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  • Corpi demaniali e feudi nella Capracotta del 1780

    Pianta di tutto il tenimento di Capracotta (1780). La "Pianta di tutto il tenimento di Capracotta coll'individuazione de' corpi demaniali e feudi" del 1780 è un documento eccezionale per la conoscenza del territorio capracottese del XVIII secolo, giacché riporta i nomi delle località, dei valloni e delle fonti più importanti del tempo, con una scala geometrica di 1.000 passi. È una pianta che meglio di ogni altra descrive il fenomeno del feudalesimo medievale, in cui vi sono, da un lato, i feudi, ossia le unità territoriali, giuridiche e fiscali concesse da un signore ad un vassallo in cambio di fedeltà, servizi militari e consulenza; dall'altro appaiono i terzi demaniali, una forma di organizzazione territoriale in cui un terzo delle terre era gestito direttamente dal demanio, mentre i restanti due terzi erano nelle mani dei signori. Questa suddivisione garantiva al settore pubblico il controllo strategico su parti del territorio. Colpisce infine la forma del nostro territorio che, mai come in questa pianta, assume i connotati di una capra vera e propria! Ora passerò in rassegna prima i 9 corpi demaniali e poi i 7 corpi feudali che componevano il tenimento di allora nel XVIII secolo, da cui restano sospesi due territori contesi, quello di Monte le Pere, conteso con Castel del Giudice, e quello di Stocco, conteso con Pescopennataro. Le Cesa Le Cese, situate ad est di Capracotta, sono un corpo demaniale che, a differenza della Guardata, furono disboscate per lasciare spazio alle coltivazioni, di cui il popolo capracottese aveva bisogno. Il toponimo richiama non tanto la forma di governo del bosco ceduo, quanto la cesina  di origine longobarda, ossia il taglio relativamente recente degli alberi. Santa Croce Fondato sul finire del Trecento, il piccolo monastero di S. Croce di Verrino dipendeva dal cenobio agnonese di S. Maria a Majella. Nel XV secolo l'area sud-orientale di S. Croce divenne demanio di Capracotta a seguito dell'abbandono dell'omonimo eremo celestiniano che vi sorgeva e della conseguente causa tra i padri celestini di S. Spirito del Morrone e Giuliano da Macchia. Nel terzo demaniale di S. Croce vengono segnalati due gruppi di mulini. Vallesorda Vallesorda è una delle più antiche contrade del nostro territorio, situata a meridione di Capracotta, ed anch'essa menzionata sin dall'anno Mille per le ripetute donazioni di cui fu oggetto, assieme a sorgenti (è segnalata la Spogna), boschi e vigne, in favore del monastero benedettino di S. Pietro Avellana. Il suggestivo toponimo di Vallisurda  che la contraddistingue è notoriamente legato all'assenza di eco generata in quell'ampia valle. Le Fonticelle Quello delle Fonticelle è un corpo demaniale stretto tra il feudo dell'Ospedaletto, il feudo di Monteforte e i terzi della Vorraina e di Vallesorda. Il nome delle Fonticelle deriva dalla grande presenza di acqua sorgive, scaturenti dai boschi di Monte Capraro e Monte Cavallerizzo, le quali ingrossano a valle il torrente Verrino. Vorraine Ennesimo terzo demaniale del territorio di Capracotta, le Vorraine (rinvenibile anche al singolare di Vorraina) sono un'area mista di bosco e pascolo situata sul versante orientale di Monte Capraro. L'inconsueto toponimo di questa località deriva dalla borragine, una pianta erbacea che, probabilmente, in passato era presente su quei prati. Le Contra Nella Capracotta feudale le Contra erano un altro terzo demaniale, comprendenti la parte boscosa di Sotto il Monte e i prati coltivabili del vallone Molinaro. Il suo toponimo non è che una contrazione di "contrade", con particolare riferimento a quelle zone eminentemente rurali, poste ad occidente di Capracotta, in cui è sempre mancata una stabile presenza abitativa. Piedi le Pietre Giacché nel Medioevo il centro di Capracotta era detto Terra (anche Ristretto della Terra o Terra Vecchia), la località posta al di sotto del paese non poteva che chiamarsi Sotto la Terra, presente in cartografia col nome di Piedi le Pietre, toponimo che ancor più rimanda alla posizione ribassata rispetto ai rocciosi Ritagli. Sotto la Terra è oggi una delle tre frazioni del Comune di Capracotta. La Difesa Al pari di tante altre località dell'Italia centrale e meridionale, anche la Difesa di Capracotta nacque quale parte boscosa da salvaguardare per l'approvvigionamento di legna da ardere. Non è un caso se anche il feudo di Guastra aveva una propria Difesa, così come esisteva una Difesa del Macello per gli abitanti del rione di S. Antonio, situata laddove oggi sta la villa comunale. Guardata Situata a nord di Capracotta, la Guardata nasce come terzo demaniale facente parte delle Cese e, a differenza di quella attuale, adibita al pascolo bovino, era un tempo ricoperta di boschi, poiché funzionale ad un bisogno primario del popolo capracottese: il legnatico. Il nome della Guardata proviene dal fatto che dal suo promontorio è possibile ammirare l'intera valle del Sangro fino alla catena montuosa della Maiella. È in questo corpo che viene segnalata la Fonte del Sambuco. Ospidaletto Assieme alle Vicenne Piane e ai Bralli, anche l' Hospitaletto  è stato un feudo passato di mano in mano nel corso dei secoli, entrato nel 1507 nel tenimento di Capracotta. Dopo l'eversione feudale, su queste fertili terre sorse una lunga causa tra cittadini e Comune di Capracotta, terminata nel 1932 con la ripartizione dei demani e scioglimento della promiscuità. Buona parte dell'Ospedaletto è ancor oggi proprietà privata della famiglia Selvaggi. Monteforte Quello di Monteforte è un altro feudo sorto nel Medioevo, all'interno del quale erano anticamente acquartierate sparute legioni di guardia militare, che lì avevano impiantato un piccolo centro abitato, dotato di chiesa, campi e pascoli, in un luogo aspro perché costantemente battuto dal vento, tanto che il toponimo di Monsfortis  richiama probabilmente l'ingenerosità di quell'ambiente naturale. Guastra Anche Guastra era un feudo ducale, ancor più redditizio dell'Orto Ianiro, poiché situato ad un'altitudine minore e ricco di acque sorgive. Il nome di questa località (rinvenibile anche al plurale di Guastre) è di sicura derivazione longobarda: o è il guasto  inteso in senso amministrativo di "gastaldato", oppure proviene dalla parola wast , indicante un luogo in rovina o che ha subito una devastazione. Ortojaniro Coi suoi 1.382 tomoli, questo era il più ampio feudo di proprietà ducale, nei cui confini le famiglie avvicendatesi al titolo di Capracotta trassero buone rendite dal pascolo e dal seminativo. Il nome dell'intera zona, posta a nord-est, è certamente legato alla famiglia capracottese Ianiro, variante di Ianigro, che discende probabilmente da un qualche Giovanni coi capelli corvini. Macchia La Macchia (rinvenibile anche al plurale di Macchie) è un'antichissima contrada del nostro territorio, oggi frazione del Comune di Capracotta. Il suo nome affonda le radici nel Basso Medioevo, quando il feudo di Maccla Strinata  era più popoloso di quello di Capracotta stessa. Gravitante attorno al vicus romano della Fonte del Romito, la Macchia aveva anche un proprio cimitero ( ustrinum ). Cannavina e Cannavinello I boschi della Cannavina e della Cannavinella entrarono ufficialmente nel novero dei feudi di Capracotta durante la dominazione spagnola e più precisamente sotto l'investitura di Andrea d'Evoli, il quale vide la sua discendenza spogliata dei beni feudali nel 1568, dopo che la Regia Corte di Napoli punì i nipoti Andrea, Cesare ed Antonio per un doppio delitto di cui si erano resi colpevoli. Francesco Mendozzi

  • Preghiera (dalla Cometa alla Resurrezione)

    Sconosciuto amico! Non turbar la notte e non sporcar l'incanto del silenzio: oggi è Natale! È sufficiente la tremula luce della stella ad illuminar la terra: bianca fiammella che segna il percorso della grotta! Rinuncia all'ordigno di festa che a me ricorda la guerra, ricordi sopiti e mai cancellati: piccolo bambino appena aperto alle gioie della vita sopraffatto dal terror delle bombe, dal crollo della casa così bella dalle mine distrutta in un momento; le strette della fame e della sete, il freddo pungente che anneriva  tenere carni intorpidite dal nevischio; piedi scalzi che inciampavano in ciottolosi sentieri di campagna o affondavano in terra turgida e melmosa alla ricerca, tuttavia, di sicuro rifugio. Or sono stanco, molto stanco ed ho voglia di dormire; desidero adagiare la mia testa su morbido cuscino e deporre sul candido guanciale i ricordi del passato: anche il breve presagio del futuro che mi resta. Ti prego sconosciuto amico, accogli il mio lamento! Fà che i laschi e canuti capelli diventino sottili fili di argento; che la brutta fronte sporcata dalle rughe sia candida pietra levigata come di marmo pregiato; che le gote ormai scarne, infossate in velo trasparente di pelle sottile ed aggrinzita, si trasformino in guance rosee, paffute come viso di bambino, mentre le dita delle mani, corrose e distorte dall'artrosi, vengano scolpite dall'artista per diventare capolavoro di bellezza.  Fa' che il corpo, ormai curvo e rannicchiato, riacquisti la prima giovinezza, e che esso,trasformato, trovi pace  e s'addormenti nella mangiatoia. Ecco... io ti ringrazio, mio caro e sconosciuto amico, perchè hai dato ascolto alla mia voce e vita hai permesso al mio riposo. Già suona il campanone del primo mattino che m'invita al risveglio e che annunzia il Cristo risorto: un ampio segno di croce perchè Lui è d'accanto; ne avverto l'amore anche se sono stato io a gravarne le spalle innocenti del legno pesante della croce, a coronarne la fronte di spine, a farlo cadere tre volte lungo la salita, trafiggendo con la lancia il suo cuore perchè esalasse l'ultimo respiro. Ma io sento che m'ha perdonato e mi indica cammino di fede e di speranza! Ugo D'Onofrio

