• Letteratura Capracottese

Novella della nuova confessione


Tommaso Grammatico sul frontespizio dei "Do.Tho.Gra.Vota".

Premessa

Il primo racconto contenuto nelle mie "Quattro novelle per l'Alto Molise" è la "Novella de una nova invencione de confexione intra doi preiti de due eclesie parrochyale in la provincia de Aprucio", composta da Tommaso Grammatico (1473-1556) tra il 1495 e il 1509 e indirizzata alla duchessa Costanza d'Avalos (1460-1541). Ne avevo presentato un breve nella Guida del 2017 ma stavolta mi assumo la responsabilità, non solo di proporla per intero, bensì di analizzarne gli elementi narrativi, di indicarne alcune peculiarità sintattiche e di edificare varie altre congetture. La "Novella della nuova confessione" - per la quale utilizzo come fonte primaria l'insuperabile studio di Francesco Sica - si svolge tra i signorotti di Capracotta e i due preti di San Luca e Sant'Angelo del Pesco, ed è principalmente una storia di fede e d'amicizia.

Novella de una nova invencione de confexione intra doi preiti de due eclesie parrochyale in la provincia de Aprucio

Suole la sagia et discreta, ante, mayestra natura in li più alpestri lochi et regiune inpracticabile rari homini de alcuna perspicacia de ingegno et practica produre, li quali per quello precedeno li altri per il che in lor fede sensa altra difficultà tucto il resto de la turba securamente posar se conviene. Né se ritrova frustatoria questa invencione de natura ad alcune persune che sequeno le orme de Minerva et soi spirti liczadri, quando a le volte per transito in simili lochi albergar li succede, per che soglyono più fiate da tal persune de colorato ingegno amorosamente essere in loro propii alberghi racolti, honorati et reveriti, con comunicare etiamdio ad quelli parte de loro accidenti non sensa satisfaccione de le ambe parte. È da comendarese donque la natura inventrice de tanto acto laudabile et aprobato.

Accade che essendome io, per quietare alcune differencie intra magnate e nobile persune, in la asperrima e ritrosa Provincia aprutina condocto, et arrivando al loco più hoccurrente de una de le parte nominato Capracocta et ivi alquanto dimorato, per satisfacione de l'altra me parve conveniente conducerme a suo loco nominato il Pesco, per servare la equalità et bene intendere le ragiune de ciaschuno. Et per essere io prima stato accinnato de una nova confexione in quelle bande, de moderno stile et acutissima exquisicione, concertata intra il venerabile priore de San Luca del Pesco e lo condam abbate de Sancto Angelo, deliberai con ogne mia industria pervenire a la ultima intelligencia del facto per potere de quello havere verdatera noticia et cognicione; e ancora con intencione de quella fareme, si possibil fosse, da uno de li propii autori per sua bocca publicandola racontare. Onde arrivato io al Pesco et in casa del medesimo priore, non sensa alcuni mocti et canzone de piacevole note et amorosi accenti per el camino, a la usanza del paese con el dicto priore de conpagnia albergato, poi de molti ragionamenti il transcurso finito, fo del disnare la hora apropinquata; tal che ultimamente per suo ordine in la mensa assentati, il predicto priore ultra modo diligente sollicitando le vivande or qua or là con difficultà haverese et per pochissimo spacio a pena se possea como ad homo sollicito et de molto recapito. E intanto che sero, sua juvenile etate, rubicondo et fresco volto et parlare affabile non solum alcuna jovane de tenera etate o vero de acta et venusta forma, ma qual se voglya altri de anni inveterata, ançi decrepita et de horrendo aspecto, in brevissimo spacio de tucti soi peccati plenariamente exculpata haveria. Finalmente, essendo jà a presso nocte, il magnare accapato e la casa evacuata de genti, comenzai io dextramente con alcuni mocti o ver proverbii soliti usarenose per epsi e suo prenominato conpagno a tentarelo, per haverene io prima de bona parte de epsi veridica informacione consequita, con dimostrareme molto desideroso intenderne tal qual fosse la nova forgia de loro concertata confexione; presupponendole ancora quanto alhora fosse il tempo congruo de narrarela, acteso che la mensa e lecto se suole vulgarmente essere confexione de noi fragili mortali conprobare, inmo tortura che a tale confexione ne induce. Onde che 'l venerabile padre accorto de la occulta voglya mia, la quale non a me celata, ançi non tanto io de intenderela quanto molto più ardentemente desiderava in manifestarela, inmo, per quanto conprender posso, me parve che mal contento o più presto degiuno de tale invencione lui essere stato vorrebe quando che a noticia de molti non esser pervenuta certo stato fosse.

