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Elogio funebre per la scomparsa del dott. Vincent D'Andrea


La sede del centro "The Bridge", fondato da Vincent D'Andrea.

24 giugno 2001.

Il dott. Vincent Joseph Stephen D'Andrea, padre, guaritore, marito e amico si è sottratto dai tormenti di questa vita mortale cinque giorni fa alle diciotto di sera. Vince è deceduto a casa, circondato dalla sua famiglia e dagli amici più cari, a causa di un tumore che aveva investito il polmone sinistro e che nel giro di sei mesi ha prosciugato le sue forze fino a togliergli l'ultimo respiro. Ma il tumore non gli ha tolto il senso di riconoscenza per la tenerezza dimostratagli specialmente dalle figlie e dalla moglie Shirley e dalle gentilissime infermiere che si sono unite a noi durante la sua ultima settimana. Vince è rimasto lucido quasi fino in fondo, ha conservato il senso dell'umorismo, pensava agli altri, nutriva speranza. È scivolato via con tranquillità ed in grande pace. Anche se tra poco il suo corpo sarà consumato, noi che gli abbiamo voluto bene siamo sostenuti dal ricordo di lui, delle sue tante gentilezze, della sua forza e anche delle sue debolezze e fragilità umane.

È successo troppo presto. Citando un filosofo, «non possiamo fare nulla sulla durata delle nostre giornate ma molto possiamo fare sul loro spessore e sulla loro profondità». Tutti noi che abbiamo conosciuto Vince possiamo testimoniare quale fosse lo spessore e la profondità delle sue giornate. Lo spessore dei suoi interessi intellettuali, delle sue capacità, dei suoi hobby, dei suoi viaggi, delle sue letture e amicizie, dei suoi successi e del suo sapere.

Questo livello di conoscenze gli permetteva di completare un cruciverba del New York Times in poche ore e di riconoscere, il giorno prima di morire, il nome di un protagonista oscuro di un'opera minore di Shakespeare di cui gli stava parlando Daria. Era anche sempre interessato alle cose normali di tutti i giorni, dalle automobili d'epoca alla cucina, dal giardinaggio alla falegnameria.

Vince era un uomo passionale, di profonda fedeltà, integrità e umanità. Sua moglie Shirley suole dire spesso che ha sposato Vince perché piangeva ascoltando l'opera. Ma sappiamo che quando si sono conosciuti era anche divertente, intelligente, artistico, di una bellezza seducente. Saper piangere all'opera è un riflesso della profondità emotiva e della passione che abbiamo amato in Vince. Norma, un'amica di lunga data, descrivendo la grandezza della bontà di Vince quando morì il figlio di lei, disse che «Vince era straordinariamente vero».

Vince nacque a Filadelfia, da immigrati italiani, Giuseppe S. D'Andrea, falegname, e Filomena (Marmie) Carugno. Egli crebbe in un quartiere italiano, circondato da una famiglia numerosa. Da grande ha sempre amato avere la sua famiglia seduta intorno ad un tavolo con un buon pasto e del buon vino. Adorava cucinare e soprattutto fare il vino, di preferenza insieme alla famiglia e agli amici. Amava lavorare in compagnia e festeggiava l'evento con un piattino di pane e formaggio, accompagnando un cantante lirico alla radio, assaggiando il vino per assicurarsi che venisse bene e dando istruzioni a tutti sul da fare.

ll fratello minore, mio zio Joe, ricorda che quando era adolescente e costruiva aeromodelli in legno di balsa, suo fratello più grande componeva poesie... in greco. Vince studiò letteratura all'Università La Salle: e durante la sua fase di vita bohémien, informò suo padre che non intendeva diventare medico come avrebbe voluto lui ma che voleva lavorare con le mani e scrivere poesie. Suo padre molto saggiamente lo mise a lavorare scavando fosse e spaccando mattoni e verso la fine dell'estate Vince era pronto per frequentare la Facoltà di Medicina. Non perse mai però il rispetto per i lavori manuali e per le capacità di suo padre: casa nostra era sempre piena di mobili, case per bambole e sculture fatte a mano. Vince si laureò in medicina presso la Temple University School of Medicine a Filadelfia nel 1957. Prese la specializzazione in Psichiatria presso il Centro Medico di Stanford a Palo Alto dal 1959 al 1962. Successivamente, dal 1963 al 1967 fu nominato direttore psichiatrico per la Peace Corps a Washington D.C. per poi trasferirsi alle Hawaii presso il Centro di Formazione per il Sudest Asiatico della Peace Corps. Mia madre ricorda come questo fu l'unico periodo nella loro vita che la vide gelosa. Non dei suoi frequenti viaggi per la Peace Corps, ma perché egli amava così tanto la sua professione. Amava lavorare con i giovani e dedicò il resto della sua carriera lavorando con gli studenti di Stanford, molti dei quali lo ricordano con grande affetto.

