LETTERATURA CAPRACOTTESE
GARE DI SCI A CAPRACOTTA
Istituto Nazionae Luce (1929)
"Gare di sci a Capracotta"
GARE DI SCI A CAPRACOTTA
Istituto Nazionae Luce (1929)
"Gare di sci a Capracotta"
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
VIRGILIO JUAN
CASTIGLIONE
Le arie popolari musicate da artisti capracottesi
NUNZIO
BACCARI
(1666-1738)
ALFONSO
FALCONI
ALFONSO
FALCONI
ALFONSO
FALCONI
NUNZIO
BACCARI
(1666-1738)
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- Il Museo della civiltà contadina e dei vecchi mestieri
Il museo è una tappa del paese da non perdere che affascina il visitatore attraverso un piccolo viaggio guidato nella memoria e nel ricordo del passato, dove viene riproposta la vita quotidiana, cioè quella densa di sacrifici, da un lato, ma anche di momenti di grande calore e condivisione dei nostri nonni e bisnonni. Pezzi in disuso, strumenti di lavoro e della quotidianità, tutti autentici e talvolta rari, patrimonio di una società ancora fortemente legata alle sue antiche origini, sono esposti, con cura, nelle sale del museo, allestito al pianterreno del Palazzo Baronale, oggi sede del Municipio che nel passato ha ospitato le varie famiglie feudali che si sono succedute nel territorio di Capracotta. Per la realizzazione di questo museo va un grazie speciale non solo all'Amministrazione Comunale che lo ha realizzato, scegliendo dei locali, che riportati alla loro originale struttura, hanno contribuito a rendere ancora più accogliente e suggestiva questa passeggiata nel passato, ma anche al sig. Loreto Di Nucci che ha iniziato un paziente lavoro di ricerca e di raccolta di vecchi oggetti utilizzati nelle attività agricole ed artigianali legate alla vita capracottese, affinché non andassero perduti e, agli abitanti residenti nel paese e non, che hanno contribuito ad arricchirlo donando oggetti che si sono tramandati e che custodiscono gelosamente nelle proprie case, legati al mondo contadino di ieri e per, alcuni aspetti, di oggi. Le caratteristiche dello spazio espositivo e i criteri di allestimento consentono un'agevole visita. Di attrezzi e di oggetti in genere ce ne sono davvero tanti, ognuno testimone di arti manuali tramandate di generazione in generazione che hanno fatto la storia del nostro paese. Inoltre sembra quasi che ogni attrezzo rechi, ancora oggi, le impronte delle mani di chi li ha costruiti, utilizzati, riparati e tramandati. Quindi, da ciò, è facile dedurre che dietro ciascun oggetto c'è una storia, anzi, sono gli oggetti la storia stessa che si dipana come una tessitura fatta di povertà. Ogni oggetto è stato prima catalogato e poi identificato da un cartellino su cui è scritto sia il nome in dialetto capracottese che in italiano (così tutti possono capire di cosa si tratta e a cosa servivano), sia il nome della persona o della famiglia che lo ha donato al museo. Da subito i visitatori hanno capito ed apprezzato l'intento della responsabile del museo cioè quello di offrire a coloro che lo visitano scorci di vita contadina che hanno caratterizzato, da sempre, l'uomo capracottese mantenendo viva la memoria delle tradizioni e della storia capracottese, facendo fare a tutti un bellissimo tuffo nel passato... Il percorso è stato concepito come un immaginario viaggio nel passato attraverso le principali fasi della vita del popolo capracottese ben documentate da oggetti, fotografie ecc. esposti nel museo. Varcata la porta d'ingresso si può da subito ammirare l'antica muratura in pietra arricchita di archi di una precisione millimetrica, ritornata alla luce grazie ad un intervento di restauro, che ha consentito di riproporre, all'attenzione e alla curiosità dei visitatori, un esempio di edilizia abitativa locale, testimonianza di un modo di lavorare che appartengono da sempre alla