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La sciovia di Capracotta


La sciovia "Iaccio Vorraina" nel 1962.

Un bambino, appassionato di tutto ciò che è tecnologia e meccanica, vivendo in un paese di montagna, guardava con rapimento tutto quello che di particolare colpiva la sua attenzione.

Così la motosega a nastro di z' Geremia, mossa da un monocilidrico diesel raffreddato ad acqua tipo caffettiera, perennemente traslata su un carrello a cuscinetti e trainata dal mitico camioncino Volkswagen beige. Così il leggendario Clipper, il cui arrivo era annunciato dalle potenti trombe dietro due onde di neve che si aprivano mentre la luce rossa sul tetto della cabina lampeggiava "stop!". Il segreto dell'organo dove, in alto nell'abside, la meccanica tramutava il flusso dell'aria in suono.

Ma la sciovia...

Costruita nel 1962 in località Iaccio della Vorraina, mostrava la casetta rossa di partenza poco sopra la provinciale verso Staffoli. Il cartello giallo al lato destro della costruzione indicava il nome, scritto a lettere nere, e sopra la porticina di ingresso un tubo di scarico a gomito, coperto da un barattolo in funzione di comignolo antineve, vomitava, borbottando la stessa nota, il gas prodotto dalla combustione del gasolio che alimentava il gruppo elettrogeno.

Dopo l'arrampicata dalla strada bisognava aprire i portelloni in legno verde per consentire il passaggio ai ganci e immediatamente appariva la lucente targa di bronzo sulla motrice grigio antracite che recitava a lettere dorate «Funivie Fratelli Marchisio».

Attualmente, sul sito dell'azienda, diventata poi Doppelmayr ed oggi chiusa, è riportato ancora l'impianto con il nome di «Guardata»: infatti ne era stata predisposta all'inizio l'installazione in zona Colle Liscio.

Nell'ampio spazio della casetta, riempita dal profumo del combustibile e del grasso con cui si rivestivano i cavi, accanto al generatore una rastrelliera sosteneva dei ganci di riserva o in attesa di essere riparati. Un estintore a cono faceva mostra di sé nella parete di fronte.

Una volta acceso il gruppo elettrogeno, era possibile attivare la motrice elettrica ed i ganci, di colore rosso arancio opaco come i pali e le carrucole, cominciavano a correre sul cavo traente.

Un gancio in particolare era dipinto di rosso fuoco e, tra noi ragazzini discesisti, era definito «tosto», probabilmente per la durezza della molla di richiamo del cavo di acciaio che tratteneva il bastone metallico con un'impugnatura zigrinata in plastica bianca cui era agganciato il piattello: la parte che veniva inforcata dallo sciatore.

Il suono molliccio e appiccicoso della gomma nera di cui erano fatte le guarnizioni, definiva il canto delle carrucole, cui il sibilo della neve sotto gli sci faceva da contrappunto; insieme accompagnavano lo sciatore fin su alla stazione di rimando posta su un plateau dove, per non riempire di neve il piattello, si sosteneva il bastone con le mani mentre la molla di richiamo faceva il suo lavoro. Riuscire ad effettuare questa manovra ti faceva sentire finalmente appartenente al mondo dei "grandi".

In testa all'arrivo un castello d'acciaio verniciato di rosso sosteneva la motrice, verniciata di blu, trainante il cavo di un ulteriore impianto: la manovia, mossa da un monocilidrico diesel identico alla motosega di z' Geremia con un buffo tubo di scarico cilindrico con tappo a cupolotto nero sormontato da una vite a farfalla e l'acqua di raffreddamento che ribolliva sulla calotta. La messa in moto veniva fatta a manovella, preceduta dall'accensione di una "sigaretta" di preriscaldamento.

Era la salita verso la parte di pista più ripida detta "Picchiata", dove la neve, protetta dal bosco, si conservava più a lungo. Tale sezione veniva utilizzata specialmente in occasione delle gare di discesa. Oggi si può ancora scendere in fuoripista, tra gli alberi sulla Picchiata, partendo dalla base della moderna sciovia in cima a Monte Capraro.

Successivamente la manovia venne spostata al Prato di Conti, prima di essere sostituita dalla manovia più moderna degli anni '90, anch'essa oggi smantellata. Per un periodo il gruppo elettrogeno della "Iaccio Vorraina" venne alloggiato nella vecchia cabina elettrica adiacente il Prato di Conti.

Mentre frequentavo la quarta elementare, in occasione di una visita del Provveditore agli Studi, venne chiesto ad ogni classe di realizzare un oggetto che rappresentasse il paese. Con i miei compagni realizzammo una riproduzione funzionante della sciovia utilizzando i mattoncini Lego, con le sue stazioni ed i pali su cui correva il cavo. Il maestro Onorino Di Tanna realizzò il piano inclinato del Monte utilizzando una tavola di compensato, fissando poi il tutto con la plastilina. Dopo la visita la sciovia rimase in mostra in classe per tutto l'anno scolastico.

Dopo la dismissione, nonostante le mie frequenti camminate in montagna, non ho più avuto il coraggio di avvicinarmi alla vecchia sciovia. Ma, seduto sul paracarro della curva a gomito sotto la salita, guardo verso Iaccio della Vorraina, chiudo gli occhi e la neve fresca scintilla al sole del primo mattino mentre il rumore dei motori mi avvolge nel lontano profumo del gasolio combusto. Ancora una volta mi appare il lento ruotare delle carrucole ed il cavo d'acciaio dolcemente mi trasporta verso l'ombra azzurra del bosco in un tempo lontano...


Francesco Di Nardo

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