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  • Storie dell'emigrazione molisana: Rosa Sammarone

    La cittadina di Windsor, in Canada, e i coniugi Catauro. Michele Catauro nacque a Agnone, in provincia di Isernia, il 16 luglio, 1923, da Gavino Catauro (1880-1945) e Carmela Angelacci. Ebbe tre fratelli, Alessandro, Ettore e Nicola, e cinque sorelle, Fiorina, Isabella, Giacomina, Maria e Giuseppina. Michele sposò Rosa Sammarone. Rosa Sammarone nacque a Capracotta, in provincia di Isernia - ebbe una sorella, Luigina (14 aprile 1932 - 21 luglio 2017), e due fratelli, Remo (1929 - 28 dicembre 2010) e Luigi (morì il 7 febbraio 2008). Rosa fu costretta a lasciare la sua amata casa di Capracotta durante l'occupazione tedesca della Seconda guerra mondiale e si rifugiò ad Agnone dove in seguito conobbe Michele, il suo futuro marito. Michele prestò servizio nell'Aeronautica Militare Italiana durante la Seconda guerra mondiale. Michele cercò un futuro migliore verso il Canada. Rosa emigrò in Canada nel 1950 con il figlio Carmelo, di soli due anni, per ricongiungersi al marito e si adattò rapidamente alla nuova vita. Michele e Rosa poi ebbero altri due figli: Rosario e Carmela. Mario fu imbianchino/decoratore professionista fino al suo impiego presso la Dominion Forge (dove lavorò fino al pensionamento, dopo 32 anni di servizio). Rosa fu un'abile sarta. Michele Catauro morì, a 91 anni, il 20 maggio 2015. La moglie Rosa Sammarone morì, a 96 anni, il 3 ottobre 2022. Geremia Mancini

