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Dalla terrazza


La terrazza della casa di Capracotta a San Salvo (CH).

No, non è il titolo del film interpretato da Paul Newman e Joanne Woodward, coppia anche nella vita, bensì il punto di osservazione da cui, a San Salvo, è possibile "spaziare" lo sguardo sia sul centro storico sia sulla valle del Trigno, incorniciata dalle Ripe che, con la punta di Montebello, sembrano una freccia scagliata verso il mare.

Questo punto, anzi questa terrazza, è un crocevia tra la salita della fonte (via Fontana) e via Savoia. I sansalvesi di età, diciamo così, matura, quindi i "nativi", hanno frequentato questo luogo sin da ragazzi perché vi venivano inviati dai genitori, dai parenti o da persone anziane (alle quali, in quanto tali, bisognava portare rispetto), per comprare il tabacco (trinciato forte) e le cartine (più che le sigarette), francobolli, fiammiferi e... sale da cucina non ancora raffinato. Eh, sì, proprio lì, perché, al di là della toponomastica e dei numeri civici, lì c'era lo "spaccio" (sali e tabacchi per le persone "colte" di allora) di Capracotta, e va a capire se Capracotta era un soprannome o se, piuttosto, indicava il paese di provenienza del tabaccaio anzi, per meglio dire, di lu Salarole!

Sono passati dei lustri, molti; sono cambiate le gestioni; lo spaccio si è trasferito altrove, l'edificio che lo ospitava, per lungo tempo fatiscente, è stato ristrutturato, il cantiere ha restituito, finalmente, la "terrazza". Ma sì, lo so che non è quella del Pincio, di Posillipo o quella della Marchesa a Vasto! È quella "umile", da dove un sansalvese, sporgendosi, non vede più la salita (duro banco di prova per i ciclisti, in erba e adulti), la stessa dove si teneva la fiera delle merci (quella del bestiame proseguiva nella via sterrata della Madonna delle Grazie). Vede, però, non con gli occhi della nostalgia, ma con quelli consapevoli del presente, il punto di partenza per un percorso alla ricerca di un posto intimo, segreto, esclusivo, insomma del "Posto dell'Anima".

Ed allora, via, si scenda dalla terrazza, non senza aver prima ricordato che sulla stessa gravitava anche una sartoria, e si segua una prospettiva di lampioni che fanno da spartiacque tra due livelli stradali incorniciati da una bella ringhiera. Sulla destra del livello inferiore c'è uno dei simboli di San Salvo: la Fonte, anzi la "Fontevecchia". Rappresenta, da sempre, la risorsa idrica in caso di rubinetti a secco. L'acqua, la cui provenienza non è stata accertata, scorre copiosa dalle sue cannelle, alimentando due vasche. Ha irrigato per anni l'orto della fonte che, ora scomparso, le stava di fronte e digradava, con piccole terrazze, verso il ponte dei Casolani, anch'esso scomparso.

È stata ed è generosa, la fonte; ancora oggi fornisce acqua per irrigare orti e giardini o, con opportuni accorgimenti (bollitura), per dissetare. Una volta si diceva, ma lo si dice anche oggi, che dissetandosi con quest'acqua si ottenevano due risultati: si beveva e, data la sua "corposità", si mangiava anche. Per questa corposità, non essendo noto il luogo di provenienza, si ipotizzava che potesse passare addirittura sotto il cimitero. E lì, con tutto quel fosforo...

Da dove provenga l'acqua, non si sa, ma come arriva ad alimentare la fonte sì, e questo grazie alle ricerche effettuate con la campagna di scavi che ha interessato il centro storico portando alla scoperta di uno splendido acquedotto di epoca romana. Se ne può avere un'idea guardando il muraglione che fa da sostegno al livello superiore della strada. Vi si scorge un'apertura protetta da una lastra di vetro. Il cunicolo che si intravede non è percorribile, ma lo si può ammirare nella sua... arcana complessità. Pochi passi in salita ed ecco il livello superiore. Anche qui una terrazza, anzi no, il "Muraglione", dal quale si dominavano la fontana e l'orto della fonte e si guardava la speculare collina dei Casolani, tutta verde nella memoria, completamente urbanizzata nel presente.

