top of page

I risultati della tua ricerca

2317 risultati trovati con una ricerca vuota

  • L'eterna guerra

    L'arrivo degli scout dell'Agesci Roma nel 1976. Erano periodi di beata gioventù, quando la speranza da sola è sufficiente a guidare il tuo cammino verso il futuro, e nonostante la mia patologia cercavo sempre di fare tutto nel miglior modo possibile, vivendo a pieno ogni istante della mia vita, accompagnato sempre dalla consapevolezza del mio beffardo e futuro destino. In quegli anni feci parte di un gruppo scout fondato da Don Chisciotte e Chiacchiaron, che si chiamava "Agesci Sora 1", e quella è stata una delle più belle esperienze di tutta la mia vita. Devo il mio grazie a quei ragazzi per aver appreso i veri valori dell'esistenza ed il rispetto per il prossimo e per la natura. In quel contesto ho conosciuto ragazzi con sani e solidi principi che ancora oggi, dopo tantissimi anni, quasi tutti sono rimasti quello che erano, i loro occhi sono sempre intrisi di quella stessa sincerità e benevolenza che solo chi ha vissuto in quell'ambiente può comprendere; con loro ho condiviso numerose avventure che mi hanno maturato, formato ed arricchito come uomo e come persona. In quel periodo, anche la vita sentimentale cominciava a sorridermi, fu proprio durante un campeggio estivo nel settembre del lontano 1978 in un piccolo paesino del Molise, Capracotta, vicinissimo ad Agnone, famosa per la costruzione delle sue campane, che un giorno conobbi la mia prima fidanzatina, "l'Inglesina": fu una storia molto breve, infatti finì ancora prima di iniziare per colpa di un piccolo malinteso che sfociò in una discussione un po' animata, dove come sempre prevalse il mio stupido orgoglio. Quei giorni coincisero con la nomina del nuovo Pontefice, papa Albino Luciani, che ci lasciò dopo soli 33 giorni a causa della sua misteriosa dipartita, cedendo così il suo posto al tanto amato papa polacco Karol Józef Wojtyła, che subito conquistò rispetto e un enorme amore da parte di tutti i suoi numerosissimi fedeli, terminando il suo lungo pontificato, durato circa 27 anni, un giorno di aprile del lontano 2005, spegnendosi alla venerabile età di 84 anni, lasciando a tutti un bellissimo ricordo di sé. Tuttavia, il periodo della gioventù e della spensieratezza durò pochi anni, avevo da poco terminato le scuole medie e non volevo più continuare con gli studi; quindi, mi misi subito alla ricerca di un lavoro. Un giorno, durante una triste cerimonia per dare l'ultimo saluto a zio Nik "la Nave", incontrai un vecchio cugino di mia madre, Rascgnol, il quale, durante un nostro discorso, scherzando mi propose di lavorare per lui. Quella che inizialmente sembrò una proposta divertente, da lì a poco divenne realtà; fu così che con un po' di timore mi approcciai al mio primo lavoro. Gabriele Mattacchione Fonte: G. Mattacchione, L'eterna guerra tra il piccolo pasticciere orbo e il grande promotore finanziario bipolare, Youcanprint, Lecce 2026.

  • A.D. 1603: la seconda più antica data epigrafica di Capracotta

    L'iscrizione di via Maiella (fotoel.: F. Mendozzi). Convenzionalmente, un'epigrafe è un testo esposto pubblicamente su pietra, il cui intento è quello di tramandare la memoria di un evento storico, di un personaggio o di un atto. Le parole sono incise, altre volte dipinte, e l'epigrafe si può trovare sia in un luogo chiuso (chiesa, cappella, palazzo ecc.) sia all'aperto (piazza, via, cimitero ecc.). Solitamente le iscrizioni sono realizzate in lettere maiuscole, ma a caratterizzarle non è tanto lo stile della scrittura bensì l'adozione di acronimi o di particolari registri linguistici, improntati generalmente a concisione e solennità, in funzione del contenuto, del contesto e dello scopo comunicativo. In altri casi, le epigrafi si limitano ad annotare l'anno in cui un determinato evento è avvenuto. Limitandoci alle sole date epigrafiche, a Capracotta si contano, allo stato attuale, almeno sei manufatti di qualche rilievo storico, antecedenti all'epoca repubblicana ed escludendo quelle riportanti le date di costruzione apposte, tra il XIX e il XX secolo, sugli architravi di alcuni portoni di palazzi privati. Come tutti sapranno, la più antica data incisa su pietra è quella del 1589 presente sul campanile della Chiesa di S. Maria in Cielo Assunta, data che ricorda l'edificazione del campanile stesso, rimasto pressoché inalterato dopo la ricostruzione della chiesa avvenuta a fine Seicento. La seconda più antica data epigrafica sta invece nella pietra murata sulla facciata del Santuario di S. Maria di Loreto, che reca la data del 1622, anno in cui papa Gregorio XV spedì una bolla al clero di Capracotta, dopo che questo aveva «fatto costruire, ingrandire, ampliare ed abbellire con elemosine proprie e con quelle di altri credenti una Chiesa o Cappella sotto il nome di Santa Maria di Loreto, vicino [all'abitato] ma fuori delle mura della predetta terra». Le iscrizioni del 1589 (Chiesa Madre) e del 1622 (Santuario di S. Maria di Loreto). In ordine cronologico ascendente, la terza iscrizione è quella di cui ho parlato in un articolo del 16 dicembre scorso, recante la data del 1700, posta su un architrave abbandonato tra le erbacce del rione S. Giovanni. È importante segnalare in questa sede anche l'epigrafe (non più visibile) di via Carfagna, riportante un cristogramma, una ricerca che, nel luglio 2019, mi appassionò molto, in quanto scoprii che i numeri incisi non erano una data bensì un versetto dal Vangelo di Luca, riferito alla Congregazione della Visitazione e Morte di Gesù Cristo. La quarta data è quella del 1853, incisa nei mattoni del rinforzo neogotico della Chiesa Madre, a cui pure ho dedicato un articolo nel maggio del 2019. Per quanto attiene l'età unitaria, invece, possiamo ammirare il fregio massonico del "Verrino Trionfante" del 1893 su via Nicola Falconi ed il miliario di epoca fascista posto tra corso S. Antonio e via S. Maria di Loreto. Grazie ad un'imbeccata di Pasquale Potena e Giuseppe D'Andrea, si può affermare, con assoluta certezza, che vi è un'altra data epigrafica, la seconda in ordine di antichità, sul territorio urbano di Capracotta, precisamente in via Maiella, dove, sulla facciata retrostante di un palazzo, è possibile ammirare la data dell'Anno Domini 1603 (foto di copertina). Quel palazzo ha l'affaccio principale su via S. Giovanni 91. Sul retro di questo palazzo è apposta la data del 1607. Le domande cruciali che sorgono sono principalmente due: La data del 1603 a cosa è legata e cosa vuol raccontare? Perché l'incisione è posta sul retro di un palazzo piuttosto che sul fronte? Per tentare di rispondere al primo quesito, possiamo consultare il libro dei fuochi di Capracotta del 1732: tra le famiglie più agiate residenti del rione di S. Giovanni dal XVII secolo figurano quella di Savino Campanelli, di Domenic'Antonio de Maio e di Giovanni Mosca. È probabile che una di queste famiglie benestanti abbia edificato nel 1603 il proprio stabile, che oggi ha uno stile plausibilmente diverso rispetto a quello del progetto originario. Prima della divisione in tre diversi appartamenti, è infatti probabile che le due rampe di scale frontali facessero da corona al portone d'ingresso. Gli altri due palazzi signorili del rione di S. Giovanni, infatti, sono quello al civico 65 di via S. Giovanni e quello al civico 16 di piazza Gianturco (che probabilmente era il Palazzo De Maio, una delle famiglie più ricche di sempre a Capracotta). Il retro del palazzo. Se questa ipotesi può in qualche modo giustificare l'edificazione a settentrione, nel neonato quartiere della borghesia cittadina, di un palazzotto, tuttavia non convince pienamente né spiega come mai la data epigrafica sia stata incisa sulla facciata retrostante, quella che affaccia sulla valle del Sangro, quasi a strapiombo dei Ritagli, con l'iscrizione che, tra l'altro, è in posizione estremamente laterale ed anonima, quasi randomica, rispetto alla simmetria della pianta del palazzo stesso. La grossa pietra rettangolare con la data dell'Anno Domini 1603 sta infatti all'angolo con la cosiddetta "tomba di Rascia", uno dei sottopassaggi tipici di quel quartiere. È possibile soltanto asserire che, se l'epigrafe non è "riciclata" da un altro fabbricato, questo palazzo è più antico del Santuario di S. Maria di Loreto. Per risolvere entrambi i quesiti, dunque, sono costretto ad azzardare alcune ipotesi. Due anni dopo, nel 1605, il feudo di Capracotta viene confermato a Isabella Caracciolo, che aveva dovuto adire le aule di tribunale poiché, alla morte di sua nonna Aurelia d'Evoli, la ripartizione dei feudi di famiglia era stata oggetto di usurpazioni. Capracotta, d'altronde, faceva gola a tanti, poiché proprio in quegli anni la nostra industria armentizia stava provocando un costante e cospicio aumento del P.I.L. locale: aumentavano i capi di bestiame, aumentavano gli scambi commerciali di lana, aumentavano le rendite su pascoli ed erbaggi, aumentava l'indotto legato alla transumanza, aumentavano del pari le dimensioni del paese stesso. In quel clima di boom economico, Capracotta conobbe persino un aumento nella domanda di "servizi spirituali", tanto che nel 1603 era ufficialmente nata una congrega legata all'ordine di san Filippo Neri e unita a doppio filo con i «preti dell'oratorio dell'Annunciata d'Agnone», i quali avevano preso integralmente le regole della Confederazione di Roma. Dopo quello principale di Agnone, l'oratorio di Capracotta era uno dei quattro che sarebbero dovuti sorgere sul territorio diocesano di Trivento «et tutti havranno da stare sotto la santa obedienza di V. S. e de la sua religione». L'iniziativa ebbe presto risonanza, tanto che alla metà di giugno le cinque piccole comunità di preti «riformati» erano attive. Il 13 giugno 1603, nel giorno della festa della SS. Trinità, fu inaugurata la congregazione filippina di Capracotta, con grande soddisfazione di tutto quel popolo. «Essi vivono sotto li nostri et vostri instituti», così scrissero i padri filippini romani della Chiesa di S. Maria in Vallicella. Mi risulta che all'incontro per stipulare l'atto d'unione in forma legale, avvenuto «nel refettorio della casa di Agnone» il 12 ottobre 1617, partecipò per Capracotta padre Marco de Zelli, forse il preposto della nostra casa oratoriana di S. Filippo Neri. È altresì pensabile, allora, che il palazzo di via S. Giovanni 91 fosse proprio la sede dell'oratorio capracottese di S. Filippo Neri e che la data epigrafica racconti la sua edificazione, avvenuta quattro anni dopo l'istituzione della comunità religiosa, che in un primo momento, forse, si riuniva nella primitiva Chiesa di S. Maria o in un altro edificio a pigione. La posizione sul retro, poi, si spiegherebbe col fatto che il fine dell'attività oratoriana era la santificazione dei membri mediante la libera pratica dei consigli evangelici, la vita comune condotta in spirito familiare e di fraterna carità, la semplicità e la preghiera. Se in quel palazzo - o nelle sue immediate vicinanze - in futuro dovesse venir fuori un fregio riportante un cuore che arde, simbolo inconfutabile della Confederazione dell'Oratorio di S. Filippo Neri, allora vorrebbe dire che l'ipotesi principale di questo mio articolo è corretta. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: L. Campanelli, Il territorio di Capracotta. Note, memorie, spigolature, Tip. Antoniana, Ferentino 1931; A. Cistellini, San Filippo Neri: l'Oratorio e la Congregazione oratoriana. Storia e spiritualità, libro III, Morcelliana, Brescia 1989; V. Di Luozzo, I tratturi, la transumanza e la loro storia, Capracotta 2017; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. I, Youcanprint, Tricase 2016.

  • Il senatore Nicola Falconi: al servizio della comunità sotto due Regni

    Il maggiore Nicola Odoardo Falconi. Il 28 dicembre 1916, in piena Prima guerra mondiale a Roma, si spegneva serenamente a 82 anni il senatore del Regno Nicola Falconi, figura eminente della politica italiana post-unitaria e della magistratura. Nato il 6 dicembre 1834 dai nobili Bernardo Falconi e Carmela Conti, dedicò la sua lunga vita alla cosa pubblica, alla giustizia e allo sviluppo sociale del Molise, incarnando un modello di dedizione civile che il Parlamento dell'epoca volle ricordare con parole di profonda stima in occasione di un'apposita seduta. Dalla formazione cattolica al servizio nella Magistratura Educato sin dall'infanzia dallo zio paterno, il vescovo mons. Giandomenico Falconi, il giovane Nicola ricevette una formazione cattolica, umanistica e giuridica di alto livello. Laureatosi in lettere e filosofia e in giurisprudenza a Napoli, intraprese la carriera in magistratura già nel 1855 a soli 21 anni, prima sotto il Regno borbonico delle Due Sicilie al quale apparteneva allora il Molise e poi, dopo l'Unità, nei tribunali del nuovo Regno d'Italia. La sua ascesa fu rapida e costante: giudice a Benevento, sostituto procuratore a Salerno e Napoli, procuratore del Re a Melfi, Taranto, Chieti, Catanzaro, Trani e L'Aquila, divenne consigliere delle Corti d'appello di Napoli e Milano, fino a entrare, nel 1891, nella Corte di Cassazione in Roma. Nel 1900 fu nominato presidente di sezione della Corte d'appello della capitale, incarico che ricoprì fino al termine del servizio, nel 1909. Una carriera segnata da rigore, indipendenza e rispetto per l'alto compito di amministrare la giustizia con estremo equilibrio. Trent'anni in Parlamento Parallelamente alla carriera professionale in Magistratura, Nicola Falconi fu uomo fortemente impegnato in politica. Eletto deputato nel 1876 per il collegio di Agnone. Restò membro della Camera dei Deputati per ben dieci legislature consecutive fino al 1908, nell'allora Sinistra Storica, diventando un punto di riferimento per le discussioni parlamentari istituzionali. Nel 1899 entrò nel governo di Luigi Pelloux come Sottosegretario di Stato al Ministero di Grazia e Giustizia, distinguendosi per la sua competenza ed estrema sobrietà. Nel 1909 venne nominato Senatore del Regno. Nella Camera Alta operò con la consueta assiduità, partecipando, tra le altre, alla Commissione d'istruzione dell'Alta Corte di Giustizia e alla Commissione per la diffusione dell'istruzione elementare nel Mezzogiorno d'Italia. Va sottolineato anche che la sua profonda fede cattolica fu vissuta in maniera personale ed intima, ovvero non confessionale. Infatti, nel periodo post-unitario da lui attraversato (caratterizzato da delicati rapporti tra Stato e Chiesa) l’azione politica, amministrativa ed ancor più quella professionale, è stata sempre esercitata da Nicola Falconi con un approccio laico, super partes e di estremo equilibrio. Un riferimento per la sua terra d'origine Il legame di Nicola Falconi con il Molise non venne mai meno, nonostante frequentasse ormai da anni la capitale e Milano. Infatti fu anche apprezzato amministratore locale: consigliere provinciale di Campobasso dal 1872 e Presidente della medesima Provincia dal 1879 al 1900. In questo ruolo contribuì fortemente a modernizzare l'organizzazione amministrativa del Molise. Si batté per rompere l'isolamento delle aree montane, promuovendo la costruzione della ferrovia Pescara-Napoli e sostenendo progetti concreti per i comuni più svantaggiati. A Carovilli (Isernia), restano ad esempio, a testimonianza del suo impegno, il nuovo palazzo municipale e la stazione ferroviaria. Nicola Falconi non si sposò mai, ma riversò ogni sua energia ed affetto verso le quattro sorelle ed i numerosi nipoti, oltre che in favore della comunità. La sua figura rimase impressa nell'immaginario collettivo come quella di un uomo semplice, magnanimo, nobile, sempre pronto a sostenere le necessità dei suoi concittadini. Falconi, a Roma, per i suoi indiscussi meriti e per le sue attività umanitarie in favore dei più deboli, fu decorato con onorificenze sia del Sovrano Militare Ordine di Malta che della Chiesa cattolica, circostanza piuttosto rara per un parlamentare dell'epoca antecedente i Patti Lateranensi. Un'eredità civile e morale Le commemorazioni in Parlamento lo descrissero come «una delle rare figure di schietto galantuomo», capace di coniugare la fermezza di principi con la grande umanità e compassione. Il presidente Giuseppe Manfredi ricordò «l'onorevole Falconi che amministrò la Giustizia sapientemente e specchiatamente», mentre i colleghi sottolinearono la sua lealtà, l'indipendenza di giudizio e l'attenzione costante al bene comune. Sulla sua tomba una lapide scritta dal filologo e critico letterario Francesco D'Ovidio, suo collega senatore, sintetizza la vita di Falconi in poche ed incisive parole: «Magistrato integerrimo, deputato per 32 anni, senatore del Regno, pose ogni sua brama e ogni suo orgoglio nel beneficare». La vicenda di Nicola Falconi non è soltanto la storia di un uomo che raggiunse alte cariche istituzionali, ma soprattutto l'esempio di come rigore e senso di responsabilità possano tradursi in un servizio disinteressato allo Stato e alla comunità. La vita ed il lavoro del senatore Falconi hanno attraversato temporalmente due secoli e due Regni, quello delle Due Sicilie e quello d'Italia. La sua testimonianza offre uno spaccato del suo tempo, ovvero di una vecchia Italia, nella quale la classe sociale più elevata - l'alta borghesia - anziché adagiarsi sui privilegi del proprio censo, era animata da un forte spirito di servizio ed estremo senso dello Stato, inteso quest'ultimo non solo come istituzione, ma bensì come rappresentazione formale di una vera Comunità di cittadini da proteggere e per la quale lavorare sempre con costante passione civica e disinteresse personale. Si può decisamente affermare che la figura colta ed allo stesso tempo assai concreta e positiva del senatore Nicola Falconi ha incarnato nella maniera più evidente l'antico concetto di "galantuomo" europeo dell'Ottocento. Nicola Odoardo Falconi Fonte: N. O. Falconi, Il Senatore Nicola Falconi: al servizio della comunità sotto due Regni, in «Nexus», XXXIII:134, autunno 2025.

  • Prato Gentile

    I colchici di Prato Gentile (foto: A. Mendozzi). Fra maestosi abeti bianchi corre il vento e lieve increspa i capelli sulla fronte. Qui le viol dell'intelletto volgono il capo alzando gli occhi verso il cielo in segno di preghiera. Nel cuore un gran silenzio e nello spirito la pace: ogni respiro una preghiera! E il mondo resta fuori, fuori di me tra questi boschi assorto mentre vola il mio pensiero. Esso oltre le nebbie vola in una luce di sogno che fu vivo. Ogni affanno infin si cheta sotto lo sguardo immortale della sera e l'ora si fa luce senza fine: or anche il tempo il suo cammin sospende. Ugo D'Onofrio

  • Pubblicato "La meraviglia è sempre nuova" di Flora Di Rienzo

    Giovedì 7 maggio 2026 è stato pubblicato "La meraviglia è sempre nuova", la seconda raccolta ufficiale delle poesie di Flora Di Rienzo, ex insegnante capracottese classe 1951. L'opera è disponibile sui maggiori portali di vendita online, da Amazon a Feltrinelli, da Libreria Universitaria a Mondadori Store, da IBS a Libraccio, da Librerie.coop a Unilibro, fino al sito dell'editore: Youcanprint. Di seguito la prefazione a "La meraviglia è sempre nuova". La poesia nasce spesso da un gesto semplice e antico: fermarsi a guardare. Non nel senso rapido e distratto dello sguardo quotidiano, ma in quello più raro dell'attenzione, quando la realtà viene osservata con una disponibilità più profonda, quasi in ascolto. In questo spazio prendono forma i testi raccolti in queste pagine. Le poesie di Flora Di Rienzo sembrano infatti nascere da una disposizione dello sguardo che potremmo definire contemplativa: uno stare nel mondo che non pretende di dominarlo o spiegarlo, ma di accoglierlo. Fin dalle prime liriche emerge con chiarezza una dimensione che attraversa l'intera raccolta: il rapporto con la natura. Alberi, vento, neve, pioggia, animali, stagioni - elementi che appartengono alla trama più concreta del paesaggio - diventano qui figure di una relazione continua tra l'essere umano e il mondo che lo circonda. Non si tratta di un paesaggio puramente descrittivo, né di un repertorio simbolico costruito secondo schemi tradizionali. Piuttosto, la natura appare come una presenza viva, capace di generare pensiero e sentimento. La poesia di Flora Di Rienzo si colloca in quella linea della tradizione lirica che riconosce nella realtà naturale un luogo di rivelazione discreta. Non nel senso solenne o visionario che talvolta ha caratterizzato la poesia del paesaggio, ma in una forma più intima e quotidiana: quella che nasce dall'osservazione paziente delle cose semplici. Un albero mosso dal vento, la luce della neve, la pioggia che modifica il ritmo di un giorno, l'incontro inatteso con un animale: sono momenti minimi, apparentemente marginali, ma proprio per questo carichi di una verità silenziosa. In queste poesie la natura non viene trasformata in allegoria né ridotta a semplice scenario, ma fedele alla propria concretezza, avvia un movimento più profondo, che conduce verso una dimensione interiore: il paesaggio esterno diventa progressivamente uno specchio del paesaggio dell'anima. È uno dei tratti più delicati della scrittura di Flora Di Rienzo: la capacità di stabilire una corrispondenza naturale tra il mondo visibile e l'esperienza interiore. Il vento che attraversa i rami, la neve che illumina il paesaggio, la quiete della sera non sono soltanto immagini della realtà, ma momenti in cui il pensiero trova una forma. La poesia nasce allora in quella soglia sottile in cui la percezione del mondo e il movimento dell'animo si incontrano. Questa qualità dello sguardo si riflette anche nella lingua. I testi di questa raccolta sono costruiti con una misura sobria, lontana da ogni compiacimento retorico. Le parole restano vicine all'esperienza concreta; le immagini emergono con naturalezza, senza forzature. È una scrittura che sembra privilegiare la trasparenza: come se il compito del verso fosse quello di lasciare apparire le cose nella loro evidenza più semplice. In questa scelta di essenzialità si può riconoscere una poetica nella quale il verso di Flora Di Rienzo non cerca l'effetto spettacolare né la complessità artificiosa; piuttosto, affida la propria forza alla densità dell'osservazione e alla sincerità dello sguardo diventando così un luogo di raccoglimento, una breve sospensione nel flusso dell'esperienza. Molte liriche della raccolta sembrano nascere proprio da queste sospensioni: piccoli momenti in cui la realtà viene colta nel suo manifestarsi. Un gesto della natura, un incontro inatteso, un mutamento di luce. Il lettore è invitato a sostare in queste immagini, a lasciarsi accompagnare da un ritmo che non ha nulla di precipitato. La poesia richiede tempo, e queste pagine sembrano restituire proprio la dimensione del tempo lento. Accanto alla presenza del paesaggio naturale, emerge progressivamente una dimensione più riflessiva. Alcuni testi si muovono attorno ai temi della memoria, delle partenze, dei passaggi della vita. Anche in questi casi, tuttavia, la riflessione non assume mai toni dichiarativi, rimane piuttosto intrecciata alle immagini della realtà, come se il pensiero trovasse la propria forma attraverso il contatto con le cose. Questa modalità espressiva ricorda che la poesia non è soltanto un linguaggio, ma anche un modo di abitare il mondo. Le liriche di Flora Di Rienzo suggeriscono una particolare forma di attenzione, di discrezione, di rispetto per la presenza delle cose. In un tempo spesso dominato dalla velocità e dalla sovrabbondanza di parole, questa scrittura appare quasi come un invito alla misura. Il lettore che attraverserà queste pagine potrà riconoscere, tra i versi, una trama di presenze: alberi mossi dal vento, neve che ritorna nella memoria, animali che appaiono come figure di una vita semplice e silenziosa, momenti della giornata in cui il pensiero si raccoglie. È un mondo fatto di dettagli minimi, ma proprio per questo capace di generare una risonanza profonda. In fondo, la poesia nasce spesso da una domanda implicita: come restituire senso alle cose che ci circondano? La risposta che queste pagine sembrano suggerire è affidata alla qualità dello sguardo. Guardare con attenzione significa riconoscere che ogni elemento della realtà porta con sé una forma di significato, anche quando appare umile o quotidiano. Per questo motivo la poesia di Flora Di Rienzo possiede una qualità che potremmo definire etica oltre che estetica. Essa invita a riconoscere il valore delle presenze che abitano il nostro paesaggio quotidiano: la natura, gli animali, le stagioni, il ritmo lento delle trasformazioni. In questo riconoscimento si apre uno spazio di relazione tra l'essere umano e il mondo. È proprio in questa relazione che prende forma il cuore della raccolta. Le poesie non pretendono di offrire risposte, né di costruire sistemi di pensiero. Piuttosto, suggeriscono un atteggiamento, quello di chi sa fermarsi, osservare, ascoltare. In questa attitudine si manifesta una forma di sapienza discreta, che appartiene alla tradizione più profonda della poesia lirica. Così il lettore è invitato a entrare in un paesaggio fatto di silenzi, di luci naturali, di piccoli incontri. Un paesaggio che non è soltanto esterno, ma anche interiore. Tra questi due spazi - il mondo visibile e il mondo dell'anima - la poesia costruisce un ponte sottile. Ed è forse proprio questo il dono più prezioso che queste pagine offrono: ricordarci che il mondo continua a parlare a chi sa ascoltarlo. Angela Caruso

  • Mondo diverso

    Esiste lontano... lontano ma.. molto lontano un limite arcano tra finito ed infinito: orizzonte sottile, luminoso come fuoco, trasparente su pennello del grande pittore. Verso quell'arcano vola il mio pensiero, lo raggiunge e lo sovrasta poi l'abbandona in cerca di traguardi ancora sconosciuti. Montagne di neve colorate dal verde degli abeti secolari che svettano al cielo: là verso l'alto in segno di preghiera; minuscole colombe ammantate di bianco che fanno girotondo, in festa alla mente raminga che ha osato violare il mistero; cadenza leggera e felpata attenta a non violare distesa immacolata, immensa oltre confini senza tempo; coriandoli di luce verso il basso silenziosi, attenti a non turbare candido quel mare brillante di diamanti. Silenzio assoluto ed eterno fra monti e vallate ove l'animo si perde in una pace senza fine: l'eco muta segna il cammino ed io l'inseguo lasciando il mondo alle spalle: alle spalle quel ronzio fastidioso, fastidioso com'alveare impazzito. Ugo D'Onofrio

  • I Sanniti di Pietrabbondante erano filoromani di sinistra?