  • La Sindone, una porta aperta sul mistero

    La Sindone di Torino. Non c'è nulla di nascosto che non sarà svelato, né di segreto che non sarà conosciuto... [Mt 10,26] La Quaresima e la prossima Pasqua di Resurrezione ci portano, ancora una volta, a riflettere ed interrogarci su eventi che, pur svoltisi duemila anni fa, hanno contribuito a formare il nostro pensiero e guidato la storia occidentale. Credere o non credere sono scelte eclusive di ciascuno, ma una reliquia, comparsa misteriosamente da un remoto passato, può influenzare o mettere a dura prova le nostre convinzioni quali che esse siano? Fin dalle prime lezioni universitarie di Medicina e Patologia legale mi sono appassionato alla lettura degli studi e delle ipotesi che, continuamente, vengono condotte su tale misterioso oggetto e oggi vorrei condividere con Voi il fascino emanato da questa avvincente fonte di teorie, grattacapi e continui confronti tra studiosi, credenti e scettici: la Sindone di Torino. Anche stavolta quello che doveva essere un breve scritto è diventato un umile "pippone" riassuntivo basato su informazioni storiche e scientifiche ma, come vedremo insieme, la Sindone non ammette mezze misure: ti prende, ti stupisce, ti crea una certezza e ti pone altre due domande per poi lasciarti con tre dubbi. E allora ricominci, perché la Sindone, «senza resa», come il mare della canzone di Bertoli, «ti aspetta per ricominciare». Dopo la morte sulla croce il corpo di Gesù il Cristo, reclamato da Giuseppe di Arimatea, venne frettolosamente sepolto, dopo averlo cosparso di unguenti, in una tomba nelle vicinanze del Golgota poiché «si avvicinava la Parasceve» (Gv 19.31). Il completamento della sepoltura probabilmente sarebbe stato effettuato una volta trascorso il giorno festivo: infatti le due donne, di buon mattino andarono al sepolcro con unguenti e domandandosi come avrebbero fatto a rimuovere la pietra che ne sigillava l'ingresso. Ma gli eventi andarono diversamente e nel sepolcro, come gli apostoli accorsi poterono constatare, erano rimaste solo le bende che avvolgevano il corpo del Risorto. Sicuramente tali oggetti furono conservati come preziose reliquie ed infatti fin dai primi secoli dopo gli eventi di Gerusalemme compaiono testimonianze e racconti locali riguardo la loro presenza presso alcune comunità cristiane primeve: in particolare un lenzuolo o un sudario su cui era visibile l'impronta lasciata dal cadavere del Crocifisso. Nel 544 viene riportata ad Edessa (oggi Urfa, in Turchia) la presenza di un telo su cui era impressa l'immagine acheropita (non realizzata da mano umana) di Gesù detta Mandylion , poi trasferita nel X secolo a Costantinopoli e di cui si persero le tracce durante il saccheggio accaduto durante la quarta crociata, nel 1204. Altre bende, senza menzione della presenza di immagini, vengono segnalate nel 570 e nel 670 a Gerusalemme. Quest'ultima fu donata a Carlo Magno nel 797 e fu trasferita in Francia, a Compiegne, per poi venire distrutta durante la Rivoluzione. Identica sorte subì, nel 1794, il "Sudario di Besançon ", ivi comparso nel 1208 e che, invece, riportava una immagine frontale del Cristo. Attualmente si ritiene che il Mandylion sia effettivamente la Sindone conservata a Torino, anche se altri lo identificano con il "Sudario di Manoppello", anch'esso acheropito, misteriosamente comparso in Abruzzo nel 1506. La parola "Sindone" (ampio lenzuolo) deriva dalla locuzione greca sindon ed ha la stessa accezione. Viene suggerita anche una derivazione del termine dal lontano Oriente, probabilmente dall'India: una delle zone principali dove il lino, che costituisce il telo, veniva anticamente prodotto e che i Romani chiamavano sindus (notare comunque la presenza della radice - ind all'interno del lemma). In ogni caso la fama acquisita nel corso dei secoli dal lenzuolo di lino conservato nel Duomo di Torino ha fatto sì che ormai che il termine "Sindone" abbia assunto una denominazione univoca. Tale lenzuolo, delle dimensioni di 4,41 x 1,13 m, costituito da due teli di lino cuciti per lungo, con torcitura delle fibre a Z e intessuto a spina di pesce, e recante una impronta umana frontale e dorsale, fa la sua comparsa ufficiale nella "Storia a Lirey" in Francia nel 1353, custodito dal cavaliere Goffredo di Charny. Successivamente dopo varie vicissitudini entrò in possesso dei Savoia e fu conservato a Chambéry dove nel 1532 subì un danneggiamento ad opera di un furioso incendio. La teca d'argento in cui la Sindone era ripiegata andò incontro ad una parziale fusione e gocce di metallo rovente caddero sul lino bruciandolo in alcuni punti ai lati dell'immagine. Nel 1578 la Sindone fu trasferita a Torino, sopravvivendo ad un altro incendio nel 1997, dove è devotamente conservata tuttora in una teca blindata e in atmosfera controllata di argon per preservare l'immagine da ulteriore degrado. Il primo grande studio multidisciplinare sulla Sindone iniziò nel 1978 con la creazione dello STuRP (Shroud of Turin Research Project) da cui derivarono importanti conclusioni e basi per successive ulteriori ricerche. L'immagine rimasta impressa sul telo è attribuibile ad un individuo caucasico, deceduto per morte violenta da crocifissione romana, maschio e di altezza tra i 170 e 180 cm e sorprendentemente porta tutti i segni riferiti dai vangeli circa gli eventi relativi alla passione e morte di Gesù il Cristo. L'impronta della testa, lievemente inclinata in avanti e sulla destra, mostra la presenza di colature di sangue dovute alle circa 50 ferite causate dalla corona di spine, particolare unico e mai riportato dai resoconti sulle pene capitali inflitte per crocifissione. Il volto, ricompostosi dopo le sofferenze, circondato da capelli lunghi con baffi e barba bipartita, presenta una deviazione lieve del naso che appare allungato come per trauma, con probabile frattura del dorso per numerosi colpi ricevuti e terriccio aderito ai tegumenti derivato da probabile caduta accidentale. I colpi inferti sul viso hanno comportato anche la tumefazione dello zigomo destro, forse fratturato e le palpebre appaiono tumefatte. Intorno alla zona della bocca non sono presenti danni del lino determinati dai vapori ammoniacali sviluppantesi normalmente durante i processi decompositivi cosa che, insieme alla visione generale del cadavere, depone per una breve permanenza del telo sul corpo del giustiziato valutabile in non oltre le trenta/quaranta ore dal decesso. L'esame delle braccia, flesse sull'addome e con le mani incrociate in zona pubica, indicano un individuo con buona muscolatura e destrimane. I polsi recano impronte ematiche per ferite da chiodi dolorosissimamente infissi nello spazio di Destot - creato dai legamenti e dalle ossa del polso - con conseguente flessione spastica dei pollici per lesione del nervo mediano che, pertanto, non compaiono nell'impronta sindonica. L'infissione dei chiodi, come dalle iconografie storiche e moderne nel palmo della mano, avrebbe determinato lo strappamento dei tessuti sotto la trazione dovuta al peso del corpo. Le escoriazioni sui polsi per strofinio sul legno sono attribuibili ai violenti spasmi dolorosi causati dalla infissione dei predetti chiodi. Le ferite dei polsi peraltro hanno determinato colature di sangue sulle braccia sospese sulla croce. L'allungamento anomalo del braccio destro è attribuibile ad una frattura o lussazione della relativa spalla. Il torace, in atteggiamento inspiratorio da fame d'aria e trazione sulle braccia causate sempre dalla permanenza sulla croce, presenta una ferita da lancia a sezione quadrangolare (il pilum romano) sul costato tra la V e la VI costa, 10 cm sotto l'ascella destra, compatibile con la perforazione del cuore. La relativa macchia costituita da siero separato dalla porzione rossa del sangue dimostra che tale ferita venne inferta postmortem («e dalla ferita sgorgarono sangue ed acqu», Gv 19,34) in un soggetto deceduto per probabile infarto miocardico acuto. Le ginocchia scorticate portano anch'esse tracce di terriccio mentre i piedi, deformati ed estesi dalla sovrapposizione in croce, mostrano le ferite della infissione dei chiodi. Il supplizio della croce romana comportava, tra l'altro, la difficoltà a respirare poiché la posizione delle braccia impediva il funzionamento dei muscoli inspiratori e del diaframma fissando la gabbia toracica. Il condannato per repirare era così obbligato a sollevarsi sui piedi inchiodati con enorme dolore per cui, poco dopo, ricadeva rimettendo in dolorosa trazione le braccia cosi da far ricominciare il drammatico ciclo. L'assenza di tracce del crurifragium , la frattura delle ginocchia per accelerare il decesso mediante asfissia, è ulteriore testimonianza della morte precoce del condannato. La differenza di altezza tra l'impronta anteriore e la posteriore potrebbe essere spiegata con la lieve flessione del cadavere rimasto "congelato" sulla croce dal rigor mortis che, come nei casi di morte violenta, si è instaurato molto velocemente e non completamente risoltosi durante le frettolose procedure di sepoltura. La schiena dell'uomo della Sindone e il dorso degli arti inferiori si osservano circa 120 lesioni da colpi di frusta di cui la gran parte causate dal flagrum romano che aveva sulla parte terminale delle tre cinghie dei rinforzi metallici, uncini o pezzi di pietra per rendere il colpo ancora più devastante. Altre lesioni sono imputabili alle semplici frustate con cui i condannati venivano crudelmente spinti al patibolo durante la "via dolorosa". Sulle spalle le numerose escoriazioni ravvisate sono state causate dalla presenza del patibulum (il braccio trasversale) cui le braccia venivano legate durante il cammino e che, infisso poi sullo stipes (il braccio verticale) formava la classica crux romana. Le tracce di terriccio sul naso, già menzionate, confermano che l'uomo della Sindone cadde nel cammino senza potersi proteggere il viso poichè le braccia erano legate a sostenere il trave di legno. Queste lesioni sono la prova, senza eccezioni, che la condanna fu romana: la flagellazione ebraica prevedeva solo 39 (40-1) colpi di frusta mentre la pena capitale era la lapidazione; flagellazione e crocifissione erano pene terrificanti che venivano inflitte a criminali, schiavi e non ai cittadini romani. La Sindone racconta, in totale aderenza ai vangeli, tutta la storia evangelica sulla crocifissione di Gesù e le probabilità che un'altra persona possa aver subìto il supplizio con le stesse modalità di esecuzione è stata calcolata in 1 a 200 miliardi. Oltre alle bruciature dovute all'incendio di Chambéry sono ravvisabili dei piccoli fori, sempre da bruciatura, formanti una L, forse creati da sgocciolamento di materiale ardente da una torcia o da un ulteriore incendio di cui non si ha traccia storica nel quale il telo venne coinvolto. L'immagine del corpo rimasta impressa sul lino è stata determinata dalla ossidazione superficiale della cellulosa costituente le fibrille di lino che lo formano. Tale ossidazione è limitata ad uno spessore limitatissimo (30/40 micron) e non è visibile sulla parte opposta del telo a differenza delle macchie di sangue che lo hanno intriso a tutto spessore. Le fibrille sotto le macchie di sangue non risultano ossidate per cui è presumibile che il sangue abbia macchiato il telo prima della formazione dell'immagine stessa. Inoltre per poter percepire visivamente e con precisione l'impronta è necessario portarsi ad una distanza dal telo tra i quattro e i sei metri. Non sono ravvisabili impronte laterali del corpo: la Sindone non era stata avvolta o arrotolata attorno al cadavere ma probabilmente solo appoggiata. Nel 1848 Secondo Pia (1855-1941), avvocato e fotografo, eseguì il primo rilevo fotografico del telo e, durante lo sviluppo delle pellicole si accorse che l'impronta osservata nel negativo mostrava dei tratti incredibili: la Sindone era essa stessa un negativo fotografico e l'immagine, in bianco e nero dai negativi sviluppati che ne risultava, aveva caratteristiche tridimensionali inspiegabili oltrechè impressionanti e concedeva informazioni fino a quel momento non intuibili. Le indagini fisico-chimiche eseguite nel corso delle varie ricognizioni hanno portato a conclusioni da lasciare sbalorditi. Le variazioni cromatiche non sono dovute a variazioni di intensità delle ossidazioni ma a variazione del numero delle fibrille interessate che risultano alterate in funzione della intimità del contatto avuto con il corpo. Tale ossidazione è riconducibile ad un precoce invecchiamento della cellulosa e non esiste colore assorbito per capillarità: le tracce rarissime di pigmento sono riconducibili ad un contatto veloce con pitture. La "fame" ed il traffico di reliquie nel medioevo erano talmente intensi da spingere a fabbricare o reperire oggetti che, posti a contatto con la reliquia vera, diventavano essi stessi reliquie con tanto di certificazione. L'immagine non ha direzionalità cioè non si ravvisano tracce di pennellate, è tridimensionale e con uniformità cromatica. Il lavaggio del lino o il trattamento con solventi non comporta la perdita del colore. L'esame delle macchie riferite a sangue non ha consentito la rivelazione di emazie, ormai degradate, ma la presenza di emoglobina e di altri costituenti ematici ne certifica la veridicità; l'analisi del gruppo sanguigno ha dato i, responso AB, gruppo peraltro abbastanza raro e anche lo stesso gruppo identificato per il sangue relativo al Miracolo Eucaristico di Lanciano e presente sul sudario di Oviedo. Le macchie ematiche sono di tre tipi: da sangue fresco, da coaguli recenti e da coauguli vecchi. Inoltre poiché i coauguli non appaiono "strappati" si può dedurre che il telo non sia stato meccanicamente rimosso dal corpo: l'unica spiegazione attualmente plausibile contemplerebbe che il cadavere sia diventato "fisicamente trasparente" mentre il lenzuolo si afflosciava su se stesso. Peraltro il riscontro nelle macchie ematiche di particolari concentrazioni di fibrina, creatinina e bilirubina consentono di confermare la morte violenta dell'uomo che versò quel sangue. L'esame delle piegature del telo cui il telo fu sottoposto nel tempo hanno evidenziato che per alcuni periodi fu esposto mostrando solo il volto cosa che viene riferita anche praticata per il Mandylion . Tale conclusione apre una misteriosa porta sull'ipotesi del ruolo giocato dai cavalieri templari nel trasporto in Europa e nella conservazione del lenzuolo: una delle accuse scagliate contro di loro durante il processo, voluto da Filippo il Bello e papa Clemente V, riguardava l'adorazione di un idolo, un volto, o una figura chiamata Bafometto. A tutt'oggi non si ha una valida teoria che possa spiegare la formazione dell'impronta. Si è parlato di reazione chimica tra essudati e unguenti, vapori post mortem, energia termica e/o radiante, pittura, fotografia antlitteram, ossidazione della cellulosa come avviene nella carta degli erbari dopo un lungo contatto, bruciatura tramite statua o bassorilievo riscaldato, o, ancora, una miscellanea tra tutte le ipotesi elencate. Tuttavia ad ogni teoria formulata, e poi presa come spiegazione "quasi" certa, manca quel piccolo particolare, quel quid che la renderebbe effettivamente vera, specialmente poi se il tutto viene riesaminato alla luce dei tentativi di datazione del telo sindonico. A questo punto va aggiunta una constatazione: ad ogni relazione sostenente la falsa origine della reliquia corrisponde, immediatamente, un coro di trionfale, e spesso maligno, giubilo di gran parte degli scettici, esultanti come in una vittoria calcistica per un supposto colpo mortale inferto ai credenti, anzi ai "creduloni". Tale atteggiamento, invece, non fa parte del mondo cattolico quali che siano i risultati: la vera Fede non ha bisogno di prove o di reliquie per la Sua conferma. La stessa Chiesa Cattolica ha sempre mantenuto un atteggiamento cauto e distaccato pur consentendone la venerazione. La fede infatti è l'elemento portante del messaggio evangelico e innumerevoli volte viene rimarcata nei vangeli dalle stesse parole del Cristo: • «la fede ti ha salvata» (Mc 5:25-34 e Mt 8:5–33); • «se aveste fede quanto un granello di senapa» (Lc 17:5-10); • «chiunque crede in Lui non va perduto» (Gv 3:16); • la fede riscontrata nel centurione romano (Mt 8:5-13); • «beati coloro che crederanno senza vedere» (Gv 20:19-31); • la fede del padre del giovane indemoniato; • la fede dei portatori del paralitico; • la fede nel dialogo con Nicodemo (Gv 3); • il cieco di Bartimeo (Mc 4:35-41); • la fede della cananea (Mt 15:21-28); • la fede dono di Dio (Gv 6:44). Tornando alla discussione scientifica l'elemento da prendere in considerazione per validare qualsiasi ipotesi è il metodo galileiano: osservazione, ipotesi ed esperimento (riproducibiltà del fenomeno). Tutto questo nello studio della Logica si identifica nel postulato della falsificabilità, cioè presentare tutto lo studio elencando dati, materiali, metodi e vari passaggi la cui verifica possa immediatamente validare o sconfessare procedure e conclusioni. Il tentativo di datare la Sindone si fonde con le ricerche sulla sua veridicità o con le affermazioni che la vogliono opera di un abilissimo falsario. Si è parlato più volte di un falso realizzato in epoca medievale, addirittura scomodando come artefice Leonardo da Vinci che, secondo alcuni, ne avrebbe impresso il suo viso. Tuttavia la documentazione sulla presenza della Sindone a Lirey nel 1353, precede di 99 anni la nascita del genio universale a meno che non si voglia parlare delle sue capacità di viaggiare nel tempo. Senza contare che la casa dei Savoia ne venne in possesso documentato nel 1453 quando Leonardo aveva pochi mesi di vita. Qualora fosse comunque una pittura realizzata con la tecnica dello "sfumato leonardesco", l'artista avrebbe avuto bisogno di un micropennello con manico di almeno tre o sei metri di lunghezza per visionare l'immagine correttamente e per colorare una per una le fibrille superficiali con chissà quale arcano e irrintracciabile pigmento, come irrintracciabile è la presenza di sostanze leganti. La tesi del falso medievale venne trionfalmente rafforzata dagli esami al Carbonio radioattivo (C14) del 1988. I tre laboratori incaricati per la datazione determinarono un'epoca compresa tra il 1260 e il 1390. Tuttavia tale affermazione è stata contestata a causa dei dubbi sollevati sul corretto prelievo dei campioni, prelievi che avrebbero incluso zone di restauro successivo; una inefficiente "pulitura" degli stessi che avrebbe lasciato tracce di contaminazioni avvenute nel corso del tempo, o fili utilizzati nei restauri e non rimossi. Le gocce di argento fuso durante l'incendio di Chambéry avrebbero creato nella teca una «atmosfera ringiovanente» riaumentando la concentrazione di C14. Va segnalata infine, una inspiegabile reticenza pluriennale dei laboratori a fornire i dati grezzi di analisi che, ottenuti recentemente per via giudiziaria, hanno mostrato, in una revisione del 2019, parametri molto differenti da quelli annunciati, nonché lacunosi, rimettendo il tutto in discussione e portando alcuni critici a ventilare addirittura un “complotto” teso a screditare la reliquia e la Chiesa Cattolica che ne è custode. Il lino, intessuto a spina di pesce, tecnica comune nel I secolo d.C. nelle zone mediorientali ma conosciuta anche nell'antico Egitto, mostra la torcitura delle fibre che lo costituiscono praticata con tecnica a Z conferente al tessuto maggiore resistenza e consistenza laddove la torcitura a S, invece, conferisce morbidezza. La tesi del falso medievale ha ripreso consistenza quando alcuni storici dell'arte hanno affermato che i telai atti a tale torcitura non esistevano nel XII secolo. Ma la confutazione di questa affermazione arriva puntuale tramite l'osservazione, da parte degli storici dell'industria tessile, che tali telai erano sconosciuti fino al XII secolo limitatamente all'Europa, mentre in Oriente erano diffusi fin dall'antichità, utilizzati anche in Cina molti secoli prima dell'avvento di Cristo per la tessitura della seta che, rispetto al lino, è molto più complessa da torcere con tecnica a Z. Peraltro la teoria dei telai inesistenti nel XII secolo parebbe essere stata concepita come funzionale alla dimostrazione della Sindone quale falso medievale. Ancora una volta viene così ribadito che l'approccio ad una materia così complessa deve essere necessariamente multidisciplinare: anche i luminari possono prendere abbagli uscendo dal loro campo di azione. Una interessante ricerca condotta sui residui microscopici presenti sul telo ha evidenziato la presenza di pollini relativi a piante del bacino mediterraneo ed europeo a conferma del cammino percorso dalla reliquia nel corso dei secoli. Tracce di microalghe sono state attribuite alla contaminazione dell’acqua con cui venne spento l’incendio del 1532 e che bagnò parte del lenzuolo. La ricerca del dna ha mostrato la presenza di almeno 14 tracce di individui che hanno manipolato il telo, forse durante le varie ostensioni, di cui uno di origini indiane e altri di etnia mediorientale. Tali dati sono stati anche confermati dalle ricerche sul dna mitocondriale. Non è stato possibile, con le tecniche attuali, ricostruire il profilo genetico completo del condannato, e questo sconfessa l'affermazione, peraltro scombiccherata, dell'uomo della Sindone avente metà del patrimonio genetico di un essere umano poiché nato da generazione verginale. La polvere di aragonite rinvenuta è tipica delle rocce di Gerusalemme. Non assolutamente sono presenti sostanze che avrebbero potuto fungere da reagenti fotografici. Manoscritti medievali (1370 e 1389) recentemente scoperti mostrano un aperto scetticismo del redattore e la sua ferma convinzione che la Sindone fosse un falso, ma, da quanto intuibile dalle pubblicazioni al riguardo, erano impressioni individuali o ricavate per sentito dire e prive di un effettivo riscontro scientifico o testimoniale. Quando, tra mille anni, un paleologo troverà i libri del prof. John Allegro, eminente esegeta e studioso dei manoscritti del Mar Morto, in cui si afferma che Gesù il Cristo non è mai esistito poiché semplicemente effetto di una allucinazione collettiva dei suoi discepoli, scatenata dalla intossicazione dovuta alla assunzione di funghi allucinogeni, si avrà forse la prova certa della non storicità del Nazareno? Altra prova ottenuta nel 2025 tramite una modernissima tecnica detta WAXS presso il CNR di Bari, non distruttiva o invasiva e basata sulla datazione per indice di degrado temporale della cellulosa costituente le fibre di lino, ottenuta mediante diffrazione dei raggi X, ha fatto risalire la Sindone al I secolo d.C. Questi dati sono stati confermati anche dall'esame comparativo con fibre di tessuti trovati a Masada (55-74 d.C.) mediante studio condotto con protocollo a doppio cieco. La datazione relativa al I secolo d.C. è stata confermata anche mediante analisi di degrado della vanillina contenuta nelle fibre. Le teorie fondate sulla Sindone creata tramite bassorilievi o statue riscaldate mostrano lacune nei modelli matematici o nella scelta di software adatti o ancora nella mancata osservazione della direzionalità dell'immagine. Senza contare che le fibrille sono ossidate e non bruciate o surriscaldate. Risultati più conformi sono stati ottenuti tramite irraggiamento di tessuti analoghi con particelle raggi UV ad alta intensità ed unidirezionali. In ogni caso è stato calcolato che l'effetto radiante si è sviluppato con estrema potenza nell'arco di pochi istanti mentre il corpo svaniva. Dati derivati da rilievi fotogrammetrici o visivi ravvisanti la presenza di impronte create da catene, fiori, monete sugli occhi o lettere ai lati del viso, per quanto affascinanti e da sottoporre ad ulteriori indagini, ci fanno sconfinare nel campo della paraeidolia, influenza nefasta che i colleghi radiologi e odontoiatri hanno ben presente quando si accingono ad osservare un radiogramma per troppo tempo. La rappresentazione del volto di Gesù pare sia stata influenzata dalla immagine sindonica: debole ma ulteriore prova dell'antichità del lenzuolo. Le raffigurazioni del volto di Gesù dal I al VI secolo sono prevalentemente allegoriche come la figura del pesce, quella del buon pastore, l'ancora, l'agnello mentre gli eventuali volti erano tipici delle varie comunità locali come il Cristo Siriano dipinto con capelli corti ricci e barba corta, oppure il Cristo Romano dal volto rasato. Ma a partire dal VI secolo in coincidenza con la comparsa del Mandylion l'iconografia si unifica e il Cristo viene raffigurato con i capelli lunghi, il naso allungato e la barba bipartita come vediamo nei vari e splendidi Pantocràtores dell'arte medievale. Una miniatura del Codice Pray, conservato a Budapest e datato al 1192, mostra la preparazione alla sepoltura del Crocifisso. Nicodemo spalma gli unguenti sul cadavere che ha capelli lunghi, naso allungato e barba bipartita. Le mani, incrociate sul pube, sono prive dei pollici come fossero ripiegati verso il palmo. Sotto il corpo è in preparazione un telo su cui si possono osservare macchie o fori con disposizione identica alle bruciature a L osservate sulla Sindone. A questo punto la storia del falsario medievale risulta traballante: l'artista e scienziato avrebbe dovuto conoscere con dovizia di particolari tutta la tecnica della crocifissione romana e la struttura dei flagelli. Avrebbe dovuto essere a conoscenza dei pollini, delle alterazioni ematiche nei morti per cause violente e delle alterazioni da rigor mortis nei crocifissi, nonché delle varie fasi della emocoaugulazione, quindi nozioni estremamente sofisticate di anatomia, fisiologia e tanatologia. Senza contare la conoscenza delle pratiche funerarie ebraiche del I secolo. Come ha potuto macchiare il telo con il sangue nei punti strategici e poi con precisione millimetrica appoggiarlo su bassorilievo o statua irradiante per ossidare le fibrille, levando il tutto senza creare immagini da "strappo"? Tutte conoscenze e tecniche che appaiono sconosciute agli studiosi medievali. Aggiungo poi che gli scultori medievali avevano uno stile che difficilmente si concilia con le fattezze dell'eventuale stampo che avrebbe generato l'immagine, come anche inconciliabile lo stile dei pittori. Eppure anche ammettendo la veridicità del telo non è ancora possibile dimostrare come e perché l'immagine si sia formata e chi veramente fosse l'uomo della Sindone: la scienza specialmente su quest'ultimo punto si deve fermare e cedere il passo alla Fede. Ma, falsa o vera che sia, la Sindone e chiunque sia stato l'individuo che con essa fu temporaneamente sepolto, siamo obbligati a riflettere, con profonda commozione e rabbrividendo, sui drammatici, terribili eventi che Yehoshua "Yeshu" ben Yosef, detto "il Mashiach", dovette affrontare e di cui la Sindone ne è rappresentazione. Una morte orribile in un atroce supplizio e preceduta da sofferenze inenarrabili ben lontane dalla narrazione che ha anestetizzato l'animo dell'uomo moderno che oggi guarda, quasi con naturalezza, il Crocifisso. Una porta spalancata sul mistero e sul dolore. Disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire, come uno davanti al quale ci si copre la faccia; era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima. [Isaia 53:3] Davanti alla Sindone, scettici o credenti, non si resta impassibili, ti parla nel silenzio millenario della morte che tutto ricompone. Eppure c'è chi, nel volto dell'uomo della Sindone, come nel "Cristo velato" vede la prossimità di un risveglio. Un poco e non mi vedrete; un poco ancora e mi vedrete... [Gv 16,16-20] Francesco Di Nardo

  • «Chiudo la mia giornata come credo di averla vissuta»

    Don Primo Mazzolari (1890-1959). Semplici parole del testamento spirituale di don Primo Mazzolari, parroco di Bozzolo, in provincia di Cremona. Mi hanno profondamento toccato perché alzano il velo sul segreto nascosto nel cuore di questo grande testimone della fede. Congedandosi da questo mondo in piena comunione con la Chiesa, conferma di averla amata e servita con fedeltà e disinteresse completo. E conclude così: « Verso la grande casa dell'Eterno mi avvio confortato dal perdono di tutti, che torno ad invocare ai piedi di quell’altare che ho salito con povertà sconfinata, sperando che nell'ultima Messa il Sacerdote Eterno, dopo avermi fatto posto sulla croce mi serri fra le sue braccia dicendo anche a me "entra anche tu nella pace del tua Signore" » . Don Primo ha tracciato solchi profondi nelle persone che lo hanno avvicinato, seminando con larghezza sconfinata semi fecondi con mirabile dignità e forza d'animo, fedele sempre alla sua missione vocazione sacerdotale. Mi pare di poter dire ancora una volta prima di morire, baciare le mani che mi hanno duramente e salutarmente colpito. Ogni vicenda lieta o triste della mia esistenza trova nella Misericordia Divina la sua giustificazione anche temporale. La speranza è la faccia di Dio che si scopre secondo il volto delle nostre disperazioni. Tutte le speranze anche le più tenui, le più fragili, perfino i sogni e le illusioni, appartengono alla speranza. La speranza vede la spiga quando gli occhi di carne vedono solo il seme che marcisce. Se volessimo ricercare la radice della sua fede, della sua speranza e del suo ministero, che unificava e animava nel profondo e poneva alla base di tutta la sua esistenza, è l' amore , così come il Cristo Crocifisso e Risorto lo ha rivelato. La vita di don Primo Mazzolari fu costantemente dominata dal pensiero della morte. La morte è un mistero che sgomenta, ne è spaventato sempre, « è un mistero che non può non essere buono » , si guarda con fiducia e serenità, la misericordia il cuore di Dio. La morte è una presenza quotidiana, morire non è facile né per Cristo né per i suoi discepoli, la morte è edificante . Sono parole che infondono fiducia e speranza, perché fondate sulla Parola di Dio. Anche per me la morte non è stata estranea alla mia vita, è stata un punto di riferimento che ha accompagnato i miei anni. Senza unità e umiltà si rischia di vivere una vita di significati deboli e sfilacciati, senza senso e senza sintesi la vita e la morte appaiono incomprensibili. Farsi amica la morte, scegliere e desiderare una buona morte, vivere la morte degli altri con reale fraternità, aiutandoli a morire come fratelli e sorelle: sono segni di fede e speranza. La morte significa perdita e dono, risurrezione e vita proclamate come grazia . Un buon esercizio per tenerla vicino conduce a studiare con attenzione noi stessi nei momenti di precarietà, di incertezza e di smarrimento, con un disagio accentuato nel rapporto con gli altri. Si acquista una verità indispensabile che ci riconduce, nella fede, alla nostra più vera misura. Chi sa esprimere le proprie esperienze distintament e può offrire sé stesso agli altri come fonte di chiarificazione, aiuta gli altri a liberarsi dalle catene della paura e permette di sperimentare la fiducia e la speranza, incanalare le energie disordinate entro condotti creativi. Vista come elemento naturale, verso il quale camminiamo senza angoscia e paura, la morte riceve dalle indicazioni bibliche e dalle antiche tradizioni religiose una sapienza e un patrimonio umano accumulato nello scorrere dei secoli. La vita eterna stessa passa attraverso la morte. Per un sacerdote la morte è la morte di Cristo in croce. Partecipare alla sua morte aiuta a morire . Quotidie morior (Ogni giorno io muoio) non è solo programma di mistici e religiosi, ma è la consapevolezza che qualcosa si spegne, tramonta naturalmente come il tramonto di una giornata, dopo l'alba, il meriggio, la sera, la  notte. L'uscita dalla vita e dal graduale distacco dalle cose fa parte della legge del tempo, è semplice e naturale. L'avvicendamento dei compiti e degli uffici è una delle espressioni più interessanti della vita, che si rinnova sempre, come il sereno tramonto del sole. Libera dal "complesso degli eletti", e dal narcisismo imperante che guarda appassionatamente alla propria immagine. È prudenza e sano equilibrio di uscire dal campo della vita con l'atteggiamento del "viaggiatore cerimonioso" del poeta Giorgio Caproni. « Congedo alla sapienza e congedo all’amore. Congedo anche alla religione. Ormai sono giunto a destinazione [...] Scendo. Buon proseguimento » . Il tempo che passa, lo spegnersi progressive delle forze, il decadere delle cose vanno accettate come dono di Dio e offerta di sé. Si comprende che intemperanze, omissioni, difetti, errori traducono fragilità e responsabilità di accettazione per essere più umani, più relazionali, più aperti alla misericordia e al perdono di Dio. Per questo bisogna ripetere nel rapporto con gli altri: « Scusate il disturbo, grazie per la compagnia » . Misericordia e gratitudine accompagnano i nostri passi nella vita, dovunque sempre con tutti. Il poeta latino Orazio nell'Ode II "Non omnis moriar" (Non tutto morirò) aggiungeva un incipit che è come una sentenza memorabile æ quam memento rebus in arduis serbare mentem (conserva l'animo sereno nelle imprese ardue). Il termine æ quam , collocato all’inizio, fa da battistrada a tutta la riflessione e dà luce e polso a tutto il pensiero. L'animo sereno e il distacco dalle cose del mondo hanno qualificato e accompagnato il suo "viaggio nella vita". Era un poeta che non aveva conosciuto il cristianesimo. Francesco d'Assisi, a 800 anni dalla sua morte, richiama il significato della morte chiamandola sorella . Non va subita o rimossa, ma accettata come dono di Dio e offerta di sé. Assaporare la serena gioia di uscire dalla vita come semplice e naturale, come felice tramonto di sole, è sentire sorella la morte, prendere la giusta misura della vita stessa, delle scelte, dei valori. Il graduale distacco dalle cose fa parte della legge del tempo, l'avvicendarsi dei compiti e degli uffici è una delle espressioni più interessanti della vita, che si conclude nel ritorno alla "Casa del Padre". Gratitudine e riconoscenza per i doni ricevuti e trasmessi, è la sensazione profonda e la fede nel Cristo Risorto, che si fa nostro compagno anche oltre la morte. La speranza è la più umana di tutte le emozioni, è virtù teologale, è scommettere sul futuro, credere in Dio nostro futuro. Si fatica nella fede, si stenta nella carità, proprio per aver perso la speranza. La speranza trascina fede e carità, non viceversa. Non è assenza di contraddizioni e delusioni. « È scommessa sulle sconfitte in nome di Colui che, essendo Principio di vita, per la vita ci ha creati e Risorgendo ci ha donato la vita. Niente ha potuto distruggere questa voce del cuore che ci dice di "fidarci" di Lui » (Pascal). Mi fido, confido, mi affido, ho fiducia: sono sininimi complementari della fede. Sono atteggiamenti spirituali ed emozionali che aprono alla vita, ad un futuro promettente, con una carica di senso e di motivazioni per l'essere e l'agire della persona. Il futuro "non è ancora", non designa un "non essere", ma un "non ancora", la promessa della speranza, lo stupore dell'essere, la vita. Assume il reale e lo apre alle prospettive di senso e di fine, non cambia materialmente le situazioni, cambia le persone. È una carica di motivazione e di passione per prendersi cura di sé, sanare le ferite curabili, coltivare il senso del possibile, investire in fiducia. Questi pensieri, ispirati alla speranza e suggeriti anche da don Primo Mazzolari, non sono opinioni né sentimenti affidati all’intelligenza, ma una traccia che può reggere a qualsiasi malumore o tabù sul significato della morte. Chiunque si sforza di ordinare la propria vocazione su questa realtà può guardare in faccia "l'ora della caligine" come "l'ora della morte". « Se mi toccano la mia religione, se attentano alla mia fede e al patrimonio morale del mio popolo nessuno mi potrà far tacere » (Mazzolari). Parole che sottolineano le mie riflessioni sulla morte e tracciano motivazioni per scegliere l'amore come metodo e il Vangelo come codice di vita. Chiudo con una semplice quartina, intitolata "Precetto", del poeta lombardo Giovanni  Bertacchi (tratta dai suoi componimenti), che invita a lasciare un ricordo positivo e profumato, come il fieno, nel passaggio della vita. Il carro oltrepassò d'erbe ripieno e ancor ne odora la silvestre via. Sappi fare anche tu come quel fieno: lascia buone memorie, anima mia. Il messaggio è chiaro e invitante alla riflessione: la persona passa, lascia il profumo del fieno, le buone azioni, la memoria, la testimonianza morale di vita, la rettitudine del pensiero. Osman Antonio Di Lorenzo