comunità capracottese. Gli spazi espositivi racchiudono i più svariati oggetti che testimoniano, anzi raccontano, in maniera molto chiara, come si svolgevano le varie attività agricole e artigianali che da sempre hanno fatto parte della vita quotidiana e lavorativa del popolo capracottese e che oggi, sono scomparse del tutto o quasi. Strumenti di lavoro di altri tempi, necessità quotidiane dei pastori, dei contadini, delle donne e degli artigiani (falegnami, calzolai, sarti, fabbri ecc.), sono esposti con cura nelle sale dove è allestita la mostra. All'ingresso, su entrambi i lati, troviamo due manichini che indossano i costumi tradizionali capracottesi e sulle spalle la donna ha appoggiato uno scialle mentre l'uomo il classico tabarro ( cuappòtt'a ròta in dialetto capracottese). Proseguendo troviamo una sala con sedie adatta per convegni, per la presentazione di libri ecc. Qui è possibile ammirare l'antico meccanismo che faceva muovere le lancette dell'orologio posto sull'antica Torre dell'Orologio che, al contrario, è stata demolita nel 1970 ed è stata riprodotta in miniatura per far vedere come era strutturata. Completano la sala alcuni documenti antichi come la lettera di Giuseppe Garibaldi inviata alla Società di Mutuo soccorso di Capracotta ed alcune lettere di un emigrante capracottese e articoli di giornali del 1950, entrambi, risalenti al periodo in cui fu donato lo spazzaneve "Clipper" al paese. Tali oggetti, ben combinati nel percorso, rievocano il lavoro degli uomini dediti al pascolo, alla preparazione del formaggio e della ricotta e alla cura della terra; accanto, ai quali, ci sono altri numerosi attrezzi che ricordano, nella memoria, gli antichi mestieri del tempo e i vari momenti di lavoro che venivano svolti durante l'arco della giornata. Altri spazi sono riservati al calzolaio e al falegname, dove sono visibili arnesi dimenticati dalle moderne tecnologie e che mostrano i ritmi e le consuetudini degli artigiani di un tempo. Un altro spazio ospita l'arte femminile dove vi sono esposti alcuni attrezzi della tessitura. Sono visibili, in un altro spazio del Museo, varietà di ceste di vimini di varie grandezze, setacci ecc., utili ed indispensabili alla pulizia del grano e alla lavorazione della farina. Infine, un angolo è stato dedicato alla neve, da sempre, amica e nemica dei capracottesi. In sintesi, all.interno del museo, sono presenti oggetti appartenuti alla vita pastorale, contadina e artigiana del popolo capracottese, che hanno subito mutamenti nel loro percorso di trasformazione avvenuti nei secoli successivi. Essi, inoltre, ne hanno segnato il passaggio da testimonianze reali e materiali, in generale e nello specifico, di forme di lavoro e di vita domestica non più attuali, a reperti da raccogliere, conservare, catalogare ed esporre in spazi museali (come nel nostro caso), nei quali, i visitatori possono ritrovare i segni della propria identità e riconoscerne, sotto tutti i punti di vista, le proprie origini. La vita quotidiana di un museo è data dall'insieme di molte attività, spesso disparate nei modi in cui si realizzano e che sembrano svolgersi in direzioni diverse: la conservazione, la tutela, la risistemazione di alcuni oggetti, l'esposizione nelle varie sale, la cura, la catalogazione e la ricerca del materiale. In realtà il lavoro che si svolge dietro le quinte di un museo della civiltà contadina, si sforza sempre di raggiungere un unico obiettivo: conoscere e affermare la nostra identità culturale e rendere partecipe la gente che la storia di chi ci ha preceduti è la nostra storia. Per questo il museo vuole dialogare con i visitatori raccontando la sua "vita quotidiana" come se stessimo sfogliando un album di famiglia. Emilia Mendozzi Fonte: https://www.capracottatracking.com/ .