    Nel 1996 si tenne in Agnone un memorabile convegno sulla cosiddetta "Tavola di Agnone" al quale intervennero i migliori archeologi e linguisti d'Italia. Tra gli altri Loretta Del Tutto Palma e Giovanni Colonna. Tutti indistintamente gli scritti partivano dall'accettazione per buona di una delle più grandi truffe archeologiche della storia italiana: la presunta scoperta di una tavola di bronzo ad opera di Saverio Cremonese in agro di Capracotta. Da allora molta acqua è passata sotto i ponti. Agli inizi del nuovo millennio, grazie alle intuizioni di Giuseppe Ciaramella e Pietro Mastronardi, si è scoperto che la Tavola di Agnone è una clamorosa patacca fatta interrare a Capracotta per simulare un rinvenimento archeologico fuori dell'area di Pietrabbondante che era di proprietà dello Stato. Una truffa i cui retroscena sono oggi chiarissimi perché l'originale è custodito dagli eredi dell'orafo agnonese che l'aveva acquistato da un vaccaro (Domenico Tisone) che l'aveva rinvenuta sul lato occidentale del teatro ellenistico-sannita. Il saggio di Loretta Del Tutto Palma, sebbene basato sull'analisi della patacca conservata a Londra, è ineccepibile e costituisce una lezione insuperabile per quanti vogliano comprendere il senso di quella tavola. C'è un solo problema: la delocalizzazione truffaldina del reperto da Pietrabbondante a Capracotta, benché si trattasse di una patacca, ha determinato una illogica interpretazione della storia. Perciò non entro nel merito delle interpretazioni linguistiche se non per arrivare a conclusioni diametralmente opposte a quelle dell'archeologia ministeriale che pensa di aver messo un tappeto sulla grande quantità di affermazioni che oggi si rivelano del tutto improbabili. In altri termini, è come se si studiasse la Divina Commedia analizzando una fotocopia fac-simile del manoscritto dantesco. Le conclusioni linguistiche sarebbero indiscutibilmente corrette, ma non sarebbe corretto sostenere di aver esaminato l'originale. Fatta questa precisazione vengono fuori considerazioni di altro tipo. Nessuno studioso si azzarda a dare una datazione precisa della Tavola Osca, ma non c'è nessuno studioso disposto a sostenere che sia precedente al 250 avanti Cristo. A Londra, per ovvi motivi, si rifiutano di fornire i risultati delle indagini approfondite che toglierebbero ogni dubbio sulla falsità del reperto, mentre i burocrati ministeriali italiani non agiscono per la tutela dell'originale che, essendo proveniente da un luogo di proprietà dello Stato Italiano, dovrebbe essere acquisito al Demanio Statale. Ugualmente problematica e la datazione e il riconoscimento del busto di tribuno trovato a Pietrabbondante ma che, con un'altra operazione truffaldina, fu dichiarato proveniente da S. Giovanni Lipioni. Una storia molto particolare di cui oggi conosciamo i retroscena. Per questo, mi limito a cercare di dare un senso alle cose scritte dagli specialisti mettendo in ordine le conoscenze storiche di cui disponiamo. Questa è la sintesi degli avvenimenti sanniti che sono documentati dalle fonti storiche e universalmente sono riconosciuti: 423 a.C. - Consoli romani C. Sempronio e Q. Fabio Vibulano. I Sanniti conquistano Volturno (Capua, odierna S. Maria C. V.) che era degli Etruschi. Strage di Etruschi. 354 a.C. - I Romani fanno due guerre. La prima contri i Tiburtini. È conquistata Sassula. La seconda contro i Tarquiniesi. 358 prigionieri, gli altri uccisi. I Sanniti intimoriti chiedono a Roma (ed ottengono) un patto d'amicizia. 353 a.C. - Consoli romani C. Sulpicio Petico (4ª volta) e M. Valerio Publicola (2ª volta). Guerra contro gli Etruschi. Notizia di preparazione di guerra da parte dei Volsci. Il Senato decide di mantenere i due fronti di guerra: Petico contro gli Etruschi, Publicola contro i Volsci. 348 a.C. - Roma conclude una pace con i Cartaginesi. Satrico viene ricostruita dai Volsci. 346 a.C. - Il Senato comanda a M. Valerio Corvo e C. Petelio di assalire i Volsci che si preparavano alla rivolta con i Latini. Satrico è distrutta ed incendiata, escluso il tempio della Mater Matuta. 345 a.C. - Consoli M. Fabio Dorsuone e S. Sulpicio Camerino. Comincia la guerra con gli Aurunci. Viene eletto dittatore Cn. Manlio Capitolino. Riportata la vittoria sugli Aurunci, si costruisce il tempio a Giunone Buona Consigliera. Viene conquistata Sora ai Volsci. 343 o 336 a.C. - Inizia la guerra contro i Sanniti per causa indiretta. I Sanniti avevano dichiarato guerra ai Sidicini (Teano) che ricevono l'aiuto dei Campani. I Sanniti, battuti i Sidicini, attaccano i Campani a Capua e presso i monti Tifata. I Campani chiedono aiuto a Roma. 341 o 331 a.C. - Alessandro il Molosso sbarca a Pæstum e impegna i Sanniti in Lucania. Valerio Corvo vince le battaglie di Gaurus (presso Capua o Napoli) e Suessola ed occupa la Campania. In quest'epoca la linea di demarcazione tra Romani e Sanniti è il fiume Liri ed il massiccio di Roccamonfina. 330 a.C. - I Romani tentano l'invasione del Sannio ma viene a mancare l'aiuto di Alessandro il Molosso che muore. Gli eserciti sanniti si ricongiungono e battono gli eserciti consolari presso le Forche Caudine. I Romani sono costretti alla pace. 326 a.C. - La concessione romana ai Campani della civitas sine suffragio e la fondazione di Fregellæ, nelle immediate vicinanze del Liri, sono la causa della seconda guerra sannitica. 323 a.C. - I Romani spostano le azioni in Puglia. Papirio Cursore conquista Luceria. Cominciano a mancare ai Sanniti i territori di valle. 321 a.C. - Fine della seconda guerra sannitica. 309 a.C. - I Tarentini, preoccupati dell'espansione romana, chiedono aiuto a Sparta. I Sanniti sollecitano gli Equi, Marsi, Peligni e Marrucini alla rivolta contro Roma per rompere l'accerchiamento. 303 a.C. - I Romani risalgono il Liri dalla colonia di Sora fondata in quell'anno. Vengono sopraffatti gli Equi. 299-298 a.C. - Inizia la terza guerra sannitica. I Lucani vengono assaliti dai Sanniti e chiamano in aiuto i Romani. A Nord i Romani erano pressati dai Galli. 298 a.C. - L. Cornelio Scipione Barbato si sposta in Etruria. Cn. Fulvio Massimo conquista Bovianum (attuale Boiano). L. Cornelio Scipione Barbato conquista Taurasia, Cisauna e Sannia. 297 a. C. - Q. Fabio Rulliano e P. Decio Mure conquistano il Matese. 296 a.C. - P. Decio Mure prende le fortezze di Murgantia, Ferentinum (Ferrazzano?) e Romulea. Il sannita Gellio Egnazio tenta di spezzare l'accerchiamento raggiungendo l'Etruria e gli Etruschi, tranne Arretium, si schierano con i Sanniti. Il successo di Gellio crea il panico a Roma che si trova costretta ad arruolare anche i liberti. Vengono chiamati rinforzi dalla Campania ed i Sanniti ne approfittano per assalirla. Mianazio Staio conquista i territori falerni e aurunci. Fabio Rulliano riconquista parte del territorio e nuove colonie vengono fissate a Minturnae e Sinuessa. 295 a.C. - I Romani preparano almeno 6 legioni. Fabio Rulliano, poi aiutato da Decio Mure, si muove contro Perusia a nord per rompere il fronte etrusco-sannita che si avvale anche dell'aiuto dei Galli Senoni presso Camerinum. Il fronte viene rotto ed i Sanniti rientrano nel loro territorio. A sud i Sanniti, con alterne fortune, giungono fino a Formia riprendendo Sinuessa e Minturnæ. Appio Claudio il Cieco li respinge di nuovo all'interno del Matese. 294 a.C. - I Sanniti ottengono una clamorosa vittoria presso Luceria e sul fronte opposto sfondano verso il Liri. Sora e Interamna Lirenas bloccano l'avanzata. 293 a.C. - I Sanniti compiono uno sforzo colossale formando la legione che verrà definita da Livio "linteata". Gli eserciti sanniti erano concentrati a Cominio e ad Aquilonia (l'area sacra dell'attuale Pietrabbondante). Spurio Carvilio Massimo da Interamna Lirenas (Pignataro Interamna), passando per Casinum, Amiternum (S. Elia Fiumerapido?) e Atina, va a conquistare Cominio (Alvito?). Papirio Cursore, muovendo dalla bassa valle del Volturno, passando per Rufræ (Presenzano) e Venafrum, raggiunge Aquilonia, nei pressi di Bovianum Vetus (Pietrabbondante). 292 a.C. - Vengono definitivamente sconfitti i Sanniti. 290 a.C. - I Sanniti vengono inglobati nello Stato romano in qualità di cives sine suffragio. 283-272 a.C. - I Sanniti si schierano contro Roma approfittando anche della presenza di Pirro che viene in aiuto dei Tarentini. 269 a.C. - Lollio, un carecino fuggito da Roma, provoca una insurrezione che viene repressa da Ogulnio Gallo e C. Fabio Pittore. 217 a.C. - Annibale cerca di sobillare le tribù sannite contro Roma. I Sanniti sostengono Roma con ottomila fanti e cinquemila cavalieri sconfiggendo il cartaginese presso Gerunium. 216 a.C. - Dopo la vittoria di Canne, Annibale riceve l'aiuto di Irpini e Caudini. Parte dei Sanniti rimangono fedeli a Roma ottenendo in seguito numerosi privilegi. 215 a.C. - I Romani riconquistano i centri irpini di Vescellium e Sicilinum ed i centri caudini di Cubultera, Trebula e Austicula. 214 a.C. - La Campania viene riconquistata dai Romani. Quindi la Tavola Osca, nella migliore delle ipotesi, sarebbe stata fusa quando il Sannio era stato già interamente conquistato dai Romani. Perciò, in assenza di qualsiasi indagine autoptica sulla Tavola Osca originale, possiamo cercare di capire cosa sia avvenuto in area sannita dopo la conquista romana. Sicuramente vengono forti dubbi sulla esatta datazione del bronzo perché la sua esistenza è collegata a una trasformazione sostanziale del sistema economico con il crollo momentaneo dell’economia transumante e il nascere di quella cerealicola. Perché, nella sostanza, la Tavola Osca è un elenco di invocazioni a Cerere e alle divinità ad essa collegate. È un momento in cui il rapporto con Roma si modifica sostanzialmente proprio perché si modifica il sistema economico sannita. In questo clima si sviluppa l'attività di Caio Gracco che fu perseguitato a Roma proprio per il suo atteggiamento favorevole all’attività agricola dei Sanniti con la la sua lex frumentaria. Tribuno della plebe romano (154-121 a.C.), figlio di Tiberio Sempronio Gracco, console nel 177 e nel 163, e di Cornelia, figlia di Scipione l'Africano. Sostenne leggi finalizzate a garantire la sovranità del popolo. Confermò la legge agraria di Tiberio e propose di estendere la cittadinanza romana ai latini e agli italici, compresi i Sanniti. Le sue iniziative provocarono una reazione conservatrice che portò al suo assassinio. La lex frumentaria regolava la distribuzione gratuita di frumento (o comunque a prezzi agevolati) al popolo di Roma (frumentationes). Con la lex sempronia frumentaria del 123 a.C. l'erario acquistava il grano in Sicilia che, trasportato fino al porto di Ostia, veniva venduto a prezzo calmierato. La legge frumentaria fu ripresa successivamente per iniziativa di Lucio Apuleio Saturnino, tribuno seguace di Mario. Nel 103 a.C. Saturnino riprese con decisione i tentativi dei Gracchi grazie al discredito nel quale il partito senatorio era caduto a causa della guerra giugurtina e di quella contro i Cimbri e i Teutoni. Nel suo primo tribunato Saturnino favorì l'elezione di Mario. Al suo quarto consolato nel 102 propose una legge agraria che prometteva ai soldati 100 iugeri di terreno e riduceva il prezzo del grano distribuito alla plebe. Le leggi rivoluzionarie proposte da Saturnino non furono gradite a Mario e alla classe dei cavalieri. Saturnino e i suoi furono costretti alla resa. Nonostante l'impegno di Mario a seguire una procedura regolare procedura, essi furono uccisi a seguito di un tumulto. Così finì il terzo tentativo di rinnovamento democratico di Roma, fatto senza l'aiuto degli eserciti. L'errore di Saturnino fu di non avere avvertito che dopo la formazione degli eserciti proletarî questi costituivano ormai la sola forza capace di risolvere le contese civili, e che senza il loro aiuto non era possibile rovesciare l'oligarchia senatoria. [G. De Sanctis, 1936] Con Silla le frumentationes furono poi sospese. Di fronte al silenzio della scienza e al sistematico depistaggio delle indagini archeologiche di regime possiamo tentare di dare anche un nome all’immagine del tribuno trovata a Pietrabbondante immaginando che possa essere proprio quella di Lucio Apuleio Saturnino. In sintesi: la Tavola Osca è sicuramente successiva alla romanizzazione del Sannio iniziata nel 291 avanti Cristo; rappresenta la conversione da una civiltà prevalentemente pastorale a quella cerealicola; Cerere diventa la divinità di riferimento; Caio Gracco e Lucio Apuleio Saturnino, con la lex frumentaria, prendono atto del cambiamento del sistema economico sannita per lo sviluppo dell'attività cerealicola compatibile con il sistema agricolo romano; potrebbe essere di Lucio Apuleio Saturnino l'immagine del tribuno romano trovata a Pietrabbondante. Franco Valente