  • Alla donna

    Donna di Capracotta (foto: G. Paglione). Alla donna: esausta, naufraga dei sentimenti, cerchi l'approdo; nel silenzio la bocca serrata a tenere le pieghe dell'anima a farne barriere che non ti hanno salvata è inutile trincea, pure sola, riprenditi la parola. Flora Di Rienzo

  • I dodici titoli della Vergine Lauretana di Capracotta

    Una delle lunette coi titoli mariani nel santuario di Capracotta. A Capracotta, nel Santuario di S. Maria di Loreto, la Beata Vergine Maria è celebrata attraverso dodici titoli e appellativi, molti dei quali derivano dalle "Litanie lauretane" recitate nel celebre santuario di Loreto. I titoli sono affrescati, a coppie, sulle lunette laterali della navata, presenti su fasce di cotone sorrette da putti biondi e paffutelli. Va precisato che ogni lunetta, al centro, contempla una finestra, con la differenza che da quelle di destra entra la luce solare, mentre quelle di sinistra sono chiuse perché affaccianti sulla casa canonica in cui un tempo risiedeva il custode del Santuario. Tutte le lunette, realizzate sul finire degli anni '40, sono opera dell'indimenticato Giovanni Leo Paglione. I primi titoli che si scorgono a destra sono quelli di Regina Martirum e di Mater Amabilis : la Regina dei Martiri onora la Vergine Maria per aver condiviso la passione del figlio, simboleggiando il suo ruolo nel martirio; tuttavia, è anche Madre Amabile di tutti, poiché la Madonna è la mediatrice perfetta che intercede incessantemente presso Gesù, affinché, esaudendo le nostre richieste, possa essere glorificato il Suo nome. I primi titoli di sinistra sono invece quelli di Refugium Peccatorum e di Salus Infirmorum : Ella, infatti, è Rifugio dei Peccatori, ovvero madre misericordiosa e mediatrice di salvezza per chi ha peccato; ma è anche Salute degli Infermi, in veste di interceditrice premurosa che porta conforto, guarigione fisica e spirituale, e speranza a chi soffre nel corpo e nello spirito. Procedendo lungo l'unica navata, ci si imbatte a destra nei titoli di Virgo Potens e di Domus Aurea : la Vergine Potente si riferisce alla Sua incomparabile potenza spirituale e la cui intercessione benefica contro il male, descritta come una forza derivante da Dio e non propria, è capace di sostenere i fedeli nelle difficoltà; l'attributo di Casa d'Oro, poi, è metafora spirituale e liturgica profondamente legata alla Santa Casa di Loreto. Sempre a metà navata, sulla sinistra, si legge Regina Angelorum e Sancta Maria : quale Regina degli Angeli, la Beata Vergine Maria è sovrana celeste superiore agli angeli per dignità a causa del Suo ruolo di Madre di Dio; e in quanto tale, Ella è Santa Maria. Prima di raggiungere l'altare maggiore, sulla lunetta di destra è scritto Sedes Sapientiæ e Ianua Cœli : la Madonna è Sede della Sapienza perché è la sapienza divina incarnata, maestra di verità e dimora del Verbo; ma è anche la Porta del Cielo, perché soltanto Lei, per opera dello Spirito Santo, può trasfigurare la terra che vincola l'uomo al mondo e alla morte, e introdurlo al cospetto di Dio. A mio avviso, l'attributo di Ianua Cœli è il più potente tra tutti i titoli mariani. L'ultima lunetta di sinistra riporta invece i nomi di Vas Honorabile e di Vas Spirituale : la Beata Vergine Maria di Loreto, insomma, è sia Vaso Onorabile che Vaso Spirituale, il contenitore in cui Dio ha posto la ricchezza e la potenza della sua grazia. In questi ultimi titoli, qualcuno ci ha voluto vedere un rimando al Santo Graal. Ad ogni modo, che si creda o meno alla Madonna, la Beata Vergine Maria, con qualsiasi titolo La si voglia appellare, rimane un dogma sancito dal Concilio di Efeso del 431 d.C., che La riconobbe madre del Figlio di Dio fattosi uomo, un ruolo centrale di intercessione e di grazia, distinto dalla natura divina di Cristo. Francesco Mendozzi Riferimenti bibliografici: G. Carugno, S. Maria di Loreto, da venerabile cappella a santuario diocesano (indagini, ipotesi, cronaca) , S. Giorgio, Agnone 1993; Coordinamento Santuari Abruzzo e Molise (a cura di), Viaggio nei santuari d'Abruzzo e Molise , Tabula, Lanciano 2007; S. Di Rienzo, Il cappotto di quarta mano. Ricordi di un'infanzia felice , a cura di D. Di Nucci, De Luca, Roma 2017; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , vol. I, Youcanprint, Tricase 2016.

  • Pancotto e orapi

    L'orapo ( Blitum bonus-henricus ), in dialetto voccarusce . Per 6 persone: un chilo e due etti di orapi (spinaci selvatici), 3 etti e mezzo di pancetta di maiale, 6 etti di pane raffermo, 2 spicchi d'aglio, un peperoncino piccante, olio extravergine di oliva, sale. Tempo di preparazione e cottura: un'ora. Pulite e lavate gli spinaci selvatici, lessateli in acqua bollente salata; scolateli sommariamente conservando l'acqua di cottura. Poneteli in una ciotola e aggiungete il pane raffermo tagliato a pezzi; lavorate il tutto con un cucchiaio di legno in modo da ottenere un impasto omogeneo, aggiungendo se serve un po' di acqua di cottura delle verdure. Tenete in caldo. Tagliate a pezzetti la pancetta e soffriggetela, insieme agli spicchi d'aglio sbucciati e frammentati e al peperoncino sminuzzato, in quattro cucchiai di olio extravergine. Versate il soffritto sul composto di orapi e pane e servite. Verdure spontanee tra le più amate nel Molise e nell’Abruzzo della transumanza, gli orapi altro non sono che gli spinaci selvatici di montagna (buon enrico). La ricetta prevede, tradizionalmente, la micischia o muscisca (qui sostituita dalla pancetta suina), carne ovina salata ed essiccata, oggi di difficile reperibilità. Anna Maria Carnevale Fonte: B. Minerdo e G. Novellini (a cura di), Le zuppe. 600 piatti delle cucine regionali , Slow Food, Bra 2009.

  • "Appennino di Capracotta", un dipinto del 1907 di Enrico Coleman

    E. Coleman, "Appennino di Capracotta", 1907, olio su tela. Fin dal 2016 ho individuato e diffuso coi miei primi libri quelle opere d'arte che avevano per soggetto Capracotta e che pittori minori del primissimo XX secolo avevano realizzato nel nostro paese e poi esposto qui e là. Nei due volumi della "Guida alla letteratura capracottese", infatti, portai alla conoscenza dei miei compaesani i lavori di Gaetano Bocchetti (1888-1990), Richard Heintz (1871-1929), Alessandro Baumgartner (1906-1977) ed Enrico Coleman (1846-1911). Il primo, al termine della Grande Guerra, realizzò almeno quattro tele nella nostra cittadina: "Piazza di Capracotta", "Capracotta vicolo", "Capracotta paese" e "Capracotta fuori il paese", tutte oggi in collezioni private. Ebbi la fortuna di intercettare una di queste, tanto che prontamente realizzai un articolo . Dell 'impressionista Richard Heintz, invece, ne scrissi sulla Guida, poiché egli, durante un lungo soggiorno in Italia effettuato tra il 1906 e il 1912, ebbe modo di dipingere uno "Chaumière à Capracotta" (Casolare a Capracotta), giacché è probabile che restò impressionato dalla somiglianza degli Abruzzi coi paesaggi delle native Ardenne. Tuttavia, non sono ancora riuscito a trovare una riproduzione della sua opera: l'ultima informazione in mio possesso è datata 1947 e vuole che il dipinto faccia parte della collezione di René Chilain. Riguardo Alessandro Baumgartener, in un ennesimo articolo avevo persino risolto un enigma giornalistico. Rimaneva, dunque, Enrico Coleman. Di lui sapevo soltanto che aveva dipinto un "Appennino a Capracotta" e che questo era conservato a Roma dalla stessa famiglia Coleman. Grazie all'aggiornamento del 30 gennaio scorso del "Dizionario d'arte Sartori" mi è ora possibile divulgare il suo olio su tela del 1907, un quadro animato in cui uomini, donne e muli, tutti rigorosamente carichi di legname, percorrono un'erta; dietro di loro si staglia imponente la mole di Monte Campo, col suo inconfondibile profilo a dente di sega. A mio avviso, è un dipinto bellissimo, ambientato nella stagione autunnale, poiché si intravedono cumuli di neve sulle alture dell'Alto Molise, col mulattiere che va a far legna in vista dell'inverno. Quel che più mi colpisce sta nel fatto che la scena non è ripresa da Capracotta ma da un luogo imprecisato posto sul versante abruzzese - tra l'Aremogna e la Maiella - da cui fosse possibile ammirare il Campo ed il Ciglione in tutta la loro magnificenza. A mio avviso, trattasi delle montagne che si trovano nei pressi di Castel di Sangro. Enrico Coleman, allora, non visitò il nostro paese, eppure lo raccontò dalle montagne limitrofe, probabilmente perché i profili dei nostri monti lo colpirono particolarmente. Si pensi, infine, che proprio nel 1907 egli fu nominato socio benemerito del Club alpino italiano, a dimostrazione della sua passione per la montagna, soprattutto quella appenninica, che immortalò lungo l'intera carriera, fermo restando l'amore per i paesaggi e i mestieri della campagna romana. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: A. M. Comanducci, Dizionario illustrato dei pittori, disegnatori e incisori italiani moderni e contemporanei , libro II, Patuzzi, Milano 1971; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capacottese , voll. 1 e 2, Youcanprint, Tricase 2016-2017; R. Mammucari, Napoli: il paradiso visto dall'interno , Ler, Marigliano 2006; J. Parisse, Richard Heintz: 1871-1929. L’Ardenne et l’Italie , Mardaga, Sprimont 2005; Società degli Amatori e Cultori di Belle arti di Roma, LXXVIII ª Esposizione internazionale di belle arti. Catalogo illustrato , Tip. dell'Unione Coop. Ed., Roma 1908.

  • Appiccia la ciummnera!

    Figliòla ca te jeàlze la matina, te piglie la palétta e vieà pe fuóche, e vieà alla casa dell'annamuràte, prima te dà nu vàse e può ru fuóche. Se s'addóna mamma de su vase, di' ch'è ŝtata la scieàmma de ru fuóche. Se t'addumànna cummuó tu sié tardàte, di' ca ru fuóche 'ndèrra t'è cadute. [Nenia che una giovanissima m. ª Antonietta Beniamino insegnò ad uno scolaretto di 5 ª elementare] Ab assuetis non fit passio (Alle cose consuete non si presta attenzione). Dopo una lunga o brevissima assenza, il tornare a casa era suggellato da una frase quasi rituale: «Uaglió, appiccia la ciummnèra!» (Figliolo, accendi il fuoco). Un gesto semplice, un oggetto, il fuoco, più che banale e che invece, a pensarci bene, nasconde un significato che unisce un passato più che remoto alla vita quotidiana. Una tradizione strettamente legata alla storia ci parla dalla fiamma che piano piano avvolge il castello di legna composto sugli alari o sulla nostra arcaica e quasi venerata pietra del focolare. La scoperta del fuoco risale secondo i paleontologi ad un periodo compreso tra i 2,4 e i 1,4 milioni di anni ante l'era attuale, sebbene le tracce di focolari veri e propri risalgano circa a 400.000 anni fa. Si ritiene che siano stati l'Homo neanderthalensis e l'Homo sapiens a gestire un uso sistematico e controllato del fuoco con tutti i vantaggi derivati: luce e calore, protezione dagli animali, cottura dei cibi, cottura dell'argilla, metallurgia. I reperti più antichi ci vengono dall'Africa tramite argille, datate a 1,4 milioni di anni, testimonianti trattamenti a temperature di almeno 400° C. Tracce in Israele attestano la macellazione e la cottura delle carni in prossimità del focolare circa 300.000 anni a.C., ma ossa calcinate dal fuoco sono state scoperte in Cina e fatte risalire ad un periodo compreso tra 1,5 milioni di anni fino a 500.000 anni fa. In Europa, il sito più antico di focolari è stato localizzato nel Suffolk e risalente al paleolitico, insieme alla presenza di selci lavorate che ne consentivano l'accensione e che tramite il surriscaldamento potevano essere trattate più agevolmente. Sarebbe interessante scoprire se la scoperta fu autonoma per le varie civiltà o se l'uso del fuoco subisse una diffusione da un nucleo umano di partenza. Nonostante alcuni umoristi suggeriscano che il progresso dovette necessariamente cominciare quando la donna primitiva pretese dall'uomo primitivo una pelliccia da indossare nelle grandi occasioni e delle pelli di animale per decorare la caverna, l'evoluzione fisica umana prese maggiore e inarrestabile impulso proprio con la domesticazione del fuoco: la semplice cottura dei cibi li rendeva più digeribili con meno spesa di energia endogena, uccidendo poi i parassiti che albergavano nelle carni e abbattendo le cariche batteriche patogene, mentre nei vegetali il calore neutralizzava sostanze che, a crudo, risultavano tossiche o quantomeno inadatte all’alimentazione umana. Ricordo un libro che mi appassionò da bambino, dove, tra tutte le storie idealmente ambientate all'età della pietra, una in particolare raccontava di un vecchio cacciatore emarginato causa l'età avanzata dalla tribù che assaggiando una sostanza bianca rimasta da una pozza di acqua marina evaporata la volle provare sulla carne cruda. Ma quella sera accanto al fuoco le sue mani tremule fecero cadere il pezzo di carne nel fuoco. L'orgoglio di vecchio cacciatore gli fece rifiutare la pietosa offerta di un pezzo di carne nuovo e raccolto dalle braci quello caduto lo cosparse di quella polvere rimanendo colpito dal buon sapore. La tribù assaggiata la pietanza applaudì entusiasta e si rese conto dell'importanza della saggezza che spesso adornava l'età avanzata. La scoperta della cottura della carne e del suo condimento con il sale: chissà se forse è andata proprio così. Ma il fuoco assunse anche una profonda valenza simbolica (...e ti pareva che non ci mettevo in mezzo i simboli?). Nell'antico Egitto il fuoco fu associato alla divinità solare Rā e simbolo di purificazione e protezione dal male. Assimilato alla figura del babbuino, altra rappresentazione di Thot, dio del sapere, «le cui labbra sono fuoco», posto a guardia degli inferi e «del lago di fuoco». I sacerdoti, nei templi, erano custodi del fuoco sacro che ardeva davanti la statua del dio, ma anche scienziati. Ricordo che la terra fertile era chiamata Al-Khemi (o Khemet ), in contrapposizione a Deshert (o Deshret ), il deserto. Dall' Al-Khemi viene fatta derivare, secondo alcuni, la parola "alchimia", nella quale la trasmutazione della materia e il percorso dell'iniziato, avvengono proprio tramite il fuoco per raggiungere la rubedo . La sacralità del fuoco pervade anche l'antica Grecia: Prometeo ruba il fuoco a Zeus per donarlo all'umanità e per questo ne viene severamente punito. Era il centro di ogni famiglia. Le colonie in costruzione venivano consacrate portando il fuoco che ardeva nell'Acropoli della città madre: una continuità simbolica, spirituale e religiosa. Simbolo di passaggio dall’età ferina al mondo civilizzato. Ancora oggi, il fuoco, acceso per opera dei raggi solari ad Olimpia, viene portato dai tedofori fino alla sede delle gare per far ardere la grande fiamma olimpica. Israele, la cui spiritualità viene fatta derivare dall'antico Egitto, considerò il fuoco elemento di purificazione e di presenza del Divino. Fu la presenza di Yahweh nel roveto ardente a parlare a Mosè, e la colonna di fuoco in cui Yahweh risiedeva a guidare l'Esodo. Il fuoco consumava il sacrificio e il primo fuoco sacrificale era disceso dal cielo (Lev 9:24). Davanti al tabernacolo il fuoco doveva restare sempre acceso (Lev 6:18-13) ad indicare la presenza di Yahweh oltre all'amore e la fedeltà del suo popolo. Così anche nel tempio di Gerusalemme la fiamma ardeva perenne sulla Menorah davanti al Sancta Sanctorum (Es 27:20-21). Giovanni il Battista ne ribadirà la sacralità: «Io vi battezzo con acqua ma [...] Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco» (Mt 3:11-13). Aggiungo che la discesa dello Spirito santo è rappresentata iconograficamente dalla discesa del fuoco e che nell’ebraico antico la parola "Spirito Santo" ( Ruah ) è di genere femminile. Nella Roma antica le vestali custodivano il fuoco sacro perennemente acceso, la morte era la pena prevista in caso di spegnimento. Vita e cuore della città rimase sempre acceso fino al 391 d.C. quando Teodosio ne ordinò lo spegnimento per rispetto del culto cristiano. Hesta (o Vesta) era la silenziosa divinità che, legata al focolare e presente costantemente tra le fiamme, proteggeva la famiglia. Ne "Il grillo del focolare" di Charles Dickens, un grillo (sicuramente richiamo allegorico a tale divinità) vive sul camino della famiglia Peerybingles, focolare attorno al quale ruota gran parte del racconto e, possedendo la facoltà della parola, dà consigli al capofamiglia. L' interdictio aqua et ignis (interdizione da acqua e fuoco) era la formula legale che sanciva l'esilio da Roma con la perdita della relativa cittadinanza. Stesse considerazioni possiamo desumere per i popoli del Nord dove il fuoco prende parte alla mitologia personificando il dio Loki e richiama le storie del Regno del Fuoco ( Muspelheim ). I sacrifici ad esso associati si svolgevano in estate ed inverno in onore delle divinità, per propiziare la fortuna, il benessere del bestiame e come segno di rinascita. Il "fuoco di emergenza" ( Notfeuer ), acceso per sfregamento, aveva significato di protezione fisica e allegorica. L'aurora boreale era la materializzazione del mito della volpe di fuoco che correva sulla neve. Il medioevo continuò la tradizione del focolare come centro della famiglia che, se nobile o possidente, poneva sul camino lo stemma. Più tardivamente il censimento della popolazione venne affidato alla conta dei fuochi ed usato per l'applicazione delle imposte. La presenza del Cristo vivente nel tabernacolo, sotto forma del pane transustanziato, venne ad essere indicata, nelle chiese cattoliche, tramite la fiamma ardente esclusivamente da olio o cera e con autonomia di almeno sette giorni posta accanto al sacrario e racchiusa in vetro rosso, a ricordo del sangue da Egli versato, ne consente una immediata localizzazione. Costante quindi la sequenza luce-calore-protezione-purificazione-presenza del sacro. Così la fiamma che si sprigiona dalla granata, stemma dell'Arma dei Carabinieri, ereditata dalle uniformi napoleoniche. Fiamma che con le sue tredici punte indica fedeltà, ardore, disciplina e prontezza all'azione. Il fuoco arde nei due braceri posti accanto al milite ignoto, perenne tributo della nazione ai caduti per la Patria. E il fuoco è presente anche davanti alle tombe nei cimiteri come segno di amore e ricordo. Ricordo che le inumazioni preistoriche spesso praticate intorno alla sede del fuoco erano profonda convinzione del legame tra i vivi e i morti garantito dal focolare. Il tizzone che si conservava sotto la cenere durante la notte, e che consentiva di riaccendere il fuoco al mattino, era metafora della vita che si rinnovava e, inviato alle famiglie che ne erano rimaste sprovviste, segno di solidarietà e vicinanza. Il fuoco che bruciava sotto il cuttùre sempre pronto a fornire acqua calda era anche convivialità, perno della vita familiare, legame tra passato e presente poichè testimone delle storie che i nonni raccontavano la sera. Un baricentro affettivo la cui pietra, connessione tra terra e tradizione familiare, significava augurio e prosperità ed era associata all'angelo del focolare, figura rigorosamente femminile (ecco il femminile che ritorna), e che, rappresentata da un sasso, veniva donata tra famiglie nelle festività del Natale. Il fuoco era cuore dell'accampamento nelle notti della transumanza, come oggi è "maestro delle feste" di Ferragosto o delle sagre quali la nostra Pezzata. «Ai piedi del Campo, con l’arrosto, si canta» recita un bassorilievo scolpito da Olindo Paglione (1912-2000) su un barbecue di pietra all'aperto. Curiosamente, durante l'emigrazione della seconda metà del secolo passato, negli appartamenti cittadini il camino tende a scomparire quale elemento architettonico: molto probabilmente viene ritenuto un retaggio di povertà o di origini paesane di cui vergognarsi, più o meno com'era "disonorevole" mantenere e parlare il dialetto. Il fuoco, mio compagno silenzioso nella preparazione di molti esami universitari e studio di tante partiture, ha visto giocare e crescere i miei figli e, per me, col suo fascino ipnotico, custode dello spirito di chi mi ha preceduto tra quelle mura. Silenzio interrotto da qualche scoppiettio e dal brusco rumore della fiamma che soffia violenta alimentata da sacche di gas presenti nella legna, che qualcuno mi raccontò fosse la strega. Il fuoco che marchiava gli stinchi delle nostre nonne, accoccolate 'mmócca alla ciummnèra sulle piccole sedie di paglia, con l'eritema ab igne e spesso vanamente prevenuto con l'asciugamano chiaro steso dalle ginocchia flesse in giù. E quella piccola figura vestita di scuro infondeva serenità e dolcezza... Nella fiamma il tempo stesso si mette a vegliare. Sì, chi veglia davanti alla fiamma non legge più. Pensa alla vita. Pensa alla morte. La fiamma è precaria e vacillante. Questa luce basta un soffio ad annientarla, una scintilla a riaccenderla... [G. Bachelard] Francesco Di Nardo

