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Emirati Capracottesi Uniti

  • Immagine del redattore: Letteratura Capracottese
    Letteratura Capracottese
  • 5 mag
  • Tempo di lettura: 8 min

Trivellazioni a Pescopennataro

Sii come un viaggiatore:

impara dai sentieri che percorri.


La professione di informatore scientifico si articola anche in lunghe trasferte automobilistiche che, amando viaggiare, non mi danno alcun peso particolare. Evito così di sfruttare, a meno che non sia strettamente necessario, le tratte autostradali, preferendo la viabilità ordinaria, che mi consente di osservare ed ammirare tutto il mondo che mi circonda, senza eccessivo aumento del tempo necessario per gli spostamenti e perdendomi in pensieri o spunti di riflessione.

Conoscendo fin dall’infanzia le strade che occorre percorrere, il viaggio diventa una macchina del tempo dove particolari luoghi o vedute mi scagliano in un mondo di ricordi dai quali scaturisce la voglia di saperne di più e poi condividere con voi in queste pagine quello che riesco a scoprire. Un ricordo spesso è doloroso se non hai qualcuno con cui condividerlo o, peggio ancora, coloro che hanno contribuito a formarlo non ci sono più per evocarlo insieme.

Capita allora che in una mattina di primavera, percorrendo la provinciale che da Pescopennataro conduce a Capracotta, poco prima di raggiungere il bivio per Castel del Giudice, una piccola strada bianca, diramantesi sulla sinistra e diretta verso un plateau nascosto dalla vegetazione, fa scattare in me un flash mentale: la trivella!

Papà conosceva bene la mia passione di bambino per la scienza e i macchinari e, nei momenti in cui potevamo concederci una passeggiata insieme, mi portava alla scoperta di quello che la tecnologia offriva alla vista sul nostro territorio: i grandi automezzi privati e comunali, il Clipper, le turbine, la sciovia, le moderne stalle meccanizzate di zio Ubaldo Di Nardo. Così, in un lontano pomeriggio, la 500 ci portò davanti ad una gigantesca struttura che, come un trionfo delle tecnologia, svettava verso il cielo, dominando, nel suo frastuono quasi ritmico, il bivio di Castel del Giudice.

Era una trivella da perforazione petrolifera con la caratteristica torre derrick, come si poteva vedere nei filmati televisivi e nei telegiornali. Il piazzale era un turbinio di tecnici e operai, invaso dai macchinari atti a far funzionare le aste di perforazione con in testa il caratteristico scalpello rotante ed i grandi e borbottanti gruppi elettrogeni. A breve distanza, circondata da altri impianti, e scavata nel terreno, una grande e profonda vasca di cemento (mud-pit) raccoglieva un'acqua verdastra e melmosa, i fanghi, che addizionati a particolari composti servivano a raffreddare e lubrificare lo scalpello portando poi in superficie i detriti di perforazione e che, dopo decantazione, filtraggio e rigenerazione, attendevano di essere reimmessi nel pozzo. Le dimensioni del mud-pit, con la sua oscura e minacciosa profondità, mi impressionavano a tal punto che gran parte dei miei incubi notturni si concludevano - e si concludono tuttora - con una caduta a precipizio in quella magnetica acqua verdastra, seguiti da un brusco e poco piacevole risveglio.

Oggigiorno, per maggiore tutela ambientale e praticità, le vasche dei fanghi vengono realizzate in acciaio e poste al di fuori del terreno (mud-tanks).

La visione notturna era ancora più spettacolare con la torre illuminata a giorno dalle potenti fotoelettriche come una luminosa sfida che il cuore della terra lanciava verso il buio della notte. Eppure, una immagine calda e rassicurante di efficienza e di lavoro intenso e febbrile.

E a questo punto ho cominciato a fare qualche ricerca, confortato e sostenuto anche dalla bella pubblicazione "Il petrolio a Capracotta" del nostro prezioso ed ineffabile "padrone di casa" Francesco Mendozzi, condividendo con lui osservazioni e sorprese.

Nell'ambito di una costante volontà di ottenere una indipendenza energetica per il nostro Paese, l'Eni volse la sua attenzione anche alla ricerca di idrocarburi e gas sul territorio appenninico centrale nel settore tra Abruzzo e Molise. Tale ricerca ottenne un primo risultato, come riportato da Francesco Mendozzi, con l'inaugurazione del pozzo "Cigno 1" nei pressi di Pescara. I rilievi geofisici avevano inoltre messo in evidenza come il sottosuolo delle nostre zone fosse costituito da strutture cretaciche e giurassiche, che in gergo venivano definite rocce serbatoio. Gli idrocarburi ed il gas, nel periodo del boom economico, erano vitali per fornire la materia prima di ogni sviluppo socioeconomico: l'energia da cui dipende ancora la crescita del Paese e la locomozione con il trasporto delle merci.