  • Emirati Capracottesi Uniti

    Sii come un viaggiatore: impara dai sentieri che percorri. La professione di informatore scientifico si articola anche in lunghe trasferte automobilistiche che, amando viaggiare, non mi danno alcun peso particolare. Evito così di sfruttare, a meno che non sia strettamente necessario, le tratte autostradali, preferendo la viabilità ordinaria, che mi consente di osservare ed ammirare tutto il mondo che mi circonda, senza eccessivo aumento del tempo necessario per gli spostamenti e perdendomi in pensieri o spunti di riflessione. Conoscendo fin dall’infanzia le strade che occorre percorrere, il viaggio diventa una macchina del tempo dove particolari luoghi o vedute mi scagliano in un mondo di ricordi dai quali scaturisce la voglia di saperne di più e poi condividere con voi in queste pagine quello che riesco a scoprire. Un ricordo spesso è doloroso se non hai qualcuno con cui condividerlo o, peggio ancora, coloro che hanno contribuito a formarlo non ci sono più per evocarlo insieme. Capita allora che in una mattina di primavera, percorrendo la provinciale che da Pescopennataro conduce a Capracotta, poco prima di raggiungere il bivio per Castel del Giudice, una piccola strada bianca, diramantesi sulla sinistra e diretta verso un plateau nascosto dalla vegetazione, fa scattare in me un flash mentale: la trivella! Papà conosceva bene la mia passione di bambino per la scienza e i macchinari e, nei momenti in cui potevamo concederci una passeggiata insieme, mi portava alla scoperta di quello che la tecnologia offriva alla vista sul nostro territorio: i grandi automezzi privati e comunali, il Clipper, le turbine, la sciovia, le moderne stalle meccanizzate di zio Ubaldo Di Nardo. Così, in un lontano pomeriggio, la 500 ci portò davanti ad una gigantesca struttura che, come un trionfo delle tecnologia, svettava verso il cielo, dominando, nel suo frastuono quasi ritmico, il bivio di Castel del Giudice. Era una trivella da perforazione petrolifera con la caratteristica torre derrick, come si poteva vedere nei filmati televisivi e nei telegiornali. Il piazzale era un turbinio di tecnici e operai, invaso dai macchinari atti a far funzionare le aste di perforazione con in testa il caratteristico scalpello rotante ed i grandi e borbottanti gruppi elettrogeni. A breve distanza, circondata da altri impianti, e scavata nel terreno, una grande e profonda vasca di cemento (mud-pit) raccoglieva un'acqua verdastra e melmosa, i fanghi, che addizionati a particolari composti servivano a raffreddare e lubrificare lo scalpello portando poi in superficie i detriti di perforazione e che, dopo decantazione, filtraggio e rigenerazione, attendevano di essere reimmessi nel pozzo. Le dimensioni del mud-pit, con la sua oscura e minacciosa profondità, mi impressionavano a tal punto che gran parte dei miei incubi notturni si concludevano - e si concludono tuttora - con una caduta a precipizio in quella magnetica acqua verdastra, seguiti da un brusco e poco piacevole risveglio. Oggigiorno, per maggiore tutela ambientale e praticità, le vasche dei fanghi vengono realizzate in acciaio e poste al di fuori del terreno (mud-tanks). La visione notturna era ancora più spettacolare con la torre illuminata a giorno dalle potenti fotoelettriche come una luminosa sfida che il cuore della terra lanciava verso il buio della notte. Eppure, una immagine calda e rassicurante di efficienza e di lavoro intenso e febbrile. E a questo punto ho cominciato a fare qualche ricerca, confortato e sostenuto anche dalla bella pubblicazione "Il petrolio a Capracotta" del nostro prezioso ed ineffabile "padrone di casa" Francesco Mendozzi, condividendo con lui osservazioni e sorprese. Nell'ambito di una costante volontà di ottenere una indipendenza energetica per il nostro Paese, l'Eni volse la sua attenzione anche alla ricerca di idrocarburi e gas sul territorio appenninico centrale nel settore tra Abruzzo e Molise. Tale ricerca ottenne un primo risultato, come riportato da Francesco Mendozzi, con l'inaugurazione del pozzo "Cigno 1" nei pressi di Pescara. I rilievi geofisici avevano inoltre messo in evidenza come il sottosuolo delle nostre zone fosse costituito da strutture cretaciche e giurassiche, che in gergo venivano definite rocce serbatoio. Gli idrocarburi ed il gas, nel periodo del boom economico, erano vitali per fornire la materia prima di ogni sviluppo socioeconomico: l'energia da cui dipende ancora la crescita del Paese e la locomozione con il trasporto delle merci. Nei primi anni '60 la Montedison, la Petrolsud e la Mineraria Petrolifera Italiana Spa, che confluirono successivamente nell'Eni, iniziarono prospezioni geodetiche e rilievi geosismici anche nell'Alto Molise seguiti poi da perforazioni tramite pozzi esplorativi (wildcats) e, in caso di esiti positivi per la presenza di idrocarburi, da ulteriori pozzi di accertamento (appraisal wells) per verificare la quantità di giacimento. Il Molise, nel frattempo, era diventato parte integrante della ricerca petrolifera come attestano i giacimenti di gas a Rotello, di metano a Larino e di idrocarburi a Cercemaggiore. Le perforazioni, pur se in moltissimi casi si rivelarono infruttuose (pozzi sterili), implementarono comunque una migliore conoscenza geologica del sottosuolo molisano. Cercando ulteriori dati sulle perforazioni altomolisane ho consultato elenchi e documentazioni degli archivi del progetto ViDEPI (Visibilità dei Dati afferenti alla Esplorazione Petrolifera in Italia) generato da una collaborazione tra Società Geologica Italiana, Assorisorse, Ministero dell’Ambiente e Sicurezza Energetica e Università degli Studi Roma Tre. Altri dati li ho desunti dagli archivi storici Eni e UNMIG (Ufficio Nazionale Minerario per gli Idrocarburi e le Georisorse) imbattendomi in notizie curiose. Sapevo anche che in molti casi dei pozzi minori non venivano registrati e rimanevano solo nella memoria locale e degli anziani. In alcuni casi la ricerca è stata resa difficile dal fatto che le concessioni di ricerca e perforazione portavano denominazioni diverse dalla zona di scavo. Ad esempio, come vedremo, la concessione "Ateleta" interessava pozzi di perforazione situati a Pescopennataro, oppure altre concessioni venivano elencate tramite il punto geodetico più vicino. La concessione di ricerca comportava dapprima la ricerca geologica e poi la prospezione sismica ma non sempre era seguita da perforazione esplorativa se i risultati erano poco confortanti con la conseguente rinuncia ad ulteriori ricerche. Tale ad esempio fu la ricerca petrolifera riportata dall'amico Francesco. Comunque, ho cercato di trovare i dati più strettamente connessi al nostro territorio. Un'altra curiosità deriva dalla localizzazione geografica: le coordinate usate per la ricerca petrolifera Eni in quegli anni si basavano sul sistema sessagesimale Datum Roma40 Monte Mario, associate al sistema Gauss/Boaga. Ingenuamente, insieme al carissimo Francesco, cui avevo trasmesso i dati grezzi, le abbiamo inserite nel GPS e... siamo finiti in Catalogna! Infatti, non sapevo che il GPS usa il sistema WGS84 e che pertanto occorre effettuare una conversione dei dati tramite apposite tabelle. Ci ripromettiamo di farlo più avanti per ottenere, tramite le griglie dell'IGM (Istituto Geografico Militare), coordinate molto più precise e magari progettando delle visite sul posto. Ma cominciamo con le sorprese: indico numero di pozzo, luogo, anno di scavo, profondità, giacimento, concessione, concessionaria e provincia. Sapevate che? Pozzo 3885 "Monte Capraro 1" aa 1964 prof. 1.511 m gas conc. "Masseria Gizzi" (Min.Petr.It.) CB; Pozzo 3886 "Monte Capraro 2" aa 1967 prof. 347 m sterile conc. "Masseria Gizzi" (Min.Petr.It.) CB; Pozzo 3887 "Monte Capraro 2b" aa 1968 prof. 1.621 m gas conc. "Masseria Gizzi" (Min.Petr.It.) CB. Pensando di aver preso un abbaglio, ho cercato se esistessero altri luoghi in Molise definiti Monte Capraro, in provincia di Campobasso ma non ve ne sono tranne il nostro. Ovviamente, bisogna tenere conto che la registrazione provinciale riportata venne fatta prima della proclamazione di Isernia come seconda provincia del Molise (1970). Allo stato attuale, non ho dati per una corretta identificazione del punto di riferimento "Masseria Gizzi", su cui mi riprometto di fare ulteriori ricerche. Ma andiamo avanti: Pozzo 425 "Ateleta 1" aa 1965 prof. 1.807 m sterile conc. "Ateleta” (Agip) IS; Pozzo 426 "Ateleta 2" aa 1967 prof. 2.911 m sterile conc. "Ateleta" (Agip) CH. Insospettito dal report provinciale della concessione "Ateleta" (dapprima IS, poi CH), ho visionato direttamente la documentazione originale completa di mappa geografica e... la concessione era sì "Ateleta", ma le perforazioni vennero realizzate nel territorio di Pescopennataro. In particolare, il raffronto della mappa del pozzo 426 "Ateleta 2" con le foto satellitari mi confermarono che avevo trovato il "mio" pozzo in prossimità della località Fonte degli Angeli. È stato come risalire di nuovo con papà sulla 500 con la testa che a malapena sporgeva dal bordo inferiore del parabrezza e girare per il piazzale mentre mi teneva per mano! Il sito di Pescopennataro venne interessato da ulteriori perforazioni da parte della Elf (Pescopennataro 1 e 2) nel 1981 con tracce di olio minerale a 3.028 m e nel 1983 a 2.742 m ma senza risultato, come nel 1984 a Vastogirardi il pozzo "Fonteviva 001" di 2.468 m sempre della Elf. Sterile fu anche il pozzo "Selva Piana" praticato dalla Sori nel 1989 a Castel del Giudice. In ogni caso, le esigue quantità di idrocarburi e gas rinvenuti sconsigliarono perforazioni tese allo sfruttamento. La stagione effimera dei pozzi esplorativi portò ad una breve e transitoria offerta di lavoro per le maestranze locali; purtroppo una piccola goccia di balsamo economico in un territorio da tempo affetto dalla subdola malattia emigratoria avente origine nella ricerca di condizioni migliori di vita. Le successive contestazioni per i danni ecologici verificatisi in alcune zone del Molise furono conseguenza di un mancato rispetto delle normative e regole tese alla preservazione dell'ambiente, come la cattiva gestione delle scorie di perforazione, in alcuni casi radioattive, e i residui idrocarburici illegalmente smaltiti negli stessi pozzi. Ma non credo sia questa la sede opportuna per una tale dissertazione. Una doverosa riflessione va fatta sul personale tecnico che operava intorno alle torri. L'attività di perforazione era ripartita sulle piattaforme marina (offshore) e nelle strutture di terra (onshore). La forza lavoro era strutturata con una gerarchia precisa: gli operai generici assunti anche dalle località contigue (roustabouts), i tecnici esperti spesso di nazionalità americana (roughnecks) e i caposonda (drillers). Il lavoro era ripartito in turni estenuanti di dodici ore diurne (morning tour) e dodici notturne (graveyard shift). Spesso si preferiva accumulare più turni di servizio per ottenere periodi di riposo più lunghi, magari da godere a casa. Si lavorava 24 ore su 24 e sette giorni su sette, in condizioni meteorologiche spesso estreme: dal caldo asfissiante alla bufera di neve. Nonostante le prime automazioni si azionassero a mano con rapidità e precisione, macchinari pesanti e pericolosi in ambienti fangosi, rumorosi ed esposti a sostanze tossiche, incendi ed esplosioni senza le moderne protezioni, gli incidenti potevano essere anche molto gravi. Tuttavia, il lavoro in sonda, pur se pionieristico, di frontiera, richiedente grande resistenza fisica e mentale, era considerato elitario: stipendi più alti della media (circa il 30%) e l'Eni che sotto la guida di Enrico Mattei aveva sviluppato una cultura aziendale specifica con servizi sociali e borse di studio per i figli dei dipendenti, strutturando anche il lavoro in modo più tecnico ed attento. Le baracche prefabbricate (oil camps) ospitavano con modalità spartane gli uffici tecnici e gli alloggi per i lavoratori ma la privacy era molto ridotta. La lontananza da casa e le scarse possibilità di comunicare con le famiglie erano tuttavia compensate da un forte spirito di gruppo tra colleghi. Le cucine da campo fornivano cibo abbondante ed ipercalorico ed erano previsti anche "pasti di mezzanotte" per il personale in servizio notturno con le mense che venivano elette a cuore sociale. Si giocava a carte e si ascoltava la radio. Nei campi erano previsti anche presidi medici con infermieri per gestire malattie minori, primo soccorso e gestione igienica con prevenzione delle malattie infettive in ambienti isolati. Nei casi gravi si ricorreva alle strutture mediche od ospedaliere più vicine ma in zone remote queste diventavano operazioni complesse. L'Italia di oggi poggia le sue fondamenta anche sulle robuste spalle di questi pionieri. Ma, cercando di alleggerire il discorso, se le ricerche fossero state coronate da successo avremmo formato gli Emirati Capracottesi Uniti oppure scelto altri obiettivi, o, ancora, cercato un compromesso tra benessere della comunità e rispetto dell'ambiente? Altre volte tornai a guardare la trivella a bocca spalancata, finché un giorno trovai il piazzale deserto ed immerso nel silenzio. Nel vento solo il ricordo di quell'alta e possente torre. Della ghiaia scurita dalla fuliggine copriva la sede del pozzo, opportunamente chiusa, e, su tutto il piazzale, le tracce profonde degli automezzi che vi avevano imperversato. Solo a breve distanza l'odiata, temuta e profonda vasca con la sua acqua verdastra che continuava a lanciarmi la sua sadica sfida che raccolgo ancora dopo 59 anni di incubi. Vi fu un tempo in cui facevi domande perché cercavi risposte ed eri felice quando le ottenevi. Torna bambino: chiedi ancora. [C. S. Lewis] Francesco Di Nardo

  • Emilio Gardiol, da Milano a Villa Adriana

    Emilio Gardiol Jr. Guardando con Rodolfo Console le fotografie della I.A.C., delle gite del dopolavoro, delle visite in fabbrica, in entrambi si è insinuata la curiosità. Chi, tra quei tanti volti era Emilio Gardiol? Era forse il signore con i baffi e la macchina fotogrqfica? O quello in prima fila con gli occhiali? Era quello vicino a Cardile o quello invece accanto a Giuseppe Console? Una velina recuperata nell'archivio diocesano di Tivoli, copia di una lettera scritta dal vescovo o forse da un suo delegato, menziona "Cardiol" in relazione alla costruzione della chiesa di Villa Adriana. Pertanto, don Panattoni, nel 1981, nella sua storia della Comunità di Villa Adriana, considerando la natura economica della richiesta, ipotizzò che Cardiol fosse un "notabile". Tuttavia, il prof. Franco Sciarretta negli ultimi anni aveva messo in relazione quel "Cardiol" con la I.A.C. Che "Cardiol'' fosse un imbastardimento del cognome per me era chiarissimo, facilmente un cognome simile poteva, nella parlata tiburtina, essere passato da Gardiol a Cardiol anche per l'assonanza con Cardile. Non poteva essere complicato far saltare fuori da Google notizie sul "nostro Emilio", se non altro per l'usanza italica per cui i nipoti, per molto tempo, hanno portato i nomi dei nonni. Ed ecco Emilio Gardiol: presidente della Società di Mutuo Soccorso di Pinerolo, La più antica d'Italia, presidente dell'Associazione Pensieri in Piazza, attivissimo tra pubblicazioni e iniziative nel campo del mutualismo non come valore astratto e lontano ma presente e fondante di una Comunità Inclusiva. Era lui! E anche stavolta mi sono fatta coraggio. Sì. L'Emilio Gardiol fu Giacomo della nostra storia era lo zio del nonno di Emilio Jr., come mi permetto di chiamarlo. Per la loro famiglia era il "Commendatore", il "parente danaroso" ma capace di grandi gesti altruistici, come aver messo a disposizione dei genitori di Emilio una villa sul Lago di Como per il loro matrimonio: il loro primo figlio non poté che chiamarsi Emilio in segno di gratitudine. La nostra conoscenza si è sviluppata a distanza, tra telefonate e messaggi, abbastanza per apprezzare la bella persona che è e per scoprire affinità in quella «ostinata direzione contraria» che ci ha uniti lungo il filo della ricerca. Gli impegni e la distanza non ci hanno permesso di vederci immediatamente, ma il caso, che raramente è solo caso, ha voluto che ci incontrassimo a Capracotta, proprio dove si trovava per l'estate Nello Paolacci, presidente del Comitato di Quartiere di Villa Adriana di cui, orgogliosamente, faccio parte. Ancora una volta, Villa Adriana e la ricerca sulle sue radici hanno intrecciato i destini e messo in contatto persone che, forse da sempre, viaggiavano sulla stessa linea senza saperlo. La Società Gardiol and Co. di Milano era una Ditta in nome proprio fondata nel 1913 e specializzata in lavori in gomma elastica: tubolari per biciclette da corsa su pista e su strada, barattoli, fusti, mastice, tessuti gommati speciali, impermeabili, mantelline, guarnizioni in gomma, nichel, alluminio. In particolar modo, nel settore degli pneumatici, la Società sfruttava un proprio marchio, registrato a Milano, destinato a contraddistinguere «gomme in genere piene e pneumatiche per cicli ed automobili e simili, tacchi di gomma e sottopiedi in gomma per cavalli e qualunque altro articolo in gomma». La Ditta divenne nota per «lo studio accurato e la scelta dei materiali adatti [...] che ha esteso il commercio in virtù dei pregi della produzione e non solo di una intensa campagna pubblicitaria». Dal 1914 la Gardiol and Co. divenne rappresentante italiano della Peter's Union per le gomme per moto, auto e camion e ditta altamente specializzata anche in articoli tecnici per esercito, marina, aeronautica, attiva sino alle soglie degli anni '60, sponsor di tante gare ciclistiche, il cui nome, per anni, ha campeggiato sulle maglie di corridori come Gino Bartali! Ma Gardiol non era solo nella ditta di famiglia: il suo nome è legato alla Società Immobiliare La Certosina, nella El Merg Barce (Cirenaica), nel 1931 nella ALFOL romana che produceva isolante termico, spesso insieme a Cardile. La ricerca documentaria, puntigliosa, rigorosa, non può prescindere dall'esperienza umana, dalla memoria, dalle emozioni e interpretazioni delle persone. Questo è sempre stato il mio convincimento. Questo mi ha insegnato mio padre, Giuseppe Mazzotta. Documenti per la certezza, fonti orali, pur con imprecisioni, confusioni, assimilazioni e distorsioni, per dare contesto e vita. Francesco Perini si pone al centro. È testimone indiretto prezioso ma, al tempo stesso, archivista attento di quanto orgogliosamente ha salvato. A dicembre almeno tre persone gli avevano parlato di tale Vera Mazzotta. In qualche modo aveva condiviso qualche informazione più puntuale su quanto indirettamente sapeva della I.A.C. che mi era arrivata. Mentre lentamente acquisivo le informazioni relative agli acquisti dei terreni a Villa Adriana da parte dei due imprenditori, cercavo di capire come poter fare una prima chiacchierata informale mentre lui continuava a chiedersi che facesse e chi fosse questa Mazzotta di cui pure l'amico Lillo Boenzi, di tanto in tanto, gli girava foto e informazioni: quella "pazza" che tirava fuori volture, atti di acquisto di quasi cento anni prima e che aveva recuperato i documenti della RAF dei bombardamenti su Villa Adriana al modico prezzo di 192 sterline! E infatti, al primo caffè, mi sono presentata nel suo "antro", come chiamo ormai affettuosamente il suo ufficio, con cartine, planimetrie, fotografie. Abbiamo identificato luoghi e persone, catalogato progetti, fatto elenchi: decine di documenti Excel che, di certo, ora so usare molto meglio di prima. Tre mesi di lavoro per entrambi in cui lui, volens nolens, è stato costretto a fare una prima catalogazione delle notizie emerse dai copialettere dell'ing. Salvati, suo nonno, ed io a inserire la messe di dati che emergevano tra le colonne di un file. Una finestra fondamentale sulla costruzione della I.A.C. e sui rapporti con il territorio, con le istituzioni, con la comunità rurale ma anche una nuova amicizia. Nell' Italia sospesa tra le ombre della guerra e le speranze del progresso, Giuseppe Cardile ed Emilio Gardiol, da un lato, ed Emo Salvati, dall'altro, incrociano le loro strade a Villa Adriana, zona rurale di Tivoli dove loro - o più probabilmente altri per loro - videro un futuro. Nonostante la mancanza di prove documentarie rispetto ai racconti sull'arrivo dei due imprenditori, nulla può escludere contatti tra loro e qualche notabile tiburtino dal momento che, Giuseppe Cardile era già allora un industriale quotato e fu lui, nel 1929, a fondare a Roma la M.A.R., la «manifatttura per lo sfruttamento, la raccolta e la lavorazione, l'esportazione» della radica in Albania per fare pipe, insieme al dott. Piero Colorni di Ernesto, e al dott. Ciampanella, tutti con medesima quota azionaria. Ed è in Albania che decide di inviare il giovanissimo Giuseppe Console per un primo sopralluogo testandone, forse, anche le capacità amministrative. Un evento di minor conto se non fosse per un nome, Piero Colorni. Non sappiamo in che rapporto sia, ma di lì a poco comparirà un Ingegner Francesco Colorni, a fare da ponte tra i due imprenditori, ed Emo Salvati, nella scelta dei terreni. Non una coincidenza. Perché Villa Adriana? Ebbene, al di là di contatti, conoscenze, legami, storie, ricordi, le motivazioni della scelta del luogo furono più prosaiche. Villa Adriana dal punto di vista industriale era il luogo ottimale: c'erano latifondi a buon prezzo, possibilità di sfruttamento della manodopera, c'erano le cave, e quindi materia prima per la costruzione, c'era vicinanza alla città, ma soprattutto c'era l'acqua, bene fondamentale per l'industria della gomma che ne ha bisogno in grandissima quantità per la lavorazione e per l'antincendio, c'era l'energia elettrica e relativi sgravi fiscali e, infine, c'era la richiesta ed un vero ed unico committente: il Ministero della Guerra: «La I.A.C. era una delle poche ditte che lavoravano in proprio la gomma in Italia e aveva impiantato un grosso stabilimento a Tivoli per desiderio espresso del Servizio Chimico Militare». Sono le parole del comandante Angelo Belloni, genio della marina, inventore, ricercatore e sperimentatore nella subacquea, nonché futuro tecnico della I.A.C. Del resto, anche Emo Salvati spesso indicherà la I.A.C. come una realtà "parastatale". Ma non è tutto: la I.A.C. aveva anche una carta in più: Salvatore Fazio, chimico, che, fin dalla fine degli anni Venti, era stato "comandato" dal Servizio Chimico Militare. Probabilmente fu il ministro della Guerra in persona, Pietro Gazzera, cuneese di nascita e cittadino di Ciriè per adozione, certamente tra i conoscenti di Cardile, noto per il decreto riguardante la fabbricazione e la distribuzione della maschera antigas, a decidere la collocazione del nuovo stabilimento. La I.A.C. fu quindi ben più che uno stabilimento parastatale, fu uno stabilimento che produceva e immagazzinava prodotti per il Centro Chimico Militare a cui destinerà presto un intero reparto, il CM (Chimico Militare). In un contesto storico di crescente tensione internazionale e nel timore di una guerra chimica, l'Italia, il 6 aprile del 1933, promulgò la legge con le norme per la gestione, produzione, stoccaggio, controllo e distribuzione della maschera antigas che obbligherà tutti, enti privati, statali, parastatali a dotarsi di protettivi facendone richiesta al Servizio Chimico Militare, i Ministeri, o all'UNPA, con le organizzazioni civili a sua diretta dipendenza. C'era un mercato da soddisfare e c'era un committente, lo Stato. A maggio dello stesso anno, sempre a firma Gazzera, venne emanato il regolamento per la produzione e la vendita: era necessario ottenere regolare licenza dal Servizio Chimico inviando i disegni della maschera e delle sue parti con le precise descrizioni e garanzie di protezione da fosgene, cloropicrina e da arsine, gruppi di tossici più tipici, rispetto ai quali le scatole-filtro dovevano avere efficacia protettiva, tutto corredato da un libretto di istruzioni e dai ricambi che, in parte, sarebbero stati bollati dal Servizio Chimico, il quale avrebbe anche trattenuto dei prototipi. «La produzione, per la vendita o cessione, di ciascun tipo di maschera è vincolata al ril,ascio di una licenza ed al pagamento anticipato di una tassa di concessione governativa di Lire 500 per ciascuna licenza». Ciriè non bastava più e il Lazio non solo era una regione ricca di acqua e di energia elettrica, concedeva anche l'esenzione delle tasse per quattro anni per chiunque vi impiantasse un nuovo stabilimento! Nelle vicinanze di Tivoli inoltre, il vecchio campo dell'aviazione si stava trasformando e fin dal 1930 era iniziata la costruzione di un centro sperimenta le di esperienze e ricerche che verrà inaugurato nel 1935. Cardile, Gardiol, Colorni non erano novellini ma industriali conosciuti, incardinati nel sistema, capaci di valutare rischi e vantaggi: serviva una fabbrica di maschere antigas e protettivi nel Lazio per il Servizio Chimico, principale acquirente, e Cardile e Gardiol erano le persone giuste. Vera Mazzotta Fonte: V. Mazzotta, Villa Adriana. In principio era l'Industria Articoli di Caoutchouc, Libera Ed. Tiburtina, Tivoli 2026.

  • Memoria della nobile famiglia Baccari di Capracotta

    Breve cenno della famiglia Baccari nel tempo dimorava in Capracotta da dove è oriunta Nella Cronistoria della Riformata Provincia di S. Angelo di Puglia, stampata dal P. Arcangelo da Montesarchio in Napoli nel 1732, nella parte 3, pagina 326, si rileva: In questa Terra, la quale è situata nella Montagna sopra Castel del Giudice, Provincia di Chieti, Diocesi di Trivento, ed è abitata da numeroso Popolo, e da famiglie nobili, ricche, e Letterate, fu con Breve di Paolo V Sommo Pontefice dalla nobile famiglia Baccari edificata una Chiesa sotto il titolo di S. Maria delle Grazie, arricchita di molti privilegj, come leggesi in detto Breve Appostolico, la quale fu benignamente data a' Religiosi di questa Provincia a titolo di Ospizio, e colla Appostolica facoltà di potervi edificare un Convento; ma i Frati non vi abitano, e solamente vi albergano, quando capitano in detta Terra per limosinare le Lane, o altro bisognevole pe 'l Convento di S. Bernardino di Agnone. Oggi è abitazione. Memorie nell'antico Catasto del 1732 D. Pietropaolo Baccari, d'anni 64, figlio delli qq.m D. Giuseppe, e di D.ª Carolina di Ciò, vedovo della q.m D.ª Cecilia Baccari, da cui ebbe un figlio chiamato D. Girardo, Dottor delle Leggi, casato con S.ª Leonora di Majo, d'anni 27, che ha una figlia chiamata D.ª Cecilia d'anni 3, e non altro. Il Reverendo D. Francescantonio Baccari, d'anni 63, arciprete, figlio delli qq.m D. Giambattista, e di D.ª Isabella di Rienzo. Possiede casa di membri 18, un pagliaro a fabbrica con un'orto di misura 3, terreni sativi, a prativi n. 23½; a vacche n. 23. D. Filippo Baccari Dottore delle Leggi, e nobile vivente d'anni 45, figlio de' qq.m D. Giovannantonio, e D.ª Teresa de' Baroni d'Andrea. D.ª Barbara Susi della terra d'Introdacqua moglie d'anni 22. La [...] nel Comune di Prezza. Figli D. Domenico d'anni 6, D. Pasquale anno 1, e D.ª Annateresa anni 5. Tiene due zii D. Nunzio Baccari Vescovo di Bojano, e Vicegerente in Roma, e D. Francesco Baccari Vescovo di Telese. Possiede un palazzo di membri 32; e casetta con un'orto avanti per uso proprio, terreni sativi, prativi, ed incolti n. 131, una vigna ne' tenimenti della Città d'Agnone d'ordini 1.200. Possiede come locato nella Regia Dogana di Foggia, pecore, capre, vacche, giumente, somari, ed altro ascritto a detta Regia Dogana, come trovasi registrato. Nell'altro antico Catasto del 1743 si legge come siegue D. Filippo Baccari, Dottore delle Leggi, nobile vivente, e locato nella Regia Dogana d'anni 50. D.ª Barbara Susi della terra d'Introdacqua moglie. D. Domenico Maria figlio studente d'anni 14. D.ª Annateresa figlia d'anni 13. D. Pasquale...

  • Il futuro ha il sorriso di una bambina

    Nelle distese luminose di Capracotta (IS), dove il vento profuma di montagna e le ore sembrano scorrere più lentamente, c'è un'azienda agricola che non è solo lavoro: è una storia di famiglia. "La Masseria", guidata da Luciano e Carmela nasce dall'impegno quotidiano, dal rispetto per la natura e dall'amore per gli animali. Ma oggi questo racconto si arricchisce di un nuovo capitolo, forse il più bello: quello della piccola Martina, la nuova generazione pronta a custodirne l'anima. Lei è ancora giovane, ma nei suoi occhi si riflette già l'essenza del mestiere: curiosità, dolcezza e quella consapevolezza spontanea che appartiene solo a chi cresce in mezzo alla terra, al latte caldo della mungitura dal mattino e ai profumi del caseificio. Osserva, impara, imita i gesti sicuri dei genitori e, senza saperlo, li rinnova. Luciano e Carmela rappresentano il passato che ha costruito, mattone dopo mattone ciò che oggi è una realtà conosciuta e apprezzata: un'attività modello, custode della tradizione molisana e dei prodotti artigianali fatti "come una volta". Il loro lavoro ha riportato valore a queste montagne, ridando vita a un territorio che respira grazie al rispetto e alle mani che lo modellano. Ma Martina è il futuro, una bambina che cresce libera tra prati verdi e stalle luminose, che conosce i nomi degli animali meglio delle fiabe, che porta nel cuore la promessa più preziosa: continuare ciò che mamma e papà hanno iniziato. La forza delle nuove generazioni non è nel rivoluzionare ciò che già funziona, ma nel saperlo custodire e rinnovare con la sensibilità del loro tempo. E lei rappresenta proprio questo: la continuità, l'eredità più autentica e il domani che nasce dalla semplicità. Nella foto che li ritrae insieme c'è tutto: la passione a l'orgoglio di un lavoro fatto bene e il sorriso di una bambina che un giorno sarà il volto dell'azienda. Daniele Notardonato Fonte: Il futuro ha il sorriso di una bambina: la nuova generazione della Masseria, in «Cotto e Mangiato Magazine», aprile 2026.