  • Notizie sopra alcuni laghetti nelle valli del Sangro, del Sinello e del Trigno

    In una mia comunicazione preliminare intorno alle frane dell'Appennino centrale e meridionale, presentata al VI Congresso Geografico Italiano, ebbi occasione di ricordare i nomi di parecchi piccoli bacini lacustri sparsi qua e là a differenti altezze, nelle vallate del Sangro e del Trigno, esprimendo l'ipotesi che l'origine di alcuni tra essi potesse esser collegata al fenomeno delle frane, come lo è certamente quella dell'unico di questi laghi finora studiato, quello di Mingaccio presso Capracotta. Oggi, in seguito a un'escursione eseguita in val Sangro e in parte della val Trigno nell'agosto passato, sono in grado di dare su parecchi di tali laghetti più precisi ragguagli. Di quelli da me personalmente visitati tre appartengono al bacino idrografico del Sangro, due a quello del Sinello ed uno a quello del Trigno: tutti sono compresì nel quadrante 153 I (Villa S. Maria) della carta topografica d’Italia. Lago Saletta A circa due km. a sud-ovest di S. Angelo del Pesco, la pendice che scende lentamente alla riva destra del Sangro è interrotta da una breve depressione foggiata a piatto è racchiusa all'incirca dall'isoipsa di 730 m., la cui parte centrale è occupata da un piccolissimo bacino lacustre alla quota di 728 m. esattamente. Questo laghetto ha oggi una forma irregolarmente ellittica, coll'asse maggiore, diretta a un dipresso da ovest ad est, lunga 65 m. o poco più, e l'asse minore di 45 m.; lo specchio acqueo è però in buona parte invaso da piante palustri, del genere Sparganium (detto localmente oglia ), che si affollano fittissime e alte sulle rive, le quali sono perciò in più punti malamente accessibili. Il lago una volta occupava un'area assai maggiore, forse tripla dell'attuale e le tracce delle antiche sponde sì veggono ovunque all'intorno; esso si vien rapidamente restringendo e colmando per opera appunto della vegetazione palustre; anche la sua profondità è oggi assai piccola e forse non supera un metro. Mi fu detto che esso è assai ricco di pesci (trote, capitoni) e che il comune di Castel del Giudice, cui il lago appartiene, cede annualmente in affitto il diritto di pesca; vi sì raccolgono anche in gran copia mignatte. Quanto all'origine del lago, sul luogo mi fu narrata una delle solite leggende, alludente ad uno sprofondamento e a conseguente scomparsa di case e di una chiesa; io credo che debba ricollegarsi a fenomeni carsici, poiché il calcare secondario che forma la zona culminale dei monti Campo (1.645 m.) e S. Luca (1.575 m.), ricoperto più in basso dalle formazioni argillose dell'eocene, sporge tuttavia qua e là con numerosi sproni e spunzoni, dimostrando che il mantello di materiale argilloso è assai sottile: la formazione quindi di una cavità nel calcare può aver facilmente prodotto una depressìone nella sovrastante coperta argillosa in mezzo a cui sì trova il piccolissìmo lago. A poco più di 3 km. a nord-est di S. Angelo del Pesco nel bosco chiamato La Canala mi fu detto esistere un altro minuscolo bacino, che sembra indicato anche sulla carta, ma che io non potei visitare: esso è denominato localmente Lago delle Cornacchie . Laghi dell'Anitra Con questo nome sono indicati sulla carta due bacini lacustri posti ai piedi del M. del Cerro, appartenente allo spartiacque Sangro-Trigno, tra Agnone e Pescopennataro. Mi vi recai il 13 Agosto, con persona pratica dei luoghi, da Agnone per una comoda mulattiera che, staccandosi dalla strada Agnone-Castiglione, sale al guado (passo) della Licia tra il M. del Cerro e il M. S. Onofrio (1.184 m. secondo la carta, dove manca però il nome del guado ) e sarà tra breve sostituita dalla rotabile Agnone-Pescopennataro, ora in costruzione. Ma sopra i 900 metri ci colse di buon mattino una nebbia così fitta e persìstente che, giunti al guado, la mia guida stentò assai a trovare il sentiero che di là conduce, tra la macchia bassa, a una Vaccareccia (1.042 m. secondo la carta) posta in prossimità dei laghi. Di laghi peraltro non si parla dai pastori che quasi soli frequentano quella zona, i quali appellano la località col nome più giusto di Piano dell'Anitra . Trattasi invero di un vasto ripiano limitato a sud e sud-est da una rupe calcarea a picco e ad ovest dal pendio del M. la Morgia, ma aperto verso nord e nord-est, dove lo ricinge appena un orlo leggerissimamente rilevato che non figura neppure sulla carta. All'epoca in cui lo visitai, il piano era perfettamente asciutto e vi pascolavano greggi di buoi; nella stagione piovosa peraltro, poiché esso accoglie parte delle acque che scendono selvagge dalle pendici a sud ed a est, vi sì formano effettivamente, nelle parti più depresse, due stagni, all'incirca della forma e dimensioni indicate dalla carta, fra loro separati da un breve rialto elevato 5-6 m. È da notare però che parte delle acque che scendono dai fianchi del M. del Cerro, prima di giungere al piano, si perde in due inghiottitoi (localmente detti inghiottibovi ) che si trovano in prossimità dell'angolo sud-est del maggiore dei due laghetti, che ha forma grossolanamente triangolare. Ma in questi due laghetti o stagni temporanei l'acqua raggiunge appena, come rilevasi dalle tracce ben visibili sulla parete rocciosu a picco che limita a sud il piano, l'altezza di 50-60 cm.; ove la superi, le acque trovano sfogo, oltre l'orlo settentrionale, in un fosso, che, correndo verso nord, va a perdersi in un altro piano più vasto detto Padulone (è la parte eud e und-est della regione denominata sulla carta Prato Martello ). Quest'ultimo perciò fino a qualche anno fa era per molti mesi un vero acquitrino, ma ora i pastori del luogo, all'intento di poterlo utilizzare come pascolo sul finir della primavera, vi hanno scavato un canale di scolo, che ne porta le acque al Rio delle Vespe e quindi al Sangro. I due laghi dovrebbero dunque esser cancellati come tali dalla carta e sostituiti da un segno indicante gli stagni temporanei. Si avverta peraltro che anche in estate l'acqua deve trovarsì a profondità assai piccola sotto il piano; lo attesta tra l'altro l'esistenza di alcune porzioni di terreno, a contorno circolare e leggermente rilevato, come tumuli, che appaiono quasi pregne d'acqua sì che il piede trema camminanrdovi sopra; i pastori del luogo li chiamano col nome caratteristico di Tremolizzi ed hanno cura di tenerne lontani i buoi nel timore che corrano il rischio di sprofondare, come talvolta, a quanto mi assicurano, sì è verificato. Roberto Almagià Fonte: R. Almagià, Notizie sopra alcuni laghetti nelle valli del Sangro, del Sinello e del Trigno , in «Rivista Geografica Italiana», XV:9, novembre 1908.

  • Mucche dispettose, medici allegri e "lati B" sofferenti!

    Francesco Di Nardo nel giorno della laurea (1986). Una mela al giorno toglie il medico di torno. Basta avere una buona mira! [W. Churchill] Le giornate in uno studio medico e in uno studio odontoiatrico si dipanano tra le criticità operative, la routine che alla prova dei fatti tale non è mai, ma, soprattutto, « l'incontro tra la sofferenza e la speranza » , come saggiamente ebbe a dire una collega durante gli studi universitari. Chi ha avuto la (s)fortuna di frequentare lo studio, condiviso per oltre vent'anni, tra me e papà ha sempre colto un'aria di serenità e allegria ai confini del cinematografo o del cartone animato, determinata non solo dal carattere gioviale di tutto il personale, ma anche dall'esigenza costante di portare ottimismo nei nostri pazienti, spesso per sdrammatizzare, rispettosamente, i momenti difficili. Quindi battute, scherzi e momenti di comicità si verificavano di frequente, coinvolgendo anche i pazienti e gli accompagnatori, rendendo camici, casacche, mascherine e siringhe molto più umane. Ricordiamoci sempre di mettere una mano sulla spalla del paziente quando siamo al suo capezzale. [A. Di Nardo] Questa storia ha due antefatti: uno montanaro ed uno parentale. Si racconta - molti capracottesi lo ricordano - che tanti anni un contadino scese nella stalla per mungere, come di rito, la sua mucca. Tuttavia, per dispetto o chissà che, appena iniziata la procedura, la simpatica bovina con una zampa posteriore scalciò via il secchio posto sotto le mammelle. Prontamente, il contadino reperì una corda e, legata la zampa in questione, riprese pazientemente il lavoro. Ma la mucca non era d'accordo e, con l'altra zampa posteriore, assestò un altro calcio al secchio scagliandolo lontano. Trovata un'altra fune, il pover'uomo bloccò l'arto, ma non aveva fatto i conti con la coda, che rovesciò il secchio per l'ennesima volta. Preso uno sgabello, il contadino salì dietro all'animale e, sollevata la coda, cercò di fissarla al basso soffitto della stalla. Ma le funi erano finite e pertanto si sfilò dai fianchi la corda che, a mo' di cintura, gli reggeva i pantaloni i quali, durante le manovre di legatura svolte in iperestensione, calarono impietosamente, lasciando in bella vista le "frattaglie", poiché, cosa allora frequente, non vi era biancheria intima. Ma il peggio era in arrivo... sotto forma della moglie che, scendendo le scale della stalla e trovando il marito mezzo nudo su uno sgabello dietro la mucca bloccata in quel modo, ne restò impietrita. Il poveretto, forse per riscossa, forse per umorismo, esclamò: – Pènza chéle ca te pàre, ma i' l'aja m ó gne! (= Pensa ciò che vuoi, ma sappi che la devo mungere). Secondo antefatto: pur riconoscendomi un'elevata professionalità e stimando sempre, anche pubblicamente, la mia preparazione medica e odontoiatrica, il Dott. Di Nardo padre mi reputava affettuosamente un mezzo disastro come figlio, tanto che, grattandosi la testa, affermava bonariamente: « Tu non sei scemo, sei scimunito! ». Ma veniamo al sodo... Per la chirugia odontoiatrica ambulatoriale mi avvalevo della collaborazione del mio maestro di Chirugia orale, con cui affrontavamo interventi di buon livello. Un carissimo collega ed amico veniva ad osservare i nostri interventi e si creava così una bella atmosfera di discussione scientifica e, immancabilmente, anche di scherzi e battute, coinvolgendo spesso il paziente di turno. Durante una seduta, il collega osservatore arrivò in ritardo, lamentando un problema medico al "lato B", secondo lui di tipo emorroidario o una condizione ragadica, chiedendoci di « dare un'occhiata » . Pur se la nostra specializzazione riguardava la sede diametralmente opposta, non opponemmo resistenza, ripromettendoci di fare il possibile al termine della sessione operativa. Fu così che in quella calda serata estiva, nella segreteria interna adibita a spogliatoio, quando il personale era numeroso, ci ricordò la promessa abbassandosi i pantaloni ed assumendo la posizione prona. Va detto che fummo presi alla sprovvista, per cui ci accingemmo sì a dare un'occhiata ma non considerando che ci eravamo già liberati di calzoni e casacche operative senza ancora rivestirci. Insomma: eravamo in mutande e calzini. Il crescendo rossiniano lo si raggiunse quando, forse per una comunicazione di servizio, il dott. Di Nardo padre spalancò la porta dello spogliatoio, paralizzandosi nel vedere due sprovveduti in mutande dietro un "pellegrino" prono e a braghe calate. Il cielo mi perdoni se l'unica cosa che seppi dire, dopo alcuni secondi di silenzio e cogliendo al volo la vena umoristica che stava per scatenarsi, guardandolo in viso e indicando il retro del collega, fu: – Pènza chéle ca te pàre, ma i' l'aja m ó gne! Papà non emise nemmeno un sibilo, sicuro che avrei azzeccato la diagnosi, ma certamente era ancora più convinto della sua teoria sul "figlio scimunito". Sospirando, si allontanò, scuotendo teatralmente la testa. L’arte della medicina consiste nel far divertire il paziente mentre la natura cura la malattia. [Voltaire] Fai attenzione quando leggi un libro di medicina: potresti morire per un errore di stampa. [M. Twain] Francesco Di Nardo

  • A Roberta

    Roberta D'Onofrio dinanzi alla casa natale di suo padre a Capracotta. Io sento carezza di bimba vellutata come mandorlo in fiore, fresca e gentile, spirar come vento d'agosto e dipinger di rosa le guance da tempo incrostate di gelo; uno sguardo innocente baciar le mie labbra socchiuse su capelli fluenti, irrorati di fresco mattino; un candido volto dischiudere il cuore raffermo come nuova speranza che m'indica futuro cammino. Ugo D'Onofrio Fonte: U. D'Onofrio, Vorrei... dall'eco dei miei monti , San Giorgio, Campobasso 1979.

  • Polvere di cantoria: ombre, profili e artisti

    Curiosando in giro alla ricerca di informazioni relative al mondo della Musica ed alle sue connessioni ci si può imbattere in notizie o immagini che stimolano notevolmente la fantasia dei curiosi. Mi sono trovato ancora una volta in tale situazione davanti alla fotografia di un'opera di Otto Böhler (1847-1913) dal titolo "Brahms' Ankunft im Himmel" (L'arrivo di Brahms in Paradiso). Ma prima di descrivere l'autore e la sua opera è interessante esplorare la tecnica figurativa che si presenta alla nostra osservazione: la silhouette . Tale arte visiva consiste nel riprodurre l'immagine del soggetto rendendone visibile esclusivamente la sagoma del profilo. Il ritratto di profilo, da cui deriva la silhouette, ha origini estremamente antiche: Plinio il Vecchio (23-79) nella sua "Storia naturale" riferisce che tale tecnica pittorica veniva adottata dagli antichi Egizi già seimila anni prima che divenisse appannaggio dei Greci che, comunque, ne rivendicavano la metodica di tracciare il contorno del profilo umano ricalcando l'ombra proiettata dal soggetto su una apposita superficie. Il disegno del profilo risulta molto più semplice rispetto alla raffigurazione a volto intero grazie alle caratteristiche peculiari delle strutture anatomiche che lo compongono. Anche i Romani rappresentarono il profilo del volto umano specie nella monetazione. Il Rinascimento utilizzò a piene mani, e con successo, la profilazione. Ricerche scientifiche hanno appurato che l'occhio umano percepisce con estrema precisione informazioni quali età e sesso solo mediante l'osservazione del profilo che, pertanto, è la forma più facilmente riconoscibile ed identificabile di qualsiasi personaggio. In particolare la silhouette del volto umano ebbe una notevole diffusione tra il XVIII e il XIX secolo quale ritrattistica a basso costo rispetto alla pittura dei miniaturisti, molto costosi, operata da artisti dediti esclusivamente a tale produzione tramite ritaglio della figura su materiale quale il cartoncino e operanti in fiere o mercati. In tal modo anche i meno abbienti potevano conservare ritratti dei propri cari con minore impegno economico. Ma anche i benestanti non disdegnavano una silhouette spesso impreziosita dalla qualità delle decorazioni accessorie o del materiale di supporto. La tecnica di produzione seguiva tre metodi: dipinto (su avorio, carta, gesso e vetro, a rovescio); scavo (immagine negativa tracciata ritagliando la figura su carta chiara e adagiata su fondo scuro); taglia e incolla (ritaglio su carta scura incollato su fondo chiaro). Varie le dimensioni: da piccolissimi ritratti da incastonare in medaglioni a opere più grandi per includere busti o figure intere. Nei paesi Britannici le giovani donne imparavano questa arte insieme al ricamo, al cucito e alla musica, mentre nell’area Germanica assunse forme più elaborate e fu utilizzata anche per raccontare storie ed aneddoti. Molti furono gli artisti e celebri: lo stesso Hans Christian Andersen (1805-1875) oltre ad essere poeta e scrittore fu un famoso profilatore. Spesso questi pittori vennero richiesti anche per studi scientifici medici ed antropometrici. Chiamata originariamente "profilo" o "sfumatura", prese il nome attuale da Etienne de Silhouette (1709-1707), Ministro delle Finanze di Luigi XV, famoso per la sua rigida ed estrema parsimonia nel gestire i conti pubblici arrivando anche a limitare le spese personali del Re. Si narra che Madame de Pompadour (1721-1764) suggerisse ironicamente di far ulteriore economia dipingendo le figure nei palazzi pubblici e reali con i ritratti à la silhouette consacrando così una definizione esclusiva di questa tecnica quando già il termine veniva adottato per indicare quasiasi azione "fatta al risparmio". I ritratti à la silhouette furono successivamente abbandonati causa l'avvento della fotografia ma rimanendo, fino ai nostri giorni, un semplice e simpatico vezzo artistico. Tuttavia dalle silhouette possiamo desumere informazioni di storia e di costume. Le silhouette di Johann Sebastian Bach (1685-1750) e della sua prima moglie, e cugina in secondo grado, la cantante Maria Barbara Bach (1684-1720) vengono fatte risalire al periodo tra il 1714 e il 1717 anche se non si è sicuri fossero effettivamente state tratte dal vivo. Maria Barbara viene ritratta con l'acconciatura tipica del periodo mentre il Maestro veste la livrea dei "lacchè" (sic) dei Duchi di Weimar, di cui era organista, attestata dal codino con il fiocco che sporge dalla rituale parrucca. Tale figura, che si può virtualmente sovrapporre ai due ritratti del Maestro operati da Elias Gottlob Haussmann (1695-1774) risalenti al 1746 e al 1748, ha consentito una migliore identificazione del cranio del compositore dopo il ritrovamento dello scheletro (1894) nei pressi della Johanneskirche di Lipsia. Otto Böhler, con cui abbiamo cominciato, fu anche scrittore ma artista eccelso nell'arte della silhouette. Allievo del pittore Wenzel Ottokar Noltsch (1835-1908) si dedicò esclusivamente alle silhouettes abbandonado la pittura propriamente detta. Grande estimatore di Richard Wagner (1813-1883) partecipò come sostenitore al primo Festival di Bayreuth. Si dedicò alla ritrattistica dei musicisti coevi e del passato e le sue opere, pur raramente esposte, entrarono a far parte delle iconografie di giornali e cartoline. Creò anche delle storie condelicati sentori ironici ed i personaggi raffigurati nelle loro pose caratteristiche o abituali. Ne "L'arrivo di Brahms in Paradiso" vediamo in basso a sinistra l'imponente figura del compositore che riceve l'abbraccio di benvenuto da Schumann alle cui spalle attendono Bruckner, Mendelssohn, Schubert, Listz, Bülow e Berlioz. Nella parte superiore, l'Olimpo, i padri nobili Haydn, Weber, Wagner, Beethoven, Mozart, Glück e Händel osservano la scena mentre Bach siede all'organo. Bach è rappresentato all'organo anche nella silhouette dedicata all'arrivo in Paradiso di Bruckner, mentre nel "Compleanno di Schubert" il Maestro dialoga con Wagner e Weber. Nel luglio 1979, mentre visitava New Orleans, sulle rive del Mississippi, il dott. Antonio Di Nardo ebbe la sua silhouette da un artista di strada, silhouette alla quale ho affiancato la mia. W.A. Mozart si presenta sulle soglie del Paradiso: Dio: – Benvenuto figliolo! Per ringraziarti della bellezza che hai donato al mondo, ti ho riservato il posto di direttore dell'orchestra del Paradiso! Mozart: – Grazie, mio Signore! È un grande privilegio! Ma il Maestro Bach dov'è? Dio: – Figliolo... Io sono Bach! Francesco Di Nardo