- Il motore a vento
L'impianto eolico forniva energia alla segheria della famiglia di Donato Antonio Sammarone. L'impianto, tecnologicamente molto avanzato, è tra i più antichi e longevi dell'Italia centro meridionale, tanto da essere pubblicato su riviste specializzate. Il motore a vento era costituito da un castello interamente realizzato con tralicci di legno ancorati al terreno, da una ruota, formata da otto raggi che sorreggono altrettante pale realizzate in lamiera zincata, da un rotore in acciaio e da un braccio, anch'esso in lamiera, preposto ad individuare la direzione del vento. Il castello era collegato, tramite due passerelle, ad un fabbricato ubicato nell'attuale via Maiella, dove erano installate la sega alternativa ed una moderna sega circolare della ditta Kirchner di Lipsia. La potenza generata dal vento, sempre così abbondante a Capracotta, veniva trasferita dal rotore alle due seghe con un sistema complesso di rinvii, formato da alberi ed ingranaggi di acciaio, ruote in legno e cinghie di cuoio. Intorno alla struttura sopra descritta, si nota l'inizio della costruzione di un edificio che diventerà la futura segheria, attualmente ancora esistente. Il castello in legno della foto per due volte fu abbattuto dalla furia del vento, tanto che l'impianto rimase inutilizzato dal 1916 al 1937, anno in cui, per la terza volta, fu ricostruito, interamente in acciaio, da Savino Sammarone e da mio padre, Vincenzo Sammarone, unico, a suo dire, in grado di farlo funzionare, in quanto a conoscenza del funzionamento dei motori a vento. La nuova segheria, realizzata nell'edificio posto al di sotto del castello in acciaio, oltre alle due seghe già esistenti, fu completata anche da un tornio, un trapano e da una mola. Dopo il fermo di quattro anni (1940-43) dovuto al richiamo di Vincenzo Sammarone per gli eventi bellici della Seconda guerra mondiale, ha funzionato fino al 1955-56, anno in cui la sega circolare fu trasferita nell'attuale sede ed allacciata all'energia elettrica. La nascita di questa segheria costituisce un primo tentativo di produzione industriale di tavole diritte e ricurve, queste ultime dette corve, indispensabili per realizzare i basti degli animali da soma da parte dei bastieri o bastai, numerosissimi in quel periodo a Capracotta per la fiorente industria boschiva. Giuseppe Sammarone
- Lo sposalizio a Capracotta
Un tempo diverse erano le occasioni per conoscersi tra giovani prima del fidanzamento. Le ricorda Oreste Conti nel suo lavoro "Letteratura popolare capracottese". I luoghi di furtivi incontri erano presso le fontane pubbliche, ove le nostre donne si recavano per attingere acqua con la tina , in chiesa o nei campi. Vigeva l'usanza secondo la quale, avvenuto ufficialmente il fidanzamento, il giovane si recava, poi, presso l'abitazione della fidanzata per incontrarla, sempre in presenza di qualcuno della famiglia. Fidanzamento che, anche se poteva interpretarsi come intima espressione di amore, era pur sempre la conclusione ragionata del capofamiglia a stabilire più di quanto i fidanzati decidessero e ciò in rapporto a quella che, all'epoca, era la strutturazione patriarcale del nucleo familiare con l'autorevole potere decisionale paterno. Occasione e sede, forse, per qualche furtivo bacio che il giovane stampava focosamente sulle labbra ardenti dell'innamorata, in qualche raro... momento di distrazione di chi era addetto alla vigilanza o ad arte creato dagli interessati. Da parte dei parenti dello sposo, essendo prossimo il matrimonio, solitamente si procedeva a conoscere la consistenza del corredo che la futura sposa avrebbe avuto in dote e tale roba veniva trasferita a casa dello stesso la settimana precedente, redigendo, da parte di un familiare anziano della donna , un preciso e dettagliato elenco dei beni, il duddàrio , una forma di contratto matrimoniale. E in riferimento a tale elenco, ho avuto il piacere, tra carte polverose dei miei avi, di leggere un «notamento del 31 luglio 1859 di oggetti mobili che Pasquale dell'Armi assegna alla figlia Geltrude in occasione del matrimonio conchiuso tra la medesima e Michele Comegna del fu Filippo»; in esso