  • Giorgio Di Nucci e l'ascesa del sindacalismo di massa in Ohio (I)

    La "United Woolen Mill" di Columbus nel 1947. Durante gli anni bui della depressione degli anni '30, i lavoratori dell'Ohio presero parte ad un movimento nazionale per avere maggior voce sul posto di lavoro e nella società. Sebbene il movimento fosse incentrato su acciaio, automobili, gomma ed altre industrie di produzione di massa, coinvolse invero tutti i lavoratori, dagli impiegati al dettaglio agli insegnanti e bidelli. Dopo anni di rassegnazione ed apatia, la militanza della classe operaia aumentò vertiginosamente nel 1934, tanto che quell'anno l'Ohio conobbe più scioperi che in qualsiasi altro anno dopo l'ondata del 1919-20. Nel 1935 i lavoratori ottennero il necessario riconoscimento governativo e legale con l'approvazione della legge Wagner, ed un altrettanto importante sostegno istituzionale e finanziario con l'istituzione del Comitato per l'organizzazione industriale, mutuato nel 1938 nel Congresso delle organizzazioni industriali (CIO). Questi due processi promossero l'immagine del presidente Franklin D. Roosevelt e del capo del CIO John L. Lewis come salvatori della classe operaia. Tuttavia, per quanto i leader nazionali e le politiche federali siano state importanti nell'avanzata del sindacalismo, vi furono centinaia di uomini e donne relativamente sconosciuti che giocarono un ruolo altrettanto fondamentale a livello di base. In quasi tutti i centri di produzione dell'Ohio una manciata di individui servì da catalizzatore per l'impennata del movimento operaio locale negli anni '30. Iorwith Wilber Abel contribuì ad organizzare lo stabilimento di Canton della Timken Company per la United Steelworkers of America. Ray Ross portò la United Autoworkers nella International Harvester di Springfield, mentre John House guidò i lavoratori della gomma Goodyear in uno sciopero nel 1936 che divenne la prima significativa vittoria del CIO. Alcuni di questi attivisti, come Abel che divenne presidente dei lavoratori siderurgici nel 1965, ottennero alla fine posizioni importanti nei sindacati nazionali che avevano contribuito a fondare. Ma molti di essi non si adeguarono al movimento operaio che si era istituzionalizzato dopo la Seconda guerra mondiale. Alcuni scoprirono che le competenze necessarie per organizzare un sindacato non erano le stesse che servivano per guidarlo. Ad altri mancava la base adeguata per raggiungere posizioni di leadership, poiché il potere gravitava sui rappresentanti dei sindacati locali e nazionali con più iscritti. Tali uomini e donne hanno trascorso la vita nelle trincee del movimento operaio, vedendo la storia dimenticarsi dei loro nomi. Il mio saggio esplora la vita di uno di questi attivisti, Giorgio Di Nucci, sia per rivendicare l'importanza della sua figura, sia per sottolineare alcune significative dinamiche nella storia del lavoro in Ohio. Giorgio Di Nucci, il cui nome di battesimo era Galliano, nacque nella cittadina italiana di Capracotta il 14 febbraio 1902. Pochi mesi dopo la sua nascita, il padre Vincenzo lasciò la moglie Caterina e i due figli e, col denaro preso in prestito, salpò alla volta degli Stati Uniti in cerca di lavoro come sarto. Il padre di Giorgio ebbe difficoltà a stabilirsi in America, ma dopo pochi mesi ottenne un lavoro in una sartoria di Baltimora. Tuttavia, non guadagnava abbastanza per saldare i debiti e poter richiamare la famiglia. La fortuna di Vincenzo Di Nucci cambiò nel 1904 quando William Hersch, proprietario della United Woolen Mill di Parkersburg (Virginia Occidentale), si trasferì ad est per reclutare sarti italiani. Vincenzo fu un acquisto particolarmente prezioso per Hersch. Dopo l'apprendistato di cinque anni, l'anziano Di Nucci era ormai un sarto "completo", in grado di disegnare e assemblare da zero un abito maschile. La maggior parte dei lavoratori della United Woolen erano infatti sarti "parziali", che tagliavano e stiravano nel reparto all'ingrosso della fabbrica, dove giovani donne realizzavano la maggior parte del cucito. Oltre a ricevere una paga più alta grazie alla sua abilità, Vincenzo guadagnò soldi extra reclutando vecchi amici italiani alla United Woolen. Ciò gli permise di saldare i debiti e di far venire la famiglia, che arrivò a Parkersburg all'inizio del 1906. Una volta negli Stati Uniti, Giorgio visse un'infanzia plasmata dallo status del padre, operaio specializzato. La famiglia, la chiesa cattolica, la comunità italiana locale, le scuole pubbliche e lo sport dominarono la sua giovinezza. A differenza di molti figli della classe operaia, Giorgio disse di non aver mai avuto bisogno di svolgere lavori saltuari da giovane. E diventare cittadino statunitense fu facile, in base alle leggi sulla naturalizzazione, visto che suo padre prese la cittadinanza nel 1918. Nel 1921 Giorgio si diplomò alla Parkersburg High School, non ricevendo onori accademici ma lettere di referenza per il calcio ed il baseball. Anche se la United Woolen offrì lavoro a tutti i figli di Vincenzo, Giorgio era determinato a «non voler lavorare mai in nessun impianto, fabbrica o altro, nossignore». In particolare non gli piaceva Hersch, che pensava si approfittasse di suo padre e degli altri 300 italiani che lavoravano per lui. Di conseguenza, poco dopo la laurea, Giorgio si recò ad Akron per entrare a far parte di una squadra di pugilato ma, dopo alcuni incontri, riconobbe che il combattimento a premi non era la sua vocazione. Per quasi un anno visse invece grazie ad un'altra delle sue abilità, l'animatore in piscina. Alla fine Giorgio cedette alle pressioni della famiglia, tornando a Parkersburg e lavorando come tagliatore di tessuti. Nel 1925, quando un incendio distrusse la fabbrica, Hersch trasferì l'azienda a Columbus, con Giorgio e il resto della forza lavoro al seguito. Nei primi anni a Columbus, Di Nucci risiedette coi genitori, lavorando alla United Woolen e vivendo una vita priva di impegni o di qualsivoglia ideale. La situazione cambiò quando sposò Lena, anch'ella immigrata italiana, nell'ottobre del 1929, poche settimane prima del grande crollo del mercato azionario. Per sbarcare il lunario in tempi che si annunciavano duri, lei lavorava alla cartiera come segretaria, mentre lui faceva gli straordinari come venditore part-time al negozio in centro della United Woolen. Di Nucci cominciò anche ad interessarsi al sindacalismo. La United Woolen aveva da tempo riconosciuto gli United Garment Workers, non tanto perché Hersch avesse subito pressioni da parte dell'organizzazione, ma perché aveva ritenuto utile la garanzia sindacale per attirare nuovi affari. Di Nucci divenne automaticamente un membro del sindacato quando iniziò a lavorare allo stabilimento, ma partecipò a pochissime riunioni fino al 1930. In breve tempo, tuttavia, divenne presidente del Local 245 perché, disse in seguito, «nessun altro voleva farlo». In realtà, Di Nucci apportò un valore aggiunto a quella posizione: uno col diploma di scuola superiore, quando molti membri del sindacato non lo avevano, poteva svolgere in modo più efficiente le funzioni amministrative richieste. Inoltre le sue abilità atletiche contavano molto nella cultura maschilista del movimento operaio. Dai suoi lavori di animatore e di venditore aveva imparato come trattare con le persone e come motivarle ad agire; l'esperienza con Hersch, invece, gli aveva procurato il giusto sentimento di antagonismo nei confronti delle fabbriche e dei loro padroni. Giorgio Di Nucci (1902-1979). Propizia fu anche la tempistica dell'ingresso di Di Nucci nel mondo sindacale. Nella prosperità generale degli anni '20, vari strati della classe operaia di Columbus non se la passavano tanto bene. Il pregiudizio razziale limitiva significativamente la popolazione afroamericana ad occupazioni marginali. Anche il proibizionismo fece perdere il lavoro a molti impiegati dei birrifici e degli impianti di produzione di bottiglie in città. Inoltre, dopo il boom edilizio della prima parte del decennio, il settore delle costruzioni ando giù, trascinando con sé i fornitori di vetro per finestre, di legname, di cemento, di laterizi e di prodotti correlati. In breve, già prima del crollo di Wall Street del 1929, un numero considerevole di lavoratori di Columbus era già in seria difficoltà. La seguente depressione non fece che intensificare la situazione. Se negli anni '20 il settore manifatturiero di Columbus contava circa 26.500 unità, nel 1935 il numero dei salariati in quel comparto era sceso a 17.516. «La nostra attuale emergenza – osservava l'"Ohio State Journal" – è maggiore di quella provocata da qualsiasi ciclone, incendio, alluvione od altra catastrofe improvvisa». L'aumento della disoccupazione decimò il movimento operaio cittadino. Nel febbraio del 1931 la Federazione del lavoro di Columbus (CFL), una confederazione di sindacati locali, aumentò le quote pro capite, nominò speciali organizzatori per incrementare gli associati e creò un comitato ad hoc per abbattere le spese. Ma niente di tutto questo funzionò, costringendo per due volte il presidente dell'organizzazione a chiedere le dimissioni, rifiutate perché nessuno era disposto a prenderne il posto. Tale situazione diede vita a due sviluppi paralleli. Innanzitutto, le posizioni di vertice ricaddero su uomini anziani, affermati e conservatori che cercarono semplicemente di salvaguardare la CFL dal periodo difficile. In secondo luogo, l'apatia generale creò l'opportunità per i sindacalisti più giovani e progressisti di scalare posizioni in comitati ed uffici minori. Nel 1934 i progressisti acquisirono ulteriore forza in conseguenza dell'aumento dell'attività sindacale promossa dal National Industrial Recovery Act. Sebbene molti dei locals formatisi allora svanirono rapidamente dalla scena, singoli progressisti mantennero punti di appoggio nelle organizzazioni locali e all'interno della CFL stessa. In qualità di presidente del Local 245 degli United Garment Workers, Giorgio Di Nucci emerse tra i progressisti. Dal 1931 egli prestò servizio anche come delegato alla CFL, che sembrava interessarlo più del suo stesso sindacato. Lavorando per la CFL nell'indifferenza generale, Di Nucci ne fu eletto segretario nel 1933. Un altro progressista nonché alleato di Di Nucci fu Ted F. Silvey. Nato a Manchester (New Hampshire) nel 1904, Silvey aveva trascorso la prima infanzia a Zanesville, nell'Ohio. Quando il padre di Silvey morì in un incidente sul lavoro, il giovane Ted fece numerosi lavoretti dopo la scuola per aiutare la sua famiglia. La vita di Silvey imboccò una svolta quando sua madre divenne testimone di Geova e si trasferì con la famiglia a New York per lavorare per The Watchtower, dove Ted venne assunto come apprendista tipografo. All'inizio degli anni '30 si trasferì a Columbus, divenne membro attivo nell'Unione tipografica internazionale (ITU) e fu eletto delegato alla CFL. Al cattolico animatore di piscina italiano e al tipografo testimone di Geova si unirono, nel portare avanti la causa progressista nell'Ohio centrale, circa 25 colleghi, perlopiù dal settore della stampa e dei sindacati vari, ma anche alcuni dal settore edile. Uno o due dei più radicali erano membri del partito comunista locale ma non ricoprivano cariche importanti. Nel 1934 e gran parte del 1935 i progressisti erano solo un insieme di teste simili che condividevano il vago obiettivo di rafforzare il movimento operaio locale attraverso l'organizzazione dei lavoratori dell'industria. Evitarono le sfide aperte alla leadership consolidata della CFL ma lavorarono ai margini. Alla fine del 1934 i progressisti acquisirono il controllo del comitato per l'istruzione della CFL e lo utilizzarono per coinvolgere i sindacalisti di base in discussioni su specifici problemi del lavoro e questioni sociali ed economiche più ampie. Allo stesso modo convinsero la CFL a pubblicare il "Labor Tribune", con Silvey come editore e Di Nucci tra i tre membri del consiglio. Il "Labour Tribune" divenne rapidamente un importante forum di discussione su come organizzare i lavoratori e quali candidati politici sostenere. I progressisti ottennero anche il controllo del comitato organizzativo della CFL, che nel novembre 1934 presentò ai delegati della federazione una mozione che chiedeva «una politica organizzativa su come mettere l'intero personale di un'industria sotto un unico capo». Com'era successo a una mozione simile alla recente convenzione della Federazione americana del lavoro (AFL), i delegati della CFL la emendarono a tal punto da svuotarla di significato. Per tutta la primavera e l'estate del 1935 i progressisti fecero pressioni sulla CFL affinché sostenesse pienamente l'impennata sindacale in atto della classe operaia. Il "Labour Tribune" del 16 agosto 1935 riportava di scioperi alla Columbus Packing Company, giunti alla ventiduesima settimana, alla Hercules Clothing Company, dove 800 lavoratori si opponevano a un taglio salariale del 20%, alla Works Progress Administration, per l'aumento delle retribuzioni dei lavoratori qualificati, e alla Hills Cab, dove un sindacalista era stato licenziato senza udienza in violazione del contratto nazionale. Warren Van Tine (trad. di Francesco Mendozzi) Fonte: W. Van Tine, George DeNucci and the Rise of Mass-Production Unionism in Ohio, in W. Van Tine e M. Pierce (a cura di), Builders of Ohio: a Biographical History, The Ohio State University Press, Columbus 2003.

  • Un giorno

    La casa natale di Ugo D'Onofrio. Non pianger mamma, io sono in te e sento il tuo lamento, non pianger mamma perché un giorno sarò il tuo bambino. Lo vedi mamma, son'ora il tuo bambino ma in fasce non mi stringere come fossero prigioni, un giorno sarò il tuo monello. Lo vedi mamma, veloce corro nel borgo come fossi una gazzella ma non muovermi rimprovero perché un giorno alunno modello io ti sarò. Lo vedi mamma, prima della scuola infreddolito cammino a piedi scalzi su sentieri di campagna in cerca d'un rifugio: la bella casa abbandonata, distrutta dalle bombe. Lo vedi mamma, il primo della classe! Ma togli l'entusiasmo dal tuo cuore se un giorno traguardi miglior conquisterò. Lo vedi mamma, vol'alto in cielo tra cirri e cumuli, venti, saette e piogge; nei pressi della luna forte e veloce romba il motore: pur sopra la tua casa e vedo te che preghi dinanzi al focolare. Ma triste è il momento, s'impenna l'ala, in vite cado e dopo più nulla; soltanto un letto d'inferno che tiene lontano dal mondo. Lo vedi mamma, mi tocca daccapo ma un giorno ti prometto ancor fiera di me ti sentirai. Lo vedi mamma, anche la cattedra: già professore di diritto per alunni ragionieri che mi sovrastano in età. Lo vedi mamma, un giorno altre vie ancor percorrerò. Lo vedi mamma, adesso, magistrato, i cattivi io giudico ed i buoni nell'insegnamento di papà: l'onestà e sempre l'onestà! Sii felice mamma, un giorno ancor ti stupirò: or sono un principe del foro, per l'assoluzione di Giovanna contro lo stupro del violento! Ed infine mamma, un giorno di nuovo cambierò: pur se canuto e stanco, or verso la poesia e con umiltà racconterò i miei ricordi perché sento forte la mancanza: tornare in te, nel liquido amniotico restare ed ascoltare ancora il tuo lamento.   Ugo D’Onofrio

  • Capracotta - Le strade dell'acqua

    Come ogni montagna che si rispetti, Capracotta ha un territorio splendido, ricco di acque sorgive. Questo territorio, che ha visto il crollo della presenza di contadini ed allevatori - coloro che più di tutti contribuivano alla sua salvaguardia - è tuttora ben conservato grazie all'opera indefessa di tutti quei volontari, non più giovanissimi, che ogni giorno in ogni stagione di ogni anno coccolano il territorio capracottese. Sono tanti - ma non tantissimi - quelli che dovremmo ringraziare: Lucio Carnevale, Pasqualino Carnevale, Aldo Casciero, Carmine Ciolfi, Angelo Conti, Sebastiano Conti, Ennio Di Nucci, Pasqualino Di Vito, Giovanni Fiadino, Michele Monaco, Erberto Paglione, Pasquale Paglione, Pasqualino Potena, giusto per fare qualche nome. Camminatori infaticabili che ben conoscono il nostro territorio e che, spesso di tasca propria, aiutano a migliorare i sentieri, le mulattiere e i fontanili. Grazie alla passione di queste persone e grazie al lavoro di ricerca portato avanti da Filippo Di Tella, anche io mi sono interessato, sempre più, alla sentieristica e alle sorgenti, a cui aggiungo un gusto innato per l'esplorazione. Sentieri e sorgenti, infatti, a mio avviso dovrebbero sempre andare di pari passo, perché i camminatori hanno bisogno di acque presso cui sostare e rinfrancarsi. Sempre a mio modesto parere, quindi, sarebbe interessante creare una nuova rete di sentieri basata principalmente sulle fonti. E allora, per prima cosa, ho tracciato le 96 fonti presenti sul territorio di Capracotta (pallini rossi), a cui ho aggiunto quelle convicine. Ho poi proceduto all'ibridazione della mappa appena creata con diverse piante topografiche conservate presso l'Archivio di Stato di Campobasso che sono una fedele fotografia della situazione di Macchia, Guastra, Cannavina, Monteforte, Ospedaletto e Prato Gentile nel Sette-Ottocento. Il risultato finale è una mappa delle fonti di Capracotta comprensiva di 11 fonti di cui si è persa posizione e memoria (pallini bianchi). Tuttavia, grazie alle ortofoto del Geoportale Nazionale, a Google Earth e, soprattutto, alle esplorazioni in loco, è giunto il momento di dar vita a: CAPRACOTTA - LE STRADE DELL'ACQUA Si tratta di 20 percorsi, tutti piuttosto lunghi ed impegnativi, che ho messo su carta ma che giocoforza necessitano di essere testati. Questi percorsi partono da una fonte posizionata su strada (quindi raggiungibile in automobile) e, seguendo una logica storico-territoriale, ne toccano tante altre, cosicché ad ogni fonte ci si possa riposare, raccontare storie ed aneddoti, e ovviamente fare una corposa colazione. È un lavoro titanico ma la mia idea è quella di partire ogni domenica mattina, armi in spalla (si fa per dire: intendo con qualche attrezzo utile!), verso una fonte e riportarla all'antico splendore. Con l'occasione, ovviamente, potremo mangiarci un panino con la frittata e goderci l'acqua freschissima di quella specifica fonte. L'obiettivo è capire se il progetto delle "strade dell'acqua" è fattibile o meno e, in caso negativo, avremo perlomeno portato a nuova vita un pezzo di storia agropastorale di Capracotta. Percorso 1 - STRADA della TERRA Fonte delle Carceri Fonti del Cimitero Fontana dell'Emigrante Fonte Giù Fonte della Madonnina Fonte del Mercato Fonte della Piazzetta (o di Don Cesare) Fontana di S. Giovanni Fonte di S. Rocco Fontana della Torre Fontana della Villa Percorso 2 - STRADA della GUARDATA Fonte Brecciaia Fonte Comunicio Fonte delle Croci Fonte del Cutruglio Fontana delle Farfalle Fonte Agro-silvo-pastorale Fonte di Ponte di Ferro Fonte del Pilone Nuovo Fonte del Pilone Vecchio Lago della Vecchia Percorso 3 - STRADA delle CESE Fonte del Cippo Fonte Chiara Fonte Fredda Fonte del Procoio Fonte di S. Lucia Percorso 4 - STRADA del VERRINO Capo Verrino Fonte dei Cimenti Fonte di Lucietta Fonte di Piana Carbone Fonte di S. Croce Percorso 5 - STRADA della DIFESA Fonte d'Antuono Fonte Gelata Fonte Ammone Fonte di Paschitto Fonte del Sorice Percorso 6 - STRADA della ZOLFANARA Acqua Zolfa Fonte di Don Giacinto Fonte dei Sozzi Percorso 7 - STRADA delle INCOTTE Fonte del Capriolo Fonte Nascosta Fonte del Pisciariello Fonte del Sambuco Percorso 8 - STRADA dei MONTETTI Fonte dei Carovilli Fonte del Macariello Fonte di Matasseneta Fonte di Prato Gentile Percorso 9 - STRADA della CANNAVINA Acqua di S. Giovanni Fonte della Cannavina Fonte dei Castrati Fonte del Cerro Fonte di Dentro Fonte della Gallina Fonte Murata Percorso 10 - STRADA del CAMPO Fonte d'Argenzio Fonte del Forno Fonte la Gravara Fonte del Meluccio (o di Calzettone) Fonte dei Pezzenti Pescara Pozzo De Cagno Percorso 11 - STRADA di GUASTRA Fonte delle Cupelle Fonte Guastra Fonte di Gennaruccio Fonte della Lama Fonte del Lupo Fonte Mastrostefano Fonte di Nigghione Fonte della Valcona Percorso 12 - STRADA di VALLESORDA Fonte del Bacile Fonte di Colamatta (o Caccia e Mitt') Fonte di Malcorpo Fonte della Netta Fonte della Spogna Lago di Mingaccio Percorso 13 - STRADA degli IACCIOTTI Fonticelle Fonte di Davione Fonte della Piana Fonte degli Staffoli (o della Vorraina) Fonte di Zio Berardino Percorso 14 - STRADA del CAPRARO Fonte di Carminantonio Fonte di Don Salvatore Fonte Galante Fonte Nascosta Fonte dell'Orso Fonte di Pescobertino Fonte di Sotto il Monte Fonte della Staccia Lago di Pescobertino Percorso 15 - STRADA di S. NICOLA Fonte di Colle delle Apete Fonte del Bove Fonte del Pisciariello Fonte Scannese Fonte del Trocco di Lemme Percorso 16 - STRADA della MACCHIA Fonte del Duca Fonte dell'Eremita Fonte Guagnarda Fonte del Tremolizzo Fonte della Veticara Percorso 17- STRADA di PADULI Fonte del Galluccio Fonte di Pietra Campanile Fonte di Pietra Pomponio Fonte della Pignatara Lago Spadone Percorso 18 - STRADA di MONTEFORTE Fonte dell'Acquanera Fonte del Cavallo Fonti di Monteforte Fonte della Morgia Fonte dei Prati Fonte della Terravecchia Percorso 19 - STRADA dell'OSPEDALETTO Capo d'Acqua Fonticelle Fonte dell'Ospedaletto Fonte del Padulone Fonte della Parchesana Fonte di S. Simmaco Fonte Vecchia Percorso 20 - STRADA di S. MARIA Acqua Lucina Capo Verrino Fonte di Monte Fiorito Fonte delle Moree Francesco Mendozzi

