum Apuliæ". Si istituiva la "Dogana della mena delle pecore" in Foggia e si affidava al catalano Francisco Montluber l'organizzazione di una istituzione di regolamentazione del transito degli armenti. Il Doganiere con giurisdizione su Abruzzo, Molise, Puglia e in parte Campania e Basilicata deteneva ampi poteri; in particolare amministrava la giustizia sia civile che penale nei giudizi che riguardavano persone legate all'industria armentizia. Tutti i possessori di più di venti pecore erano tenuti a condurre le proprie greggi nel Tavoliere di Puglia per trascorrervi i mesi invernali. Sul territorio la Dogana aveva istituito sia arterie di comunicazione i tratturi, sia un sistema di organizzazione incentrato sulle locazioni e le poste.

I tratturi erano vie erbose lunghe centinaia di chilometri e larghe un centinaio di metri, che collegavano le montagne abruzzesi e molisane con i pascoli doganali. Lungo i tratturi si incontravano i riposi, vaste estensioni a pascolo per la sosta delle greggi. Oltre i tratturi vi erano i bracci, che li univano trasversalmente, e i tratturelli che servivano a collegare i tratturi con le poste.

Le locazioni erano grossi comprensori in cui si divideva il territorio del Tavoliere. Le poste rappresentavano una ulteriore ripartizione delle locazioni. Comprendevano una parte piana, il quadrone, un luogo ove trovavano riparo gli armenti, iazzo, e uno spazio destinato alla lavorazione dei prodotti della pastorizia, aia. Per l'uso dei pascoli i locati corrispondevano il prezzo dell'erba, detto fida, alla Dogana di Foggia. Il ritorno primaverile ai monti avveniva tramite punti obbligati di transito, i passi, dopo aver esibito al personale della dogana il documento, la passata, comprovante l'avvenuto pagamento della fida.

La locazione di Canosa, ventesima del Regio Tavoliere della Dogana, si estendeva per trentaduemila ettari e si componeva di due parti: Canosa e Demanio di Minervino.

Da un esame delle fonti archivistiche si evidenzia una numerosa schiera di pastori provenienti da Capracotta e Montepeloso (l'attuale Irsina), in minor misura Palena e Gamberale che migravano utilizzando il tratturo Celano-Foggia.

La presenza migratoria nonché stanziale delle genti di Capracotta nella città di Canosa e circondario è testimoniata dal materiale di archivio che, dopo il Concilio di Trento (1545-1563), obbligava i parroci alla tenuta di registri attestanti battesimi, matrimoni, decessi, testamenti e periodici censimenti.

Riportiamo alcune testimonianze tratte dall'Archivio Prevostale della cattedrale di San Sabino, protettore della città di Canosa, e dall'Archivio Capitolare della cattedrale di Minervino Murge:

− A di 14 dicembre 1653 D. Vito Della Monaca con licenza have battezzato il figlio di Matteo Lambarto e di Olimpia Forina coniugi nato al 12 del detto die, si è posto nome Domenico, Antonio, Vito il compare è stato Francesco alias Cicchillo di Giano di Capracotta.
− A di 6 febbraio 1658 detto D. Carlo Paladino con licenza ha battezzato la figlia di Filippo Liberatore e Prudentia Barbarossa nata il 1° di detto et si è posto nome Savina Rosaria il compare è stato Leonardo Antonio di Letto di Capracotta.
− A di 30 gennaio 1667 don Giuseppe Mosca canonico ave battezzato Vincenza figlia di Domenico di Gioia e Lucia Passalaqua nata il 29 detto giorno di lunedì. Li compari sono stati Giovanno Burlone di Capracotta e Lucrezia Giannelli.
− Die vigesima septima julii 1728 per me [...] et Canonicus Dominus Josephum Farina Parrochum [...] Ecclesie presente civitatis baptizatus fuit filius Carmini d’Amico terre Capracotta et Lucia Cariative coniugibus, natus 25 eiusdem mensis, cui imposuit nomen Nicolaus, Sabinus, Gregorius patrinus vero fuit Dominicus Mancino del Gesso d'Abruzzo.

Dal censimento del 1604 si rileva che gli Abruzzesi provenienti dalla terra di Capracotta, da più di una generazione avevano posto in Canosa le proprie radici:

− Grosso di Capracotta, che aveva 51 anni, svolgeva il mestiere del sartore; sposato con Marchina Pascalone di 36 anni d'una famiglia di massari.
− Vito Antonio di Capracotta era paniettiero sposato con una canosina Sidonia Gentile.
− Giannocco di Capracotta svolgeva il mestiere di lavoratore e abitava in una casa di proprietà del convento di San Francesco.
− Yele di Luccio di Capracotta di mestiere facea il ciucciaro e abitava in una casa del Capitolo.
− Nell'anno 1600 Giovanni Berardino di Yele di Capracotta, vedovo, sposa Lionarda di Iulianello di Canosa di anni 26.
− Da una carta dotale si riporta nell'anno 1574 il matrimonio tra Salvatore di Capracotta e Angela di zita.
− A dì 10 novembre 1652 è morto Micco di Capracotta d'età circa 25 anni confessato, comunicato et oliato è stato sepellito nella chiesa di San Donato (collegata a uno spetale per ricovero di forestieri e pellegrini).
− A dì 28 ottobre 1653 è morto Biagio Gabriele alias Crarcione della terra di Capracotta confessato, comunicato et oliato è stato sepellito nella chiesa di Santa Maria del Carmine.
− A dì 8 ottobre detto 1672 è morto ab intestato Paulo Lafardo di Capracotta figlio di Antonio Lafardo del Rammerale di anni 15 in circa è stato sepelito in Santa Maria del Carmine (presso il convento dei Carmelitani i pastori di Capracotta beneficiavano di uno jus sepeliendi).

Ugo Carozza

Fonte: U. Carozza, Da Capracotta a Canosa di Puglia, in «Voria», III:2, Capracotta, dicembre 2009.

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