compaiono 28 voci, col relativo valore in ducati e grani, e di queste ne riporto alcune: «federe per sacconi e cuscini, una coverta di panno torchino, tovaglie numero 3, salviette numero 3, calzette paia 4, una veste di panno fino, giacchette numero 3, scarpe paia 3, un panno per uso di testa, due vesti di panno di casa, fettucce per i cuscini, due casse di legno d'abete, orecchini, un anello, medaglia e cateniglia, oro donato dallo sposo» ecc., il tutto del valore complessivo pari a ducati 139 e grani 75. Corteo allegro e felice per la nuova famiglia che si andava a costituire; tutti vestiti a festa e le donne, in particolare, con postura elegante e piacevole grazia, portavano i contenitori del corredo preparato con attenzione per l'occasione a casa dei futuri sposi. Corredo e regali avuti da parenti ed amici che in precedenza erano stati esposti a casa della sposa e valutati... per qualità e quantità dalla futura suocera ed eventuali cognate... nonché da amiche e comari intime della giovane. I componenti del corredo venivano per lo più acquistati nei negozi dei paesi vicini e indicati nel detto elenco in termini di quantità con un numero pari non sempre molto alto, oltre a quanto la sposa, con l'arcolaio, la spola, il telaio o i ferri da lana aveva approntato con le proprie man , abbellendolo con rifiniture e ricami. Su alcuni capi, da quanto ho visto sul corredo di mia madre, veniva ricamata una P con punto a croce, una "cifra", ovvero la lettera maiuscola con la quale iniziava il cognome della proprietaria; ciò era determinato dal fatto di poter individuare facilmente la propria roba messa ad asciugare, dopo il bucato, all'esterno, spesso sull'erba dei prati, insieme ad altri capi di persone diverse. Delineandosi l'approssimarsi della data del matrimonio, si procedeva al preliminare rito civile: i futuri sposi sotto braccio, insieme a parenti della donna, come ho potuto personalmente constatare, andavano presso la sede del Comune e da qui uscivano ormai... da soli - non più sorvegliati a distanza da feroci guardie del corpo! - insieme agli invitati. All'epoca la giovane promessa, per la mentalità operante, non doveva presentarsi in pubblico da sola con il fidanzato, se non assieme a qualcuno della sua famiglia. A sera a casa della sposa si teneva un ricevimento offrendo cibarie e vino e parimenti presso l'abitazione dello sposo; a tale festoso incontro tra amici, talvolta, si poteva notare anche la presenza di estranei che, comunque a loro modo e fine, partecipavano alla baldoria. Nel giorno tanto atteso del matrimonio, gli sposi, accompagnati in corteo da parenti ed amici più stretti, a piedi, si dirigevano nello splendore della nostra Chiesa Madre per la celebrazione del rito religioso. L'evento si realizzava, per lo più, di domenica e in particolari momenti dell'anno, quando il lavoro dei campi non era massivo. A rito ultimato, la coppia, con tutto il corteo che l'aveva accompagnata, si dirigeva verso la casa della sposa; durante il percorso erano posti dei nastri che gli sposi dovevano tagliare per procedere oltre distribuendo confetti per lo più a bambini festanti; arrivati si consumava un lauto pranzo che si protraeva a lungo con diverse portate da parte di tutti i familiari e delle persone più intime della coppia. A sera, poi, presso la medesima abitazione, un gran numero di convitati, con rumorosa felicità, facevano festa agli sposi, non disdegnando cibo solido e liquido in abbondanza. Per il ricordevole giorno si uccidevano galline, polli, conigli, agnelli ecc. che poi venivano in vario modo cucinati; il menù, semplice, genuino e gustoso era molto ricco rappresentato da un antipasto costituito da fragrante buon pane prodotto in casa dal grano locale e cotto al forno di Pasqualino Di Tella a San Giovanni, il bonaccione Pasqualino re Furnàre . Insieme al pane venivano offerte saporite fette di ottimo prosciutto nostrano tagliate sottilissime con maestria, tanto da sembrare che si fosse adoperata l'affettatrice che, a quei tempi, non era ancora presente, e insieme al buon prosciutto non mancava parimenti dello squisito caciocavallo; seguiva il primo piatto, per la cui