  • L'organo ha il fiocco rosa... quando alla consolle c'è l'altra metà del cielo

    Elisabeth Cruciger (1500-1535). Tu suoni per il vento e viaggi dove la pace sussurra tra le piante tutta una nostalgia... [A. Merini, "In cima ad un violino", 1999] Ad Antonella Inno Giamila Berré Daniela De Angelis ...le mie Maestre. Molti eventi e comportamenti del passato derivarono da consuetudini, prassi consolidate e regole scaturite da criticabili formae mentis che oggi nella civiltà occidentale per fortuna sono quasi completamente scomparse. Lo studio di tali incredibili situazioni può indurre nell'uomo moderno giusti sentimenti di condanna verso azioni e mentalità che putroppo non possono essere cancellati ma nemmeno debbono essere dimenticati come qualcosa di cui vergognarsi. Invece devono essere studiati e contestualizzati affinchè non possano ripetersi. In un passato denso di ombre tuttavia delle luci hanno brillato e meritano di essere esaltate. Facciamolo insieme mettendo da parte slogan e retorica, tenendo ben presente che «solo chi scorda il proprio passato subirà la condanna a riviverlo». Come in altre arti anche nel mondo della musica, e della attività organistica in particolare, il ruolo della donna subì forti limitazioni e compressioni se non letterali preclusioni, ma il genio compositivo ed artistico delle nostre antenate non ne fu annientato. La ricerca documentale e storica porta alla luce continuamente donne strumentiste e compositrici che hanno contribuito sommessamente, ma non per questo trascurabilmente, alla crescita dell'arte e che pertanto meritano di essere conosciute, apprezzate e poste a pari merito accanto ai colleghi di sesso maschile. Documenti, pitture e sculture ci mostrano che la donna ebbe ruoli fondamentali ed indispensabili nella musica sacra e profana fin dagli albori come ballerina, strumentista e cantante e sicuramente compositrice, come ad esempio Saffo di Lesbo (630-570 a.C.) musicista e poetessa ed insegnante di arti musicali. I canti e le danze spesso erano legate ai culti della terra e della fertilità, rappresentati da figure femminili come di sesso femminile era la dea Nikal ad Ugarit (1.400 a.C). Nell'antico Egitto, sotto l'egida della dea Meret, le donne danzatrici, cantanti e strumentiste erano figure centrali nel culto come legame tra spiritualità ed espressività. Le muse greche, patrone di arti e scienze erano di sesso femminile e tra esse Euterpe sovrintendeva alla musica. Alla dea Atena era attribuita l'invenzione dell'aulos, strumento tubolare ad ancia. Alla ninfa Syrinx era dedicato il flauto di Pan, appunto "siringa", antenata dell'organo a canne. Nell'antica Roma l'educazione musicale ed alla composizione era complemento della formazione delle donne di ceto elevato, delle sacerdotesse per le funzioni sacre e delle musiciste professioniste, spesso schiave o liberte, che si esibivano nelle cerimonie pubbliche ma la cui professione era (sic!) vista con sospetto morale. Strumenti preferiti erano la cetra, la lira e i flauto ma possiamo sospettare che avessero anche la capacità di azionare gli hydraulos o i primo organi portativi a mantice. E poiché cantava inni a Dio, mentre risuonavano strumenti ed organi, santa Cecilia, nobile romana martire del II-III secolo, fu consacrata patrona dei musicisti e costantemente raffigurata seduta all'organo fin dal Medioevo nelle miniature, nei dipinti e nelle vetrate delle cattedrali. Probabilmente l'allegoria della musica identificata come una donna seduta alla tastiera di un organo deriva proprio da queste raffigurazioni. Le invasioni barbariche fecero decadere l'uso dell'organo nell'Impero romano d'Occidente che poi fece la sua ricomparsa intorno al IX secolo nel chiuso dei conventi e dei monasteri, luoghi di studio, conservazione del Sapere e di ricerca musicale. Ma anche nelle corti più ispirate e nelle famiglie benestanti la "musica dal fiocco rosa" ricominciava il suo cammino. Paradossalmente l'organo fu uno dei pochi strumenti consentiti alle donne nei contesti liturgici del passato. Lo studio della musica sacra e della relativa composizione fu appannaggio anche delle religiose e possiamo certamente immaginarle apprendere la tecnica dell’organo come accompagnamento del canto gregoriano e successivamente nel trasportare sulle tastiere le composizioni vocali polifoniche (intavolature). Ildegarda di Bingen (1098-1179), monaca cristiana, scrittrice, mistica, naturalista, erborista, cosmologa e teologa, nominata da Benedetto XVI dottore della Chiesa, fu anche compositrice di 77 melodie gregoriane per coro femminile con assolo di non facile interpretazione. Molto probabilmente si avvalse dell'accompagnamento d'organo nella esecuzione delle sue opere, strumento che iniziava a diffondersi velocemente nei conventi e non possiamo escludere che lei stessa, personalità così poliedrica, sedesse spesso alla tastiera. La recente riscoperta e ricostruzione del famoso "organo dei Crociati" può darci un'idea molto esaustiva sulle sonorità utilizzate in quegli anni così lontani dalle musiciste coeve di Ildegarda e forse da lei in persona. Le prime decadi del XVI secolo videro un cambio di passo importante nel ruolo della donna musicista/organista. La Chiesa riformata, generatasi dal pensiero teologico di Martin Lutero, determinò una significativa trasformazione del ruolo femminile nella musica sacra anche se tale ambito rimase predominio del sesso maschile. Il canto comunitario, la cui massima espressione si concretizzò nel corale, aprì le porte della partecipazione attiva alle donne nell'ambito della liturgia nonché alla formazione organistica. Tuttavia incarichi professionali istituzionali come organista titolare, Kapellmeister o strumentista di chiesa rimasero ristretti al sesso maschile. Ma in ambito domestico le donne ebbero ruolo fondamentale come educatrici e responsabili della trasmissione del canto corale per tutta la famiglia ed esperte esecutrici alle tastiere o agli strumenti ad arco. Un cenno importante va dato alla regione del Toggenburg dove la confessione calvinista vietava la musica religiosa nelle chiese. Il canto e la musica erano invece consentiti in ambito familiare con l'accompagnamento dei famosi organi di casa (Hausorgel) azionati quasi esclusivamente da mani femminili. Sarà proprio questa apertura, originatasi nella Chiesa riformata, che, pur se molti anni dopo, porterà le donne organiste a rivestire ruoli prestigiosi nell’insegnamento e nelle istituzioni. Questo non esclude la presenza, fin dalle origini, di donne compositrici come Elisabeth Cruciger (1500-1535) poetessa e musicista, autrice del famosissimo corale di Avvento "Herr Christ, der einig Gotts Sohn", tuttora presente nell'innario evangelico e melodia portante di molti grandi corali per organo. Sostenitrice dei canti corali liturgici e popolari fu anche Katherine Zell (1497-1562) autrice anche di una raccolta di inni. Le donne erano invece ampiamente ammesse come cantanti e strumentiste nelle ensemble di corte. Guglielmina di Bayreuth (1709-1758), sorella di Federico il Grande, fu compositrice e strumentista: il suo stile ricorda quello di Johan Sebastian Bach che sicuramente ebbe modo di conoscere e del quale il fratello, anch'egli appassionato musicista e flautista, era estimatore. Guglielmina, insieme al marito, fu iniziatrice della tradizione musicale di Bayreuth che successivamente attirerà l'interesse di Richard Wagner. Anna Amalia di Prussia (1723-1787) sorella di Federico e Guglielmina, studiò organo e clavicembalo con G. Hayne e composizione con J.P. Kirnberger, allievo di Bach. Autrice di suites musicali fu collezionista di musica coeva ed antica comprese molte opere di Bach. Il suo stile si avvicina più alla musica galante che andava via via diffondendosi che non al profondo e solido stile barocco tedesco. Anna Magdalena Bach-Wilcke (1701-1760) fu la seconda moglie di Bach. Cantante e figlia d'arte costituì un importante sodalizio musicale con il marito organizzando serate musicali domestiche e facendo diventare casa Bach un centro culturale di Lipsia. A lei Bach dedicò il "Quaderno di Anna Magdalena" la cui seconda versione contiene oltre a brani propri e raccolte di musicisti coevi, anche due corali di sicura esecuzione all'organo. In sostanza una antologia per lo studio delle tastiere che ancora oggi fa parte dei primi bagagli dello studente in tale materia. Una recente teoria vuole identificare la celebre "arte della fuga" come un secondo libro dedicato ad Anna Magdalena. Non sappiamo con certezza se fosse organista, ma sicuramente contribuì al lavoro del marito come consulente e collaboratrice nella stesura e trascrizione dei vari spartiti relativi a passioni e cantate: la pubblicazione a stampa era rara e costosa e i vari brani venivano via via composti e rimaneggiati in base alle esigenze come una musica usa-e-getta; per questi motivi, approssimandosi una particolare esecuzione, la redazione delle singole parti relative agli strumenti dell'orchestra, organo continuo, voci di coro e voci soliste, era frutto di una collaborazione di tutta la famiglia dei vari compositori con l'ausilio degli studenti ed allievi personali. Per questo lavoro svolto, fianco a fianco, possiamo osservare come la scrittura musicale di Anna Magdalena in alcuni tratti diventi indistinguibile da quella di Johann Sebastian. Questo ha portato alcuni critici a pensare che dietro molte opere bachiane ci sia la mente creativa di Anna Magdalena, ma lo stile del marito all’organo e nelle altre composizioni rimane inconfondibile così come i testimoni riferiscono la sua capacità improvvisativa che fu memorabile e quindi tale ipotesi, pur se suggestiva, non ha trovato prove certe a suffragarne la validità. Tuttavia mi piace pensare che ogni tanto durante una prova o la prima una stesura di un brano, Sebastian, pur se conscio della potenza della sua Arte, abbia alzato il capo e voltandosi verso Anna Magdalena le abbia affettuosamente chiesto: «Ti piace?». Ma vorrei ricordare che anche Maria Barbara Bach (1684-1720), cugina in secondo grado e prima moglie del Maestro, che fu anch’essa figlia d’arte e cantante. Forse fu prorio lei la «ragazza straniera» che, nel 1706, cantando nel coro della Neue Kirche di Arnstadt, dove Bach rivestiva il suo primo incarico di organista titolare, gli valse un aspro rimprovero da parte dei membri del consiglio parrocchiale. Maria Barbara e Johann Sebastian si sposarono nel 1707. Un pensiero curioso può svilupparsi circa la comparsa di composizioni organistiche del XVII-XVIII secolo di autori su cui non si ha alcuna notizia biografica come Scheidemantel e Tauscher. Ad eccezione di alcuni brani per organo a loro attribuiti in realtà è come se non fossero mai esistiti pur se in alcune pubblicazioni ne vengono scrupolosamente riportate le date di nascita e di morte. Ma a tali dati non corrisponde alcun documento a supporto. All’ipotesi di alcuni musicologi che ritengono tali nomi degli pseudonimi di compositori famosi, potremmo affiancare l'idea di trovarci davanti a “nicknames” maschili usati da donne compositrici in un'epoca dove era “sconveniente” la diffusione delle opere adottando il nome reale. Per inciso tale ipotesi è stata posta anche per l'Odissea di Omero. A differenza dell'Iliade, dominata dai personaggi maschili eroici e roboanti, il secondo poema omerico pone gli uomini su un piano secondario conducendo altresì una fine trattazione psicologica dell'animo delle protagoniste femminili: bagaglio analitico che forse solo una donna poteva sostenere e descrivere così minuziosamente. Un po' diverso fu l'andamento degli eventi nella Chiesa Cattolica con impatti profondi e incredibilmente contraddittori. La Controriforma con i dettami del Concilio di Trento irrigidì ancora di più le regole per la musica liturgica. La concezione verticale fu resa ancora più stringente: il canto dell'assemblea non fu consentito e meno che mai il canto femminile, sostituito dal canto dei castrati in base allla rigida interpretazione delle parole di san Paolo: «Mulieres in ecclesia taceant» (Le donne tacciano nell'assemblea). Tuttavia nelle clausure, dove oltre che per vocazione si entrava per esigenze familiari o economiche, lo spirito musicale fu promosso e giunse a livelli eccelsi, benchè la pratica musicale durante la liturgia fosse consentita solo al riparo delle grate e ai musicisti maschi fatto divieto di insegnare nei conventi femminili tranne alcune eccezioni. Tra i pochi strumenti permessi l'organo fu confermato come strumento principale e di eccellenza. Paradossalmente, se la Controriforma aveva cercato di silenziare la "voce" musicale femminile, la riscossa delle donne musiciste cominciò proprio dalle sue viscere. La ricerca archivistica ha fornito centinaia di nomi di religiose organiste nei vari conventi e clausure: il servizio musicale ritenuto così poco consono, se non addiritura disonorevole per le donne laiche, divenne una punta di diamante tra le mura dei monasteri. Ne ricordiamo alcune: Raffaella Aleotti (1575-dopo il 1640), sorella maggiore di Vittoria (o forse il nome che Vittoria assunse entrando in convento), fu badessa, valente organista e brillante compositrice. Fu anche la prima donna a pubblicare composizioni di musica sacra. Lucrezia Orsina Vizzana (1590-1662) fu cantante, compositrice ed organista. Il suo stile si ricollega alla spiritualità medievale quasi in contrapposizione alla prassi compositiva postconciliare. Isabella Leonarda (1620-1704) fu una compositrice prolifica, organista e maestra di cappella. La sua musica raffinata e di grande impatto emotivo è uno dei punti di riferimento del Barocco. Queste numerosissime strumentiste e compositrici diedero un tale lustro ai rispettivi conventi che l'autorità papale dovette emanare direttive per evitare contrapposizioni, rivalità e gelosie tra i vari ordini che finivano per sfociare in un vero e proprio tifo da stadio. Tra il 1566 e il 1700 ben 23 organiste videro pubblicate le proprie opere pur con le limitazioni imposte dalla Chiesa. Le cosiddette putte di choro erano selezionate tra le donne orfane, diseredate o abbandonate che che a Venezia tra il XVII e il XVIII secolo venivano ospitate ed allevate nei quattro grandi ospedali della città. Le più talentuose ricevevano una educazione musicale di altissimo livello diventando musiciste polistrumentiste professioniste e pertanto famose in tutta Europa, riportate non solo nei trattati musicali, ma celebrate anche dai letterati coevi. Si esibivano anche nei concerti pubblici ma nascoste da grate o pannelli decorati. Gli stessi maestri, tra cui Antonio Vivaldi, erano di primordine. Non avendo un cognome venivano identificate dallo strumento che suonavano. Abbiamo così tra le tante: Anna Maria dal Violin (allieva prediletta di Vivaldi), Chiaretta (la cantante, forse per la sua voce chiara), Fortunata la Cantòra, Pellegrina dall'Oboe e... Lucietta Organista. Quest'ultima fu l'organista preferita di Vivaldi e recentemente è stato dato alle stampe un volume dove tramite documenti e ricerche archivistiche si narrano le rispettive vite poste in parallelo. Vivaldi non ha composto brani per organo solo, ma l'organo come "continuo" è presente in moltissime sue creazioni. Le "figlie", o putte di choro, hanno curato molte delle prime esecuzioni pubbliche delle opere vivaldiane. In ambio laico la preparazione musicale femminile fu considerata complemento alla formazione delle giovani nobildonne o di buona famiglia. La professione se non corredata da mecenati di alto livello o derivata come eredità di famiglia di musicisti benestanti era considerata disdicevole e le donne musiciste, prive di questi requisiti, bollate con il marchio della dubbia moralità ed impudicizia. Pertanto molte opere furono dimenticate poiché tali artiste ritenute non sufficientemente autorevoli per comporre. Ma negli appartamenti privati fiorivano piccoli organi portativi addirittura fatti con il cartone per ottenere strumenti facili da spostare. Élisabeth Jacquet de la Guerre (1665-1729) fu figlia e moglie di organista e lavorò sotto la protezione del Re di Francia. Fu compositrice per le tastiere oltre che insegnante ed esecutrice. Il suo stile si basa sullo studio delle composizioni di Corelli. Sotto il patrocinio di Luigi XIV la corte di Versailles ebbe a disposizione molte strumentiste di alto valore, ma tranne le rare eccezioni il ruolo istituzionale di organista rimase confinato al sesso maschile. E la stessa famiglia pur curando la preparazione musicale della donna poi ne impedì la pubblicazione delle opere come accadde a Fanny Cäcilie Mendelssohn-Bartholdy (1805-1847), sorella di Felix. Ebbe la possibilità di seguire gli stessi studi del fratello diventando abile pianista ed organista. Tuttavia fu osteggiata dal padre nel tentativo di diventare una professionista mentre il fratello pur supportandola come artista era cauto sul fatto che pubblicasse le sue valide opere anche dedicate all'organo. Molti di questi componimenti attendono ancora di essere divulgati pur se Fanny è una delle poche esponenti musicali della prima metà del XIX secolo. Ma a partire dalle seconda metà del XIX secolo la carriera di organista divenne appannaggio anche delle donne che entrarono nei conservatori come allieve e docenti di organo, diventando anche valide concertiste ed interpreti. Un cammino trionfale che oggi prosegue incessantemente nelle varie specializzazioni. Molte donne, inoltre, sono anche delle abili costruttrici di organi e pilastri di molte botteghe organare. Tra le tante ricordiamo: Elizabeth Stirling (1819-1895) fu una delle prime a conseguire il titolo di organista effettivo titolare e fu famosa per l'uso eccezionale della pedaliera. Fu la stessa Chiesa anglicana a porsi la domanda sul perché le donne non potessero diventare organiste effettive poiché discriminate a causa del sesso, e vista anche la domanda in crescita di validi esecutori per aumento degli edifici sacri. Elfrida Andrée (1841-1929) Attivista del movimento delle donne svedesi, dal 1867 assunse l'incarico di organista della cattedrale di Göteborg e lottò per cambiare le leggi del suo paese affinchè le donne potessero diventare organiste titolari. Divenne membro dell'Accademia Reale Svedese di Musica. Marie-Claire Alain (1926-2013), figlia d'arte e sorella di Jehan, Marie-Odile e Olivier (tutti organisti), fu allieva di Marcel Dupré ed è stata una delle massime interpreti, concertiste e docenti del XX secolo. Impressionante la sua produzione discografica con l'opera omnia di tantissimi grandi del passato. Ha contribuito alla riscoperta della prassi esecutiva barocca e creato una delle più importanti scuole organistiche mondiali. Montserrat Torrent (1926), docente, interprete e concertista, è una leggenda vivente. Nonostante l'età e una incipiente sordità continua quotidianamente lo studio dell'organo e recentemente si è esibita anche in Italia sfidando le crisi di ansia del suo medico curante. Attualmente, la decana delle organiste è Mary Conklin, che a 103 anni è l'organista della First Presbyterian Church di Winnebago in Minnesota (USA), tuttora in servizio, subentrata nel 2010 alla vecchia organista titolare ritiratasi all'età di 73 anni! La Society of Women Organist, organizzazione britannica, con sede presso la Royal Festival Hall di Londra, dedicata al raggiungimento della parità di genere nel mondo organistico, fondata nel 2019, tra le tante attività culturali produce una rubrica di racconti legati alle donne organiste, le "Bench Stories" (storie della panca), e cura la raccolta di opere per organo scritte da donne nel corso dei secoli. Non c'è cancello, né serratura, né chiavistello che possiate mettere sulla libertà della mia mente. [V. Woolf] Francesco Di Nardo

  • Corpi demaniali e feudi nella Capracotta del 1780

    Pianta di tutto il tenimento di Capracotta (1780). La "Pianta di tutto il tenimento di Capracotta coll'individuazione de' corpi demaniali e feudi" del 1780 è un documento eccezionale per la conoscenza del territorio capracottese del XVIII secolo, giacché riporta i nomi delle località, dei valloni e delle fonti più importanti del tempo, con una scala geometrica di 1.000 passi. È una pianta che meglio di ogni altra descrive il fenomeno del feudalesimo medievale, in cui vi sono, da un lato, i feudi, ossia le unità territoriali, giuridiche e fiscali concesse da un signore ad un vassallo in cambio di fedeltà, servizi militari e consulenza; dall'altro appaiono i terzi demaniali, una forma di organizzazione territoriale in cui un terzo delle terre era gestito direttamente dal demanio, mentre i restanti due terzi erano nelle mani dei signori. Questa suddivisione garantiva al settore pubblico il controllo strategico su parti del territorio. Colpisce infine la forma del nostro territorio che, mai come in questa pianta, assume i connotati di una capra vera e propria! Ora passerò in rassegna prima i 9 corpi demaniali e poi i 7 corpi feudali che componevano il tenimento di allora nel XVIII secolo, da cui restano sospesi due territori contesi, quello di Monte le Pere, conteso con Castel del Giudice, e quello di Stocco, conteso con Pescopennataro. Le Cesa Le Cese, situate ad est di Capracotta, sono un corpo demaniale che, a differenza della Guardata, furono disboscate per lasciare spazio alle coltivazioni, di cui il popolo capracottese aveva bisogno. Il toponimo richiama non tanto la forma di governo del bosco ceduo, quanto la cesina  di origine longobarda, ossia il taglio relativamente recente degli alberi. Santa Croce Fondato sul finire del Trecento, il piccolo monastero di S. Croce di Verrino dipendeva dal cenobio agnonese di S. Maria a Majella. Nel XV secolo l'area sud-orientale di S. Croce divenne demanio di Capracotta a seguito dell'abbandono dell'omonimo eremo celestiniano che vi sorgeva e della conseguente causa tra i padri celestini di S. Spirito del Morrone e Giuliano da Macchia. Nel terzo demaniale di S. Croce vengono segnalati due gruppi di mulini. Vallesorda Vallesorda è una delle più antiche contrade del nostro territorio, situata a meridione di Capracotta, ed anch'essa menzionata sin dall'anno Mille per le ripetute donazioni di cui fu oggetto, assieme a sorgenti (è segnalata la Spogna), boschi e vigne, in favore del monastero benedettino di S. Pietro Avellana. Il suggestivo toponimo di Vallisurda  che la contraddistingue è notoriamente legato all'assenza di eco generata in quell'ampia valle. Le Fonticelle Quello delle Fonticelle è un corpo demaniale stretto tra il feudo dell'Ospedaletto, il feudo di Monteforte e i terzi della Vorraina e di Vallesorda. Il nome delle Fonticelle deriva dalla grande presenza di acqua sorgive, scaturenti dai boschi di Monte Capraro e Monte Cavallerizzo, le quali ingrossano a valle il torrente Verrino. Vorraine Ennesimo terzo demaniale del territorio di Capracotta, le Vorraine (rinvenibile anche al singolare di Vorraina) sono un'area mista di bosco e pascolo situata sul versante orientale di Monte Capraro. L'inconsueto toponimo di questa località deriva dalla borragine, una pianta erbacea che, probabilmente, in passato era presente su quei prati. Le Contra Nella Capracotta feudale le Contra erano un altro terzo demaniale, comprendenti la parte boscosa di Sotto il Monte e i prati coltivabili del vallone Molinaro. Il suo toponimo non è che una contrazione di "contrade", con particolare riferimento a quelle zone eminentemente rurali, poste ad occidente di Capracotta, in cui è sempre mancata una stabile presenza abitativa. Piedi le Pietre Giacché nel Medioevo il centro di Capracotta era detto Terra (anche Ristretto della Terra o Terra Vecchia), la località posta al di sotto del paese non poteva che chiamarsi Sotto la Terra, presente in cartografia col nome di Piedi le Pietre, toponimo che ancor più rimanda alla posizione ribassata rispetto ai rocciosi Ritagli. Sotto la Terra è oggi una delle tre frazioni del Comune di Capracotta. La Difesa Al pari di tante altre località dell'Italia centrale e meridionale, anche la Difesa di Capracotta nacque quale parte boscosa da salvaguardare per l'approvvigionamento di legna da ardere. Non è un caso se anche il feudo di Guastra aveva una propria Difesa, così come esisteva una Difesa del Macello per gli abitanti del rione di S. Antonio, situata laddove oggi sta la villa comunale. Guardata Situata a nord di Capracotta, la Guardata nasce come terzo demaniale facente parte delle Cese e, a differenza di quella attuale, adibita al pascolo bovino, era un tempo ricoperta di boschi, poiché funzionale ad un bisogno primario del popolo capracottese: il legnatico. Il nome della Guardata proviene dal fatto che dal suo promontorio è possibile ammirare l'intera valle del Sangro fino alla catena montuosa della Maiella. È in questo corpo che viene segnalata la Fonte del Sambuco. Ospidaletto Assieme alle Vicenne Piane e ai Bralli, anche l' Hospitaletto  è stato un feudo passato di mano in mano nel corso dei secoli, entrato nel 1507 nel tenimento di Capracotta. Dopo l'eversione feudale, su queste fertili terre sorse una lunga causa tra cittadini e Comune di Capracotta, terminata nel 1932 con la ripartizione dei demani e scioglimento della promiscuità. Buona parte dell'Ospedaletto è ancor oggi proprietà privata della famiglia Selvaggi. Monteforte Quello di Monteforte è un altro feudo sorto nel Medioevo, all'interno del quale erano anticamente acquartierate sparute legioni di guardia militare, che lì avevano impiantato un piccolo centro abitato, dotato di chiesa, campi e pascoli, in un luogo aspro perché costantemente battuto dal vento, tanto che il toponimo di Monsfortis  richiama probabilmente l'ingenerosità di quell'ambiente naturale. Guastra Anche Guastra era un feudo ducale, ancor più redditizio dell'Orto Ianiro, poiché situato ad un'altitudine minore e ricco di acque sorgive. Il nome di questa località (rinvenibile anche al plurale di Guastre) è di sicura derivazione longobarda: o è il guasto  inteso in senso amministrativo di "gastaldato", oppure proviene dalla parola wast , indicante un luogo in rovina o che ha subito una devastazione. Ortojaniro Coi suoi 1.382 tomoli, questo era il più ampio feudo di proprietà ducale, nei cui confini le famiglie avvicendatesi al titolo di Capracotta trassero buone rendite dal pascolo e dal seminativo. Il nome dell'intera zona, posta a nord-est, è certamente legato alla famiglia capracottese Ianiro, variante di Ianigro, che discende probabilmente da un qualche Giovanni coi capelli corvini. Macchia La Macchia (rinvenibile anche al plurale di Macchie) è un'antichissima contrada del nostro territorio, oggi frazione del Comune di Capracotta. Il suo nome affonda le radici nel Basso Medioevo, quando il feudo di Maccla Strinata  era più popoloso di quello di Capracotta stessa. Gravitante attorno al vicus romano della Fonte del Romito, la Macchia aveva anche un proprio cimitero ( ustrinum ). Cannavina e Cannavinello I boschi della Cannavina e della Cannavinella entrarono ufficialmente nel novero dei feudi di Capracotta durante la dominazione spagnola e più precisamente sotto l'investitura di Andrea d'Evoli, il quale vide la sua discendenza spogliata dei beni feudali nel 1568, dopo che la Regia Corte di Napoli punì i nipoti Andrea, Cesare ed Antonio per un doppio delitto di cui si erano resi colpevoli. Francesco Mendozzi