  • 1985, l'ultimo anno di produzione della mozzarella Carugno

    Emanuele Carugno al lavoro. La storia del nostro territorio passando per un'unica famiglia attraverso il loro inconfondibile prodotto: la mozzarella. È scomparsa da quasi 40 anni dalla nostra tavola, ma nessuno ha rimosso dai suoi ricordi la mozzarella Carugno. Dietro quel marchio blu (mozzarella) e rosso (burro) c'era la storia di un'area geografica di un'intera comunità. Quel bocconcino incartato è stato un segno d'appartenenza, un distintivo che la famiglia Carugno, senza volerlo, ha etichettato su ognuno di noi, oltre al gusto ed al sapore. Un laboratorio piccolo a conduzione familiare a Castelliri dove si poteva vedere da vicino come nascevano le mozzarelle, il burro, la ricotta. La curiosità di un bambino che osserva le mani del maestro casaro mentre da forma e vita alla sua mozzarella, questo è il ricordo più vivo nella mente di ognuno di noi, perché dai Carugno almeno una volta, portati per mano dalla mamma o dal papà, c'eravamo andati tutti, quasi una tappa obbligata nella crescita e nella conoscenza. La chiusura del caseificio di Castelliri risale al 1985, sembra ieri, verrebbe da dire, ma quello che ha scritto e raccontato la mozzarella Carugno da Castelliri a Frosinone, passando per la Marsica, va oltre un ricordo romantico. Era l'Italia delle cose semplici, dove il latte lo portavi a mano con il carretto al caseificio e diventava formaggio, mozzarella. Non c'erano strade, non c'erano mezzi di trasporto veloci, non c'erano corrieri ultra moderni, c'erano mucche, cavalli ed asini per spostarsi da un paese all'altro. Questa storia parte dal Molise, da Capracotta in provincia di Isernia, alla fine della Prima guerra mondiale. Antonio Carugno sposa Teresa Antenucci e dalla loro unione nascono 8 figli (Lina 1924, Luigi 1927, Amerina 1929, Emanuele 1931, Mario e Maria gemelli 1935, Adolfo 1938, Giulio 1942). Papà Antonio è un casaro, vive lavorando il latte e vendendo i loro prodotti. La famiglia è itinerante, si sposta spesso per la vendita tra Abruzzo (Tagliacozzo, Avezzano, Sgurcola Marsicana) e Molise (Spinete e Capracotta). Subito dopo la guerra Capracotta era stata bombardata e la loro casa non era più agibile, la famiglia si trasferisce a Frosinone, poi a Castelliri, dove si stabiliranno. In via San Rocco, proprio all'ingresso del piccolo paese ciociaro, aprono il laboratorio. Papà Antonio insegna a tutti i suoi figli come lavorare il latte. All'inizio solo 20 litri al giorno, quanto basta per sfamare la famiglia. Alla fine degli anni '50 aprono il laboratorio in via Muraglione, dove resteranno sino al giorno di chiusura nel 1985: « Il latte arrivava dalle campagne circostanti – raccontano Tonino e Franco, figli di Emanuele che, con il fratello Luigi, porterà avanti il caseificio all'indomani della dipartita di papà Antonio – da Veroli, Scifelli e le campagne di Isola e Castelliri. L'estate trasformavamo anche 1.000 litri di latte al giorno, dipendeva dai periodi, il nostro era un prodotto interamente artigianale, fatto a mano » . Una confezione di mozzarella Carugno. Tutta la famiglia lavorava, chi manualmente (mozzarelle, ricotta e burro) e chi andava nei negozi a vendere il prodotto finito. Restava tutto in famiglia, ma perché avete chiuso: « Nostro padre Emanuele – raccontano i figli – non accettò le imposizioni di dover lavorare con le macchine, che dalla bollitura del latte, attraverso degli stampi creavano la mozzarella. Lui le faceva a mano, non conosceva altri modi e poi negli anni la fornitura del latte era diventato un problema. Molti allevatori non c'erano più in zona, cercali lontano da qui significava aumentare i costi di produzione per un prodotto che restava povero, alla portata di tutti. Tutti abbiamo perso nella chiusura, è stata comunque una decisione sofferta, ma la storia è andata così non si può tornare indietro » . Gianpiero Pizzuti Fonte: https://www.facebook.com/ , 15 agosto 2025.

  • Relazione sugli sfollati capracottesi

    Questo documento ci è stato gentilmente trasmesso dai ricercatori prof. Fabrizio Nocera e dott. Antonio Salvatore, in seguito dalla presentazione del loro saggio "La Seconda guerra mondiale attraverso le pagine del «Risorgimento» ", organizzata dalla nostra APS il 27 dicembre 2025 a Capracotta. Ringraziamo i due studiosi per l'attenzione mostrata nei confronti della nostra storia e della nostra gente: questo documento è una fonte unica, perciò preziosissima, per meglio comprendere la travagliata storia degli sfollati in Puglia. A S. Eccellenza il Prefetto di Campobasso Capracotta, 1 marzo 1944. Eccellenza, ecco, di ritorno dal mio viaggio, la relazione da Lei personalmente richiestami nell'udienza del 25 febbraio. Nei mesi di dicembre e di gennaio u. s. ho visitato i cittadini Capracottesi sfollati nei paesi viciniori. Li ho trovati quasi tutti in certo qual modo sistemati, eccetto quei poveretti sfollati in Agnone, l'inospitale. Il 28 gennaio mi son mosso, col permesso ed autorizzazione del Comando Alleato, per visitare i comprovinciali (sopratutto i Capracottesi, come quelli che più conoscevo) sfollati nelle terre di Puglia. In generale li ho rivisti sereni, da una parte fiduciosi di trovare ancora carità e interessamento da parte dei privati e specie delle autorità competenti, e d'altra parte pieni di speranza di tornare (...quando sarà...) nei propri paesi distrutti sì, ma capaci ancora di dar loro cibo sufficiente, vestito e fuoco. E questo sopratutto fa loro sopportare con pazienza i disagi di mesi sì tristi. È necessario però subito osservare che non ovunque i nostri sfollati trovano trattamento uguale o almeno rispondente al caso loro. Sottopongo, Eccellenza, al Suo alto spirito umanitario ed alla Sua autorità quanto qui vado scrivendo, seguendo più o meno e a lunghe tappe il mio itinerario. Noto subito che i nostri sfollati, pur dovendo in massima parte raggiungere le province di Bari, Brindisi, Taranto e Lecce, potevano, chi per vecchia tradizione di lavoro, chi per esigenze particolari, fermarsi in quel di Foggia. (Altri, tutti voi lo sappiano e Lei, Eccellenza, l'approvò, si son fermati in Provincia nostra). Ma questi... notati... (non dico tutti, grazie all'interessamento delle locali autorità che hanno saputo con [...] sanno interpretare ed effettuare le disposizioni ministeriali e prefettizie) perché hanno perso gli aiuti speciali o dovrebbero non godere dei sussidi spettanti a tutti gli sfollati-sinistrati? E i nostri hanno tutti, tutti questa qualifica di sfollati e sinistrati dalla guerra, come quelli cioè che anche dal Comando Alleato son riguardati con occhio speciale di compassione e predilezione a un tempo. Poveretti! Che colpa hanno essi! So di qualche famiglia (p. e. a S. Severo: una vedova con quattro orfane) che non può, date le condizioni sue, uscire di provincia... ed allora? A S. Severo (non so se poi han rimediato, vi seguito anche ad una mia protesta...) perché non hanno distibuito anche ai Capracottesi la molta biancheria che gli Alleati hanno mandato pei poveri e per gli sfollati? Ho goduto davvero quando ho saputo invece che costì, a Campobasso, i nostri sinistrati, tutti ormai poveri, hanno goduto di qualche privilegio, col poter p. e. ritirare dai magazzini più stoffa e biancheria degli altri abitanti. A Barletta chi lavora se la cava. A Canosa no, perché non sempre si trova lavoro e il sussidio (la tariffa antica) è meschinissimo in confronto al costo della vita. Ivi p. e. c'è un padre anzianotto, senza lavoro ed ha a carico la moglie e tre figlie (una di queste ha il marito prigioniero dei tedeschi). Dei due figli soldati uno è prigioniero in Inghilterra, l'altro o è morto o è prigioniero dei russi. Perché a questa famiglia, così mal ridotta dalla guerra, negare proprio i sussidi militari? Noi sappiamo che non si può, in questi tempi, campare col solo sussidio di sfollati. So che le prima pratiche fatte dal suddetto padre andarono a vuoto, spero che siano riuscite le seconde, di cui aspettava risposta da Bari. Conosco anche le disposizioni ministeriali, qualcuna delle quali dice appunto di non accumulare sussidi. Ma ripeto, Eccellenza, che cosa può contare in questi tempi, e in Puglia tutto, tutto costa caro ed apertamente, un sussidio in più, se la tariffa permane quella di prima, quando addirittura non si vuol diminuire? Per foruna a questo qualche autorità ha pensato ed, affrontando e superando difficoltà non lievi, è riuscito in parte ad agevolare i nostri e gli altri sinistrati. Così mi diceva a Bari un incaricato, che alla mente aggiungeva un cuor d'oro e ci riusciva. A Trani si sta discretamente: gli ammalati e i vecchi non ricoverati e gli altri si vanno ora meglio internando anche presso case di privati. Anche ivi però chi non trova lavoro sta male, perché o deve rinunciare al sussidio e accontentarsi della poca minestra (verdura ecc.) e pane una volta al giorno o, ricevendo il sussidio, deve acquetare lo stomaco suo e dei figli (a volte numerosi) con quel poco che la tessera può permettere. E non avendo riserve, molti, in seguito anche ai non pochi disagi sofferti, soccombono. Ho assistito personalmente a qualche rancio razionato e in vari paesi... Solo la carità di qualche altro privato li solleva un po' e le persone non avvezze prima a tanta miseria sempre pensano al loco natio. A Fasano trovai le autorità ben disposte, anche se poi in pratica non riescono ad acconterare tutti. È bello ora notare che proprio a Fasano, insieme ai nostri, ci son pure gli sfollati da Napoli che un giorno erano nella nostra Capracotta e che adesso rimpiangono, ricordando con piacere e riconoscenza il Podestà del tempo e le autorità locali. Più si va in giù, fuori la provincia di Bari, e più si nota in peggio o in meglio la diffenza di trattamento e quetra tra paese e paese di una stessa provincia, p. e. Lecce. A Copertino gli sfollati sono stati fino al 15, dico quindici, gennaio senza alcun sussidio, solo perché essi si presentarono subito alle autorità comunali in qualità di lavoratori. Ma non ottennero né subito né sempre il lavoro, e allora? Come se la cavarono? La carità cristiana del paese e l'opera di un locale comitato li ha aiutati. Chi avrebbe dato a mangiare ecc. a una signora, che ha, o meglio aveva, il marito militare in Pantelleria e che adesso deve pure pensare alla sua bambina di cinque anni? Si può pensare ad autorità che non credevano ai bisogni urgenti dei sinistrati? Eppure questi dovettero presentare dei documenti di paesani in altri paesi sfollati, che attestavano la triste loro sorte. Documenti rilasciati a Capracotta da parte del Dott. Castiglione, incaricato a ciò fare dall'allora Commissario Prefettizio Prof. Carnevale. Benedetti documenti, se almeno ebbero a far presa nei cuori della Autorità Copertinese! Ad Aradeo nessun lamento: autorità e popolo hanno fatto a gara, compenetrati del disagio e delle pene sofferte da tanta parte dei nostri Italiani. A Neviano, a circa due chilometri da Aradeo: incoscienza, incomprensione, quasi [...] Dopo tre mesi ho visto io una famiglia, che conoscevo benestante, costretta a dormire ancora a terra, in un locale umido... e dire che son pochi gli sfollati in questo paese! Ivi gli uomini non trovando lavori adatti, debbono pur lavorare, imitando il lavoro degli altri, ma non riuscendoci bene, non vengono bene retribuiti. A Matino anche le giovanette riescono a trovare lavoro nelle campagne, con le famiglie, col provento, col sussidio e con collette varie riescono a passare la giornata discretamente bene. Il locale è ben assolaiato tanto che un bambino ammalato l'ho visto io arrivare da Neviano proprio in cerca di locale più asciutto. A Galatone per ora i nostri non si lamentano troppo, confidando però ancora in un futuro maggiore aiuto. A Taranto città: famiglie ammucchiate, mancanza di coperte. A Castellaneta gli uomini vanno quasi tutti a lavorare con gli Americani e se la cavano. Le famiglie però che non hanno gli uomini non riescono a comprarsi il pane necessario, la legna (ha fatto e fa freddo anche in Puglia quest'anno). C'è ivi più di un elettricista che non sa che via prendere. Un particolare: il capo settore di Castel di Sangro (che comandava anche i nostri elettricisti) ha avuto con gli altri già la richiesta per Salerno, sperando però di tornare a lavorare pel bene della Provincia è in alibi... Pure a Castellaneta e propriamente in una masseria c'è una vecchia cieca insieme al marito anch'esso insofferente. Vivono in un forno... senza la porta dell'uscio... non hanno notizie dei figli, né questi sanno di essi, poveri genitori! I cari, Eccellenza, sono vari ed alcuni per più motivi penoso assai; non li elenco tutti per non stancarla, né approfittare del Suo prezioso tempo e della Sua bontà. Pensando quindi al giorno dell'udienza in cui visibilmente, S. Eccellenza, mostrò tanto interesse pei nostri cari sfollati Molisani ed Abbruzzesi pure, io concludo col dire umilmente e solo spinto dall'amore pei fratelli e da un senso alto e disinteressato di italianità schietta e rinnovata: Si provveda per un ufficio di informazioni esatte e sollecite anche. Si largheggi per aiutare in qualunque maniera i nostri sinistrati. Di autorità, si preghino, si sollecitino le altre autorità. S'interessino, pei casi più urgenti e particolari anche direttamente le Autorità Alleate. Che cosa non si è fatto per gli sfollati di altre parti, p. e. Siciliani? Lo so che anche a Bari s'è formato un Comitato pei Profughi Abbruzzesi. Ne ho visitata la sede. Ho parlato anche con l'incaricato. È cosa buona far giungere la parola che incoraggi, che sproni, che faciliti le richieste di tanti e tanti e che i settori dei più umili sinistrati non siano trascurati, solo perrché mancano di qualche interessato avvocato... L'Italia s'aspetta dai veri figli suoi una ricostruzione cosciente, fatta senza partiti e con disinteressi personali. È questo senz'altro il più importante dei tre punti. Si faciliti il rientro dei civili nei paesi dove questo è possibile. Si studino davvero i vari problemi e praticamente, man mano che c'è la possibilità, si risolvano con tutto il valido appoggio delle Autorità Alleate, pronte sempre ad approvare le giuste e ragionevoli nostre richieste. Non si richiede p. e. ora il rientro di tutti gli sfollati, ma di questo o di quell’altro paese che la competenza militare ritiene atto a riaccoglierli. Le difficoltà, anche se molte, dovrebbero risolversi, se mai a poco a poco, ma risolverle, riflettendo che il popolo molisano ed abbruzzese, che i nostri montanari, i nostri contadini cioè, non si assoggetteranno a passare un'altra invernata come questa. La guerra è guerra e tutte le conseguenze ed esigenze bisogna prenderle come vengono. Ciò nonostante qualche cosa a volte con un po' d'interesse e convincimento, studio e buona volontà da parte di tutti, si può ottenere a vantaggio di qualche paese. A Capracotta p. e. molti, con regolare permesso delle autorità militari, sono rientrati e molti ancora di quei fortunati sfollati nei paesi vicini si augurano di rientrare, almeno per coltivare ciascuno il proprio campicello e ricomiciare così a rimettersi in via. E agli altri lontani chi dirò, appena sarà possibile, di rientrare? E chi penserà per fare avere i mezzi? L'agro che va da Capracotta si allunga verso Agnone è rimasto indisturbato e tranquillo e va ora man mano anche liberandosi dalla molta neve. I contadini delle vicine case coloniche vanno preparandosi già per prossimi lavori. È senz'altro cosa necessaria anche quest'anno pensare al grano, alle patate ecc., ma come farà la gente lontana? Il suo terreno rimarrà abbandonato, mentre quello del vicino, rimasto in paese, darà frutti? Non si potrebbe farla in qualche modo riavvicinare questa gente per tenerla così pronta al rientro ed ai lavori dei campi? Quanti altri problemi però: le case... il cibo... il vestito! Ma, pensando alle difficoltà future, se i campi rimangono incolti, la gente si assoggetterà ai disagi di un'abitazione inadatta, di un pasto lesinato, di un vestito lacero, pur di assicurarsi una invernata di pane e di fuoco. Il marito col figlio piàù grande cercherà lavoro fors’anche in Puglia, ma solo allora sarà contento, quando cioè alla moglie e ai figli più piccoli il pane non macherà, sicuro anzi di portare al ritorno qualche altra cosa che di anno in anno migliori le condizioni di famiglia, una volta floride, ora dalla triste guerra fatte cattive. Grazie, Eccellenza, da parte mia e sopratutto di tutti i nostri cari sfollati e sinistrati, che del Suo appoggio si gioveranno per essere aiutati ad andare avanti nel cammino da Dio loro tracciato! Ossequi! Obbl.mo Sac. D. Carmelo Sciullo Salesiano

  • La Fonte Agro-silvo-pastorale

    La Fonte Agro-silvo-pastorale di Capracotta. La nuova fonte si trova subito a destra dopo l'entrata al Giardino della Flora appeninica di Capracotta ed è certamente "multietnica", per le pietre e gli oggetti che la compongono. Realizzata tra il luglio e l'agosto del 2025 dal sottoscritto e da Michele Monaco, la fonte è ricca di pietre di diversa provenienza. Alcune provengono da una casa diruta (dopo aver chiesto il permesso a Gaetano Sciulli) situata dietro l'ex Bar Taccone. Altre pietre provengono dalla casa-stalla di mastro Enrico, buonanima, abitazione nella quale, in tempo di guerra, faceva servizio Cesira "la 'Ammara", madre del dott. Aldo Trotta, la quale ha fatto nascere molti bambini. Una bella pietra è stata invece fornita dall'idraulico Lucio Paglione durante i suoi lavori. Una chianca, utilizzata un tempo come scalino, ci è stata donata da Emilio De Renzis (mio compare di battesimo). Ovviamente, non sono mancate le pietre fornite dal Giardino stesso. Per realizzare le miniature di Monte Campo e di Monte Ciglione, le piccole pietre, tutte squadrate, ci sono state fornite da Luciano Lubrano, ex portiere di calcio di San Pietro Avellana. La fonte presenta pietre provenienti anche da fuori regione. Il bacile di raccolta delle acque proviene da Mentana, il rubinetto della fonte da Roma e il lavandino, in cui si possono dissetare gli animali, da Palombara Sabina, sempre in provincia di Roma. Agnone ci ha fornito il tubo, mentre gli idraulici Giancarlo Santilli e Dario Carnevale i raccordi ed alcune informazioni tecniche. I coppi provengono dal tetto di Nocente - che durante il ventennio fascista pagò la tassa sul celibato - il quale, insieme a mastro Quirino e mastro Donatuccio, aveva messo su una ditta chiamata "La Disperata". Tutto quel che non è stato menzionato è stato fornito dal sottoscritto e da Michele Monaco. Ad opera finita, dovevamp trovare un nome da dare alla bella fonte costruita con tanta dedizione, così, riunita la commissione, abbiamo deciso di chiamarla Fonte Agro-silvo-pastorale, tenendo conto delle origini di Capracotta. Sono infatti raffigurati sulla fonte tre simboli: il pedènde (bidente), a rappresentare i contadini, la zéppa (cuneo), simbolo dei boscaioli, ed un fruciàle (nasiera), che gli allevatori mettevano ai buoi per arare i campi. Il tutto a costo zero, mettendo in pratica l'aiuto "sospeso". Lucio Carnevale

