• Letteratura Capracottese

In morte di S. M. Maria Cristina di Savoja (II)


La beata Maria Cristina di Savoia (1812-1836).

Le virtù dunque di una Sovrana sono, o Signori, virtù diffusive, le quali non che allettare consolano, e ad altri servono sovente d'imitazione e di esempio, e vieppiù degne di encomio sono le virtù della nostra adorata Regina, perché sublimi le rende la niuna ostentazione, né son disadorne di quella discrezione che le fa auguste, perché lacera il manto di vanità che non rade volte le avvolge. Religiosa e vera Cristiana la Regina Cristina tutta sentiva la nobiltà di un sì potente dono del Cielo, di cotal dono di verità. Né l'avversità l'invilisce, né la morte de' Genitori che di cordoglio la riempie le fa disperare l'ajuto che mano assai possente concede agli sventurati. Anima grande rispetta Ella gli altari, ma vi si prostra quando l'altrui sguardo non possa affissarla; e se il Vangelo l'è legge come l'è legge il precetto della Chiesa studiasi allorché vi si adagia e di sublimare lo spirito, e di essere ilare e giocosa quale si mostra chi in secreto coltiva pura fiamma religiosa.

E di qual esempio non è così Cristina ai Grandi della terra? Veggano essi che vi ha una legge suprema cui fa d'uopo s'inchini ogni umana potenza, e veggano che vi ha chi penetra nel cuore di tutti, e su tutti il suo imperio esercitando dal basso all'alto gli agguaglia, ed alla sua presenza superna tutti gli chiama.

Caritatevole come vera Cristiana era Maria Cristina la donna sensibile, che pronta accorre va all'altrui sventura. Di qui migliaja di bisognosi ricevon da lei vitale sostentamento, di là trova la vedova chi ne raccoglie le lagrime, ed in parte almeno addolcisce la doglia di perdita amara, ed un occhio indagatore la povertà raggiugnendo ovunque la si trovi e s'asconda, la incostanza della fortuna per opera di lei s'imbriglia, ché già di veste è ricoperto l'ingnudo, ed ogni bocca digiuna è di pane satolla. Ma ancora cotal virtù è celata all'altrui sguardo, né si conosce la mano che benefica, né al misero è dato il prostendersi al soggetto che ne sollecita la gratitudine, e riconoscenza.

Oh santa, ed ineffabile virtù! E di qual considerazione non sei tu mai nell'ordine Sociale! Tu stringi in una sola famiglia uomini sconosciuti, e fai sì che l'uno all'altro si annodi in amorevole fratellanza. Tu sdegni l'ardente brama di ricchezze, ed abborri l'egoismo fatale ch'è l'indice della durezza e della insensibilità; e tu in fine il cuore sciogliendo alle più dolci emozioni, allevj il peso degl'infortunj, tristi compagni della misera vita...

Ma fra tante virtù una ve n'ha che primeggia nella buona Cristina, e n'è del Regio Serto la gemma più preziosa. Perocché se buona parte degli uomini vive vita d'invidia e di disprezzo, e ne' desiderj straripa, e di ogni ostacolo si sdegna, e per insano orgoglio si offende per sino della superiorità di Dio; se altra massima parte onde aggrandire le qualità di cui vantasi, affievolisce, e reprime le qualità d'altrui, e sconosce ed adombra gli altrui meriti, e di cieca vanità alimentasi e si nudre, era Ella gentil donzella che pudica nasconde i suoi pregi, e sentesi piccola cosa, ed ammira, e lauda, e distilla mai sempre ingenuità, e naturalezza. Si è la modestia il più bello ornamento dell'animo, ed è cotesta virtù che forma il più grande elogio della illustre Eroina. Senza pretenzione a fianco del Trono Ella apprezza i savj divisamenti del Monarca, e solo l'è legge il di lui volere. Circondata da rapporti di famiglia e di sangue ama altrui e rispetta, né mai la punge avvelenato dardo di orgoglio. Ed in mezzo alla Corte ove non poche son ministre ai suoi bisogni, schiva Ella la vanità, e versa il tesoro in vece di sua amicizia in chi travede quel germe di virtù, che sovente il lusso e la grandezza soffoga.

Quale presentimento, e quante speranze! I Re che sono la immagine di Dio su la terra trovano pur essi nel seno della famiglia le più care dolcezze. E se una virtuosa compagna rende il piacere più intenso men forte il dolore, e da un lato stempra lo sdegno più giusto, e rinfranca dall'altro il cuore oppresso, tale era la delizia che tutt'i giorni Cristina versava su Ferdinando con quel balsamo soave di amore che il peso mai minora di un diadema. Ed oh qual altro più dolce gliene preparava col caro nome di padre! Ed oh come tra le carole de' pargoletti che già la Provvidenza concedeva al pubblico voto, altra tenerezza gli procurava, che l'arte sconosce e la natura sola profonde.

Pari quindi al desio era comune la impazienza per l'arrivo di un giorno sì aspettato e quando rapida e veloce scorse la notizia del felice avvenimento, cotal bel giorno che vide l'augusto erede del Trono fu salutato da tutti come giorno di pace e di letizia. Odesi il suono festivo de' sacri bronzi, e la volta de' templi echeggia dell'Inno di grazie di un popolo plaudente al Datore de' beni per cotanto bene ricevuto. Idolo di comune speranza diventa l'Augusto neonato, e mentre ognuno lo affissa e per gli avveniri il contempla, l'adorato Monarca ai posteri il ricorda con tratti di singolare munificenza, e Maria Cristina il segna per le orfane con opera di un cuore veramente sovrano.

Ma ahi! come l'uomo si pasce di follie e chimere, e come sovente al giorno di gioja succede la notte di orrore! Simile a bufera che turbando il bel sereno in un istante schianta abbatte e disperde, la novella di un male quanto inattesa altrettanto tormentosa turba la pubblica esultazione, e fa palpitare ogni cuore cui infonde tristo e funesto presagio. La costernazione, e l'affanno investono ed annientono il giubilo dell'universale: corresi al tempio ch'è già chiuso ai preghi del colpevole, e quel popolo che poco anzi v'era ito festoso e giulivo, mesce le lagrime a quella dello sconsolato Monarca, perché già suona l'ora di morte, e scarna squallida e sparuta se avanza la inflessibile messaggera della umana caducità.

Solo non si perturba l'Augusta donna, che nata e cresciuta con Dio, né teme ricongiungersi a Dio, né osa porre a squittinio i suoi imperscrutabili decreti. Il soccorso di religione ne invigorisce le forze al paro che l'anima ne sublima; e quasi sorridendo in mezzo ai dolori inda di uno sguardo celeste l'occhio che d'intorno le piagne, e stringe al cuore con le illanguidite mani gli oggetti più cari, da cui la morte, ahi duro fato! per sempre la separa.

Sì, Maria Cristina non è più; il trono le sfugge quale al soffio di vento granello di arena; e di tanta grandezza reale ormai non resta che una tomba, ed il salutevole ricordo di un'anima giusta che allo sposo raccomanda l'amore di virtù, a tutti insegna come si vive, e si muore.


Stanislao Falconi

Fonte: G. Suppa, Scelta di componimenti per l'esequie di S. M. Maria Cristina di Savoja, Borel & Bompard, Napoli 1836.

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