  • Preghiera (dalla Cometa alla Resurrezione)

    Sconosciuto amico! Non turbar la notte e non sporcar l'incanto del silenzio: oggi è Natale! È sufficiente la tremula luce della stella ad illuminar la terra: bianca fiammella che segna il percorso della grotta! Rinuncia all'ordigno di festa che a me ricorda la guerra, ricordi sopiti e mai cancellati: piccolo bambino appena aperto alle gioie della vita sopraffatto dal terror delle bombe, dal crollo della casa così bella dalle mine distrutta in un momento; le strette della fame e della sete, il freddo pungente che anneriva  tenere carni intorpidite dal nevischio; piedi scalzi che inciampavano in ciottolosi sentieri di campagna o affondavano in terra turgida e melmosa alla ricerca, tuttavia, di sicuro rifugio. Or sono stanco, molto stanco ed ho voglia di dormire; desidero adagiare la mia testa su morbido cuscino e deporre sul candido guanciale i ricordi del passato: anche il breve presagio del futuro che mi resta. Ti prego sconosciuto amico, accogli il mio lamento! Fà che i laschi e canuti capelli diventino sottili fili di argento; che la brutta fronte sporcata dalle rughe sia candida pietra levigata come di marmo pregiato; che le gote ormai scarne, infossate in velo trasparente di pelle sottile ed aggrinzita, si trasformino in guance rosee, paffute come viso di bambino, mentre le dita delle mani, corrose e distorte dall'artrosi, vengano scolpite dall'artista per diventare capolavoro di bellezza.  Fa' che il corpo, ormai curvo e rannicchiato, riacquisti la prima giovinezza, e che esso,trasformato, trovi pace  e s'addormenti nella mangiatoia. Ecco... io ti ringrazio, mio caro e sconosciuto amico, perchè hai dato ascolto alla mia voce e vita hai permesso al mio riposo. Già suona il campanone del primo mattino che m'invita al risveglio e che annunzia il Cristo risorto: un ampio segno di croce perchè Lui è d'accanto; ne avverto l'amore anche se sono stato io a gravarne le spalle innocenti del legno pesante della croce, a coronarne la fronte di spine, a farlo cadere tre volte lungo la salita, trafiggendo con la lancia il suo cuore perchè esalasse l'ultimo respiro. Ma io sento che m'ha perdonato e mi indica cammino di fede e di speranza! Ugo D'Onofrio

  • La Sindone, una porta aperta sul mistero

    La Sindone di Torino. Non c'è nulla di nascosto che non sarà svelato, né di segreto che non sarà conosciuto... [Mt 10,26] La Quaresima e la prossima Pasqua di Resurrezione ci portano, ancora una volta, a riflettere ed interrogarci su eventi che, pur svoltisi duemila anni fa, hanno contribuito a formare il nostro pensiero e guidato la storia occidentale. Credere o non credere sono scelte eclusive di ciascuno, ma una reliquia, comparsa misteriosamente da un remoto passato, può influenzare o mettere a dura prova le nostre convinzioni quali che esse siano? Fin dalle prime lezioni universitarie di Medicina e Patologia legale mi sono appassionato alla lettura degli studi e delle ipotesi che, continuamente, vengono condotte su tale misterioso oggetto e oggi vorrei condividere con Voi il fascino emanato da questa avvincente fonte di teorie, grattacapi e continui confronti tra studiosi, credenti e scettici: la Sindone di Torino. Anche stavolta quello che doveva essere un breve scritto è diventato un umile "pippone" riassuntivo basato su informazioni storiche e scientifiche ma, come vedremo insieme, la Sindone non ammette mezze misure: ti prende, ti stupisce, ti crea una certezza e ti pone altre due domande per poi lasciarti con tre dubbi. E allora ricominci, perché la Sindone, «senza resa», come il mare della canzone di Bertoli, «ti aspetta per ricominciare». Dopo la morte sulla croce il corpo di Gesù il Cristo, reclamato da Giuseppe di Arimatea, venne frettolosamente sepolto, dopo averlo cosparso di unguenti, in una tomba nelle vicinanze del Golgota poiché «si avvicinava la Parasceve» (Gv 19.31). Il completamento della sepoltura probabilmente sarebbe stato effettuato una volta trascorso il giorno festivo: infatti le due donne, di buon mattino andarono al sepolcro con unguenti e domandandosi come avrebbero fatto a rimuovere la pietra che ne sigillava l'ingresso. Ma gli eventi andarono diversamente e nel sepolcro, come gli apostoli accorsi poterono constatare, erano rimaste solo le bende che avvolgevano il corpo del Risorto. Sicuramente tali oggetti furono conservati come preziose reliquie ed infatti fin dai primi secoli dopo gli eventi di Gerusalemme compaiono testimonianze e racconti locali riguardo la loro presenza presso alcune comunità cristiane primeve: in particolare un lenzuolo o un sudario su cui era visibile l'impronta lasciata dal cadavere del Crocifisso. Nel 544 viene riportata ad Edessa (oggi Urfa, in Turchia) la presenza di un telo su cui era impressa l'immagine acheropita (non realizzata da mano umana) di Gesù detta Mandylion , poi trasferita nel X secolo a Costantinopoli e di cui si persero le tracce durante il saccheggio accaduto durante la quarta crociata, nel 1204. Altre bende, senza menzione della presenza di immagini, vengono segnalate nel 570 e nel 670 a Gerusalemme. Quest'ultima fu donata a Carlo Magno nel 797 e fu trasferita in Francia, a Compiegne, per poi venire distrutta durante la Rivoluzione. Identica sorte subì, nel 1794, il "Sudario di Besançon ", ivi comparso nel 1208 e che, invece, riportava una immagine frontale del Cristo. Attualmente si ritiene che il Mandylion sia effettivamente la Sindone conservata a Torino, anche se altri lo identificano con il "Sudario di Manoppello", anch'esso acheropito, misteriosamente comparso in Abruzzo nel 1506. La parola "Sindone" (ampio lenzuolo) deriva dalla locuzione greca sindon ed ha la stessa accezione. Viene suggerita anche una derivazione del termine dal lontano Oriente, probabilmente dall'India: una delle zone principali dove il lino, che costituisce il telo, veniva anticamente prodotto e che i Romani chiamavano sindus (notare comunque la presenza della radice - ind all'interno del lemma). In ogni caso la fama acquisita nel corso dei secoli dal lenzuolo di lino conservato nel Duomo di Torino ha fatto sì che ormai che il termine "Sindone" abbia assunto una denominazione univoca. Tale lenzuolo, delle dimensioni di 4,41 x 1,13 m, costituito da due teli di lino cuciti per lungo, con torcitura delle fibre a Z e intessuto a spina di pesce, e recante una impronta umana frontale e dorsale, fa la sua comparsa ufficiale nella "Storia a Lirey" in Francia nel 1353, custodito dal cavaliere Goffredo di Charny. Successivamente dopo varie vicissitudini entrò in possesso dei Savoia e fu conservato a Chambéry dove nel 1532 subì un danneggiamento ad opera di un furioso incendio. La teca d'argento in cui la Sindone era ripiegata andò incontro ad una parziale fusione e gocce di metallo rovente caddero sul lino bruciandolo in alcuni punti ai lati dell'immagine. Nel 1578 la Sindone fu trasferita a Torino, sopravvivendo ad un altro incendio nel 1997, dove è devotamente conservata tuttora in una teca blindata e in atmosfera controllata di argon per preservare l'immagine da ulteriore degrado. Il primo grande studio multidisciplinare sulla Sindone iniziò nel 1978 con la creazione dello STuRP (Shroud of Turin Research Project) da cui derivarono importanti conclusioni e basi per successive ulteriori ricerche. L'immagine rimasta impressa sul telo è attribuibile ad un individuo caucasico, deceduto per morte violenta da crocifissione romana, maschio e di altezza tra i 170 e 180 cm e sorprendentemente porta tutti i segni riferiti dai vangeli circa gli eventi relativi alla passione e morte di Gesù il Cristo. L'impronta della testa, lievemente inclinata in avanti e sulla destra, mostra la presenza di colature di sangue dovute alle circa 50 ferite causate dalla corona di spine, particolare unico e mai riportato dai resoconti sulle pene capitali inflitte per crocifissione. Il volto, ricompostosi dopo le sofferenze, circondato da capelli lunghi con baffi e barba bipartita, presenta una deviazione lieve del naso che appare allungato come per trauma, con probabile frattura del dorso per numerosi colpi ricevuti e terriccio aderito ai tegumenti derivato da probabile caduta accidentale. I colpi inferti sul viso hanno comportato anche la tumefazione dello zigomo destro, forse fratturato e le palpebre appaiono tumefatte. Intorno alla zona della bocca non sono presenti danni del lino determinati dai vapori ammoniacali sviluppantesi normalmente durante i processi decompositivi cosa che, insieme alla visione generale del cadavere, depone per una breve permanenza del telo sul corpo del giustiziato valutabile in non oltre le trenta/quaranta ore dal decesso. L'esame delle braccia, flesse sull'addome e con le mani incrociate in zona pubica, indicano un individuo con buona muscolatura e destrimane. I polsi recano impronte ematiche per ferite da chiodi dolorosissimamente infissi nello spazio di Destot - creato dai legamenti e dalle ossa del polso - con conseguente flessione spastica dei pollici per lesione del nervo mediano che, pertanto, non compaiono nell'impronta sindonica. L'infissione dei chiodi, come dalle iconografie storiche e moderne nel palmo della mano, avrebbe determinato lo strappamento dei tessuti sotto la trazione dovuta al peso del corpo. Le escoriazioni sui polsi per strofinio sul legno sono attribuibili ai violenti spasmi dolorosi causati dalla infissione dei predetti chiodi. Le ferite dei polsi peraltro hanno determinato colature di sangue sulle braccia sospese sulla croce. L'allungamento anomalo del braccio destro è attribuibile ad una frattura o lussazione della relativa spalla. Il torace, in atteggiamento inspiratorio da fame d'aria e trazione sulle braccia causate sempre dalla permanenza sulla croce, presenta una ferita da lancia a sezione quadrangolare (il pilum romano) sul costato tra la V e la VI costa, 10 cm sotto l'ascella destra, compatibile con la perforazione del cuore. La relativa macchia costituita da siero separato dalla porzione rossa del sangue dimostra che tale ferita venne inferta postmortem («e dalla ferita sgorgarono sangue ed acqu», Gv 19,34) in un soggetto deceduto per probabile infarto miocardico acuto. Le ginocchia scorticate portano anch'esse tracce di terriccio mentre i piedi, deformati ed estesi dalla sovrapposizione in croce, mostrano le ferite della infissione dei chiodi. Il supplizio della croce romana comportava, tra l'altro, la difficoltà a respirare poiché la posizione delle braccia impediva il funzionamento dei muscoli inspiratori e del diaframma fissando la gabbia toracica. Il condannato per repirare era così obbligato a sollevarsi sui piedi inchiodati con enorme dolore per cui, poco dopo, ricadeva rimettendo in dolorosa trazione le braccia cosi da far ricominciare il drammatico ciclo. L'assenza di tracce del crurifragium , la frattura delle ginocchia per accelerare il decesso mediante asfissia, è ulteriore testimonianza della morte precoce del condannato. La differenza di altezza tra l'impronta anteriore e la posteriore potrebbe essere spiegata con la lieve flessione del cadavere rimasto "congelato" sulla croce dal rigor mortis che, come nei casi di morte violenta, si è instaurato molto velocemente e non completamente risoltosi durante le frettolose procedure di sepoltura. La schiena dell'uomo della Sindone e il dorso degli arti inferiori si osservano circa 120 lesioni da colpi di frusta di cui la gran parte causate dal flagrum romano che aveva sulla parte terminale delle tre cinghie dei rinforzi metallici, uncini o pezzi di pietra per rendere il colpo ancora più devastante. Altre lesioni sono imputabili alle semplici frustate con cui i condannati venivano crudelmente spinti al patibolo durante la "via dolorosa". Sulle spalle le numerose escoriazioni ravvisate sono state causate dalla presenza del patibulum (il braccio trasversale) cui le braccia venivano legate durante il cammino e che, infisso poi sullo stipes (il braccio verticale) formava la classica crux romana. Le tracce di terriccio sul naso, già menzionate, confermano che l'uomo della Sindone cadde nel cammino senza potersi proteggere il viso poichè le braccia erano legate a sostenere il trave di legno. Queste lesioni sono la prova, senza eccezioni, che la condanna fu romana: la flagellazione ebraica prevedeva solo 39 (40-1) colpi di frusta mentre la pena capitale era la lapidazione; flagellazione e crocifissione erano pene terrificanti che venivano inflitte a criminali, schiavi e non ai cittadini romani. La Sindone racconta, in totale aderenza ai vangeli, tutta la storia evangelica sulla crocifissione di Gesù e le probabilità che un'altra persona possa aver subìto il supplizio con le stesse modalità di esecuzione è stata calcolata in 1 a 200 miliardi. Oltre alle bruciature dovute all'incendio di Chambéry sono ravvisabili dei piccoli fori, sempre da bruciatura, formanti una L, forse creati da sgocciolamento di materiale ardente da una torcia o da un ulteriore incendio di cui non si ha traccia storica nel quale il telo venne coinvolto. L'immagine del corpo rimasta impressa sul lino è stata determinata dalla ossidazione superficiale della cellulosa costituente le fibrille di lino che lo formano. Tale ossidazione è limitata ad uno spessore limitatissimo (30/40 micron) e non è visibile sulla parte opposta del telo a differenza delle macchie di sangue che lo hanno intriso a tutto spessore. Le fibrille sotto le macchie di sangue non risultano ossidate per cui è presumibile che il sangue abbia macchiato il telo prima della formazione dell'immagine stessa. Inoltre per poter percepire visivamente e con precisione l'impronta è necessario portarsi ad una distanza dal telo tra i quattro e i sei metri. Non sono ravvisabili impronte laterali del corpo: la Sindone non era stata avvolta o arrotolata attorno al cadavere ma probabilmente solo appoggiata. Nel 1848 Secondo Pia (1855-1941), avvocato e fotografo, eseguì il primo rilevo fotografico del telo e, durante lo sviluppo delle pellicole si accorse che l'impronta osservata nel negativo mostrava dei tratti incredibili: la Sindone era essa stessa un negativo fotografico e l'immagine, in bianco e nero dai negativi sviluppati che ne risultava, aveva caratteristiche tridimensionali inspiegabili oltrechè impressionanti e concedeva informazioni fino a quel momento non intuibili. Le indagini fisico-chimiche eseguite nel corso delle varie ricognizioni hanno portato a conclusioni da lasciare sbalorditi. Le variazioni cromatiche non sono dovute a variazioni di intensità delle ossidazioni ma a variazione del numero delle fibrille interessate che risultano alterate in funzione della intimità del contatto avuto con il corpo. Tale ossidazione è riconducibile ad un precoce invecchiamento della cellulosa e non esiste colore assorbito per capillarità: le tracce rarissime di pigmento sono riconducibili ad un contatto veloce con pitture. La "fame" ed il traffico di reliquie nel medioevo erano talmente intensi da spingere a fabbricare o reperire oggetti che, posti a contatto con la reliquia vera, diventavano essi stessi reliquie con tanto di certificazione. L'immagine non ha direzionalità cioè non si ravvisano tracce di pennellate, è tridimensionale e con uniformità cromatica. Il lavaggio del lino o il trattamento con solventi non comporta la perdita del colore. L'esame delle macchie riferite a sangue non ha consentito la rivelazione di emazie, ormai degradate, ma la presenza di emoglobina e di altri costituenti ematici ne certifica la veridicità; l'analisi del gruppo sanguigno ha dato i, responso AB, gruppo peraltro abbastanza raro e anche lo stesso gruppo identificato per il sangue relativo al Miracolo Eucaristico di Lanciano e presente sul sudario di Oviedo. Le macchie ematiche sono di tre tipi: da sangue fresco, da coaguli recenti e da coauguli vecchi. Inoltre poiché i coauguli non appaiono "strappati" si può dedurre che il telo non sia stato meccanicamente rimosso dal corpo: l'unica spiegazione attualmente plausibile contemplerebbe che il cadavere sia diventato "fisicamente trasparente" mentre il lenzuolo si afflosciava su se stesso. Peraltro il riscontro nelle macchie ematiche di particolari concentrazioni di fibrina, creatinina e bilirubina consentono di confermare la morte violenta dell'uomo che versò quel sangue. L'esame delle piegature del telo cui il telo fu sottoposto nel tempo hanno evidenziato che per alcuni periodi fu esposto mostrando solo il volto cosa che viene riferita anche praticata per il Mandylion . Tale conclusione apre una misteriosa porta sull'ipotesi del ruolo giocato dai cavalieri templari nel trasporto in Europa e nella conservazione del lenzuolo: una delle accuse scagliate contro di loro durante il processo, voluto da Filippo il Bello e papa Clemente V, riguardava l'adorazione di un idolo, un volto, o una figura chiamata Bafometto. A tutt'oggi non si ha una valida teoria che possa spiegare la formazione dell'impronta. Si è parlato di reazione chimica tra essudati e unguenti, vapori post mortem, energia termica e/o radiante, pittura, fotografia antlitteram, ossidazione della cellulosa come avviene nella carta degli erbari dopo un lungo contatto, bruciatura tramite statua o bassorilievo riscaldato, o, ancora, una miscellanea tra tutte le ipotesi elencate. Tuttavia ad ogni teoria formulata, e poi presa come spiegazione "quasi" certa, manca quel piccolo particolare, quel quid che la renderebbe effettivamente vera, specialmente poi se il tutto viene riesaminato alla luce dei tentativi di datazione del telo sindonico. A questo punto va aggiunta una constatazione: ad ogni relazione sostenente la falsa origine della reliquia corrisponde, immediatamente, un coro di trionfale, e spesso maligno, giubilo di gran parte degli scettici, esultanti come in una vittoria calcistica per un supposto colpo mortale inferto ai credenti, anzi ai "creduloni". Tale atteggiamento, invece, non fa parte del mondo cattolico quali che siano i risultati: la vera Fede non ha bisogno di prove o di reliquie per la Sua conferma. La stessa Chiesa Cattolica ha sempre mantenuto un atteggiamento cauto e distaccato pur consentendone la venerazione. La fede infatti è l'elemento portante del messaggio evangelico e innumerevoli volte viene rimarcata nei vangeli dalle stesse parole del Cristo: • «la fede ti ha salvata» (Mc 5:25-34 e Mt 8:5–33); • «se aveste fede quanto un granello di senapa» (Lc 17:5-10); • «chiunque crede in Lui non va perduto» (Gv 3:16); • la fede riscontrata nel centurione romano (Mt 8:5-13); • «beati coloro che crederanno senza vedere» (Gv 20:19-31); • la fede del padre del giovane indemoniato; • la fede dei portatori del paralitico; • la fede nel dialogo con Nicodemo (Gv 3); • il cieco di Bartimeo (Mc 4:35-41); • la fede della cananea (Mt 15:21-28); • la fede dono di Dio (Gv 6:44). Tornando alla discussione scientifica l'elemento da prendere in considerazione per validare qualsiasi ipotesi è il metodo galileiano: osservazione, ipotesi ed esperimento (riproducibiltà del fenomeno). Tutto questo nello studio della Logica si identifica nel postulato della falsificabilità, cioè presentare tutto lo studio elencando dati, materiali, metodi e vari passaggi la cui verifica possa immediatamente validare o sconfessare procedure e conclusioni. Il tentativo di datare la Sindone si fonde con le ricerche sulla sua veridicità o con le affermazioni che la vogliono opera di un abilissimo falsario. Si è parlato più volte di un falso realizzato in epoca medievale, addirittura scomodando come artefice Leonardo da Vinci che, secondo alcuni, ne avrebbe impresso il suo viso. Tuttavia la documentazione sulla presenza della Sindone a Lirey nel 1353, precede di 99 anni la nascita del genio universale a meno che non si voglia parlare delle sue capacità di viaggiare nel tempo. Senza contare che la casa dei Savoia ne venne in possesso documentato nel 1453 quando Leonardo aveva pochi mesi di vita. Qualora fosse comunque una pittura realizzata con la tecnica dello "sfumato leonardesco", l'artista avrebbe avuto bisogno di un micropennello con manico di almeno tre o sei metri di lunghezza per visionare l'immagine correttamente e per colorare una per una le fibrille superficiali con chissà quale arcano e irrintracciabile pigmento, come irrintracciabile è la presenza di sostanze leganti. La tesi del falso medievale venne trionfalmente rafforzata dagli esami al Carbonio radioattivo (C14) del 1988. I tre laboratori incaricati per la datazione determinarono un'epoca compresa tra il 1260 e il 1390. Tuttavia tale affermazione è stata contestata a causa dei dubbi sollevati sul corretto prelievo dei campioni, prelievi che avrebbero incluso zone di restauro successivo; una inefficiente "pulitura" degli stessi che avrebbe lasciato tracce di contaminazioni avvenute nel corso del tempo, o fili utilizzati nei restauri e non rimossi. Le gocce di argento fuso durante l'incendio di Chambéry avrebbero creato nella teca una «atmosfera ringiovanente» riaumentando la concentrazione di C14. Va segnalata infine, una inspiegabile reticenza pluriennale dei laboratori a fornire i dati grezzi di analisi che, ottenuti recentemente per via giudiziaria, hanno mostrato, in una revisione del 2019, parametri molto differenti da quelli annunciati, nonché lacunosi, rimettendo il tutto in discussione e portando alcuni critici a ventilare addirittura un “complotto” teso a screditare la reliquia e la Chiesa Cattolica che ne è custode. Il lino, intessuto a spina di pesce, tecnica comune nel I secolo d.C. nelle zone mediorientali ma conosciuta anche nell'antico Egitto, mostra la torcitura delle fibre che lo costituiscono praticata con tecnica a Z conferente al tessuto maggiore resistenza e consistenza laddove la torcitura a S, invece, conferisce morbidezza. La tesi del falso medievale ha ripreso consistenza quando alcuni storici dell'arte hanno affermato che i telai atti a tale torcitura non esistevano nel XII secolo. Ma la confutazione di questa affermazione arriva puntuale tramite l'osservazione, da parte degli storici dell'industria tessile, che tali telai erano sconosciuti fino al XII secolo limitatamente all'Europa, mentre in Oriente erano diffusi fin dall'antichità, utilizzati anche in Cina molti secoli prima dell'avvento di Cristo per la tessitura della seta che, rispetto al lino, è molto più complessa da torcere con tecnica a Z. Peraltro la teoria dei telai inesistenti nel XII secolo parebbe essere stata concepita come funzionale alla dimostrazione della Sindone quale falso medievale. Ancora una volta viene così ribadito che l'approccio ad una materia così complessa deve essere necessariamente multidisciplinare: anche i luminari possono prendere abbagli uscendo dal loro campo di azione. Una interessante ricerca condotta sui residui microscopici presenti sul telo ha evidenziato la presenza di pollini relativi a piante del bacino mediterraneo ed europeo a conferma del cammino percorso dalla reliquia nel corso dei secoli. Tracce di microalghe sono state attribuite alla contaminazione dell’acqua con cui venne spento l’incendio del 1532 e che bagnò parte del lenzuolo. La ricerca del dna ha mostrato la presenza di almeno 14 tracce di individui che hanno manipolato il telo, forse durante le varie ostensioni, di cui uno di origini indiane e altri di etnia mediorientale. Tali dati sono stati anche confermati dalle ricerche sul dna mitocondriale. Non è stato possibile, con le tecniche attuali, ricostruire il profilo genetico completo del condannato, e questo sconfessa l'affermazione, peraltro scombiccherata, dell'uomo della Sindone avente metà del patrimonio genetico di un essere umano poiché nato da generazione verginale. La polvere di aragonite rinvenuta è tipica delle rocce di Gerusalemme. Non assolutamente sono presenti sostanze che avrebbero potuto fungere da reagenti fotografici. Manoscritti medievali (1370 e 1389) recentemente scoperti mostrano un aperto scetticismo del redattore e la sua ferma convinzione che la Sindone fosse un falso, ma, da quanto intuibile dalle pubblicazioni al riguardo, erano impressioni individuali o ricavate per sentito dire e prive di un effettivo riscontro scientifico o testimoniale. Quando, tra mille anni, un paleologo troverà i libri del prof. John Allegro, eminente esegeta e studioso dei manoscritti del Mar Morto, in cui si afferma che Gesù il Cristo non è mai esistito poiché semplicemente effetto di una allucinazione collettiva dei suoi discepoli, scatenata dalla intossicazione dovuta alla assunzione di funghi allucinogeni, si avrà forse la prova certa della non storicità del Nazareno? Altra prova ottenuta nel 2025 tramite una modernissima tecnica detta WAXS presso il CNR di Bari, non distruttiva o invasiva e basata sulla datazione per indice di degrado temporale della cellulosa costituente le fibre di lino, ottenuta mediante diffrazione dei raggi X, ha fatto risalire la Sindone al I secolo d.C. Questi dati sono stati confermati anche dall'esame comparativo con fibre di tessuti trovati a Masada (55-74 d.C.) mediante studio condotto con protocollo a doppio cieco. La datazione relativa al I secolo d.C. è stata confermata anche mediante analisi di degrado della vanillina contenuta nelle fibre. Le teorie fondate sulla Sindone creata tramite bassorilievi o statue riscaldate mostrano lacune nei modelli matematici o nella scelta di software adatti o ancora nella mancata osservazione della direzionalità dell'immagine. Senza contare che le fibrille sono ossidate e non bruciate o surriscaldate. Risultati più conformi sono stati ottenuti tramite irraggiamento di tessuti analoghi con particelle raggi UV ad alta intensità ed unidirezionali. In ogni caso è stato calcolato che l'effetto radiante si è sviluppato con estrema potenza nell'arco di pochi istanti mentre il corpo svaniva. Dati derivati da rilievi fotogrammetrici o visivi ravvisanti la presenza di impronte create da catene, fiori, monete sugli occhi o lettere ai lati del viso, per quanto affascinanti e da sottoporre ad ulteriori indagini, ci fanno sconfinare nel campo della paraeidolia, influenza nefasta che i colleghi radiologi e odontoiatri hanno ben presente quando si accingono ad osservare un radiogramma per troppo tempo. La rappresentazione del volto di Gesù pare sia stata influenzata dalla immagine sindonica: debole ma ulteriore prova dell'antichità del lenzuolo. Le raffigurazioni del volto di Gesù dal I al VI secolo sono prevalentemente allegoriche come la figura del pesce, quella del buon pastore, l'ancora, l'agnello mentre gli eventuali volti erano tipici delle varie comunità locali come il Cristo Siriano dipinto con capelli corti ricci e barba corta, oppure il Cristo Romano dal volto rasato. Ma a partire dal VI secolo in coincidenza con la comparsa del Mandylion l'iconografia si unifica e il Cristo viene raffigurato con i capelli lunghi, il naso allungato e la barba bipartita come vediamo nei vari e splendidi Pantocràtores dell'arte medievale. Una miniatura del Codice Pray, conservato a Budapest e datato al 1192, mostra la preparazione alla sepoltura del Crocifisso. Nicodemo spalma gli unguenti sul cadavere che ha capelli lunghi, naso allungato e barba bipartita. Le mani, incrociate sul pube, sono prive dei pollici come fossero ripiegati verso il palmo. Sotto il corpo è in preparazione un telo su cui si possono osservare macchie o fori con disposizione identica alle bruciature a L osservate sulla Sindone. A questo punto la storia del falsario medievale risulta traballante: l'artista e scienziato avrebbe dovuto conoscere con dovizia di particolari tutta la tecnica della crocifissione romana e la struttura dei flagelli. Avrebbe dovuto essere a conoscenza dei pollini, delle alterazioni ematiche nei morti per cause violente e delle alterazioni da rigor mortis nei crocifissi, nonché delle varie fasi della emocoaugulazione, quindi nozioni estremamente sofisticate di anatomia, fisiologia e tanatologia. Senza contare la conoscenza delle pratiche funerarie ebraiche del I secolo. Come ha potuto macchiare il telo con il sangue nei punti strategici e poi con precisione millimetrica appoggiarlo su bassorilievo o statua irradiante per ossidare le fibrille, levando il tutto senza creare immagini da "strappo"? Tutte conoscenze e tecniche che appaiono sconosciute agli studiosi medievali. Aggiungo poi che gli scultori medievali avevano uno stile che difficilmente si concilia con le fattezze dell'eventuale stampo che avrebbe generato l'immagine, come anche inconciliabile lo stile dei pittori. Eppure anche ammettendo la veridicità del telo non è ancora possibile dimostrare come e perché l'immagine si sia formata e chi veramente fosse l'uomo della Sindone: la scienza specialmente su quest'ultimo punto si deve fermare e cedere il passo alla Fede. Ma, falsa o vera che sia, la Sindone e chiunque sia stato l'individuo che con essa fu temporaneamente sepolto, siamo obbligati a riflettere, con profonda commozione e rabbrividendo, sui drammatici, terribili eventi che Yehoshua "Yeshu" ben Yosef, detto "il Mashiach", dovette affrontare e di cui la Sindone ne è rappresentazione. Una morte orribile in un atroce supplizio e preceduta da sofferenze inenarrabili ben lontane dalla narrazione che ha anestetizzato l'animo dell'uomo moderno che oggi guarda, quasi con naturalezza, il Crocifisso. Una porta spalancata sul mistero e sul dolore. Disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire, come uno davanti al quale ci si copre la faccia; era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima. [Isaia 53:3] Davanti alla Sindone, scettici o credenti, non si resta impassibili, ti parla nel silenzio millenario della morte che tutto ricompone. Eppure c'è chi, nel volto dell'uomo della Sindone, come nel "Cristo velato" vede la prossimità di un risveglio. Un poco e non mi vedrete; un poco ancora e mi vedrete... [Gv 16,16-20] Francesco Di Nardo