  • La cantoria di papà

    CANTORIA cantoria /kanto'ria/ s. f. [der. di cantore]. - 1. (eccles.) [luogo occupato dai cantori, spec. nelle chiese] ≈ || abside, cappella, coro. 2. (mus.) [complesso dei cantori] ≈ cappella, coro. La domenica, alla messa delle 12, andavamo in cattedrale da papà. Nei film gli organi sembravano creature gigantesche, mostri dalle mille bocche; quello di papà, invece, era piccolo. Lo ero anche io. Mi sedevo accanto a lui e, tra un brano e l'altro, lo tempestavo di domande: sui tasti che brillavano, sulle luci, sul tappeto di pedali e su tutte quelle strane caratteristiche che componevano uno strumento non grande e neppure tetro, ma familiare. La cantoria, invece, era enorme. Troneggiava nell'abside polverosa, sempre vuota durante le funzioni, ed era proprio quel vuoto a trasformarla nel nostro regno nascosto: un luogo dove la noia della messa lasciava spazio ai giochi più svariati con mio fratello. Ogni domenica, alla messa del mattino o la sera a casa, mentre arrancavo sugli ultimi compiti di arte, un organo suonava comunque. Per questo, nella mia memoria, le domeniche hanno un sapore e un suono precisi: quello delle fregnacce alla sabinese e quello dell'organo. Alessandra Di Nardo

  • In memoria di Daniele

    Daniele Di Nucci (1986-2025). «Venuto mezzogiorno, si fece buio su tutta la terra, fino alle tre del pomeriggio». Con queste parole l'Evangelista racconta la morte di Gesù sul monte Calvario: una morte ingiusta e violenta, capace di avvolgere tutta la terra nel buio del dolore. Un buio che ha raggiunto anche i nostri cuori, le nostre case, le nostre strade, quando abbiamo appreso la notizia della morte del nostro caro amico, fratello e compagno di vita, Daniele. Ognuno di noi, che lo ha conosciuto, potrebbe raccontare chi è stato Daniele: cosa ha rappresentato per la nostra comunità e per la nostra parrocchia. Aveva il dono dell'amicizia, di quella vera, disinteressata. Incontrando la sua bella vita - troppo breve se la misuriamo con i giorni del calendario, ma pienamente compiuta - si percepiva la verità di quelle parole scritte nella Bibbia: «Chi trova un amico, trova un tesoro». La vita di Daniele era sempre illuminata dal sorriso, un sorriso che nasceva dalla sua profonda umanità, radicata nella fede in Gesù, dalla devozione alla Madre di Dio e Madre nostra, che noi capracottesi invochiamo come "Madonna di Loreto". La Provvidenza di Dio, che non ci abbandona mai - anche se a volte facciamo fatica a sentire la presenza - ha voluto che Daniele concludesse la sua vita terrena proprio al mattino della festa della Madonna di Loreto. Dal suo letto di dolore, segnato da quel male - che padre Turoldo chiamava «il grande drago» - entrato da tempo nel suo corpo, Daniele, stanco di soffrire, deve aver capito che era arrivata la sua ora di passare dal tempo all'eternità, e su quel letto diventato la sua "croce", ha pronunciato le sue ultime parole: «Madonna mia, vieni a prendermi». E la Madonna non ha tardato: in pochi minuti è venuta davvero a prenderlo per condurlo in Paradiso. Mi piace immaginare - e sono certo che sia accaduto così - che Daniele abbia lasciato tutto ciò che lo circondava, ormai solo medicine, flebo, cerotti, e con impeto abbia afferrato la mano della Madonna per salire con Lei a contemplare il volto bello di Dio. Perché questa era un'altra caratteristica di Daniele: non stava mai fermo. Il suo passo era rapido, come se il tempo gli sfuggisse e non gli bastasse mai per tutto ciò che aveva da fare in una giornata. In chiesa, durante le celebrazioni, lo vedevi comparire all'improvviso con un libro per il celebrante; poi sparire e tornare con il turibolo, con le ampolline, con tutto ciò che era necessario per la celebrazione. Tutto un servizio continuo, discreto, lontano da ogni ricerca di visibilità, vissuto con l'umiltà di chi sa di servire nel momento più importante della nostra fede: la celebrazione dell'Eucaristia. Così lo vedevi correre anche durante le processioni. Chi di noi non ricorda con quanta cura organizzava il cambio delle persone che portavano la statua della Madonna? Un gesto, un richiamo, un vaso di fiori da sistemare… lo vedevi quando serviva, quando era necessario, poi si dileguava con la sua solita discrezione. Il suo cuore gentile batteva con particolare tenerezza per gli anziani e i malati: a ciascuno portava sempre una parola buona, un gesto di umanità, un augurio per un compleanno o un onomastico. E oggi, mentre siamo raccolti nella preghiera, ci accorgiamo di quanto la presenza di Daniele abbia inciso nella nostra vita. È difficile immaginare le nostre celebrazioni, le nostre feste, le nostre strade senza il suo passo svelto, il suo sorriso discreto, il suo modo semplice e diretto di voler bene a tutti. Ma il dolore che proviamo non è un dolore senza speranza. La fede ci insegna che il buio del Calvario non è l'ultima parola. Dopo quelle tre ore di oscurità, dopo il silenzio della morte, è risorto il sole della Pasqua. E se è vero che oggi la nostra comunità è avvolta da un'ombra di tristezza, è altrettanto vero che siamo qui per ricordarci che la luce di Cristo non viene mai meno. Daniele questa luce l'ha accolta, l'ha custodita, l'ha testimoniata. Non con grandi discorsi, ma con la vita. Con la sua capacità di servire, di sorridere, di farsi vicino a chi aveva bisogno, con quella fede semplice e forte che nasce dalle cose essenziali: l'amore per Gesù, la devozione alla Madonna, il rispetto per la Chiesa, la cura per gli altri, la sollecitudine per il prossimo e il profondo senso di responsabilità civile. Di Daniele possiamo dire, prendendo in prestito le parole di san Giovanni Bosco - parole che ben si accordano con la sua vita - che è stato davvero un "buon cristiano e un onesto cittadino". Daniele era un uomo di carità autentica. Tante volte mi telefonava per avvisarmi che aveva organizzato raccolte di generi di prima necessità per i poveri che si rivolgevano alla Caritas. E il mercoledì mattina lo vedevamo arrivare con la sua macchina colma di pacchi: pasta, olio, scatolame e tanto altro, frutti della sua operosa carità, della sua attenzione a chi viveva nell'indigenza. E così, mentre oggi affidiamo Daniele alla misericordia del Padre, vogliamo anche onorare la sua testimonianza. Perché ognuno di noi possa portare con sé un frammento della sua vita. Che il suo modo di vivere la fede, senza rumore e senza pretese, diventi per noi un invito a riscoprire le cose che contano: la gratuità, la generosità, la capacità di donare tempo, presenza, gentilezza, operare sempre per la pace e mai per la discordia, la guerra. Daniele non ha fatto cose straordinarie agli occhi del mondo, ma ha reso straordinario ciò che è quotidiano. E questo è il segno dei santi della porta accanto. Oggi, mentre la nostra comunità piange, il cielo festeggia. Ne siamo certi: Daniele è entrato nella pace di Dio. E noi vogliamo immaginarlo così: già indaffarato, già in movimento, mentre in Paradiso va incontro agli amici, saluta i santi, si mette a disposizione degli angeli come faceva con noi. In cielo porta con sé anche un po' delle nostre ricette culinarie, perché tra i tanti impegni della sua vita, aveva trovato spazio per la passione del cucinare, usando con amore gli ingredienti genuini della nostra terra. E soprattutto lo immaginiamo accanto alla Madonna di Loreto, che lui ha tanto amato, a lodare il Signore con la semplicità e la purezza che lo hanno sempre accompagnato. A noi resta il compito più difficile, ma anche più bello: continuare la sua eredità di bontà. Non lasciare che la sua memoria si perda nelle lacrime, ma trasformarla in bene, in gesti concreti di amore verso chi ci sta accanto. La nostra preghiera, in questo momento, sale a Dio per i familiari di Daniele, per i fratelli e, in modo particolare, per la mamma Antonia. A lei non è facile rivolgere parole di consolazione, perché umanamente non ne esistono di sufficienti. Ma oggi è Daniele stesso a poterle sussurrare le parole di san Paolo: "Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede. Ora mi resta soltanto la corona di giustizia che il Signore, giusto giudice, mi consegnerà in quel giorno; e non solo a me, ma anche a tutti coloro che attendono con amore la sua manifestazione" (2Tm 4,7-8). La tradizione cristiana, sin dai primi secoli, ha chiamato il giorno della morte dei martiri dies natalis : giorno della nascita. Non perché si negasse il dolore della perdita, ma perché si riconosceva che per loro quel giorno segnava l'ingresso nella pienezza della vita presso Dio. Non una fine, ma un inizio. Non il tramonto, ma l'alba. Il tempo di Avvento che stiamo vivendo ci richiama alla promessa della luce che viene, e proprio in questa speranza possiamo sussurrare con la fiducia della fede: buon Natale, Daniele. Nella notte santa, quando nelle nostre chiese risuonerà l'annuncio degli Angeli, sapremo che anche la tua voce si unisce al loro canto: "Gloria a Dio nell'alto dei cieli e pace in terra agli uomini amati dal Signore". Il Signore ti accolga nella gioia eterna. La Madonna ti stringa con la tenerezza con cui tu l'hai invocata nella mattina di ieri. E a noi doni la forza di camminare nella luce e nella testimonianza che tu ci hai lasciato. Amen. Don Alberto Conti

  • Luce tra le mani

    Questo componimento di Federica Santilli, della classe 3 ª B dell'Istituto tecnico "Leonida Marinelli" di Agnone, è stato premiato il 5 gennaio 2026 nella sala polivalente "Amedeo Petrecca" del polo scolastico di Pesche durante la fase conclusiva del premio nazionale "I presepi nel presepe". La sezione di poesia del premio, denominata "Il presepe simbolo di pace", ha registrato oltre 79 componimenti, confermandosi uno spazio di espressione molto partecipato sia dagli studenti che dagli adulti. Luce tra le mani Nel silenzio di una grotta antica, nasce un bambino, e il mondo si arricca. Non ha corona, né veste regale, ma porta la pace, quella vera, totale. Attorno a lui pastori e animali, volti diversi, ma cuori leali. Non c'è ricchezza, solo calore, che unisce i popoli sotto un unico amore. Una stella guida da terre lontane, i re si inchinano con mani umane. Non chiedono oro, né chiese d'avorio, ma offrono doni con sguardo illusorio. Il Presepe parla senza rumore di pace che nasce dentro al dolore, di mani tese senza diffidenza, di un mondo unito nella speranza. Io, ragazza dal cuore d'oro, sogno un domani senza rancore. Voglio vedere sorrisi sinceri, ponti d'amore, gesti veri. Anche se a volte la vita mi ha spezzata, l'anima mia non si è mai arresa e piegata. Dal tradimento è sbocciata la forza che oggi mi guida, che mai si smorza. Nel volto di Cristo, bambino e fratello, rivedo il futuro più dolce e più bello. E a ogni persona vorrei poter dire: credi nell'amore, lasciati ispirare. Federica Santilli

  • Immanenza

    Tu in me ed io in te; tutti e due in noi stessi; noi nel mondo: atomo non è che mondo non sia! Ugo D'Onofrio Fonte: U. D'Onofrio, Vorrei... dall'eco dei miei monti , San Giorgio, Campobasso 1979.