Il Muraglione, quanti ricordi: pastificio, sartoria, personaggi "strani" come Nonzaccio che, quotidianamente, percorreva le strade di San Salvo con una cesta contenente tutto ciò che potesse essere oggetto di compravendita, principalmente alimentare, non disdegnando il baratto.

Ricordi, certo. Il presente è un luogo ameno dove prendere il "fresco" nelle sere d'estate e dove sono presenti locali di tendenza per i più giovani. La ristrutturazione di alcune case ha reso percorribile un passaggio che, in passato, era un inghiottitoio di acque piovane e di... palloni che, magari, erano sfuggiti al sequestro da parte della guardia, perché davanti alle scuole non si poteva giocare a palla.

Si chiamava la guardia, allora, il vigile urbano ed era uno solo. Oggi c'è il corpo dei vigili urbani, e sono tanti. Percorrendo questo passaggio, si accede a quello che si è rivelato essere il chiostro dell'abbazia dei SS. Vito e Salvo. Lo testimoniano i ruderi riportati alla luce ed opportunamente lasciati a vista. Il palazzo scolastico, sorto sul sito dell'abbazia, è diventato una sede staccata del municipio, con buona pace di chi vi ricorda le proprie scuole elementari e il centro di lettura, condotto dai maesri Evaristo e Raffaele.

Prima di proseguire per la piazza, quella grande, è opportuno effettuare una deviazione che, attraverso una porta, solo immaginaria perché scomparsa, ci immette su via Portanuova e da qui, attraverso vicoletti, come vasi comunicanti, su via Orientale. È il nucleo originario della vecchia San Salvo, quello sorto intorno alla chiesa. Vi echeggiano storie, aneddoti, fatti di sangue (la Gissana), si evocano personaggi (Ersilia, il panettiere) o amici prematuramente scomparsi (Giuliano). Vari studi (progettazione, legali) e una sede museale (ex palazzo scolastico) sono il presente. Se ad essi, qui e in tutto il centro storico, si aggiungessero il salumiere, il ristorante, il ciabattino, il sarto e, come piace dire adesso, quant'altro, ritornerebbe quel calore umano che la moderna ma fredda, molto fredda, cortesia dei centri commerciali ha portato altrove.

Uno sguardo all'abside della chiesa, alla casa di Giuliano, al palazzo Cirese, alla casa del sarto, quello che veniva chiamato lu mastro per eccellenza (si vocifera anche di soffitti affrescati in qualcuna di queste abitazioni) e giù, via per un'altra porta.

Uno slargo, ma si è fuori dal nucleo storico. Per rientrarvi si risale una scalinata, che meriterebbe maggiore attenzione (intesa come manutenzione e fruizione), e, da quella che una volta era la via di li 'Mburz (parola intraducibile dal significato arcano, luogo in cui si andava solo per estreme e personalissime necessità), ci ritroviamo nella solarità della San Salvo odierna: il municipio, piazza Papa Giovanni XXIII, corso Umberto, il monumento ai caduti, via Roma (alla cui estremità c'è la villa comunale che, dopo una "enigmatica" ma suggestiva ristrutturazione, si offre al tempo libero dei sansalvesi). Studi e uffici, negozi di vario genere, bar: ce n'è per tutti e per tutti i gusti.

Per il percorso che stavamo seguendo, però, dopo via Martiri d'Ungheria (già li 'Mburz) pieghiamo a sinistra per rientrare nel centro storico. Non eravamo abituati, noi sansalvesi, all'idea che la nostra città avesse origini che andassero oltre il 13° secolo, epoca a cui risale la cattedrale. Gli scavi effettuati, invece, hanno restituito addirittura una città romana, tanto suggestiva quanto avara di informazioni utili per darle un nome. Pazienza! Vuol dire che: al posto della bottega di un sarto (ma quanti sarti c'erano a San Salvo!) che, per la sua arguzia, vera o presunta, era soprannominato Fiirb (furbo), dove si riuniva la gioventù studentesca del tempo per dare luogo a dibattiti e concerti con chitarra e mandolino, o di casa Sparvieri (con annesso laboratorio di carradore), o di quella dei Ciavatta, dei Cilli, dei Napolitano, dei Russo, dei De Fanis (tutte scomparse), ci ritroviamo un bel parco archeologico con muri romani in opus incertum e reticulatum e ambienti di una domus romana con notevole mosaico policromo.