preparazione, al fine di fare bella figura con gli invitati, si chiedeva spesso la consulenza di esperti locali nell'arte della cucina. Mia nonna Leonilda, per il matrimonio di mia zia Benedetta Paglione nel 1949, si rivolse al compaesano Giovanni Di Tanna d'Ermìgna ; ricordo un ottimo primo a base di brodo di gallina con caciocavallo e tocchetti di pane abbrustolito di delicato sapore: il caldo brodo ammorbidiva i pezzettini di caciocavallo che si fondevano con il pane mescolandosi insieme a polpettine di carne; venivano serviti, poi, piatti a base di diversi tipi di carne preparata in vario modo, stuzzicanti contorni per lo più di pere a pezzi conservate in aceto, dolciumi di differenti sapori e forma, pasctarèlle (dolcetti a base di farina zucchero, uova e latte), mescuótte (tipo ciambellone fatto con uova, farina, zucchero, lievito e aromi), la deliziosa e profumata pizza di pan di Spagna fatta con farina, uova, zucchero e aromi, oltre ad altri di diversi tipi, liquori, confetti ricci di Agnone e frutta: il tutto veicolato da poderose libagioni con vino proveniente dalla Puglia che si concludevano, in sonora allegria, con simpatici brindisi d'augurio alla coppia e, alla fine del ricevimento, con una manciata di confetti da parte degli sposi agli invitati. A cerimonia ultimata la coppia si ritirava nel proprio appartamento per saggiare... l'elasticità delle reti del letto e, sotto le finestre, oppure davanti alla porta della camera ove erano gli sposi, amici di questi, con l'organetto, procedevano alla serenata, intonando canzoni non sempre celestiali, fino a quando lo sposo, regalando loro una bottiglia di liquore, li invitava a sloggiare. La sposa usciva di casa dopo circa 8 giorni dal felice avvenimento, in quanto, secondo la mentalità dell'epoca, presentarsi in pubblico prima sarebbe stata causa di vergogna per la stessa, per aver commesso un atto nefando! Nella celebrazione della festa del matrimonio a Capracotta, antiche, suggestive, fascinose manifestazioni in un piccolo paese che, in quell'occasione esprimeva sempre più coralmente il senso della comunanza, della partecipazione ad una gioia che, da privata, si estendeva a buona parte degli abitanti. Persona semplice, genuina, senza fronzoli, temprata dal duro lavoro di ogni giorno, dotata di puri sentimenti, timorata di Dio, educata ad un preciso regime di vita, la giovane, con il matrimonio, perfezionato dal sacro sigillo della chiesa, realizzava il suo sogno d'amore cullato da tempo con trepida ansia. Ella lasciava il proprio nido familiare ma continuava a vivere nel suo paese, nel contesto della famiglia d'origine, dei parenti e dell'intera comunità, se non costretta ad emigrare, insieme a suo marito, per necessità di lavoro impiantando la loro giovane famiglia altrove con il desiderio di allevare figli trasmettendo loro tutto il bagaglio di qualità avuto in eredità dai rispettivi genitori. Oggi, alla luce delle modernità circa la costituzione di una coppia, si è detto addio per lo più al rito religioso, all'esposizione del corredo della sposa, al corteo al Municipio, all'antipasto con il prosciutto e il caciocavallo, alla serenata con l'organetto, oltre a tante e diverse manifestazioni inerenti il matrimonio. Rilevanti numeri di matrimoni civili, compagnie tra uomini e donne, anomale unioni, divorzi, complicati problemi, separazioni consensuali o meno, con frequenti vertenze giudiziarie, figli con sindrome da deprivazione e spesso qualcosa ancora di più tragico è quanto oggi possiamo constatare. Da credere che non mancassero problemi di sorta alle coppie anche allora, ma la risoluzione dell'epoca non era certamente paragonabile a quella di oggi. Insomma alla semplicità, alle regole di un tempo, la modernità ci ha imposte nuove norme e controversi comportamenti che hanno annullato il retaggio di anni di consolidati modi di essere che costituivano ferme basi per strutturare la famiglia e, quindi, la società fondata su sani ideali e principi da perseguire. Alla luce della realtà attuale, il rimpianto del passato e l'obbligata accettazione del presente. Felice Dell'Armi Fonte: https://www.altosannio.it/ , 5 febbraio 2020.