  • «Chiudo la mia giornata come credo di averla vissuta»

    Don Primo Mazzolari (1890-1959). Semplici parole del testamento spirituale di don Primo Mazzolari, parroco di Bozzolo, in provincia di Cremona. Mi hanno profondamento toccato perché alzano il velo sul segreto nascosto nel cuore di questo grande testimone della fede. Congedandosi da questo mondo in piena comunione con la Chiesa, conferma di averla amata e servita con fedeltà e disinteresse completo. E conclude così: « Verso la grande casa dell'Eterno mi avvio confortato dal perdono di tutti, che torno ad invocare ai piedi di quell’altare che ho salito con povertà sconfinata, sperando che nell'ultima Messa il Sacerdote Eterno, dopo avermi fatto posto sulla croce mi serri fra le sue braccia dicendo anche a me "entra anche tu nella pace del tua Signore" » . Don Primo ha tracciato solchi profondi nelle persone che lo hanno avvicinato, seminando con larghezza sconfinata semi fecondi con mirabile dignità e forza d'animo, fedele sempre alla sua missione vocazione sacerdotale. Mi pare di poter dire ancora una volta prima di morire, baciare le mani che mi hanno duramente e salutarmente colpito. Ogni vicenda lieta o triste della mia esistenza trova nella Misericordia Divina la sua giustificazione anche temporale. La speranza è la faccia di Dio che si scopre secondo il volto delle nostre disperazioni. Tutte le speranze anche le più tenui, le più fragili, perfino i sogni e le illusioni, appartengono alla speranza. La speranza vede la spiga quando gli occhi di carne vedono solo il seme che marcisce. Se volessimo ricercare la radice della sua fede, della sua speranza e del suo ministero, che unificava e animava nel profondo e poneva alla base di tutta la sua esistenza, è l' amore , così come il Cristo Crocifisso e Risorto lo ha rivelato. La vita di don Primo Mazzolari fu costantemente dominata dal pensiero della morte. La morte è un mistero che sgomenta, ne è spaventato sempre, « è un mistero che non può non essere buono » , si guarda con fiducia e serenità, la misericordia il cuore di Dio. La morte è una presenza quotidiana, morire non è facile né per Cristo né per i suoi discepoli, la morte è edificante . Sono parole che infondono fiducia e speranza, perché fondate sulla Parola di Dio. Anche per me la morte non è stata estranea alla mia vita, è stata un punto di riferimento che ha accompagnato i miei anni. Senza unità e umiltà si rischia di vivere una vita di significati deboli e sfilacciati, senza senso e senza sintesi la vita e la morte appaiono incomprensibili. Farsi amica la morte, scegliere e desiderare una buona morte, vivere la morte degli altri con reale fraternità, aiutandoli a morire come fratelli e sorelle: sono segni di fede e speranza. La morte significa perdita e dono, risurrezione e vita proclamate come grazia . Un buon esercizio per tenerla vicino conduce a studiare con attenzione noi stessi nei momenti di precarietà, di incertezza e di smarrimento, con un disagio accentuato nel rapporto con gli altri. Si acquista una verità indispensabile che ci riconduce, nella fede, alla nostra più vera misura. Chi sa esprimere le proprie esperienze distintament e può offrire sé stesso agli altri come fonte di chiarificazione, aiuta gli altri a liberarsi dalle catene della paura e permette di sperimentare la fiducia e la speranza, incanalare le energie disordinate entro condotti creativi. Vista come elemento naturale, verso il quale camminiamo senza angoscia e paura, la morte riceve dalle indicazioni bibliche e dalle antiche tradizioni religiose una sapienza e un patrimonio umano accumulato nello scorrere dei secoli. La vita eterna stessa passa attraverso la morte. Per un sacerdote la morte è la morte di Cristo in croce. Partecipare alla sua morte aiuta a morire . Quotidie morior (Ogni giorno io muoio) non è solo programma di mistici e religiosi, ma è la consapevolezza che qualcosa si spegne, tramonta naturalmente come il tramonto di una giornata, dopo l'alba, il meriggio, la sera, la  notte. L'uscita dalla vita e dal graduale distacco dalle cose fa parte della legge del tempo, è semplice e naturale. L'avvicendamento dei compiti e degli uffici è una delle espressioni più interessanti della vita, che si rinnova sempre, come il sereno tramonto del sole. Libera dal "complesso degli eletti", e dal narcisismo imperante che guarda appassionatamente alla propria immagine. È prudenza e sano equilibrio di uscire dal campo della vita con l'atteggiamento del "viaggiatore cerimonioso" del poeta Giorgio Caproni. « Congedo alla sapienza e congedo all’amore. Congedo anche alla religione. Ormai sono giunto a destinazione [...] Scendo. Buon proseguimento » . Il tempo che passa, lo spegnersi progressive delle forze, il decadere delle cose vanno accettate come dono di Dio e offerta di sé. Si comprende che intemperanze, omissioni, difetti, errori traducono fragilità e responsabilità di accettazione per essere più umani, più relazionali, più aperti alla misericordia e al perdono di Dio. Per questo bisogna ripetere nel rapporto con gli altri: « Scusate il disturbo, grazie per la compagnia » . Misericordia e gratitudine accompagnano i nostri passi nella vita, dovunque sempre con tutti. Il poeta latino Orazio nell'Ode II "Non omnis moriar" (Non tutto morirò) aggiungeva un incipit che è come una sentenza memorabile æ quam memento rebus in arduis serbare mentem (conserva l'animo sereno nelle imprese ardue). Il termine æ quam , collocato all’inizio, fa da battistrada a tutta la riflessione e dà luce e polso a tutto il pensiero. L'animo sereno e il distacco dalle cose del mondo hanno qualificato e accompagnato il suo "viaggio nella vita". Era un poeta che non aveva conosciuto il cristianesimo. Francesco d'Assisi, a 800 anni dalla sua morte, richiama il significato della morte chiamandola sorella . Non va subita o rimossa, ma accettata come dono di Dio e offerta di sé. Assaporare la serena gioia di uscire dalla vita come semplice e naturale, come felice tramonto di sole, è sentire sorella la morte, prendere la giusta misura della vita stessa, delle scelte, dei valori. Il graduale distacco dalle cose fa parte della legge del tempo, l'avvicendarsi dei compiti e degli uffici è una delle espressioni più interessanti della vita, che si conclude nel ritorno alla "Casa del Padre". Gratitudine e riconoscenza per i doni ricevuti e trasmessi, è la sensazione profonda e la fede nel Cristo Risorto, che si fa nostro compagno anche oltre la morte. La speranza è la più umana di tutte le emozioni, è virtù teologale, è scommettere sul futuro, credere in Dio nostro futuro. Si fatica nella fede, si stenta nella carità, proprio per aver perso la speranza. La speranza trascina fede e carità, non viceversa. Non è assenza di contraddizioni e delusioni. « È scommessa sulle sconfitte in nome di Colui che, essendo Principio di vita, per la vita ci ha creati e Risorgendo ci ha donato la vita. Niente ha potuto distruggere questa voce del cuore che ci dice di "fidarci" di Lui » (Pascal). Mi fido, confido, mi affido, ho fiducia: sono sininimi complementari della fede. Sono atteggiamenti spirituali ed emozionali che aprono alla vita, ad un futuro promettente, con una carica di senso e di motivazioni per l'essere e l'agire della persona. Il futuro "non è ancora", non designa un "non essere", ma un "non ancora", la promessa della speranza, lo stupore dell'essere, la vita. Assume il reale e lo apre alle prospettive di senso e di fine, non cambia materialmente le situazioni, cambia le persone. È una carica di motivazione e di passione per prendersi cura di sé, sanare le ferite curabili, coltivare il senso del possibile, investire in fiducia. Questi pensieri, ispirati alla speranza e suggeriti anche da don Primo Mazzolari, non sono opinioni né sentimenti affidati all’intelligenza, ma una traccia che può reggere a qualsiasi malumore o tabù sul significato della morte. Chiunque si sforza di ordinare la propria vocazione su questa realtà può guardare in faccia "l'ora della caligine" come "l'ora della morte". « Se mi toccano la mia religione, se attentano alla mia fede e al patrimonio morale del mio popolo nessuno mi potrà far tacere » (Mazzolari). Parole che sottolineano le mie riflessioni sulla morte e tracciano motivazioni per scegliere l'amore come metodo e il Vangelo come codice di vita. Chiudo con una semplice quartina, intitolata "Precetto", del poeta lombardo Giovanni  Bertacchi (tratta dai suoi componimenti), che invita a lasciare un ricordo positivo e profumato, come il fieno, nel passaggio della vita. Il carro oltrepassò d'erbe ripieno e ancor ne odora la silvestre via. Sappi fare anche tu come quel fieno: lascia buone memorie, anima mia. Il messaggio è chiaro e invitante alla riflessione: la persona passa, lascia il profumo del fieno, le buone azioni, la memoria, la testimonianza morale di vita, la rettitudine del pensiero. Osman Antonio Di Lorenzo

  • Alla donna

    Donna di Capracotta (foto: G. Paglione). Alla donna: esausta, naufraga dei sentimenti, cerchi l'approdo; nel silenzio la bocca serrata a tenere le pieghe dell'anima a farne barriere che non ti hanno salvata è inutile trincea, pure sola, riprenditi la parola. Flora Di Rienzo

  • I dodici titoli della Vergine Lauretana di Capracotta

    Una delle lunette coi titoli mariani nel santuario di Capracotta. A Capracotta, nel Santuario di S. Maria di Loreto, la Beata Vergine Maria è celebrata attraverso dodici titoli e appellativi, molti dei quali derivano dalle "Litanie lauretane" recitate nel celebre santuario di Loreto. I titoli sono affrescati, a coppie, sulle lunette laterali della navata, presenti su fasce di cotone sorrette da putti biondi e paffutelli. Va precisato che ogni lunetta, al centro, contempla una finestra, con la differenza che da quelle di destra entra la luce solare, mentre quelle di sinistra sono chiuse perché affaccianti sulla casa canonica in cui un tempo risiedeva il custode del Santuario. Tutte le lunette, realizzate sul finire degli anni '40, sono opera dell'indimenticato Giovanni Leo Paglione. I primi titoli che si scorgono a destra sono quelli di Regina Martirum e di Mater Amabilis : la Regina dei Martiri onora la Vergine Maria per aver condiviso la passione del figlio, simboleggiando il suo ruolo nel martirio; tuttavia, è anche Madre Amabile di tutti, poiché la Madonna è la mediatrice perfetta che intercede incessantemente presso Gesù, affinché, esaudendo le nostre richieste, possa essere glorificato il Suo nome. I primi titoli di sinistra sono invece quelli di Refugium Peccatorum e di Salus Infirmorum : Ella, infatti, è Rifugio dei Peccatori, ovvero madre misericordiosa e mediatrice di salvezza per chi ha peccato; ma è anche Salute degli Infermi, in veste di interceditrice premurosa che porta conforto, guarigione fisica e spirituale, e speranza a chi soffre nel corpo e nello spirito. Procedendo lungo l'unica navata, ci si imbatte a destra nei titoli di Virgo Potens e di Domus Aurea : la Vergine Potente si riferisce alla Sua incomparabile potenza spirituale e la cui intercessione benefica contro il male, descritta come una forza derivante da Dio e non propria, è capace di sostenere i fedeli nelle difficoltà; l'attributo di Casa d'Oro, poi, è metafora spirituale e liturgica profondamente legata alla Santa Casa di Loreto. Sempre a metà navata, sulla sinistra, si legge Regina Angelorum e Sancta Maria : quale Regina degli Angeli, la Beata Vergine Maria è sovrana celeste superiore agli angeli per dignità a causa del Suo ruolo di Madre di Dio; e in quanto tale, Ella è Santa Maria. Prima di raggiungere l'altare maggiore, sulla lunetta di destra è scritto Sedes Sapientiæ e Ianua Cœli : la Madonna è Sede della Sapienza perché è la sapienza divina incarnata, maestra di verità e dimora del Verbo; ma è anche la Porta del Cielo, perché soltanto Lei, per opera dello Spirito Santo, può trasfigurare la terra che vincola l'uomo al mondo e alla morte, e introdurlo al cospetto di Dio. A mio avviso, l'attributo di Ianua Cœli è il più potente tra tutti i titoli mariani. L'ultima lunetta di sinistra riporta invece i nomi di Vas Honorabile e di Vas Spirituale : la Beata Vergine Maria di Loreto, insomma, è sia Vaso Onorabile che Vaso Spirituale, il contenitore in cui Dio ha posto la ricchezza e la potenza della sua grazia. In questi ultimi titoli, qualcuno ci ha voluto vedere un rimando al Santo Graal. Ad ogni modo, che si creda o meno alla Madonna, la Beata Vergine Maria, con qualsiasi titolo La si voglia appellare, rimane un dogma sancito dal Concilio di Efeso del 431 d.C., che La riconobbe madre del Figlio di Dio fattosi uomo, un ruolo centrale di intercessione e di grazia, distinto dalla natura divina di Cristo. Francesco Mendozzi Riferimenti bibliografici: G. Carugno, S. Maria di Loreto, da venerabile cappella a santuario diocesano (indagini, ipotesi, cronaca) , S. Giorgio, Agnone 1993; Coordinamento Santuari Abruzzo e Molise (a cura di), Viaggio nei santuari d'Abruzzo e Molise , Tabula, Lanciano 2007; S. Di Rienzo, Il cappotto di quarta mano. Ricordi di un'infanzia felice , a cura di D. Di Nucci, De Luca, Roma 2017; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , vol. I, Youcanprint, Tricase 2016.