  • Le attività sociali di Letteratura Capracottese APS nel 2025

    Le merenda letteraria del 12 gennaio 2025. Appena nata, l'Associazione non ha fatto altro che portare avanti, ed integrare, tutte quelle attività che l'hanno contraddistinta nell'ultimo decennio: la pubblicazione di libri e articoli, la ricerca storico-letteraria, la riscoperta di una sentieristica a tema storico, l'organizzazione di incontri letterari e gite culturali, la conservazione e valorizzazione del patrimonio documentale, orale e foclorico. L'anno sociale 2025 ha conosciuto ben 29 eventi culturali targati "Letteratura Capracottese" e si è aperto il 12 gennaio con la sedicesima "Merenda letteraria", svoltasi nei locali della Società di Mutuo soccorso dei Pastori e Artigiani, mentre fuori imperversava un clima himalayano, e durante la quale abbiamo condiviso libri che parlavano di blizzard e di far West, dell'India - dai matrimoni combinati alla spiritualià di Tiziano Terzani - e dell'«amica geniale», di Primo Levi e di geopolitica, fino alla cultura regionale dei sussidiari degli anni '20. L'escursione esplorativa al Castelluccio del 1° febbraio 2025. Il 1° febbraio, invece, abbiamo organizzato un'escursione esplorativa a Colle Rosso, alle pendici di Monte Cavallerizzo, per cercare testimonianze del cosiddetto Castelluccio, che probabilmente altro non era che il piccolo abitato nei pressi della medievale Chiesa di S. Nicola di Vallesorda: l'escursione, purtroppo, non ha dato i risultati sperati ma, perlomeno, è stata utile per capire l'origine di quel toponimo, poiché lì la roccia ha una fortissima colorazione rossastra. La merenda letteraria del 9 febbraio 2025. Pochi giorni dopo, il 9 febbraio, è stata la volta della diciassettesima "Merenda letteraria", molto partecipata in termini di persone e di libri. È stata una giornata uggiosa, umida, una domenica apparentemente anonima nel cuore dell'inverno, che ha invece fatto da cornice a uno splendido incontro in cui si è parlato di librerie indipendenti e di insegnanti illuminati, di amori immaginati e di 'ndrangheta, di lager e di psicologia, di ignoranza e di empatia, di donne disobbedienti e di romanzi che cambiano la vita, di pastori e di dialetto. La merenda letteraria del 9 marzo 2025. Esattamente un mese dopo, il 9 marzo, sempre presso la Società dei Pastori, ha avuto luogo la diciottesima "Merenda letteraria", ancor più ricca di partecipazione e di letteratura, forse perché strettamente legata alla Giornata internazionele della donna, tanto che siamo stati insieme con leggerezza e interesse, mangiando, conversando e presentando i nostri libri accomunati dalla parola "donna". La merenda letteraria del 6 aprile 2025. La diciannovesima "Merenda letteraria" si è invece svolta il 6 aprile, dedicandola all'entrata primavera. Tuttavia, il clima si è rivelato lupesco, il che non ci ha impedito di dar vita ad un vivacissimo incontro, in cui si è parlato di stagioni e di sogni, di emancipazione femminile e di suffragio universale, di vite parallele e di ispirazioni dannunziane, di cecità e di arte sacra, dell'America profonda e delle Alpi italiane, di aglio orsino e di baccanti, di Sanniti e di Romani. La passeggiata storica al casotto di Nunna Rosa del 25 aprile 2025. Venerdì 25 aprile 2025 la nostra Associazione ha invece organizzato con successo una passeggiata escursionistica di circa 8 chilometri tra la Difesa e il Vallone delle Incotte per raccontare ed omaggiare quattro capracottesi che, con storie diverse, hanno perso la vita per cause direttamente connesse alla Seconda guerra mondiale e al nazifascismo.   Innanzitutto ci siamo recati sulla vecchia croce in ferro che ricorda il luogo in cui morirono Adamo Fiore De Renzis e suo figlio Emilio a seguito dello scoppio di una mina; poi,   dopo un lungo sentiero, siamo giunti al cosiddetto Casotto di Nunna Rosa, dove abbiamo cercato di riscostruire una breve cronistoria dei fatti che portarono, il 4 novembre 1943, alla infame uccisione di Rodolfo e Gasperino Fiadino. La merenda letteraria del 27 aprile 2025. Il 27 aprile vi è stata l'ultima "Merenda letteraria" del primo semestre, conclusasi col "botto", ovvero con una partecipazione numerosa e affiatata. Libri importanti quelli presentati, dal fine sarcasmo meridionale di De Crescenzo alla logica del pensiero dominante, da Costanza d'Altavilla al rapporto padri/figli, dalla lotta partigiana di Beppe Fenoglio alla santità laica di Joseph Roth, dalla prima portalettere italiana all'estetica del rosmarino, dalla cronaca nera allo stile narrativo di Emmanuel Carrére, dal capolavoro di Primo Levi, proposto da un tredicenne, alla morte di un amico, fino alla Congiura dei Magnati e al transito in territorio capracottese di alcuni preti calvinisti nel 1675. Le tante persone che escono di casa la domenica pomeriggio per unirsi alla "Merenda letteraria" confermano che si tratta di un appuntamento imprescindibile, tanto che a maggio tornerà in versione "estiva" sotto forma di "Pic-nic letterario". L'escursione commemorativa alla Forcatura del 3 maggio 2025. Sabato 3 maggio abbiamo rispettato con amore e dedizione il centenario delle "croci di maggio" di Capracotta. Un'escursione di oltre 14 chilometri ci ha infatti portati dapprima al Procoio, dove abbiamo letto le parole di Aldo Trotta in omaggio a suo nonno Carmine, con cui abbiamo raccontato ai numerosi partecipanti la storia di quella croce, il suo realizzatore, il contesto storico nel quale è stata innalzata. Poi, dopo aver visto posti splendidi quali il Trione, il Tiro a Segno e le Fossata, siamo saliti alla Forcatura, dove il sempre allegro Giovanni Monaco ci ha raccontato la storia di Giacomo Di Tanna e Colomba Merola, i quali, dopo la visita in sogno della Madonna di Loreto, decisero di erigere quella grossa croce, cambiando per sempre la storia di quel luogo. Il viaggio culturale a Pompei del 17 maggio 2025. E ancora... sabato 17 maggio è stata una giornata bellissima: ben cinquantatré capracottesi in gita a Pompei, dove abbiamo imparato tanta storia, visitato luoghi unici al mondo e fatto comunità. È stata una giornata sfiancante ma ricca di allegria e di rimandi a Capracotta.   Lo scopo della gita sociale, infatti, era quello di toccare con mano sia l'antica città di Pompeii, il cui primo nucleo venne fondato dagli Osci, che il Pontificio Santuario di Pompei, a cui i duchi di Capracotta avevano partecipato con le opere e col fattivo aiuto nella raccolta dei fondi. Il pic-nic letterario del 25 maggio 2025. Domenica 25 maggio, in sostituzione della "Merenda letteraria", è tornato l'appuntamento wild col "Pic-nic letterario", ma la temperatura non proprio primaverile e il freddo vento di bora ne hanno limitato la partecipazione. Tuttavia, è stata una gran bella escursione fino allo Iaccio della Vorraina, dove si è parlato di uomo e natura, di holding , di Hemingway e di viaggi in carrozza tra Isernia e Capracotta. Il pic-nic letterario del 29 giugno 2025. Il 17 giugno ha visto la luce l'ottavo capitolo della collana "Argomenti di Letteratura Capracottese", che si è riallacciato al precedente saggio dialettale, aggiungendo oltre 400 lemmi a quelli proposti precedentemente. L'opera non cerca soltanto di mantenere in piedi la memoria di Capracotta ma anche di valorizzarla, saldandola nelle menti dei più giovani, degli oriundi, di tutti quei figli di capracottesi che, sparsi per il mondo, rischiano di disconoscere la patria avita. "Ulteriori bellissime parole del dialetto di Capracotta", dunque, non è un semplice vocabolarietto in cui le ricercar termini; ogni parola, anzi, è analizzata dall'etimo originario fino alle accezioni più moderne, di modo che sia legata non solo alla società agro-pastorale del passato ma soprattutto alla cultura corrente di Capracotta. Di tutt'altro respiro il "Pic-nic letterario", bellissimo e intenso, del 29 giugno, che ha visto la presenza di adulti e bambini. Ci siamo diretti a piedi sulla vetta di Monte Campo dove, tra tassi barbassi e faggi frondosi, ci siamo raccontati i nostri libri. E così, tra battute e risate, abbiamo discusso di emigrazione, vecchia e nuova, di amori adolescenziali e di uccelli del paradiso, di come lo sport agonistico ricordi la pratica bellica e di come la danza sia la più erotica delle cure, dell'arte giapponese del restauro, che è prima di tutto restauro dell'anima, e di come mettersi in discussione di fronte ai figli, di Gramellini e di Calvino, di Molise e di cavalli chiamati Capracotta. È stata una mattinata che ci ha riempito gli occhi di bellezza, rinsaldando i legami comunitari di questo piccolo adorabile paese. Il pic-nic letterario del 12 luglio 2025. Il 12 luglio, poi, partiti da Prato Gentile, abbiamo deciso di festeggiare il primo compleanno della Madonna degli Scout per poi piazzarci al di sotto del Guado Spaccato, dove, all'ombra dei faggi, ci siamo scambiati tante impressioni sui libri portati per l'ottavo "Pic-nic letterario". Argomenti: le donne molisane, i combat film della propaganda americana, il dramma della Crimea, la vita dolorosa di una donna abbandonata in fasce, l'amicizia che si scontra con la competizione, gli "accordi" per una vita serena, la bellezza dell'imperfezione, la diaspora dei capracottesi dopo la distruzione del paese. L'incontro letterario si è concluso con un atto di comunione olistica e con un abbozzo di boscoterapia. La conferenza su san Sebastiano del 17 luglio 2025. In collaborazione con la Parrocchia di S. Maria in Cielo Assunta, nella serata di giovedì 17 luglio, presso la Chiesa Madre di Capracotta abbiamo tenuto un convegno "informale" sulla figura di san Sebastiano e sul suo culto a Capracotta e nel Molise. Questo incontro culturale rientrava nei festeggiamenti patronali che, cominciati domenica 13 luglio con la consueta processione, hanno visto l'arrivo delle sante reliquie del Martire provenienti da Roma, e si sono conclusi domenica 20 luglio con una sontuosa processione religiosa. Il sottoscritto si è occupato di ripercorrere, con l'aiuto di manoscritti inediti, la storia del culto di san Sebastiano, cercando di rispondere a due quesiti: quando è nato il suo culto a Capracotta? da quando si venera san Sebastiano a Capracotta? E perché egli è il nostro patrono? Successivamente ha preso la parola l'arch. Franco Valente - enciclopedia vivente in fatto di storia dell'arte molisana - il quale, col suo inconfondibile talento divulgativo, illustrerà sia alcuni esempi di statuaria sacra di san Sebastiano presente in Regione, sia che rapporto sussiste tra devozione e pestilenza. La locandina della mostra fotografica sul record di nevosità. Nonostante qualche problema di natura logistica che ne ha ritardato l'apertura, originariamente fissata al 4 agosto, nei locali di Casa Potena, in corso S. Antonio, è stata installata il 9 agosto la mostra fotogratica intitolata: "Capracotta 6.3.15 – The record breaking snowfall". Si è trattato di una commemorazione insolita, quella del decennale della grande nevicata del 5-6 marzo 2015, quando in appena 18 ore caddero oltre 2 metri e mezzo di neve in paese, fiondando Capracotta sui broadcast  di mezzo mondo, dalla BBC alla CNN, la quale parlò di «record del mondo«, con Capracotta che sembrava aver stracciato il precedente primato di Silver Lake, in Colorado, ferma ai 193 cm dell'inverno 1921. Grazie alle splendide fotografie di Vincenzo Giuliano, Michele Carnevale, Oreste Trotta, Daniele Di Nucci, Marco Comegna e Alessandro Santulli, abbiamo selezionato - di concerto con la Pro Loco Capracotta, che ha patrocinato economicamente la mostra - 30 scatti che restituissero una Capracotta siberiana, piena sì di neve, ma anche di volti e personaggi tipici del nostro paese, gente abituata al sudore della pala e al sorriso smagliante, gente consapevole di vivere in un paradiso che può diventare inferno d'inverno. La presentazione di "Oltre l'alba delle nebbie" di Ugo D'Onofrio. L'8 agosto, presso la Casa della Cultura, abbiamo invece presentato il romanzo "Oltre l'alba delle nebbie" dell'avv. Ugo D'Onofrio, capracottese classe 1940. Dopo i saluti del sindaco Candido Paglione, il sottoscritto ha moderato l'incontro tra l'Autore ed il prof. Ugo Rufino, scrittore, saggista, nonché ex direttore dell'Istituto italiano di Cultura di Cracovia. Abbiamo deciso di presentare a Capracotta questo libro poiché prende le mosse proprio dal nostro paese, per poi dipanarsi nelle immediate vicinanze, da Agnone a Castiglione Messer Marino. Il romanzo, infatti, è una sorta di autobiografia in cui l'ex magistrato D'Onofrio racconta i primi dieci anni della sua vita, segnati dalla guerra, dall'esodo e dalla speranza di una nuova vita per suo padre Roberto e sua madre Filomena. Così facendo, grazie agli eccellenti compagni di viaggio Ugo Rufino e Mariella Rainò, abbiamo "riportato a casa" questo Autore, ponendolo tra le pieghe della letteratura meridionale e della storia contemporanea. La presentazione di "Giuseppe Bonanotte" di Angela Caruso. La seconda e ultima presentazione letteraria estiva è stata quella di mercoledì 13 agosto, quando, negli aviti locali della Società di Mutuo soccorso dei Pastori e Artigiani, in una sala davvero gremita, abbiamo presentato il nuovo saggio della prof.ssa Angela Caruso, incentrato sulla figura di Giuseppe Bonanotte, ceramista capracottese del XVIII secolo, fino a ieri misconosciuto artigiano, oggi personaggio illustre di questa terra. Giuseppe Bonanotte nacque il 13 agosto 1702 - la data scelta per la presentazione non è stata casuale - e, dopo una giovinezza trascorsa a Capracotta, si formò come “faenzaro” probabilmente ad Alfedena, paese natio di sua madre Paolina Mancino, per poi aprire una bottega a Cerreto Sannita, dove le sue creazioni ottennero l'agognato successo commerciale. Introdotti dall'avv. Vincenzo Giuliano, presidente del sodalizio mutualistico, e dal sindaco Candido Paglione, la prof.ssa Caruso ed il sottoscritto hanno dialogato sulla figura del Bonanotte e sull'epoca a cavallo tra Seicento e Settecento, periodo di crescente ed innegabile fulgore per la nostra cittadina. I partecipanti alla conferenza sul 300° anniversario della Chiesa Madre. Venerdì 22 agosto, ancora una volta in serata, nello splendido tempio dell'Assunta di Capracotta, ne abbiamo omaggeremo il 300° anniversario della dedicazione attraverso una conferenza corale, in cui l'inarrivabile arch. Franco Valente, la prof.ssa Angela Caruso, il parroco don Elio Venditti (per una volta in veste di relatore) e il sottoscritto, introdotti dal sindaco Candido Paglione e dall'ambasciatore brasiliano in Italia, S. E. Renato Mosca, originario di Capracotta, abbiamo parlato, ognuno a proprio modo, dell'attuale chiesa di Capracotta, partendo dall'anno Mille fino ai giorni nostri. È stato interessante scoprire com'era la Chiesa di S. Maria in Cielo Assunta prima del 1723, perché essa è oggi così e quali grandi personaggi religiosi l'hanno abitata. La conferenza sulla dedicazione della Chiesa Madre del 22 agosto 2025. Il ritorno del maltempo ha probabilmente spaventato tanti eventuali partecipanti all'ottavo "Pic-nic letterario" del 30 agosto. Tuttavia, alcuni "indomiti" capracottesi vi hanno preso parte e, alla Fonte Nascosta, tra vangròche, perazze e ciambelloni, hanno parlato del ventre di Napoli, di omicidi da risolvere, del '68, di Tex Willer e della poesia di Flora Di Rienzo. Come sempre, nel nostro piccolo, abbiamo dato vita ad una piccola grande giornata di cultura. Il pic-nic letterario del 30 agosto 2025.   Sabato 20 settembre è stata la volta del secondo viaggio culturale, che ci ha permesso di visitare la città de L'Aquila e le misconosciute Grotte di Stiffe, nel territorio di S. Demetrio ne' Vestini. Lo scopo formale della gita era quello di riannodare i fili dell'ex convento di S. Michele nel quale, tra la fine del '600 e i primi del '700, visse e predicò fra' Gabriele da Capracotta, colui che, oltre ad essere un monaco francescano, fu anche un abile mastro nell'arte della calcara , poiché fu proprio lui a ricostrure le fondamenta del refettorio all'indomani del violento terremoto del 1703. Nonostante il convento dei cappuccini sia stato interamente fagocitato dal Palazzo dell'Emiciclo, che oggi ospita il Consiglio regionale dell'Abruzzo, siamo tornati a Capracotta stanchi e felici, con gli occhi colmi di cose belle e certi di aver assicurato una cosa niente affatto scontata: la socialità. Il viaggio culturale a L'Aquila del 20 settembre 2025. Il weekend si è rivelato oltremodo importante e stancante, sabato 20 settembre col viaggio culturale a L'Aquila e domenica 21 col nono "Pic-nic letterario", stancante e importante dicevo, quindi bellissimo. Si è trattato di un "Pic-nic lettererio" d'azzardo, in uno dei luoghi più selvaggi e sorprendenti del territorio di Capracotta, l'Acqua Zolfa, dove le sorgenti di zolfo, magnesio, ferro e fluoro danno vita ad un mix pazzesco di colori e odori, il tutto all'insegna del benessere. Dopo una scorpacciata di more e un'articolata escursione, ci siamo fermati presso la diruta masseria di don Giacinto, dove abbiamo snocciolato il concetto di « saviezza » , dal Seicento ad oggi. C'è chi ha parlato della condizione femminile in India e chi della scelta di vita di una novizia, chi ha voluto ricordare Stefano Benni, chi ha presentato un thriller che in realtà è romanzo di formazione e chi ha preferito un noir ambientato in Agnone. Il pic-nic letterario del 21 settembre 2025. Il 4 ottobre si è svolta un'escursione che, dal cosiddetto Innesto, ci ha portati prima alla Vorraina, poi al monastero di S. Giovanni, quindi sulla vetta di Monte Capraro, alla Nevera grande ed, infine, dal Monte Civetta, ci ha permesso di ridiscendere in paese. Abbiamo trovato un ambiente fantastico perché inconsueto, con la prima neve che lottava coi giovani virgulti di erba e sottobosco. E poi una fatta di cervo ma, soprattutto, eravamo alla ricerca di quella colonna marmorea, d'epoca longobarda, che ieri come oggi segnalava la fissità dei confini amministrativi, territoriali, finanche religiosi tra due principati, tra due cenobi, tra due comuni. Era chiaramente impossibile rinvenire il manufatto originario, vecchio più di mille anni, ma perlomeno abbiamo capito dove questo era eretto, a metà strada tra il presidio religioso benedettino di S. Giovanni del Monte e la Piana del Monte, proprio dove sta il magnete dell'IGM che, dal 1936, segna la cima del Capraro. L'abate del tempo, frate Ruele, prescriveva di « facere orationem quilli iurni li quali non gisseru al labore » . E questo abbiamo fatto: in un giorno di riposo, abbiamo omaggiato i nostri avi che oravano e lavoravano sul Monte Capraro di Capracotta. Come doveva apparire il cippo detto "Monaco" (fotoel.: F. Mendozzi). Per quanto riguarda invece l'ambito scientifico della nostra Associazione, in occasione del cosiddetto "Ottobre Rosa", il mese internazionale dedicato alla prevenzione del tumore al seno, domenica 12 ottobre, in mattinata, la nostra consigliera dott.ssa Lucia Paglione, di concerto con Anastasia Venditti della Pro Loco Capracotta, ha promosso ed organizzato uno screening gratuito, durante il quale la bravissima dott.ssa Francesca Scarabeo e il dott. Ettore Rispoli, entrambi senologi di stanza ad Isernia, hanno sottoposto oltre 38 donne ad un esame diagnostico precoce. La giornata, cominciata con una colazione conviviale ed informativa nei locali delle Società riunite di Mutuo soccorso, si è svolta anche nell'anticamera dell'ambulatorio medico del dott. Loreto Paglione, che ringraziamo per l'inusitata gentilezza. Un momento del "Cammino di Uys Krige". Abbiamo poi ripreso il "Cammino di Uys Krige", un itinerario storico-letterario che, da Colle Cornacchia, si inerpica verso Prato Gentile. Questo progetto è nato nel 2018 per volontà del nostro consigliere Sebastiano Conti e ha presto la forma tramite di una passeggiata escursionistica che prevedesse intermezzi letterari estratti dal romanzo "Libertà sulla Maiella". Domenica 12 ottobre, con una sparuta comitiva di escursionisti, abbiamo così rievocato il passaggio in territorio capracottese dello scrittore sudafricano Mattheus Uys Krige (1910-1987), evaso dal campo di prigionia di Fonte d'Amore, il quale, in una notte di luna piena dell'ottobre 1943 guadagnò da fuggiasco la libertà assieme a due compagni d'armi. La sua storia, come detto, è contenuta nel romanzo "The way out" (1946), tradotto in italiano da Piero Pieroni e pubblicato da Vallecchi nel 1965, la cui lettura ci ha fatto compagnia durante l'ascesa. La merenda letteraria del 26 ottobre 2025. Domenica 26 ottobre è tornata "La merenda letteraria". Nonostante il brutto tempo, è stato un incontro molto partecipato, un pomeriggio divertente e ricco di spunti di riflessione. Abbiamo parlato di deurbanizzazione dalla Corea all'Italia, dell'humus culturale di Franco Battiato, di una storia d'amore che attaversa la storia d'Italia, di un best-seller a tema cimiteriale, dell'artigianato tessile abruzzese-molisano ed infine della letteratura capracottese , a cui Ivan Carozzi ha dedicato quattro pagine del suo ultimo libro, un progetto di cui si sono accorti in ogni dove tranne che nelle redazioni dei giornali locali. Ai posteri l'ardua sentenza: per quel che ci compete abbiamo continuato a seminare cultura, a rafforzare la comunità, a sentirci paese. La merenda letteraria del 23 novembre 2025. La ventiduesima merenda letteraria si è tenuta il 23 novembre, trascorsa a parlare di classici latini, da Seneca ad Apuleio, e di Pink Floyd, di infanzie italiane, di belle partigiane e di polizieschi in salsa capracottese. Seppur in pochi, abbiamo gustato torte alle noci, boconotti chietini e biscotti alla marmellata di olivello spinoso. Cosa volere di più? Il viaggio culturale a Larino del 13 dicembre 2025. Sabato 13 dicembre abbiamo chiuso col botto questo 2025 all'insegna dei viaggi culturali. Nonostante l'idea di organizzare un terzo viaggio non fosse stata preventivata, abbiamo portato circa 50 capracottesi in gita a Larino, cittadina meravigliosa da visitare in lungo e in largo, ricca di una grande storia che attraversa 7.000 anni di storia. L'obiettivo della gita sociale era quello di ammirare e confrontare una statua dell'Immacolata Concezione posizionata nella Chiesa di S. Francesco. L'autore di quell'opera lignea è infatti Giacomo Colombo, di cui a Capracotta conserviamo una stupenda Visitazione , nonostante la si tenti di attribuire ad altro artista. Questa missione, però, ci ha dato modo di visitare anche le rovine dell'anfiteatro dell'antica Larinum, unico anfiteatro romano in Molise (se si eccettua il Verlascio di Venafro), la Cattedrale di S. Pardo, splendido esempio di connubio architettonico romanico e gotico, e il Palazzo ducale con la sua collezione di reperti della più antica Larinor. Assieme alla preparatissima guida Lorenzo Di Maria, abbiamo scoperto una Larino splendida, "obliqua", nonostante sia stata nascosta sotto il velo dell'abbandono da una politica locale e regionale miope e superficiale. Anche in quel frangente, insomma, spero che la nostra Associazione abbia dato il proprio contributo nella costruzione di una maggiore identità capracottese. La merenda letteraria del 21 dicembre 2025. Fatto sta che domenica 21 dicembre si è tenuta la ventiquattresima merenda letteraria, durante la quale abbiamo sviscerato tantissimi e vari argomenti, per un incontro bellissimo, divertentissimo e pieno di riflessioni. Dal razionalismo di Baruch Spinoza alle dritte di Seneca, e poi la storia senza tempo di Dracula e l'infanzia sotto la DDR - con traduzione live dal tedesco -, vita e opere di Ivan Graziani e l'eternità di un romanzo quale "Canto di Natale", la cerchia della femminanza e la guerra in Ucraina, le levatrici di Capracotta e le fiabe degli anni '50. La nostra merenda letteraria ha dimostrato una volta ancora di essere una bella realtà, una creatura che stiamo accompagnando all'età matura, un'iniziativa che supera qualsiasi meschinità. La presentazione letteraria del 27 dicembre 2025. L'ultimo evento culturale del 2025 è stato partecipato e oltremodo interessante: mi riferisco alla presentazione de "La Seconda guerra mondiale attraverso le pagine del 'Risorgimento'", avvenuta sabato 27 dicembre presso la Casa della Cultura: gli interventi hanno splendidamente illustrato come l'ultima guerra abbia "scelto" il Molise e come vi abbia stazionato per 8 mesi, provocando effetti tuttora irreversibili. Il prof. Fabrizio Nocera è stato magistrale nello spiegare ai convenuti la genesi e lo sviluppo cronologico del conflitto, il dott. Antonio Salvatore è stato invece bravissimo nel catturare l'attenzione con le sue "chicche" da emroteca; infine il prof. Achille Conti, vicepresidente della nostra Associazione, è stato oltremodo intelligente a moderare e gestire l'incontro. Peccato invece per l'ennesimo sgarbo istituzionale, al quale siamo serenamente abituati. Dopo 29 eventi culturali organizzati gratuitamente a Capracotta, senza contributi né sponsorizzazioni, abbiamo le spalle abbastanza grandi per sorvolare su certe meschinità. Ci tengo, infine, a ricordare due soci della nostra Associazione che sono scomparsi nel corso del 2025, due persone che, con stili e modi diversi, aiutavano Capracotta a sentirsi comunità: Luciano Paglione e Daniele Di Nucci. Anche nel loro nome, la nostra Associazione è spronata a fare di più e meglio nell'anno che verrà. Francesco Mendozzi