- Bolla papale per la Chiesa di S. Maria di Loreto
Gregorio, Vescovo, servo dei servi di Dio, a perpetua memoria dell'evento, ai Pii Fedeli di Cristo a Noi sottomessi, volentieri diciamo di sì a quelle proposte che si riferiscono alla salvezza delle anime e, in modo particolare, all'incremento del culto divino e al sostegno della devozione del popolo e, con opportuni favori vogliamo andare incontro alle richieste fatte a favore dei diletti figli: l'Arciprete, il Clero, l'Università e gli abitanti della terra di Capracotta, della Diocesi di Trivento, come da richiesta fatta. Avendo fatto costruire, ingrandire, ampliare ed abbellire con elemosine proprie e con quelle di altri credenti una Chiesa o Cappella sotto il nome di Santa Maria di Loreto, vicino [all'abitato] ma fuori delle mura della predetta terra. In essa dallo stesso Clero sono celebrati i Divini Uffici e amministrati i redditi, le chiavi sono conservate presso lo stesso Arciprete. Pertanto nessuno voglia mettere in dubbio [la legalità di] questa Cappella o Chiesa né il suo reddito annuale di 24 ducati d'oro, né avanzi domanda alla Camera su cose [che risultassero] a danno o a pregiudizio di essi. Per questa ragione fu rivolta a Noi umile supplica a favore dell'Arciprete e del Clero nonché dell'Università e del Popolo affinché nelle suddette circostanze Ci degnassimo di provvedere opportunamente con Apostolica sollecitudine. Pertanto Noi [dichiariamo immune] lo stesso Arciprete e le singole persone del Clero, dell'Università e dei Cittadini da qualsiasi censura o pena di scomunica, sospensione, interdetto o da altre sentenze ecclesiastiche inflitte sia direttamente dal Diritto, sia da un processo, in qualsiasi circostanza e per qualsiasi motivo. Se [ci sono] alcuni che fossero incorsi in tali situazioni [siano assolti] almeno per effetto delle conseguenze cui potrebbero andare incontro. Assolviamo da esse sia quelli che veramente vi fossero incorsi, sia quelli che ritenevano essere già stati assolti e che hanno rivolto suppliche di questo genere, l''Arciprete, il Clero, l'Università e i predetti Cittadini per il tempo presente che per il futuro. La detta Chiesa o Cappella [viene eretta] da Noi, dai Nostri Successori, dalla Sede Apostolica, dai suoi Legati, dall'Ordinario del luogo, dal suo Vicario Generale come Chiesa o Cappella collatina con Beneficio Ecclesiastico perpetuo che deve essere fondato con i suoi frutti, redditi e proventi per una dote di un Beneficio Ecclesiastico o per un Luogo Pio già eretto o da erigersi, o da impiegarsi in un altro uso, sia nella stessa Chiesa o Cappella collatina o come Beneficio Ecclesiastico da regolamentare dall'Autorità Apostolica o dall'Autorità ordinaria o da altra Autorità, ma mai sarà resa nulla con altra disposizione o sotto qualsiasi forma di erezione, istituzione, o di altro tipo di domanda, promessa speciale grazia sia generica che di rinunzia o di altre disposizioni. Attraverso Noi, i successori, la Santa Sede, i legati, l'Ordinario del luogo, il Vicario e altri, forniti di qualsiasi autorità e in qualsiasi tempo i fatti