Prospetta, sul parco, il palazzo Bruno-Di Iorio che, se ristrutturato, darebbe un tono, un certo non so che, a tutto l'insieme. Ed ecco la piazza, quella grande, l'agorà, piazza San Vitale. Custodiva, all'insaputa di tutti, memorie inimmaginabili di eventi e persone. Verrebbe quasi da chiedere agli amici che ci abitavano (Bruno, Ciavatta, Cilli, Sparvieri): ma voi, che so, di notte, o nei momenti di intimo raccoglimento, non avvertivate "presenze fluidificanti" intorno a voi?

Anche ora, dopo la ristrutturazione con sanpietrini, la piazza custodisce, nel suo grembo, in un interessante museo, tutto quello che gli scavi hanno riportato alla luce. Una visita al museo è obbligatoria per ogni sansalvese; vi può trovare, oltre a tante cose per lui inedite, anche reperti che gli ricordano oggetti già visti (tipo l'orcio che stava davanti al giardino del monumento ai caduti, di cui si è persa ogni traccia). Vi si accede (ma i giorni di apertura dello stesso e degli ambienti del mosaico sono obiettivamente pochi) dalla Casa della Cultura, ricostruita sul posto dove una insensata decisione portò ad abbattere il palazzo che inglobava anche la Porta della Terra, autentico "logo" (adesso solo nella memoria) del centro storico. Un arco dalle linee architettoniche tutto sommato modeste, ma che esprimevano la sansalvesità, in tutte le sue accezioni. Era la porta che si chiudeva al tramonto, era il patibolo per i briganti che infestavano le contrade, era la porta attraverso la quale si passava dal borgo alla terra e viceversa. È stata ricostruita, e questo è un bene; ma non come io, sansalvese, l'avrei rivoluta, cioè com'era!

È stato detto: "Non bisogna realizzare un falso storico". D'accordo. Il falso storico, però, avrebbe comunque ripristinato la memoria. Si pensi, se si vuole, a Monaco di Baviera. Ora c'è una struttura polifunzionale e l'arco è uno dei luoghi di tendenza delle nuove generazioni. Meglio questo che lo scempio dello squarcio. Si rimuova, però, quell'orologio, con tanto di sponsor, a lungo in conflitto con l'ora legale e/o solare, sostituendolo con uno stemma del Comune.

È grande piazza San Vitale; se ne possono ammirare le dimensioni veramente notevoli. Si rimane alquanto perplessi di fronte alla facciata della cattedrale. Io, sansalvese, mi chiedo, ancora oggi, come sia stato possibile, in passato, abbattere un campanile del 13° secolo: poderoso, puro nelle sue linee architettoniche, con la particolarità, abbastanza rara, di costituire anche la facciata della chiesa. Ma tant'è! Adesso c'è una facciata di tipo romanico che lentamente, faticosamente, viene "accettata" da tutti. Si potrebbe, a mio avviso, migliorarla inserendo dei mosaici nel doppio ordine di archi e restituendole, anche, tutto il sagrato eliminando un altro punto interrogativo: lo zampillo! Luogo da riscoprire, la piazza, e non soltanto la mattina del dì di festa, ma anche e soprattutto nell'ora del tramonto, a primavera (per seguire le infinite evoluzioni, un vero e proprio moto perpetuo, di mille e mille rondini e sentire il concerto scaturito dal loro garrire), oppure nelle calde serate d'estate (per un po' di frescura o per partecipare/assistere a manifestazioni od eventi), o anche nel tepore dell'autunno (con il profumo delle caldarroste che proviene da lì, dove stazionava Tumuoss, Tommaso Ciccotosto). Oggi è possibile tutto ciò con la "complicita" (basta chiedere per ottenerla) di una caffetteria che offre, tra l'altro, un amarcord della S. Salvo com'era (essa stessa era sede dell'ufficio postale), o della pizzeria che ricorda, nel nome, la porta abbattuta.

Usciamo dall'arco e noi sansalvesi ci portiamo dietro un dubbio mai fugato: è vero che in una delle case della piazza si nasconderebbe un tesoro? Leggenda metropolitana? Forse. Al pari di quella del macellaio che era capace di abbattere la bestia con la sola forza del suo pugno. Ma in questo caso non c'è dubbio: c'erano i testimoni! Forse.