Nei primi anni '60 la Montedison, la Petrolsud e la Mineraria Petrolifera Italiana Spa, che confluirono successivamente nell'Eni, iniziarono prospezioni geodetiche e rilievi geosismici anche nell'Alto Molise seguiti poi da perforazioni tramite pozzi esplorativi (wildcats) e, in caso di esiti positivi per la presenza di idrocarburi, da ulteriori pozzi di accertamento (appraisal wells) per verificare la quantità di giacimento. Il Molise, nel frattempo, era diventato parte integrante della ricerca petrolifera come attestano i giacimenti di gas a Rotello, di metano a Larino e di idrocarburi a Cercemaggiore. Le perforazioni, pur se in moltissimi casi si rivelarono infruttuose (pozzi sterili), implementarono comunque una migliore conoscenza geologica del sottosuolo molisano.

Cercando ulteriori dati sulle perforazioni altomolisane ho consultato elenchi e documentazioni degli archivi del progetto ViDEPI (Visibilità dei Dati afferenti alla Esplorazione Petrolifera in Italia) generato da una collaborazione tra Società Geologica Italiana, Assorisorse, Ministero dell’Ambiente e Sicurezza Energetica e Università degli Studi Roma Tre. Altri dati li ho desunti dagli archivi storici Eni e UNMIG (Ufficio Nazionale Minerario per gli Idrocarburi e le Georisorse) imbattendomi in notizie curiose. Sapevo anche che in molti casi dei pozzi minori non venivano registrati e rimanevano solo nella memoria locale e degli anziani.

In alcuni casi la ricerca è stata resa difficile dal fatto che le concessioni di ricerca e perforazione portavano denominazioni diverse dalla zona di scavo. Ad esempio, come vedremo, la concessione "Ateleta" interessava pozzi di perforazione situati a Pescopennataro, oppure altre concessioni venivano elencate tramite il punto geodetico più vicino. La concessione di ricerca comportava dapprima la ricerca geologica e poi la prospezione sismica ma non sempre era seguita da perforazione esplorativa se i risultati erano poco confortanti con la conseguente rinuncia ad ulteriori ricerche. Tale ad esempio fu la ricerca petrolifera riportata dall'amico Francesco. Comunque, ho cercato di trovare i dati più strettamente connessi al nostro territorio.

Un'altra curiosità deriva dalla localizzazione geografica: le coordinate usate per la ricerca petrolifera Eni in quegli anni si basavano sul sistema sessagesimale Datum Roma40 Monte Mario, associate al sistema Gauss/Boaga. Ingenuamente, insieme al carissimo Francesco, cui avevo trasmesso i dati grezzi, le abbiamo inserite nel GPS e... siamo finiti in Catalogna! Infatti, non sapevo che il GPS usa il sistema WGS84 e che pertanto occorre effettuare una conversione dei dati tramite apposite tabelle. Ci ripromettiamo di farlo più avanti per ottenere, tramite le griglie dell'IGM (Istituto Geografico Militare), coordinate molto più precise e magari progettando delle visite sul posto.

Ma cominciamo con le sorprese: indico numero di pozzo, luogo, anno di scavo, profondità, giacimento, concessione, concessionaria e provincia.

Sapevate che?

  • Pozzo 3885 "Monte Capraro 1" aa 1964 prof. 1.511 m gas conc. "Masseria Gizzi" (Min.Petr.It.) CB;

  • Pozzo 3886 "Monte Capraro 2" aa 1967 prof. 347 m sterile conc. "Masseria Gizzi" (Min.Petr.It.) CB;

  • Pozzo 3887 "Monte Capraro 2b" aa 1968 prof. 1.621 m gas conc. "Masseria Gizzi" (Min.Petr.It.) CB.

Pensando di aver preso un abbaglio, ho cercato se esistessero altri luoghi in Molise definiti Monte Capraro, in provincia di Campobasso ma non ve ne sono tranne il nostro. Ovviamente, bisogna tenere conto che la registrazione provinciale riportata venne fatta prima della proclamazione di Isernia come seconda provincia del Molise (1970). Allo stato attuale, non ho dati per una corretta identificazione del punto di riferimento "Masseria Gizzi", su cui mi riprometto di fare ulteriori ricerche. Ma andiamo avanti:

  • Pozzo 425 "Ateleta 1" aa 1965 prof. 1.807 m sterile conc. "Ateleta” (Agip) IS;

  • Pozzo 426 "Ateleta 2" aa 1967 prof. 2.911 m sterile conc. "Ateleta" (Agip) CH.

Insospettito dal report provinciale della concessione "Ateleta" (dapprima IS, poi CH), ho visionato direttamente la documentazione originale completa di mappa geografica e... la concessione era sì "Ateleta", ma le perforazioni vennero realizzate nel territorio di Pescopennataro. In particolare, il raffronto della mappa del pozzo 426 "Ateleta 2" con le foto satellitari mi confermarono che avevo trovato il "mio" pozzo in prossimità della località Fonte degli Angeli. È stato come risalire di nuovo con papà sulla 500 con la testa che a malapena sporgeva dal bordo inferiore del parabrezza e girare per il piazzale mentre mi teneva per mano!

