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Il Lago della Vecchia


Il Lago della Vecchia (foto: F. Di Tella).

È un nome alquanto fuori del comune, il perché di questa intitolazione non è dato a sapersi oppure è alquanto scontato.

Da piccolo, quando attraversavo il ponte prospiciente il serbatoio comunale, mi assaliva l'angoscia dovuta al fatto che da un momento all'altro, dalla scarpata sottostante si manifestasse la figura di qualche malefica entità, visto che crescevamo con la paura dei lupi, delle streghe, dei "paponi" e quant'altro, creati ad arte nei racconti dei nostri nonni durante le lunghe giornate invernali.

La fisionomia del posto purtroppo è cambiata nel tempo.

Il gracidare delle tantissime rane si confondeva con il suono delle campane delle mucche, dedite al libero pascolo nella Guardata, che si abbeveravano a questo laghetto che a fine estate si prosciugava inesorabilmente pur rimanendo impregnato di acqua.

Nel periodo di secca veniva utilizzato anche come campo di calcio da noi "scugnizzi" con stivali da pioggia, nostre usuali calzature tutto fare, e con un apparente pallone raccattato chissà dove.

D'estate veniva utilizzato come pista di lancio di barattoli (cuccariéglie) traforati nel fondo e inseriti in una buca contenente uno strato d'acqua che, venendo a contatto con dei piccoli e puzzolenti sassolini di carburo di calcio, producevano l'acetilene.

L'artificiere, dopo aver valutato il tempo strettamente necessario alla formazione della miscela esplosiva, appoggiava un pezzo di carta fiammante, attaccato all'estremità di un bastone, sul barattolo capovolto e forato, che partiva a razzo per circa 30-50 metri con un fragoroso boato alla ricerca di sconosciuti pianeti; qualche volta purtroppo si arrestò contro la fronte di qualche malcapitato inesperto.

D'inverno veniva utilizzato come pista di arresto di sci con le famose chiòppe. La partenza era la copertura del serbatoio comunale dell'acqua. Questi sci generalmente erano il regalo di Natale dei nostri genitori o nonni, lunghi meno di 1 metro, fabbricati alla meno peggio dai falegnami del luogo con gli attacchi a strisce per gli scarponi ricavati da qualche pneumatico dismesso e assicurati lateralmente da chiodi che a lungo andare si staccavano, e noi lì subito a ripuntellare con chiodi e martello, che portavamo sempre con noi come arnesi del mestiere.


Filippo Di Tella

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