Fuori della porta c'è corso Umberto, che s'incontra con corso Garibaldi. È questa, senza dubbio, la parte più elegante della città. Annovera bei palazzi (Napolitano, Ciavatta, ex Sabatini, de Vito), negozi di vario genere (abbigliamento, oreficeria, calzature, musicale, antiquariato, intimo), vi operano un vivace caffè/gelateria, il fotografo con archivio di immagini storiche sansalvesi, studi medici e legali, una farmacia di cui si può ben dire che è l'immagine speculare della crescita di San Salvo, il bar di chi ha lunga memoria (ma anche di chi l'ha corta). Nella piazzetta adiacente a quest'ultimo, di fronte ad un elegante palazzo, si teneva il mercato del pesce portato da li pisciaruli di Vasto. Una curiosità accomuna questo bar e quello presso piazza Papa Giovanni XXIII: in entrambi c'era un salone da barbiere e, se la memoria non mi inganna, anche una sartoria.

Ed a proposito di curiosità ecco... una giostra. Non è, attenzione, del tipo di quelle delle piazze viennesi, dove echeggiano le note di W. A. Mozart, o di quelle dei luna park, che fanno la felicità di genitori, nonni e nipotini. Questa è una giostra particolare che avvolge con i suoi vortici, evoca lontani ricordi, squarcia veli, provoca emozioni, procura sensazioni: un libro, un quaderno, un vaso, un contenitore vuoto di caramelle, una locandina d'epoca, la stanza delle bambole e quella della maestra, un labirinto di stanze (18) che sembrano scatole cinesi, una vera e propria girandola di saliscendi e flashback. È la giostra, la giostra della memoria. Per girarla ci vuole il filo di Arianna, vale a dire la custode, nonché ispiratrice del tutto.

Ma ritorniamo alla Porta della Terra, da dove eravamo usciti e imbocchiamo il segmento "cittadino" di via Fontana, anch'esso su due livelli. Sulla sinistra di quello inferiore, dei negozi hanno sostituito una macelleria (sì, quella del pugno) ed una farmacia (la prima in ordine cronologico). Sulla destra del livello superiore, studi medici hanno sostituito i negozi precedenti di genitori e... nonni. Ed ecco alfine la terrazza da cui ha avuto inizio la nostra passeggiata.

Abbiamo girovagato dentro e fuori il "quadrilatero": così è stato definito il centro storico. Nonostante qualche distinguo, la denominazione è del tutto appropriata, vista la conformazione dello stesso. Un centro storico, quello di San Salvo, paragonabile alla mitica araba fenice, che risorgeva dalle sue ceneri. Infatti, pur avendo subito pesanti devastazioni, esso si presenta ancora oggi fruibile. Basteranno alcuni indispensabili accorgimenti: rendere abitabili (quindi dotare di tutti comfort) quei locali che possono costituire unità abitative e mettere a norma, per lo svolgimento di attività di vario genere, quei locali che non hanno tale caratteristica. Il centro storico di San Salvo, a differenza di altri, se lo può permettere. Non occorrono, perciò, altri abbattimenti e "grattacieli", come da qualche parte ipotizzato.

Si prenda esempio, tanto per fare un nome, da Atene, che non è certamente... Roccacannuccia. Questa città, anzi questa metropoli, nel corso di una riqualificazione urbana, che ha portato ad aperture di strade e a costruzione di palazzi e grattacieli, ha lasciato integra la Plaka, quartiere turco con superba vista dell'Acropoli. I turisti, ed anche gli ateniesi, è lì che vanno, dopo aver visto, naturalmente, l'Acropoli ed i suoi tesori. Per concludere e sperando di non aver annoiato (ma se così fosse, chiedo naturalmente ed umilmente scusa), vorrei rivolgere ai sansalvesi "indigeni" ed a tutti i forestieri che hanno contribuito a far crescere San Salvo fino al conseguimento del titolo di città (motivo per cui hanno il mio grazie più sincero), una esortazione: fruiscano pure degli agi della San Salvo moderna (ne ha, eccome se ne ha), quella proiettata verso il futuro, ma non manchino di scoprire e/o riscoprire, e quindi apprezzare, il nucleo originario della stessa, il vero posto dell'anima per chiunque ne vada in cerca!


Achille Pellicciotta

 

Fonte: https://www.sansalvo.net/, 22 agosto 2010.

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