Tandem, remoti con honesta licencia alcuni circumstanti dal loco per il medesimo priore, et anche reserrate le porte de casa per non essere in la vulgar gente altramente sua pratica divulgata, comenczò ad aprireme il secreto de la nova confexione nel subsequente modo.

– Signor mio, con protestacione parlando de havere, se per non decto, ve fò intendere como in li anni proximi preteriti in questa terra del Pesco non vi era altro sacerdote che io e como, per certo tener se deve, inpertinentemente se pote fare il nostro officio o vero exercicio sensa conpagno, per posseremo purgati de nostre culpe, como è debito, e le messe e li altri divini officii, como tenuti semo, sensa mondicia celebrare e satisfare anche a la plebe. Per il che essendo qui dai presso, in lo castello de Sancto Angelo, per uno miglyo da qua distante, uno mio conpagno magiore et observandissimo, cuius anima requiescat in pace, nominato lo abbate de Sancto Angelo, a mia natura e costumi non poco conforme e del cui non sensa ardentissimi suspiri et amare lacrime rimembrare me posso, deliberai con epso totalmente affratellareme e disponere li facti mei a tal che, unitamente insiemi jonti lo uno socto la ombra de l'altro, con reciprochi suffragii le cose nostre non havesseno ad venire in altra publicacione e a tal che ne scirent laici quod facerent clerici. E cussì, facto el pensieri e quello ad debita execucione mandato, molte e più volte insiemi jonti, a le hore congrue intra noi deputate, ne ritrovaimo a visitare le nostre usitate clientele, le quale appresso qui in uno altro castello, per la absencia de lor conjunti in le parte più calde de la Puglya per propagare loro gregi et armenti, con non poco desiderio ne aspactavano a ciò che, in loco de li absenti, a lloro extremi bisogni subvenir dui essemo, como è de noi altri sacerdoti lo officio, sensa inperò lo uno la jurisdicione de l'altro in alcuna cosa turbare, come in la dolce e vera amicicia observar se convene. E continuando per molto tempo con carità tal practica e la nostra consiencia da la sinderesi stimulata ritrovandose, de doveremo alcuna volta inmondi celebrare propossemo. E acteso molte e più volte lo uno in absencia de l'altro, da lo appetito vinto, in tal visitacione se ritrovava e, per la prenominata distancia da Sancto Angelo al Pesco e fredo e neve per la asperità del paese, parendone greve lo uno l'altro personalmente visitare per confexarmone, el successivo expediente ritrovar ne consultaimo; ché havendo io uno cagnolo in casa longamente allevato, per la continuacione de nostra amicicia, più volte partendose voluntariamente dal Pesco a Sancto Angelo in casa de l'abbate andar soleva dove, como a cosa del caro amico, volentieri veduto ve era et accarizato e de magnare et altri altri cianci, como è solito farese a simili animalecti, provisto. E deliberando uno dì fra gli altri fare del cagnolo experiencia, scripsi io alguni mei peccati in una cartuccia e, quella alligando socto la gola dentro al collaro del cane, gridandolo con strepito de le mano e de pedi fuori de casa cacciar lo facea a tal che se ne andasse, como de li cani è solito, donde acarizati vi sono. E concertato il facto e dato prima lo ordine con lo abbate, che del cane se avedesse dentro al collare recercandolo, quello andato a sua casa subito che sgridato vi era, et per lui recercato, li ritrovava la cartuccia; qual de poi, per lui lecta, la conveniente absolucione con la debita penitencia, tale quale considerare se pote, me rescrivea, realligandola al modo predicto intra il collaro del cane, reposta subiugendove versa vice le più volte parte de soi peccati, de li quali poi, visti e lecti, per me se li ritornava la condegna absolucione. Et cussì per certo spacio de tempo continuata tal practica, succese che 'l cane, non sensa dispiacere e comune lacrime de ciaschuno, se morìo, de modo che fuimo altro recapito ritrovare necessitati. Et presertim da una serra altissima, ove una grande arbore de noce vi era, dal cui molto da lungha se possea la proposta e la resposta gridando con bona voce intendere. E cussì, dato intra noi lo ordine e deputata la hora e tanti e tali dì de la septimana, io me conferea a la noce e lo predicto abbate a certo piano distante da Sancto Angelo ove uno de noi, chi più bisogno de confexarese tenea avante che celebrasse, vi andava et havendo lo aspecto de l'altro, con voce alta et forsata, gridando diceva: "Puro quelli! Puro quelli!", designando claramente la noticia che lo uno de peccati de l'altro havea; e cussì, bene inteso de l'altro, se replicava similmente ad alta voce gridando: "Puro quella penitencia! Puro quella". Et in progresso de alcuni dì, previsti ambi doi, da li circumstanti del paese et transeunti essendo intesi et dubitando in tal modo non essermo, continuando, da le vulgare et ignorante eciam persune intesi, in lingua latina, usando le propie parole del sacerdote, parlar deliberaimo; de modo che venendo lo uno de noi a l'altro al deputato loco, altamente gridando diceva: "Refeci! Refeci!", dimostrando iterum quel medesmo che prima facto havere. Et e converso per il confexore, come a collui che optimamente haverelo inteso dimostrando, se replicava: "Parcat tibi Deus! Parcat tibi Deus!"; usando simili termini per molti e continuati tempi e fin che la invida, inportuna e crudel morte venne a truncare el filo de la Parca de lo infelice abbate, per la cui morte fu seperata tal sancta et inveterata amicicia et practica circa tal nova forgiata confexione obmissa da tanti sacri e sancti padri e teologi quali tam plene et diffusamente de confexione scripto haveno. Or cape tanto errore in mente humana!