siano interpretati in genere ed in specie, ma sempre siano fatte delle eccezioni. Le erezioni, le interpretazioni, le previsioni e le altre disposizioni che in futuro detta Chiesa o Cappella, di detti beni, come riferito prima, o come può capitare nella vita, siano nulle, invalide, inefficaci e nessun valore e rilevanza e siano sottomesse per sempre all'Autorità Apostolica, a condizione che detta Chiesa o Cappella, da poco eretta a titolo di Beneficio perpetuo, perché sono state conferite in via eccezionale all'Arciprete e al Clero in forza di un pacifico possesso, concediamo ed accordiamo che detta Chiesa o Cappella abbia i suoi vasi sacri ed un'amministrazione ed il governo dei beni che ci sono secondo quanto stabilito. Stabiliamo che questo documento sia da tutti conosciuto siano essi Giudici, Commissari con qualsiasi tipo di autorità, l'Ordinario del luogo e i Commissari del palazzo Apostolico, e gli uditori che devono emettere sentenze o giudizi. [Risulta] inammissibile e inutile ogni cosa in contrario per chiunque che con qualsiasi autorità, deliberatamente o senza cognizione, abbia voluto attentare quanto stabilito. Nonostante le cose fin qui dette e le Disposizioni Apostoliche, emanate nei Consigli Sinodali e Provinciali sia già pubblicate o da pubblicare nelle Costituzioni generali e ordinarie, e nonostante altre cose in contrario. Vogliamo inoltre che l'Arciprete e il Clero siano vincolati a fare una relazione annuale al predetto Ordinario sui beni amministrati e sulle donazioni secondo le disposizioni del Concilio di Trento. Pertanto a nessuno degli uomini è consentito rendere nulla questa pagina e le [Nostre] volontà di assoluzione, di concessione, di indulto. Se qualcuno poi oserà disobbedire a queste disposizioni, sappia di generare la riprovazione dell'Onnipotente Dio e dei Suoi Apostoli i Beatissimi Santi Pietro e Paolo. Dato in Roma nell'anno dell'Incarnazione del Signore 1622, il 31 Marzo, secondo del Nostro Pontificato. Gregorio XV
- Le coppelle di Monte Capraro
L' accasantèra è una coppella scavata nella roccia che si vuole sia l'acquasantiera del monastero benedettino che si trovava sopra a Monte Capraro. Si può però ritenere che sia molto più antica: coppelle scavate nella roccia risalgono a riti antichissimi e si trovano in vari luoghi dell'Italia, da nord a sud. Il fatto che in quel luogo sia stato edificato un monastero benedettino intorno all'anno Mille è un'indicazione che quel luogo fosse già un luogo di culto pagano precedente in quanto i benedettini tendevano a colonizzare i luoghi di culto pagani per rifunzionalizzarli alla religione cristiana. Le caratteristiche di questo tipo di rocce è che, in generale, si trovano sulla cima delle montagne. La coppella presenta un canale di scolo e su quelle rocce è molto raro che ce ne sia una sola. Infatti, un paio di anni fa, consapevole di questo, ho spostato un po' di terra e di muschio presenti su quella roccia e, proprio vicino alla prima coppella, è uscita la seconda, di forma uguale alla prima ma più piccola e orientata diversamente. Riccardo Mordeglia