Il sito di Pescopennataro venne interessato da ulteriori perforazioni da parte della Elf (Pescopennataro 1 e 2) nel 1981 con tracce di olio minerale a 3.028 m e nel 1983 a 2.742 m ma senza risultato, come nel 1984 a Vastogirardi il pozzo "Fonteviva 001" di 2.468 m sempre della Elf. Sterile fu anche il pozzo "Selva Piana" praticato dalla Sori nel 1989 a Castel del Giudice. In ogni caso, le esigue quantità di idrocarburi e gas rinvenuti sconsigliarono perforazioni tese allo sfruttamento.

La stagione effimera dei pozzi esplorativi portò ad una breve e transitoria offerta di lavoro per le maestranze locali; purtroppo una piccola goccia di balsamo economico in un territorio da tempo affetto dalla subdola malattia emigratoria avente origine nella ricerca di condizioni migliori di vita. Le successive contestazioni per i danni ecologici verificatisi in alcune zone del Molise furono conseguenza di un mancato rispetto delle normative e regole tese alla preservazione dell'ambiente, come la cattiva gestione delle scorie di perforazione, in alcuni casi radioattive, e i residui idrocarburici illegalmente smaltiti negli stessi pozzi. Ma non credo sia questa la sede opportuna per una tale dissertazione.

Una doverosa riflessione va fatta sul personale tecnico che operava intorno alle torri. L'attività di perforazione era ripartita sulle piattaforme marina (offshore) e nelle strutture di terra (onshore). La forza lavoro era strutturata con una gerarchia precisa: gli operai generici assunti anche dalle località contigue (roustabouts), i tecnici esperti spesso di nazionalità americana (roughnecks) e i caposonda (drillers). Il lavoro era ripartito in turni estenuanti di dodici ore diurne (morning tour) e dodici notturne (graveyard shift). Spesso si preferiva accumulare più turni di servizio per ottenere periodi di riposo più lunghi, magari da godere a casa. Si lavorava 24 ore su 24 e sette giorni su sette, in condizioni meteorologiche spesso estreme: dal caldo asfissiante alla bufera di neve. Nonostante le prime automazioni si azionassero a mano con rapidità e precisione, macchinari pesanti e pericolosi in ambienti fangosi, rumorosi ed esposti a sostanze tossiche, incendi ed esplosioni senza le moderne protezioni, gli incidenti potevano essere anche molto gravi.

Tuttavia, il lavoro in sonda, pur se pionieristico, di frontiera, richiedente grande resistenza fisica e mentale, era considerato elitario: stipendi più alti della media (circa il 30%) e l'Eni che sotto la guida di Enrico Mattei aveva sviluppato una cultura aziendale specifica con servizi sociali e borse di studio per i figli dei dipendenti, strutturando anche il lavoro in modo più tecnico ed attento.

Le baracche prefabbricate (oil camps) ospitavano con modalità spartane gli uffici tecnici e gli alloggi per i lavoratori ma la privacy era molto ridotta. La lontananza da casa e le scarse possibilità di comunicare con le famiglie erano tuttavia compensate da un forte spirito di gruppo tra colleghi. Le cucine da campo fornivano cibo abbondante ed ipercalorico ed erano previsti anche "pasti di mezzanotte" per il personale in servizio notturno con le mense che venivano elette a cuore sociale. Si giocava a carte e si ascoltava la radio. Nei campi erano previsti anche presidi medici con infermieri per gestire malattie minori, primo soccorso e gestione igienica con prevenzione delle malattie infettive in ambienti isolati. Nei casi gravi si ricorreva alle strutture mediche od ospedaliere più vicine ma in zone remote queste diventavano operazioni complesse. L'Italia di oggi poggia le sue fondamenta anche sulle robuste spalle di questi pionieri.

Ma, cercando di alleggerire il discorso, se le ricerche fossero state coronate da successo avremmo formato gli Emirati Capracottesi Uniti oppure scelto altri obiettivi, o, ancora, cercato un compromesso tra benessere della comunità e rispetto dell'ambiente?

Altre volte tornai a guardare la trivella a bocca spalancata, finché un giorno trovai il piazzale deserto ed immerso nel silenzio. Nel vento solo il ricordo di quell'alta e possente torre. Della ghiaia scurita dalla fuliggine copriva la sede del pozzo, opportunamente chiusa, e, su tutto il piazzale, le tracce profonde degli automezzi che vi avevano imperversato. Solo a breve distanza l'odiata, temuta e profonda vasca con la sua acqua verdastra che continuava a lanciarmi la sua sadica sfida che raccolgo ancora dopo 59 anni di incubi.


Vi fu un tempo in cui facevi domande

perché cercavi risposte ed eri felice quando le ottenevi.

Torna bambino: chiedi ancora.

[C. S. Lewis]


Francesco Di Nardo

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