Perché il giovane Vince fu attirato dalla psichiatria, la più inesatta tra le scienze mediche? Certamente l'intelletto di Vince era attirato dall'approccio antropologico e letterario dei primi freudiani e più tardi dalle prospettive stimolanti offerte dalle nuove terapie farmacologiche per le malattie mentali. Ritengo che sia stata la natura umana a guidare i suoi interessi negli anni. Egli viveva il conflitto che gli uomini di intelletto vivono nei confronti deila religione, quello che C. S. Lewis chiamò «il problema del dolore», che ci fa domandare perché le persone buone soffrano e che ci mette di fronte al problema profondo della natura umana. In alcuni periodi della sua vita Vince fu un cattolico errante, anche se ha cantato nel coro di Sant'Anna per tanti anni. Come diceva Mimì in "La Bohéme": «Non vado sempre a messa, ma prego assai il Signor». Anche Vince non andava spesso a messa, soprattutto dopo che il Concilio Vaticano II aveva abolito alcuni dei rituali che lui amava tanto. Ma non abbandonò mai la sua fede di fondo e so che si riteneva fortunato di aver ricevuto l'estrema unzione, anche se al momento Vince pensava, come tutti noi, che quel gesto fosse prematuro.

Dopo una lunga carriera, Vince è andato in pensione nel 1997 come professore associato presso il Dipartimento di Psicologia dell'Università di Stanford, dove aveva anche lavorato come psichiatra di ruolo presso la clinica studentesca Cowell per 27 anni. Il dott. D'Andrea fondò la clinica terapeutica studentesca presso l'Università di Stanford chiamata "The Bridge" (Il Ponte) ed era consulente per l'Associazione Studentesca per gli Indiani d'America di Stanford. Nel 1983, Vince e il collega Peter Salovey hanno scritto il manuale fondamentale per la formazione e lo sviluppo delle tecniche di consulenza esercitate da pari o coetanei, di cui è stata pubblicata la seconda edizione nel 1996. Nel 1992, la American College Health Association (l'Associazione Sanitaria Universitaria Americana) ha riconosciuto il lavoro di Vince nel campo della salute studentesca. Nel 1994 Vince è stato nominato membro a vita dell'Associazione Americana di Psichiatria. Imparava continuamente nuovi metodi per aiutare i suoi studenti e i suoi pazienti in analisi transazionale, la Gestalt, la terapia di gruppo e varie terapie farmacologiche. Da figlio avevo una visione molto incompleta della sua vita lavorativa e ricordo, in occasione della sua festa di pensionamento, il senso di stupore per la quantità di ex studenti e di membri della clinica Bridge che mi hanno testimoniato quanto avessero imparato da Vince e dal calore e dalla simpatia esibiti dai suoi colleghi. Gli hanno conferito un premio immaginario chiamato "The Special High Intensity Training" il cui acronimo vi dovrebbe essere chiaro... (l'equivalente di "cacca" in italiano). Penso che il motivo fosse che lui non accettava volentieri riconoscimenti formali che considerava vanità.

Una delle qualità che la gente ricorda di più di Vince era la sua italianità, se possiamo chiamarla in questo modo. Anche se era ben felice di viaggiare in Asia, in Europa dell'Est, Spagna, Irlanda e Polonia, sapeva che l'Italia era la sua vera dimora. Fece suo il patrimonio della sua originaria cultura, quella italiana, che comunicò ai suoi figli ed a chiunque si avvicinasse troppo a lui! Si recò più volte nel paese di Capracotta, dove nacque suo padre, e fece tesoro della gente e dei luoghi delle sue origini. I suoi parenti lì sono altrettanto addolorati per la sua scomparsa quanto lo siamo noi negli Stati Uniti anche perché lui e Shirley sono stati loro ospiti solo pochi anni fa.

So che mio padre era in grado di provare paura, ma non la provò alla sua morte. Era amareggiato di avere una forma tumorale rara che offriva scarse possibilità di trattamento e dal fatto che il suo indebolimento gli impediva di usare le mani normalmente. Ha rimpianto profondamente di non riuscire a resistere abbastanza a lungo da partecipare al matrimonio della figlia Claudia tra poche settimane. Preghiamo affinché la sua fede e il nostro sostegno lo aiutino a superare questi rimpianti e siamo confortati dal pensiero che ha lasciato questa vita così serenamente e circondato dai suoi cari. Gli diciamo addio con la consapevolezza, dolceamara, del fatto che Vince ha vissuto una vita intensa e appassionata.

Per usare le parole di Shakespeare: «Addio, dolce Principe, che tu possa essere accompagnato da voli di angeli nel tuo sonno».


Christopher D'Andrea

(trad. di Sim Smiley)

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