Tommaso Grammatico

Note critiche

Quando si pensa al Rinascimento e al rifiorir delle lettere e delle arti, l'immaginario vola dritto verso Firenze. Del pari è necessario ribadire che è esistito un Rinascimento pienamente napoletano e che, seppur mutuato dai modelli toscani, ha coinvolto l'intero Regno di Napoli, la cui corte aragonese si dimostrò favorevolmente permeabile alle raffinatezze umanistiche.

È in quest'ottica che va contestualizzata la prima delle novelle che ho presentato, quella del Grammatico. Contenuta in un manoscritto conservato - non a caso - nella Biblioteca Marucelliana di Firenze (ms. C. 369.II), la "Novella della nuova confessione" è una prosa considerata minore rispetto a quelle dei contemporanei Francesco Galeota (1446-1497) e Pietro Iacopo de Gennaro (1436-1508) ma che, a mio avviso, riveste un'importanza fondamentale per la cultura altomolisana in particolare e per la lingua italiana in generale. La novella del Grammatico, infatti, se da un lato è testimone affidabile dei luoghi e delle usanze dell'Alto Molise, dall'altro fa largo uso del volgare, di parole dialettali e di forestierismi, tutti vocaboli che di lì a poco entreranno nella lingua italiana corrente.

Per quanto riguarda la prima dimensione, quella narrativa, la trama vuole che il protagonista - lo stesso Grammatico, presumibilmente - giunge a Capracotta per dirimere una contesa tra «magnate e nobile persune» della cittadina e il «venerabile priore de San Luca del Pesco e lo condam abbate de Sancto Angelo» per via d'una eccentrica pratica confessoria che questi ultimi han stabilito fra di loro. Il giurista decide quindi di recarsi dal priore di Pescopennataro per sentire la sua versione dei fatti, dopo aver ascoltato quella di coloro che l'hanno chiamato in causa. In casa del priore, dopo aver cenato e chiacchierato con altre persone, il prete comincia il monologo. In cosa consista la «nova forgia de loro concertata confexione» è presto detto. I due preti, dato che vivono in località sprovviste di clero collegiale, non possono praticare la confessione, necessaria per il sacramento della Penitenza. L'unica possibilità è quella di confessarsi a vicenda, come inizialmente fanno, finché «per la prenominata distancia [...] e fredo e neve» diventa per loro impossibile incontrarsi.

È a quel punto che al priore di San Luca balena la brillante idea di utilizzare un «cagnolo in casa longamente allevato», al quale lega al collo una cartuccia contenente i peccati commessi, dopodiché, «gridandolo con strepito de le mano e de pedi fuori de casa», la povera bestia se ne parte per Sant'Angelo del Pesco, dove il cane era solito accompagnare il priore e dove l'abate del posto prende ora in consegna la cartuccia per assolvere l'altro dai peccati. Sul medesimo foglio egli appunta infatti la penitenza per il compagno e contemporaneamente annota i peccati suoi, rispedendo il cane a San Luca con egual compito. Dopo un prolungato periodo di tal pratica, avviene che «'l cane, non sensa dispiacere e comune lacrime de ciaschuno, se morìo», facendo sì che il problema su come confessarsi si ripresenti.

