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In memoria di Leo


Il prof. Leo Leone (1938-2016) a Capracotta.

Io gli volevo bene. Il cattolicesimo democratico, quello che ha nella Gaudium et spes la sua carta costituzionale, non gode di buona salute nel Molise. Già il vescovo Dini, con preziosa sincerità, dalle colonne di "Jesus" disse che «il clero molisano non ha assorbito il Concilio». Leo Leone era uno di quei rari laici molisani che il Concilio lo indossarono come un abito fatto su misura. Fortissimo e trasparente, addirittura contagioso, fu in lui il senso e il valore della comunità che si raduna, si organizza, si mobilita, macina dialogo, confronto, idee, si nutre di valori e di ideali. E contrasta il Palazzo. La comunità delle persone di buona volontà fu la sua vera casa. Perché per Leo la "persona" era la prima e principale istituzione, la più sacra, civilmente e religiosamente sacra, la più inviolabile. Lo ebbero maestro legioni di ragazzi e ragazze, a scuola e sui prati dello sport; ma lo ebbero maestro anche i colleghi e i collaboratori. Tutti imparammo da lui che la politica può essere una cosa di cui non vergognarsi, quando sia animata da una carica etica autentica e costante e quando sia nobilmente pedagogica. E così gli vedemmo "fare" politica. Leo insegnò filosofia e pedagogia ma senza i libri: la cattedra fu la sua vita, con la sua passione civile, con le accensioni di sdegno verso le ingiustizie e i soprusi, con la sua rara virtù di agganciare ai progetti i sogni, ai problemi le speranze, ai bisogni dei singoli il supremo "bene comune". Forse don Milani gli ha già fatto posto sulla sua nuvoletta. Eppure quest'uomo di fede soda e combattiva, difensore dei diritti, vicino agli ultimi, agli emarginati, agli scarti sociali - del cui "odore" portato addosso si vantava - aveva una dote in penombra, che neutralizzava in lui il rischio della deriva accigliata e seriosa, che affligge molti rivoluzionari da piazza e da salotto: aveva talvolta lampi di candore, uno sguardo stupito e fanciullo su uomini e cose, una innocente refrattarietà a invelenire il confronto con l'avversario. Leo era, in sintesi, un uomo anti sistema. Rifuggiva dalla logica degli apparati, preferiva la vitalità, pur rischiosa, dei movimenti alla mortifera burocrazia dei partiti; amava i volontari e fiutava lontano un miglio i carrieristi travestiti da samaritani. Uomo immerso fino al collo nelle turbolenze e nel frastuono del sociale veniva "rapito" dal silenzio dei suoi boschi, dal misterioso planare dei falchi nel cielo azzurro di Capracotta. E pregava. Evangelicamente, con rare concessioni alla ritualità opaca e meccanica, pregava chiudendosi assorto nel suo colloquio con Dio. Io gli ho voluto bene.


Alberto Conti

 

Fonte: http://www.lafonte.tv/, 13 aprile 2016.

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