  • Una canzone di Natale un po' diversa

    Durante la preparazione di questo lavoro, iniziato come una semplice raccolta di note e diventato una ricerca discretamente impegnativa, è giunta, brutale pur se temuta, la notizia della scomparsa di Daniele Di Nucci. Ognuno di noi ha conosciuto il suo valore, la sua bontà e la bellezza del suo animo. Questa conoscenza la serberemo nel cuore come una dolce canzone. Conscio che mie ulteriori parole risuonerebbero come un inutile e vuoto esercizio, posso solo dedicare al suo ricordo questa pagina di "Polvere di cantoria". Le variazioni a canone sul corale per il Natale "Vom Himmel hoch, da komm ich her" di Johann Sebastian Bach, BWV 769 Molte volte abbiamo trascorso insieme del tempo osservando come la musica liturgica barocca, specialmente quella legata alla Riforma, avesse un alto senso figurativo e simbolico teso ad esaltare il senso dell'argomento su di essa di volta in volta imperniato. Ricordiamo inoltre che sant'Agostino e Martin Lutero sono riconosciuti come i massimi "teologi della musica". La Parola di Dio che pervade il cosmo si esprime anche nella musica: le chiese della Riforma hanno infatti come punto in evidenza non solo l'altare ma anche il pulpito e le grandi cantorie dominate dalla massiccia mole dell'organo. Suonare e cantare sono una estensione della preghiera e della liturgia della Parola. Si cantava tutti: con estrema frequenza nei corali luterani si incontra la parola espressione di una comunità raccolta in preghiera: Wir (noi). In Bach il simbolismo, che pervadeva costantemente la musica di quei tempi, raggiunse livelli elevatissimi che molto frequentemente sfuggirono alla comprensione dei suoi coevi. Precedentemente abbiamo visto marginalmente come Albert Schweitzer riscoprì questi aspetti specie nei motivi musicali di accompagnamento ai corali ma c'è tanto altro da considerare, pur se in superficie, per affrontare al meglio l'argomento che osserveremo insieme. Già anticamente le composizioni dedicate al sacro seguivano inizialmente una ripartizione in tempo ternario poiché il 3 era raffigurazione della Trinità, dello Spirito, mentre i tempi binari identificavano la musica profana: il 4 simboleggiava la Terra. Il contrappunto, cioè, detto in maniera orrendamente banale, il posizionamento corretto delle note nel procedere del discorso armonico, aveva anche un senso matematico spesso derivato dalla sezione aurea. Contrariamente a quanto si possa pensare i musicisti erano anche studiosi di matematica e di fisica, ma era vero anche l'inverso: Galileo Galilei, ad esempio, era anche un famoso studioso e teorico dell'armonia. Parimenti degli accordi erano vietati nei brani sacri poiché ritenuti evocativi del maligno causa la loro dissonanza. La possibilità di influenzare o esaltare determinati stati di animo e di attenzione tramite l'uso di precise sequenze armoniche, melodiche o di velocità esecutive era ben conosciuta tramite la locuzione "muovere ad affetto". Oggi sappiamo che i nervi acustici, come gli olfattivi, entrano in connessione con le parti più profonde del cervello umano e questo spiega come odori o suoni abbiano capacità evocative superiori alle immagini percepite dai nervi ottici. La moderna neurologia e la psicoacustica hanno dato spiegazione scientifica alle osservazioni ed alle conoscenze empiriche dei grandi del passato. I sistemi di accordatura antica, molto diversi dal nostro uniforme sistema moderno, creavano tali effetti acustici da far elaborare tabelle di riferimento su quale tonalità utilizzare per ottenere determinati stati di animo. La scelta della tonalità era legata al motivo simbolico della composizione sacra. Si cantava la lode a Dio e si percepiva il Suo mistero tramite le sequenze armoniche intrecciate con le parole delle Sacre Scritture. Oggi parleremmo di word painting . La disposizione delle note sul pentagramma dava uno stimolo visivo dell'incedere musicale e del senso ad esso legato anche a chi non possedeva conoscenze della notazione. Un brano poteva essere ascoltato sia nello sviluppo dinamico della melodia ma anche apprezzato nella sistemazione verticale determinata istante per istante dalle figure armoniche inserite. L'evoluzione dinamica era ricca di spunti metaforici, allegorici ed imitativi presi anche dalla musica popolare e quindi ben radicati nello spirito delle assemblee. La musica era considerata una delle parti del "quadrivio della conoscenza" insieme alla geometria, alla matematica e all'astronomia. Il numero delle battute componenti un brano poteva richiamare versetti biblici o precisi passi evangelici ed il nome delle note, che nel Nord Europa erano indicate con le lettere dell'alfabeto, si prestava a giochi di parole criptate nel discorso musicale. Ad esempio la sequenza Si bemolle (B), La (A), Do (C) e Si naturale (H) era spesso utilizzata da Bach (B-A-C-H) come firma nascosta nei suoi capolavori. I grandi del passato oltre ad essere profondi conoscitori delle Scritture erano anche amanti dell'enigmistica, degli anagrammi, degli acrostici ed amavano "giocare" con le loro composizioni. All'organo le esecuzioni a pedale doppio erano espressione di una massima tensione per una più profonda partecipazione dell'ascoltatore, il basso dato dal pedale talora indicava la fiducia in Dio, una fervente e intensa preghiera o un punto caratteristico della composizione. Nulla veniva affidato al caso e se promettete di non picchiarmi torneremo insieme in altra sede ad esplorare questo mondo nascosto. Gli stili compositivi spesso erano rigidi con elaborazioni e figure proprie della retorica: l'abilità era piegare all'arte tali regole o meglio sfruttarle creando capolavori. La fuga ed il canone erano tra questi. In particolare il canone, nato tra Italia e Francia, è una composizione contrappuntistica basata su una melodia ( dux ) e la sua ripetizione con più imitazioni via via sovrapponentesi ( comites ), di una estrema difficoltà compositiva ma dotato di un intenso potere evocativo e talvolta criptato in moltissime partiture. Per molto tempo la Fuga, chiamata anche "Ricercare", fu un unicum con il Canone, per poi diventare forma autonoma a partire dal XVII secolo. Un banalissimo esempio di canone è la canzone "Fra Martino campanaro", basata su un motivo ripetuto all'unisono (canone all'ottava). Più colto e famoso il Canone in Re maggiore di J. Pachelbel, spesso abusato nelle pubblicità televisive. Ma esistono canoni estremamente sorprendenti come il canone "Cancrizzante 1e2" della "Offerta musicale" di Bach che, su un tema musicale suggerito dall'imperatore Federico il Grande ( thema regium ) e completato da Bach, si dipana su un solo pentagrammma con la elaborazione affidata all'esecutore: può essere eseguito nelle due direzioni (da sinistra a destra e viceversa - cancrizzante perché si muove come i granchi anche all'indietro) suonato in contemporanea incrociando la melodia e con ulteriori sviluppi fantasmagorici. Siamo davanti ad un "nastro di Moebius". In Germania, fin dal XIII secolo, durante le giornate estive era in usanza tra i giovani la "Danza dell'anello": un ballo fatto in cerchio durante il quale i danzatori di entrambi i sessi cantavano, gareggiando e alternandosi come in dialogo, dei motivi gioviali e spesso di corteggiamento. Talvolta erano canti improvvisati al momento ed una corona di fiori attendeva di essere posta sul capo dei vincitori. Purtroppo poche di queste canzoni sono giunte fino ai nostri giorni. Ma intorno ai primi anni dei XVI secolo comparve la canzone "Ich komm aus fremden Landen her" od "Aus fremden Landen Komm ich her" (Vengo qui da terre straniere e vi porto nuove notizie). Il testo lo potete leggere qui . Nel 1534 Martin Lutero, in quel di Wittemberg, ne fece una parodia domestica per allietare le feste natalizie dei bambini con un testo piu religioso: "Kinderlied auf Weinachts Christi" (Canzone per bambini sulla nascita del Cristo). Successivamente ne modificò il nome, con cui poi venne pubblicata, in "Vom Himmel hoch, da komm ich her" (Dall'alto dei cieli discendo a voi): l'angelo disceso dal cielo annuncia la Buona Novella. Ristrutturò anche la melodia che poi fu definitivamente pubblicata nel 1539 come canzone-corale natalizio. La sequenza delle note discendenti fa immediatamente intuire l'allegoria celata nella musica: la discesa dall'alto dell'annuncio ma anche della venuta del Cristo. Il brano, di facile apprendimento, si diffuse rapidamente ed oggi potremo considerlo come l'equivalente tedesco di "Tu scendi dalle stelle". Ancora una volta una cantata profana fu inserita con le debite elaborazioni nel repertorio sacro e questo è sempre un elemento da tenere presente nella interpretazione di tali composizioni. Moltissime nel corso dei secoli, fino ad oggi, le elaborazioni vocali e strumentali, leggere modifiche alla sequenza delle note per rendere il tutto più scorrevole ed per allineamento alla melodia del "Ein feste Burg" (Una salda fortezza è il nostro Dio), corale del 1629 che fu un motivo molto caro allo stesso Bach, il quale ne aggiunse dieci versi trionfali ispirandosi al Vangelo di Luca (2,8-12). Tuttavia, l'Innario Evangelico del 1950 ha ripreso in toto la forma originale del 1539. Interessante anche l'elaborazione bachiana presentata nell' Orgelbuchlein - raccolta didattica su come i corali per organo possano essere strutturati in forma simbolica - dove il basso, affidato al pedale, compie dei salti definiti "la pigiatura dell'uva" che nell'allegoria tradizionale luterana rappresentano il trionfo del bene sul male (BWV606). Tra parentesi era il motivo con cui un giovane organista nelle notti invernali cullava la sua primogenita Elena. Ecco il testo del 1535: Dall'alto dei cieli io vengo quaggiù, vi porto una nuova notizia; una gran buona notizia io porto di essa voglio cantare e parlare. Oggi a voi è nato un Bambino scelto da una Vergine un Bambino così tenero e grazioso; Egli deve essere la vostra gioia e la vostra delizia. È il Signore Cristo, nostro Dio, che vi libererà da ogni pena; sarà il vostro Salvatore. Vi purificherà da tutti i peccati. Vi porta ogni felicità, che Dio Padre ha preparato, perché voi con noi nel Regno dei cieli possiate vivere ora e sempre. Ora notate esattamente il segno: la mangiatoia, le povere fasce; lì trovate deposto il Bambino, che conserva e sostiene tutto il mondo. Rallegriamoci quindi tutti ed entriamo con i pastori a vedere ciò che Dio ci ha donato con il suo diletto Figlio adorat o. Il motivo originale e quello parodiato da Lutero era strutturato in forma di anacrusi, cioè cominciava sul tempo debole (in levare) e solo in un secondo tempo (1539) fu portato ad un ritmo tetic (in battere) per dare carattere di maggiore severità e trionfo. Johann Hermann Schein (1586-1630), tra le sue opere, presenta almeno due versioni del corale, una tetica ed una in anacrusi. Nel breve filmato allegato, registrato all'organo della Cattedrale di Rieti, presento il motivo originale, la prima parodia anacrusica di Lutero, la struttura finale e, per completare, una delle tante armonizzazioni. Nel 1747, Bach, accedendo come membro alla Società per Corrispondenza di Scienze musicali fondata a Lipsia da Lorenz Christoph Mizler, suo allievo nonché pensatore illuminista, medico e matematico, presentò a mo' di biglietto da visita un suo lavoro. La Società, che annoverava soci come Händel e Telemann, era stata fondata per promuovere gli studi scientifici sulla Musica e per i collegamenti tra questa e la matematica e quale mai occasione fu più interessante di questa per il maestro di comporre un raffinatissimo ed estremamente complesso esercizio dove canone, corale per organo e simbolo erano strettamente avviluppati in un edificio sonoro impressionante. Il credo luterano venne così filtrato attraverso il pensiero di Spinoza, Cartesio e Leibniz. Ma elemento poprtante fu il canone, difficilissima forma compositiva, che pervase segretamente quasi tutte le opere di Bach e che solo di recente è stato rivalutato e studiato e che forse era stato ignorato dai suoi allievi e probabilmente addirittura dagli stessi figli nonostante fosse la sua firma e che il Romanticismo liquidò come un semplice esercizio di abbellimento. Stiamo parlando delle "Variazioni canoniche sulla canzone natalizia Vom Himmel hochm da komm ich her " (BWV769 e BWV769a). Tali variazioni, in numero di cinque, vennero date alla stampa (BWV769) con una differenza rispetto ad una copia manoscritta (BWV769a): la terza variazione dell'autografo venne riportata come brano finale poiché dotata di un climax entusiasmante. Il manoscritto riporta anche le famose sei sonate in trio per organo e i famosi grandi "Diciotto corali di Lipsia". Per comprendere al meglio il simbolismo ad esse legato seguirò l'ordine suggerito dal manoscritto. Per alcuni studiosi l'opera è da considerarsi puramente teorica anche se espressamente rivolta all'organo e richiede, come da intestazione, uno strumento con almeno due manuali e pedaliera alla tedesca ( zwei clavier und pedal ). L'intestazione riporta anche le qualifiche dell'autore: « Compositore Maestro di Cappella della Corte del Reale Polacco Elettore di Sassonia e Direttore della Musica Corale di Lipsia » . La melodia del corale si intreccia di continuo con le evoluzioni del canone che, pur essendo il cuore portante della composizione, risulta meravigliosamente un semplice e gradevole accompagnamento. Nella edizione a stampa Bach scrisse in notazione piena soltanto una delle voci del canone lasciando solo indicazioni per lo sviluppo delle altre. Il manoscritto invece presenta la costruzione completa delle voci. Se volete seguirne il cammino visivo insieme a quello sonoro suggerisco due siti molto istruttivi che però presentano l'ordine delle variazioni come indicato sull'opera a stampa. Prima variazione La melodia del corale è sostenuta dalla pedaliera (in funzione di contralto) mentre le due mani, su tastiere diverse (soprano e basso) in un duetto dipanano il canone in un motivo discendente in canone all'ottava, cioè risuonanti all'unisono ma differenziate nella partenza. Il motivo discendente è propriamente l'allegoria della discesa dell'annuncio angelico che è ancora Verbo: e voci recitanti sono tre che nel simbolismo luterano il tre rappresenta lo Spirito. Oggi si parlerebbe di word painting : le voci rappresentano il significato delle parole del corale. Nel finale il canone si intreccia in un arpeggio che imprime l'immagine del cielo scintillante attraversato dalla Cometa. Seconda variazione Il corale è ancora saldamente ancorato al pedale (basso) con le e due mani (soprano e contralto) elaboranti il canone a tastiere separate: La melodia del canone è più strettamente vicina alla melodia del corale ma con un motivo che si fa ascendente, sincopato, fino ad una scala finale come di chi guarda all'improvviso verso l'alto. Le voci sono sempre tre ma le mani lavorano in canone alla quinta, una delle forme più arcaiche di struttura del canone, cioè con voci recitanti a distanza di una quinta musicale. Terza (quinta) variazione La Variazione comprende due sezioni. Questa a volta il canone è lo stesso corale recitato dalle mani sempre su due tastiere diverse. Il pedale sviluppa un basso ostinato quasi in stile jazz. Nello sviluppo la mano destra (soprano) recita il corale mentre la sinistra (contralto) risponde con il canone alla sesta, poi alla terza, ancora alla seconda, e infine alla nona, ma con il motivo rovesciato come se la Terra si decidesse finalmente ad accogliere il Cielo. Il cammino è sempre a tre voci fino alla conclusione del canone. Ma, improvvisamente, il corale passa alla pedaliera (basso), annunciato da un'ancia forte e le mani, con registri squillanti, alternativamente (soprano, contralto e tenore) sviluppano il canone su due voci mentre una terza voce compie delle scale veloci e arpeggi in forma festante. Le voci complessive ora sono quattro: la Terra! Il Verbo si è fatto carne! La stessa pedaliera ora terminato il canto del corale lo presenta rovesciato: Cielo e Terra si incontrano in una esplosione di suoni fino alla stretta finale dove il motivo portante è presentato in uno sviluppo a sei voci e il pedale è "inchiodato" sul Do C1 più basso. Il climax di cui accennevamo in precedenza. Quarta (terza) variazione Il canone alla settima, rappresentato come imitazione del corale, si intreccia tra la pedaliera (basso) e la mano sinistra (tenore) mentre il corale è alla mano destra (soprano) che sviluppa anche un cantabile (contralto): le voci sempre in forma di quattro ormai raccontano la dolcezza di chi si inginocchia davanti alla mangiatoia. Personalmente mi danno la visione di un pomeriggio invernale quando, nel silenzio rotto solo dallo sgocciolio della neve che inizia debolmente a sciogliersi, il sole nel cielo terso ed azzurro volge al primo pomeriggio illuminando le pareti bianche delle case di un paese sul tetto del Molise. Ancora nel finale uno sguardo si rivolge al cielo con un motivo ribattuto per poi finalmente tornare sulla terra. Quinta (quarta) variazione Il corale torna alla pedaliera mentra il canone all'ottava è alla mano sinistra per “augmentazionem” cioè una voce del canone (basso) risponde con una misura più lenta, la metà, rispetto all'altra (tenore). Ancora quattro voci. La mano destra svolge il cantabile motivo estremamente "ornato" che si conclude con un ultimo sguardo al cielo. Nella battuta finale (ecco perché l'ordine del manoscritto sembra più razionale) il canone riporta le quattro note B-A-C-H... la sua firma! In verità tale firma c'è anche nella stretta della terza (quinta) variazione, ma non volevo rovinare il "mio" climax. In sostanza, Bach, disponendo nel manoscritto la variazione con la potente climax al centro, simboleggiando l'incarnazione crea una struttura a croce della composizione ulteriore allegoria cristiana. Un trattato di teologia e matematica, eppure un monumento alla poesia insita nell'armonia. Un racconto natalizio strano, ma teso a mostrare, ancora una volta, che, ottusi dalla tecnologia e dalla nostra presunzione non ci rendiamo conto di essere banali nani sollevati sulle spalle di giganti. Una strenna dedicata alla divulgazione per gettare un seme? Non lo so, ma se un giorno ascolterete un organo suonare e anche per un solo attimo vi domanderete: «C he avrà voluto dire?», avrò raggiunto il mio obiettivo. Auguri! Una candela di Natale è una bella cosa: non fa rumore, ma dolcemente offre sé stessa... [E. Logue] Francesco Di Nardo

  • "La zappa e l'aratro" di Sergio Sorella il 4 gennaio sarà presentato a Capracotta

    Il 2026 si aprirà con un evento targato Letteratura Capracottese, un evento che non sarà una mera presentazione di libri. Domenica 4 gennaio 2026, alle ore 17:30, presso la Casa della Cultura del Comune di Capracotta, assieme a tanti ospiti, indagheremo le condizioni materiali di vita nei paesi e nelle campagne molisane nel corso del XIX secolo, partendo dall'approfondimento presente nel volume "La zappa e l’aratro" di Sergio Sorella, ex segretario generale della FLC-CGIL Scuola di Chieti e oggi presidente dell'associazione "Proteo Fare Sapere" di Abruzzo e Molise. Assieme a lui ci sarà l'eminente prof. Costantino Felice, pietra miliare negli studi di storia economica, orgoglio di questa Regione, uno studioso che ci aiuterà ad analizzare la condizione sociale ed economica dei contadini, che sono sempre stati oggetto di commiserazione o di derisione, di paura o di pietà, continuamente subalterni e sfruttati, fino a essere considerati dei selvaggi se non, addirittura, una razza inferiore. Non mancherà infine la chiosa del giornalista Antonio Ruggieri, direttore della rivista "Il Bene Comune". A salutare i convenuti il sindaco dott. Candido Paglione. A presentare l'incontro e moderare le relazioni, invece, penserà il nostro presidente dott. Francesco Mendozzi. Dopo le feste natalizie e la gioia del Capodanno, torniamo sui libri, riprendiamo gli studi, parliamo di cose serie. Il 4 gennaio, insomma, non mancate! Consiglio direttivo di Letteratura Capracottese APS

  • Capracotta nella letteratura del 2025

    Il 2025 si è rivelato un anno ricchissimo per la cosiddetta "letteratura capracottese". A pensarlo - e a scriverlo a chiare lettere - è stato Ivan Carozzi, autore delle "Cronache dall'Italia nascosta", in cui egli afferma che « la formula letteratura capracottese  ricorda certe narrazioni di Roberto Bolaño, dove si racconta di tradizioni letterarie inventate, come il realvisceralismo o gli scrittori di fede nazista in America. La letteratura di Capracotta, invece, in un certo senso è data, esiste ». Carozzi, che ha lavorato a lungo in televisione ed è attualmente caporedattore della rivista "Linus", ha dedicato al nostro progetto culturale (e al sottoscritto) ben quattro pagine e, almeno ai miei occhi, rappresenta la più importante menzione letteraria di questo anno ormai agli sgoccioli. Ma andiamo per ordine. L'anno si è aperto con la pubblicazione, avvenuta il 25 febbraio, di "Ufo: fenomeno o mito?" di Edoardo Russo, portavoce del Centro italiano di Studi ufologici, nel quale è contenuta la testimonianza del nostro fisico Ruggero Maria Santilli, datata 12 agosto 1983, circa un avvistamento di ufo tra i territori di Capracotta e San Pietro Avellana. Il 1° aprile, invece, è stata la volta di Luca Mercalli, celebre climatologo e divulgatore scientifico, che nella sua "Breve storia del clima in Italia" non poteva non parlare della specificità di Capracotta, soprattutto con riferimento alla grande nevicata del 1956. Ancora grande letteratura italiana con le sorelle Martignoni, le quali, dietro lo pseudonimo di Emilio Martini, hanno pubblicato "La Numero Uno", ennesima indagine del commissario Gigi Berté: in questo romanzo poliziesco Capracotta, la nostra Capracotta, è menzionata a mo' di minaccia dal questore, tanto che il povero commissario risponde: « Non può farmi questo, dottore! Sono freddoloso, ci morirei in mezzo a tutta quella neve! ». L'ultimo libro di letteratura a citare il nostro paese è stato "Dolomiti" di Paolo Paci, giornalista, scrittore e grande viaggiatore. Qui Capracotta è presente nel lungo scambio di battute tra Vittorio De Sica ed Alberto Sordi de "Il Conte Max", ma il fine ultima di cotanta menzione è quello di parlare di Cortina d'Ampezzo. All'interno della cosiddetta letteratura minore troviamo tre ottimi libri. Il primo è firmato da Antonella Finucci, docente e giornalista, che nel suo "Scellerate" fa il ritratto di alcune donne imprendibili legate all'Abruzzo, tra cui Amalia Rosselli, della quale racconta anche il periodo capracottese, durante il quale la grande poetessa scrisse 22 poesie per la "Serie ospedaliera". Il giornalista Enzo Di Stasio, invece, è autore de "Il Caffè dei Pini", una raccolta di racconti tragicomici che hanno luogo in un anonimo bar della periferia di Roma: pensate che nella nona storia fa capolino anche Capracotta. L'ultimo romanzo è a tema culinario: si tratta di una pubblicazione postuma di Giuseppe Venditti voluta dal figlio Stefano. Ne "Il Molise a tavola", infatti, non può mancare la ricetta della nostra pezzata. Speriamo che il 2026 sia foriero di nuova gustosa letteratura capracottese ! Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: I. Carozzi, Cronache dall'Italia nascosta , Blackie, Milano 2025; D. Ciliberti e G. Sebastianelli, Paesaggi in transizione. L'Alto Molise nella percezione dei suoi abitanti , in M. Palmieri e R. Pazzagli (a cura di), Paesaggi e crisi ambientale. Percorsi di ricerca tra scienza e politica , Franco Angeli, Milano 2025; E. Di Stasio, Il Caffè dei Pini. Racconti di un bar della periferia romana , Sigem, Roma 2025; A. Finucci, Scellerate. Storie di donne e scintille nei paesaggi d'Abruzzo , Radici, Capistrello 2025; E. Martini, La Numero Uno. Le indagini del commissario Berté , Corbaccio, Milano 2025; L. Mercalli, Breve storia del clima in Italia. Dall'ultima glaciazione al riscaldamento globale , Einaudi, Torino 2025; P. Paci, Dolomiti: lo spettacolo infinito. Dal Cadore a Cortina d'Ampezzo fra alpinismo e mito olimpico , Corbaccio, Milano 2025; E. Russo, UFO: fenomeno o mito? , Rizzoli, Milano 2025; E. Sammaroni e S. Suffredini, Raíces tanas: testimonios de vida , Biblos, Buenos Aires 2025; G. Venditti, Il Molise a tavola , PubMe, Martina Franca 2025.

  • Relazione sulla gita sociale a Larino

    Foto di gruppo a Larino, anche se manca più di qualcuno! Sabato 13 dicembre abbiamo chiuso col botto questo 2025 all'insegna dei viaggi culturali. Nonostante l'idea di organizzare un terzo viaggio non fosse stata preventivata, abbiamo portato circa 50 capracottesi in gita a Larino, cittadina meravigliosa da visitare in lungo e in largo, ricca di una grande storia che attraversa 7.000 anni di storia. L'obiettivo della gita sociale, infatti, era semplicemente quello di ammirare e confrontare una statua dell'Immacolata Concezione posizionata nella Chiesa di S. Francesco. L'autore di quell'opera lignea è infatti Giacomo Colombo, di cui a Capracotta conserviamo una stupenda Visitazione , nonostante la si tenti di attribuire ad altro artista. Questa missione, però, ci ha dato modo di visitare anche le rovine dell'anfiteatro dell'antica Larinum, unico anfiteatro romano in Molise (se si eccettua il Verlascio di Venafro), la Cattedrale di S. Pardo, splendido esempio di connubio architettonico romanico e gotico, e il Palazzo ducale con la sua collezione di reperti della più antica Larinor. Assieme alla preparatissima guida Lorenzo Di Maria, abbiamo scoperto una Larino splendida, "obliqua", nonostante sia stata nascosta sotto il velo dell'abbandono da una politica locale e regionale miope e superficiale. La parte eminentemente culturale del nostro viaggio ha lasciato spazio, in serata, alla sorpresa delle luminarie cittadine, che negli ultimi anni hanno portato Larino alla ribalta nazionale: centinaia di stand gastronomici, giochi di luce e di fuoco, migliaia di visitatori da ogni dove, e poi giostre, giochi e mille altre attività che, in un caleidoscopio di colori, ci hanno riempito gli occhi di gioia e spensieratezza. Persino il pranzo, consumato presso la dimora rurale Fonteolivi, è stato di altissima qualità ed abbondante. Grazie, infine, all'ing. Giuseppe Sammarone che, assieme alla sua famiglia, ci ha guidati in un itinerario tra storia e appartenenza. Anche stavolta, insomma, spero che la nostra Associazione abbia dato il suo contributo nella costruzione di una maggiore identità capracottese. Resta inteso che il prossimo viaggio, come anticipato a tutti, è previsto per l'11 aprile 2026 e si svolgerà probabilmente nel Gargano. Francesco Mendozzi

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