Stavolta il priore pescolano pensa di posizionarsi su «una serra altissima» - forse Monte San Luca (1.584 m.s.l.m.) - e da lì, presso «una grande arbore de noce», gridare i propri peccati in latino giù nella valle dov'è adagiata Sant'Angelo del Pesco. Alla fine della storia l'abate santangiolese muore, procurando un immenso dispiacere all'amico di San Luca, che infatti termina il proprio discorso con una invettiva verso teologi e dottori della Chiesa che mai son riusciti a ideare una pratica confessoria in grado di risolvere problemi simili.

A ben vedere, la "Novella della nuova confessione" è sì una storia di fede - visto che i due religiosi fanno di tutto per seguire i precetti cristiani - ma è soprattutto una storia d'amicizia, coi due che si adoperano affinché il segreto della confessione resti tra loro soltanto, vedendosi in privato, poi nascondendo i propri peccati nel collare d'un cane, quindi gridandoseli a vicenda in lingua latina per non essere intesi dalle «vulgare et ignorante [...] persune», il che non fa che rinsaldare i loro rapporti amicali basati sulla fiducia, la comprensione e l'intimità reciproche. Persino nel raccontare la propria versione dei fatti al giureconsulto Grammatico, il priore di Pescopennataro bada bene a chiudere l'uscio di casa per «non essere in la vulgar gente altramente sua pratica divulgata».

Per quanto concerne la seconda dimensione, quella linguistica, nel testo di Tommaso Grammatico vi sono diverse parole derivanti dal napoletano e dallo spagnolo, e che negli anni andranno ad ingrassare persino il dialetto capracottese. Segnalo per l'appunto alcuni casi emblematici come «mayestra» (= maestra, in capr. maiésctra), «havesseno» (= dovessero, in capr. avìssena) oppure «cussì» (= così, in capr. accuscì).

Per quanto riguarda la terza dimensione, il primo dato da studiare è quello territoriale: dal racconto traspare una netta differenza tra il «loco più hoccurrente de una de le parte nominato Capracocta», in cui Grammatico alberga, e il «loco nominato il Pesco», in cui il giurista si reca per conoscere l'altra versione dei fatti prima di pronunciarsi in merito. Questa dicotomia lascia supporre che Pescopennataro e Sant'Angelo del Pesco fossero una sola unità amministrativa, come diversi studi hanno già confermato. D'altronde, è lecito credere che la Chiesa di San Luca fosse nel centro di questa divisione, tanto che lo sperone di roccia che ospita l'eremo e l'antica cappella di San Luca, ieri come oggi, ricadono nel Comune di Capracotta, mentre la nuova chiesa in quello di Sant'Angelo del Pesco: Pescopennataro è proprietaria del bosco di conifere che fa da cornice a questo arcaico presidio religioso, a riprova delle controversie che le tre località hanno avuto sino al 1852, anno in cui venne tracciata una pianta topografica di Prato Gentile e Stocco, «suolo quistionato da Capracotta, Pescopennataro, e S. Angelo», in cui vennero definiti i confini.

Un punto di notevole interesse antropologico sta nella «absencia de lor conjunti in le parte più calde de la Puglya per propagare loro gregi et armenti», dimostrando - se mai ce ne fosse bisogno - che la pratica della transumanza era ampiamente utilizzata anche nel '400, coi capracottesi e i pescolani che si allontanavano dalle proprie famiglie per portare le greggi in Capitanata o più a sud.

Resta in piedi un'ultima domanda: la novella del Grammatico è frutto dell'invenzione o è storia vera? Non è possibile fornire una risposta certa ma propendo per la seconda ipotesi, dato che l'illustre giureconsulto aversano non aveva modo di conoscere i nostri «alpestri lochi» se non attraverso l'obbligatoria peregrinatio del suo ufficio giurisdizionale che il 3 giugno 1535, per volontà del viceré Pedro de Toledo (1484-1553), lo portò ad esser nominato membro del Sacro Regio Consiglio, il massimo tribunale napoletano.


Francesco Mendozzi

Fonte: F. Mendozzi, Quattro novelle per l'Alto Molise, Youcanprint, Lecce 2018.

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