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Majella, la dea madre


La Maiella e il Mare Adriatico visti da Capracotta (foto: A. Mendozzi).

Le vecchie auto d'una volta ti impregnano del loro odore, come un bravo cavallo da mandria. In tre settimane di sole e intemperie, la Topolino mi ha messo addosso la puzza di un gaucho: un esotico impasto di ferro dolce e cuoio, sudore, polvere e bestiame, con in più un mix vetero-operaio di plastica, stagno, caucciù e guarnizioni. Una mutazione genetica. Mio figlio Andrea, che mi raggiunge in pullman sulla Tiburtina Valeria per farsi un pezzettino del viaggio, mi sente addosso l'odore del trabiccolo prima ancora di salirci. "Una via di mezzo – dice – tra un ranch e una balera di periferia".

Mattina splendida, Nerina rosicchia il pendio verso le gole di Caramanico, in mezzo a sorgenti, fontane, eremi sperduti e l'ultimo rifugio di Celestino Quinto, quello che rifiutò di diventare Papa. Veleggiamo con la capote aperta verso la Majella imbiancata in un terreno andaluso popolato di ulivi. "Attenti – ci hanno detto prima di partire: il Gran Sasso è maschio, la Majella è femmina. Comincia la terra delle dee-madri". Qualcosa di vero dev'esserci: la Majella è rotonda e morbida come le balie tettone d'una volta. Sulla strada solo qualche motociclista e una miriade di ramarri e serpentelli in cerca di tepore.

Sul Passo di San Leonardo il paesaggio si fa austriaco, tutto prati, campanacci e abbeveratoi. Poi è la discesa su Pacentro, una meraviglia. Torri medievali, uno stradone che corre sul displuvio tra rumore di stoviglie e profumo di arrosto. Un negozietto con tutto, dall'uva alle prese elettriche; una donna che mi vende un ombrello giallo con un sorriso stupendo; un barbiere che mi tosa gratis in omaggio alla Topolino e poi mostra dal balcone, una per una, le sorgenti attorno al paese. Sembra impossibile che la gente abbia potuto emigrare da qui. E invece, è scappata così in fretta che ha fatto in tempo a morire per la patria degli altri.

L'America soprattutto. Un manifesto pacifista in piazza parla di due morti in Vietnam, uno sulle Torri Gemelle, uno in Iraq. Verso Pescocostanzo, il treno Sulmona-Casteldisangro ci si affianca come un aereo, ci viaggia accanto sul rettilineo di un tratturo, alla stessa velocità, a cinque metri di distanza. Un unico vagone, con una ragazza che si sporge dal finestrino per salutarci prima che i binari si stacchino dalla strada, e cominci la discesa a precipizio sul Molise.

Capracotta, quota 1.400. Nubi basse, vento, per strada solo un cane, un bimbo in bicicletta, la pantera dei Carabinieri e, sui muri, gigantografie di epici inverni con metri di neve per strada. Oltre la chiesa, un precipizio con vista sulla valle del Sangro. In Molise il vuoto cresce. Dopo le grandi montagne-isole dell'Abruzzo, comincia una Polinesia di cime minori. Un perfetto luogo-rifugio per sanniti, longobardi e, si dice, cartaginesi datisi alla macchia alla fine della guerra punica.

Il capolinea della giornata è a Carovilli, un borgo delizioso a 30 chilometri da Isernia, risparmiato dalla peste della camorra e dello spopolamento. Intorno, luce radente purissima su foreste e cime aguzze dal nome eloquente di Penna, Pizzo e Capa. In piazza, l'orafo, il bar, la chiesa sconsacrata del Carmelo, la sede funzionante della società del Mutuo soccorso col biliardo e il gioco della dama. In dieci minuti attorno a Nerina c'è già un robusto capannello. "Topolina" la chiamano, teneramente. Lontano, fischia il trenino della Pescara-Isernia-Napoli. La macchina del tempo accelera, arretra le lancette di un secolo.


Paolo Rumiz

Fonte: P. Rumiz, Majella, la dea madre, in «La Repubblica», Roma, 13 agosto 2006.

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