  • Pancotto e orapi

    L'orapo ( Blitum bonus-henricus ), in dialetto voccarusce . Per 6 persone: un chilo e due etti di orapi (spinaci selvatici), 3 etti e mezzo di pancetta di maiale, 6 etti di pane raffermo, 2 spicchi d'aglio, un peperoncino piccante, olio extravergine di oliva, sale. Tempo di preparazione e cottura: un'ora. Pulite e lavate gli spinaci selvatici, lessateli in acqua bollente salata; scolateli sommariamente conservando l'acqua di cottura. Poneteli in una ciotola e aggiungete il pane raffermo tagliato a pezzi; lavorate il tutto con un cucchiaio di legno in modo da ottenere un impasto omogeneo, aggiungendo se serve un po' di acqua di cottura delle verdure. Tenete in caldo. Tagliate a pezzetti la pancetta e soffriggetela, insieme agli spicchi d'aglio sbucciati e frammentati e al peperoncino sminuzzato, in quattro cucchiai di olio extravergine. Versate il soffritto sul composto di orapi e pane e servite. Verdure spontanee tra le più amate nel Molise e nell’Abruzzo della transumanza, gli orapi altro non sono che gli spinaci selvatici di montagna (buon enrico). La ricetta prevede, tradizionalmente, la micischia o muscisca (qui sostituita dalla pancetta suina), carne ovina salata ed essiccata, oggi di difficile reperibilità. Anna Maria Carnevale Fonte: B. Minerdo e G. Novellini (a cura di), Le zuppe. 600 piatti delle cucine regionali , Slow Food, Bra 2009.

  • "Appennino di Capracotta", un dipinto del 1907 di Enrico Coleman

    E. Coleman, "Appennino di Capracotta", 1907, olio su tela. Fin dal 2016 ho individuato e diffuso coi miei primi libri quelle opere d'arte che avevano per soggetto Capracotta e che pittori minori del primissimo XX secolo avevano realizzato nel nostro paese e poi esposto qui e là. Nei due volumi della "Guida alla letteratura capracottese", infatti, portai alla conoscenza dei miei compaesani i lavori di Gaetano Bocchetti (1888-1990), Richard Heintz (1871-1929), Alessandro Baumgartner (1906-1977) ed Enrico Coleman (1846-1911). Il primo, al termine della Grande Guerra, realizzò almeno quattro tele nella nostra cittadina: "Piazza di Capracotta", "Capracotta vicolo", "Capracotta paese" e "Capracotta fuori il paese", tutte oggi in collezioni private. Ebbi la fortuna di intercettare una di queste, tanto che prontamente realizzai un articolo . Dell 'impressionista Richard Heintz, invece, ne scrissi sulla Guida, poiché egli, durante un lungo soggiorno in Italia effettuato tra il 1906 e il 1912, ebbe modo di dipingere uno "Chaumière à Capracotta" (Casolare a Capracotta), giacché è probabile che restò impressionato dalla somiglianza degli Abruzzi coi paesaggi delle native Ardenne. Tuttavia, non sono ancora riuscito a trovare una riproduzione della sua opera: l'ultima informazione in mio possesso è datata 1947 e vuole che il dipinto faccia parte della collezione di René Chilain. Riguardo Alessandro Baumgartener, in un ennesimo articolo avevo persino risolto un enigma giornalistico. Rimaneva, dunque, Enrico Coleman. Di lui sapevo soltanto che aveva dipinto un "Appennino a Capracotta" e che questo era conservato a Roma dalla stessa famiglia Coleman. Grazie all'aggiornamento del 30 gennaio scorso del "Dizionario d'arte Sartori" mi è ora possibile divulgare il suo olio su tela del 1907, un quadro animato in cui uomini, donne e muli, tutti rigorosamente carichi di legname, percorrono un'erta; dietro di loro si staglia imponente la mole di Monte Campo, col suo inconfondibile profilo a dente di sega. A mio avviso, è un dipinto bellissimo, ambientato nella stagione autunnale, poiché si intravedono cumuli di neve sulle alture dell'Alto Molise, col mulattiere che va a far legna in vista dell'inverno. Quel che più mi colpisce sta nel fatto che la scena non è ripresa da Capracotta ma da un luogo imprecisato posto sul versante abruzzese - tra l'Aremogna e la Maiella - da cui fosse possibile ammirare il Campo ed il Ciglione in tutta la loro magnificenza. A mio avviso, trattasi delle montagne che si trovano nei pressi di Castel di Sangro. Enrico Coleman, allora, non visitò il nostro paese, eppure lo raccontò dalle montagne limitrofe, probabilmente perché i profili dei nostri monti lo colpirono particolarmente. Si pensi, infine, che proprio nel 1907 egli fu nominato socio benemerito del Club alpino italiano, a dimostrazione della sua passione per la montagna, soprattutto quella appenninica, che immortalò lungo l'intera carriera, fermo restando l'amore per i paesaggi e i mestieri della campagna romana. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: A. M. Comanducci, Dizionario illustrato dei pittori, disegnatori e incisori italiani moderni e contemporanei , libro II, Patuzzi, Milano 1971; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capacottese , voll. 1 e 2, Youcanprint, Tricase 2016-2017; R. Mammucari, Napoli: il paradiso visto dall'interno , Ler, Marigliano 2006; J. Parisse, Richard Heintz: 1871-1929. L’Ardenne et l’Italie , Mardaga, Sprimont 2005; Società degli Amatori e Cultori di Belle arti di Roma, LXXVIII ª Esposizione internazionale di belle arti. Catalogo illustrato , Tip. dell'Unione Coop. Ed., Roma 1908.

  • Appiccia la ciummnera!

    Figliòla ca te jeàlze la matina, te piglie la palétta e vieà pe fuóche, e vieà alla casa dell'annamuràte, prima te dà nu vàse e può ru fuóche. Se s'addóna mamma de su vase, di' ch'è ŝtata la scieàmma de ru fuóche. Se t'addumànna cummuó tu sié tardàte, di' ca ru fuóche 'ndèrra t'è cadute. [Nenia che una giovanissima m. ª Antonietta Beniamino insegnò ad uno scolaretto di 5 ª elementare] Ab assuetis non fit passio (Alle cose consuete non si presta attenzione). Dopo una lunga o brevissima assenza, il tornare a casa era suggellato da una frase quasi rituale: «Uaglió, appiccia la ciummnèra!» (Figliolo, accendi il fuoco). Un gesto semplice, un oggetto, il fuoco, più che banale e che invece, a pensarci bene, nasconde un significato che unisce un passato più che remoto alla vita quotidiana. Una tradizione strettamente legata alla storia ci parla dalla fiamma che piano piano avvolge il castello di legna composto sugli alari o sulla nostra arcaica e quasi venerata pietra del focolare. La scoperta del fuoco risale secondo i paleontologi ad un periodo compreso tra i 2,4 e i 1,4 milioni di anni ante l'era attuale, sebbene le tracce di focolari veri e propri risalgano circa a 400.000 anni fa. Si ritiene che siano stati l'Homo neanderthalensis e l'Homo sapiens a gestire un uso sistematico e controllato del fuoco con tutti i vantaggi derivati: luce e calore, protezione dagli animali, cottura dei cibi, cottura dell'argilla, metallurgia. I reperti più antichi ci vengono dall'Africa tramite argille, datate a 1,4 milioni di anni, testimonianti trattamenti a temperature di almeno 400° C. Tracce in Israele attestano la macellazione e la cottura delle carni in prossimità del focolare circa 300.000 anni a.C., ma ossa calcinate dal fuoco sono state scoperte in Cina e fatte risalire ad un periodo compreso tra 1,5 milioni di anni fino a 500.000 anni fa. In Europa, il sito più antico di focolari è stato localizzato nel Suffolk e risalente al paleolitico, insieme alla presenza di selci lavorate che ne consentivano l'accensione e che tramite il surriscaldamento potevano essere trattate più agevolmente. Sarebbe interessante scoprire se la scoperta fu autonoma per le varie civiltà o se l'uso del fuoco subisse una diffusione da un nucleo umano di partenza. Nonostante alcuni umoristi suggeriscano che il progresso dovette necessariamente cominciare quando la donna primitiva pretese dall'uomo primitivo una pelliccia da indossare nelle grandi occasioni e delle pelli di animale per decorare la caverna, l'evoluzione fisica umana prese maggiore e inarrestabile impulso proprio con la domesticazione del fuoco: la semplice cottura dei cibi li rendeva più digeribili con meno spesa di energia endogena, uccidendo poi i parassiti che albergavano nelle carni e abbattendo le cariche batteriche patogene, mentre nei vegetali il calore neutralizzava sostanze che, a crudo, risultavano tossiche o quantomeno inadatte all’alimentazione umana. Ricordo un libro che mi appassionò da bambino, dove, tra tutte le storie idealmente ambientate all'età della pietra, una in particolare raccontava di un vecchio cacciatore emarginato causa l'età avanzata dalla tribù che assaggiando una sostanza bianca rimasta da una pozza di acqua marina evaporata la volle provare sulla carne cruda. Ma quella sera accanto al fuoco le sue mani tremule fecero cadere il pezzo di carne nel fuoco. L'orgoglio di vecchio cacciatore gli fece rifiutare la pietosa offerta di un pezzo di carne nuovo e raccolto dalle braci quello caduto lo cosparse di quella polvere rimanendo colpito dal buon sapore. La tribù assaggiata la pietanza applaudì entusiasta e si rese conto dell'importanza della saggezza che spesso adornava l'età avanzata. La scoperta della cottura della carne e del suo condimento con il sale: chissà se forse è andata proprio così. Ma il fuoco assunse anche una profonda valenza simbolica (...e ti pareva che non ci mettevo in mezzo i simboli?). Nell'antico Egitto il fuoco fu associato alla divinità solare Rā e simbolo di purificazione e protezione dal male. Assimilato alla figura del babbuino, altra rappresentazione di Thot, dio del sapere, «le cui labbra sono fuoco», posto a guardia degli inferi e «del lago di fuoco». I sacerdoti, nei templi, erano custodi del fuoco sacro che ardeva davanti la statua del dio, ma anche scienziati. Ricordo che la terra fertile era chiamata Al-Khemi (o Khemet ), in contrapposizione a Deshert (o Deshret ), il deserto. Dall' Al-Khemi viene fatta derivare, secondo alcuni, la parola "alchimia", nella quale la trasmutazione della materia e il percorso dell'iniziato, avvengono proprio tramite il fuoco per raggiungere la rubedo . La sacralità del fuoco pervade anche l'antica Grecia: Prometeo ruba il fuoco a Zeus per donarlo all'umanità e per questo ne viene severamente punito. Era il centro di ogni famiglia. Le colonie in costruzione venivano consacrate portando il fuoco che ardeva nell'Acropoli della città madre: una continuità simbolica, spirituale e religiosa. Simbolo di passaggio dall’età ferina al mondo civilizzato. Ancora oggi, il fuoco, acceso per opera dei raggi solari ad Olimpia, viene portato dai tedofori fino alla sede delle gare per far ardere la grande fiamma olimpica. Israele, la cui spiritualità viene fatta derivare dall'antico Egitto, considerò il fuoco elemento di purificazione e di presenza del Divino. Fu la presenza di Yahweh nel roveto ardente a parlare a Mosè, e la colonna di fuoco in cui Yahweh risiedeva a guidare l'Esodo. Il fuoco consumava il sacrificio e il primo fuoco sacrificale era disceso dal cielo (Lev 9:24). Davanti al tabernacolo il fuoco doveva restare sempre acceso (Lev 6:18-13) ad indicare la presenza di Yahweh oltre all'amore e la fedeltà del suo popolo. Così anche nel tempio di Gerusalemme la fiamma ardeva perenne sulla Menorah davanti al Sancta Sanctorum (Es 27:20-21). Giovanni il Battista ne ribadirà la sacralità: «Io vi battezzo con acqua ma [...] Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco» (Mt 3:11-13). Aggiungo che la discesa dello Spirito santo è rappresentata iconograficamente dalla discesa del fuoco e che nell’ebraico antico la parola "Spirito Santo" ( Ruah ) è di genere femminile. Nella Roma antica le vestali custodivano il fuoco sacro perennemente acceso, la morte era la pena prevista in caso di spegnimento. Vita e cuore della città rimase sempre acceso fino al 391 d.C. quando Teodosio ne ordinò lo spegnimento per rispetto del culto cristiano. Hesta (o Vesta) era la silenziosa divinità che, legata al focolare e presente costantemente tra le fiamme, proteggeva la famiglia. Ne "Il grillo del focolare" di Charles Dickens, un grillo (sicuramente richiamo allegorico a tale divinità) vive sul camino della famiglia Peerybingles, focolare attorno al quale ruota gran parte del racconto e, possedendo la facoltà della parola, dà consigli al capofamiglia. L' interdictio aqua et ignis (interdizione da acqua e fuoco) era la formula legale che sanciva l'esilio da Roma con la perdita della relativa cittadinanza. Stesse considerazioni possiamo desumere per i popoli del Nord dove il fuoco prende parte alla mitologia personificando il dio Loki e richiama le storie del Regno del Fuoco ( Muspelheim ). I sacrifici ad esso associati si svolgevano in estate ed inverno in onore delle divinità, per propiziare la fortuna, il benessere del bestiame e come segno di rinascita. Il "fuoco di emergenza" ( Notfeuer ), acceso per sfregamento, aveva significato di protezione fisica e allegorica. L'aurora boreale era la materializzazione del mito della volpe di fuoco che correva sulla neve. Il medioevo continuò la tradizione del focolare come centro della famiglia che, se nobile o possidente, poneva sul camino lo stemma. Più tardivamente il censimento della popolazione venne affidato alla conta dei fuochi ed usato per l'applicazione delle imposte. La presenza del Cristo vivente nel tabernacolo, sotto forma del pane transustanziato, venne ad essere indicata, nelle chiese cattoliche, tramite la fiamma ardente esclusivamente da olio o cera e con autonomia di almeno sette giorni posta accanto al sacrario e racchiusa in vetro rosso, a ricordo del sangue da Egli versato, ne consente una immediata localizzazione. Costante quindi la sequenza luce-calore-protezione-purificazione-presenza del sacro. Così la fiamma che si sprigiona dalla granata, stemma dell'Arma dei Carabinieri, ereditata dalle uniformi napoleoniche. Fiamma che con le sue tredici punte indica fedeltà, ardore, disciplina e prontezza all'azione. Il fuoco arde nei due braceri posti accanto al milite ignoto, perenne tributo della nazione ai caduti per la Patria. E il fuoco è presente anche davanti alle tombe nei cimiteri come segno di amore e ricordo. Ricordo che le inumazioni preistoriche spesso praticate intorno alla sede del fuoco erano profonda convinzione del legame tra i vivi e i morti garantito dal focolare. Il tizzone che si conservava sotto la cenere durante la notte, e che consentiva di riaccendere il fuoco al mattino, era metafora della vita che si rinnovava e, inviato alle famiglie che ne erano rimaste sprovviste, segno di solidarietà e vicinanza. Il fuoco che bruciava sotto il cuttùre sempre pronto a fornire acqua calda era anche convivialità, perno della vita familiare, legame tra passato e presente poichè testimone delle storie che i nonni raccontavano la sera. Un baricentro affettivo la cui pietra, connessione tra terra e tradizione familiare, significava augurio e prosperità ed era associata all'angelo del focolare, figura rigorosamente femminile (ecco il femminile che ritorna), e che, rappresentata da un sasso, veniva donata tra famiglie nelle festività del Natale. Il fuoco era cuore dell'accampamento nelle notti della transumanza, come oggi è "maestro delle feste" di Ferragosto o delle sagre quali la nostra Pezzata. «Ai piedi del Campo, con l’arrosto, si canta» recita un bassorilievo scolpito da Olindo Paglione (1912-2000) su un barbecue di pietra all'aperto. Curiosamente, durante l'emigrazione della seconda metà del secolo passato, negli appartamenti cittadini il camino tende a scomparire quale elemento architettonico: molto probabilmente viene ritenuto un retaggio di povertà o di origini paesane di cui vergognarsi, più o meno com'era "disonorevole" mantenere e parlare il dialetto. Il fuoco, mio compagno silenzioso nella preparazione di molti esami universitari e studio di tante partiture, ha visto giocare e crescere i miei figli e, per me, col suo fascino ipnotico, custode dello spirito di chi mi ha preceduto tra quelle mura. Silenzio interrotto da qualche scoppiettio e dal brusco rumore della fiamma che soffia violenta alimentata da sacche di gas presenti nella legna, che qualcuno mi raccontò fosse la strega. Il fuoco che marchiava gli stinchi delle nostre nonne, accoccolate 'mmócca alla ciummnèra sulle piccole sedie di paglia, con l'eritema ab igne e spesso vanamente prevenuto con l'asciugamano chiaro steso dalle ginocchia flesse in giù. E quella piccola figura vestita di scuro infondeva serenità e dolcezza... Nella fiamma il tempo stesso si mette a vegliare. Sì, chi veglia davanti alla fiamma non legge più. Pensa alla vita. Pensa alla morte. La fiamma è precaria e vacillante. Questa luce basta un soffio ad annientarla, una scintilla a riaccenderla... [G. Bachelard] Francesco Di Nardo

  • Notizie sopra alcuni laghetti nelle valli del Sangro, del Sinello e del Trigno

    In una mia comunicazione preliminare intorno alle frane dell'Appennino centrale e meridionale, presentata al VI Congresso Geografico Italiano, ebbi occasione di ricordare i nomi di parecchi piccoli bacini lacustri sparsi qua e là a differenti altezze, nelle vallate del Sangro e del Trigno, esprimendo l'ipotesi che l'origine di alcuni tra essi potesse esser collegata al fenomeno delle frane, come lo è certamente quella dell'unico di questi laghi finora studiato, quello di Mingaccio presso Capracotta. Oggi, in seguito a un'escursione eseguita in val Sangro e in parte della val Trigno nell'agosto passato, sono in grado di dare su parecchi di tali laghetti più precisi ragguagli. Di quelli da me personalmente visitati tre appartengono al bacino idrografico del Sangro, due a quello del Sinello ed uno a quello del Trigno: tutti sono compresì nel quadrante 153 I (Villa S. Maria) della carta topografica d’Italia. Lago Saletta A circa due km. a sud-ovest di S. Angelo del Pesco, la pendice che scende lentamente alla riva destra del Sangro è interrotta da una breve depressione foggiata a piatto è racchiusa all'incirca dall'isoipsa di 730 m., la cui parte centrale è occupata da un piccolissimo bacino lacustre alla quota di 728 m. esattamente. Questo laghetto ha oggi una forma irregolarmente ellittica, coll'asse maggiore, diretta a un dipresso da ovest ad est, lunga 65 m. o poco più, e l'asse minore di 45 m.; lo specchio acqueo è però in buona parte invaso da piante palustri, del genere Sparganium (detto localmente oglia ), che si affollano fittissime e alte sulle rive, le quali sono perciò in più punti malamente accessibili. Il lago una volta occupava un'area assai maggiore, forse tripla dell'attuale e le tracce delle antiche sponde sì veggono ovunque all'intorno; esso si vien rapidamente restringendo e colmando per opera appunto della vegetazione palustre; anche la sua profondità è oggi assai piccola e forse non supera un metro. Mi fu detto che esso è assai ricco di pesci (trote, capitoni) e che il comune di Castel del Giudice, cui il lago appartiene, cede annualmente in affitto il diritto di pesca; vi sì raccolgono anche in gran copia mignatte. Quanto all'origine del lago, sul luogo mi fu narrata una delle solite leggende, alludente ad uno sprofondamento e a conseguente scomparsa di case e di una chiesa; io credo che debba ricollegarsi a fenomeni carsici, poiché il calcare secondario che forma la zona culminale dei monti Campo (1.645 m.) e S. Luca (1.575 m.), ricoperto più in basso dalle formazioni argillose dell'eocene, sporge tuttavia qua e là con numerosi sproni e spunzoni, dimostrando che il mantello di materiale argilloso è assai sottile: la formazione quindi di una cavità nel calcare può aver facilmente prodotto una depressìone nella sovrastante coperta argillosa in mezzo a cui sì trova il piccolissìmo lago. A poco più di 3 km. a nord-est di S. Angelo del Pesco nel bosco chiamato La Canala mi fu detto esistere un altro minuscolo bacino, che sembra indicato anche sulla carta, ma che io non potei visitare: esso è denominato localmente Lago delle Cornacchie . Laghi dell'Anitra Con questo nome sono indicati sulla carta due bacini lacustri posti ai piedi del M. del Cerro, appartenente allo spartiacque Sangro-Trigno, tra Agnone e Pescopennataro. Mi vi recai il 13 Agosto, con persona pratica dei luoghi, da Agnone per una comoda mulattiera che, staccandosi dalla strada Agnone-Castiglione, sale al guado (passo) della Licia tra il M. del Cerro e il M. S. Onofrio (1.184 m. secondo la carta, dove manca però il nome del guado ) e sarà tra breve sostituita dalla rotabile Agnone-Pescopennataro, ora in costruzione. Ma sopra i 900 metri ci colse di buon mattino una nebbia così fitta e persìstente che, giunti al guado, la mia guida stentò assai a trovare il sentiero che di là conduce, tra la macchia bassa, a una Vaccareccia (1.042 m. secondo la carta) posta in prossimità dei laghi. Di laghi peraltro non si parla dai pastori che quasi soli frequentano quella zona, i quali appellano la località col nome più giusto di Piano dell'Anitra . Trattasi invero di un vasto ripiano limitato a sud e sud-est da una rupe calcarea a picco e ad ovest dal pendio del M. la Morgia, ma aperto verso nord e nord-est, dove lo ricinge appena un orlo leggerissimamente rilevato che non figura neppure sulla carta. All'epoca in cui lo visitai, il piano era perfettamente asciutto e vi pascolavano greggi di buoi; nella stagione piovosa peraltro, poiché esso accoglie parte delle acque che scendono selvagge dalle pendici a sud ed a est, vi sì formano effettivamente, nelle parti più depresse, due stagni, all'incirca della forma e dimensioni indicate dalla carta, fra loro separati da un breve rialto elevato 5-6 m. È da notare però che parte delle acque che scendono dai fianchi del M. del Cerro, prima di giungere al piano, si perde in due inghiottitoi (localmente detti inghiottibovi ) che si trovano in prossimità dell'angolo sud-est del maggiore dei due laghetti, che ha forma grossolanamente triangolare. Ma in questi due laghetti o stagni temporanei l'acqua raggiunge appena, come rilevasi dalle tracce ben visibili sulla parete rocciosu a picco che limita a sud il piano, l'altezza di 50-60 cm.; ove la superi, le acque trovano sfogo, oltre l'orlo settentrionale, in un fosso, che, correndo verso nord, va a perdersi in un altro piano più vasto detto Padulone (è la parte eud e und-est della regione denominata sulla carta Prato Martello ). Quest'ultimo perciò fino a qualche anno fa era per molti mesi un vero acquitrino, ma ora i pastori del luogo, all'intento di poterlo utilizzare come pascolo sul finir della primavera, vi hanno scavato un canale di scolo, che ne porta le acque al Rio delle Vespe e quindi al Sangro. I due laghi dovrebbero dunque esser cancellati come tali dalla carta e sostituiti da un segno indicante gli stagni temporanei. Si avverta peraltro che anche in estate l'acqua deve trovarsì a profondità assai piccola sotto il piano; lo attesta tra l'altro l'esistenza di alcune porzioni di terreno, a contorno circolare e leggermente rilevato, come tumuli, che appaiono quasi pregne d'acqua sì che il piede trema camminanrdovi sopra; i pastori del luogo li chiamano col nome caratteristico di Tremolizzi ed hanno cura di tenerne lontani i buoi nel timore che corrano il rischio di sprofondare, come talvolta, a quanto mi assicurano, sì è verificato. Roberto Almagià Fonte: R. Almagià, Notizie sopra alcuni laghetti nelle valli del Sangro, del Sinello e del Trigno , in «Rivista Geografica Italiana», XV:9, novembre 1908.

Complimenti, ti sei iscritto a Letteratura Capracottese!

Organigramma | StatutoContattaci

© 2015-2026 Letteratura Capracottese APS

Via San Sebastiano, 6 - 86082 Capracotta (IS)

C.F. 90050910943

bottom of page