  • Falsi, errate attribuzioni, plagi e solenni cantonate

    Johann Sebastian Bach (1685-1750). Un quadro, una scultura, un affresco, un arredo ligneo. Quante volte li abbiamo ammirati esaltandone l'autore ma con un diavoletto che ci sussurrava nell'orecchio: e se fosse un falso?. Potrebbe essere la copia di un'opera originale, magari dello stesso artista o di un suo allievo, ancora un lavoro di un grande virtuoso erroneamente o volutamente attribuito ad altro maestro e viceversa. Ciliegina sulla panna: quando si scopre come moderno un capolavoro riferito erroneamente (o malevolmente se non beffardamente) ad artisti vissuti secoli fa. Gli esperti con i critici sono sempre al lavoro per le opportune ricerche ma spesso delle solenni cantonate finiscono per "terremotare" intere carriere accademiche e creare crepe di varie dimensioni in convinzioni considerate da decenni più che granitiche. Nemmeno la musica è immune da questo fenomeno ed un piccolo viaggio in questo argomento riserva sorprese spesso piacevoli se non addirittura stuzzicanti ed intriganti. Ricordo sempre che siamo in ambito puramente divulgativo e gli specialisti pur leggendo con i capelli dritti le mie parole mi perdoneranno le semplificazioni tese ad avvicinare i non addetti ad un mondo ai più (purtroppo) sconosciuto ma meraviglioso. Anticamente, spesso in assenza di pubblicazioni a stampa, molti musicisti conservavano copia manoscritta e spesso anonima dei lavori di colleghi o allievi per scopo didattico, per studio o esecuzione nella loro quotidianità. La revisione dei loro archivi portò spesso a ritenere che tali opere fossero farina del loro sacco. Un classico esempio ci viene fornito dagli "Otto piccoli preludi e fughe" (BWV 553-560) attribuiti a Johann Sebastian Bach (1685-1750), mentre la moderna critica li ricollega a Johann Ludwig Krebs (1713-1780), che di Bach fu allievo. La stessa sorte è toccata al corale per organo a due manuali e doppio pedale "Wir glauben an einen Gott, Vater" (BWV 740) ascritto recentemente al catalogo di Krebs con numero WV 554c. Occorre considerare che Bach ebbe molto a cuore la ricerca genealogica e la raccolta e conservazione di opere della sua numerosa famiglia operante nel settore musicale di tutta la Germania tra il XV e il XVIII secolo al punto che la parola Die Bäche (i Bach) era diventato sinonimo di "musicisti". Queste analisi si basano anche su un attento studio degli schemi compositivi dei vari autori e dell’epoca di riferimento elementi che concorrevano a lasciare sulle creazioni delle vere e proprie impronte digitali in musica. La morte prematura per tubercolosi di Georg Friedrich Kauffmann (1679-1735) gli impedì di completare la revisione della sua raccolta di corali per organo "Harmonische Seelen-Lust". Tale compito fu portato a termine da parte della vedova che per errore vi incluse attribuendole al marito alcune composizioni altrui, tra cui alcune di Johann Gottfried Walther (1684-1748) di cui Kauffman ne aveva fatto copia personale. Tenetevi forte! Perché un dubbio di attribuzione ha recentemente colpito la stessa "Toccata e fuga in Re minore" BWV 565 di Bach che finora è sempre stata un suo marchio di fabbrica! Questa composizione fu riferita al maestro da Felix Mendelssohn Bartholdy (1809-1847), che di Bach fu un riscopritore. Ritenuta opera giovanile è priva di un manoscritto autografo e la copia più antica riferita espressamente a Bach è quella di Johann Peter Kellner (1705-1772), anch'egli suo allievo. A differenza della copia di Mendelssohn, dove è presente un terzo rigo per la pedaliera, il manoscritto di Kellner riporta la linea del pedale nello stesso rigo della mano sinistra, cosa peraltro frequente ancora oggi in molti brani per organo. La critica musicale l'ha sempre catalogata come opera giovanile, quasi clavicembalistica, poiché risente della irruenza di Nicolaus Bruhns (1665-1697), anche se il Maestro in gioventù faceva più riferimento allo stile equilibrato e severo dei grandi organisti del Nord. Al tempo stesso troppo semplicistica per il Bach della maturità che, tranne poche eccezioni, rimaneggiò gran parte delle sue opere giovanili. Stranamente la fuga si ricollega più ad un manieristico tardo barocco preludio allo "stile galante" (1740-1770) che Bach non amava ed è priva suoi tipici emozionanti sviluppi. Christian Heinrich Rinck (1770-1846) la attribuisce a Bach ma sussiste il sospetto che le notazioni del tempo di esecuzione e delle corone di sospensione siano opera dello stesso Rinck. Di certo la conduzione armonica e la conclusione in minore sono in linea con la prassi dell’epoca. Alcuni ne hanno ravvisato una trasposizione da precedenti partiture strumenti ad arco. Il dibattito è ancora acceso mentre noi umili organisti di provincia cerchiamo solo di eseguirla bene. Malintesi di archivio, calligrafie simili ed errori di catalogazione hanno portato una discreta confusione su molte composizioni: le cantonate appunto. Come la sinfonia 37 di Wolfgang Amadeus Mozart (1756-1791), in realtà farina del sacco di Michael Haydn (1737-1806), che di Mozart fu amico. Nel 1783 in un momento di fretta prima di un concerto a Linz, Mozart prese la sinfonia ne scrisse l'introduzione con un "Adagio maestoso" operando anche piccole revisioni in altri movimenti. I successivi editori, ingannati, ritennero tutta la sinfonia una sua creazione. Lo svarione fu riconosciuto dal musicologo Lothar Perger nel 1907. Per molto tempo la stessa "Stille Nacht" per qualche oscuro motivo venne ritenuta composizione di Mozart. Il rinvenimento dei manoscritti originali consentirono, come abbiamo osservato insieme tempo fa, di riconoscerla opera di Franz Xaver Grüber (1787-1863). La sinfonia "Jena" fu attribuita a Ludwig van Beethoven (1770-1827) a causa di una copia manoscritta (?) rinvenuta appunto a Jena da Fritz Stein nel 1909 e da questi ritenuta un'opera giovanile e così pubblicata. La scoperta di un'altra copia consentì invece di identificarla come composizione sullo stile di Haydn scritta da Friedrich Witt (1770-1836). Paternità truffaldine furono assegnate da editori privi di scrupoli ad opere di autori fuori moda o poco conosciuti riferendole a musicisti più in voga. Venezia, nel XVIII secolo capitale tra le capitali della musica, veniva costantemente invasa da studiosi e collezionisti bramosi di ottenere pezzi rari o inediti dei più celebri compositori. Il mercato dell'originale "perfettamente imitato" non aspettava altro. Venezia diventò così anche la capitale degli artigiani del falso. Alcune opere sacre di Antonio Vivaldi (1685-1741), ormai defunto e quasi del tutto dimenticato, furono pubblicate da editori come Giuseppe Baldan, desiderosi di liberarsi di materiale in giacenza o per incrementare i guadagni, sotto il nome di Baldassare Galluppi (1706-1785) organista e compositore che in quegli anni era sulla cresta dell'onda. Tali scoperte si sono concretizzate a partire dagli anni 2000 grazie a scritti conservati nella Sächsische Landesbibliothek di Dresda ed analizzati da Janice Stockigt, esperta di Galluppi, e da Michael Talbot, studioso di Vivaldi. In aggiunta i ricercatori del RISM (Repertoire International des Sources Musicales) hanno ricondotto ai veri autori altre opere tramite l’analisi della filigrana e dei caratteri di stampa. La vanità e la voglia di gloria, associate ad una fame di novità da parte del pubblico hanno coinvolto altri musicisti dell’epoca romantica che hanno spacciato loro opere per musica antica. La confutazione arrivava sempre tramite l’analisi dello stile, delle sequenze armoniche e delle regole compositive violate, ma spesso purtroppo solo quando gli animi e gli entusiasmi si erano raffreddati e con la cultura generale ormai pesantemente e spesso irrimediabilmente influenzata dalle false edizioni. Lo stesso contrasto tra i critici onestamente abbagliati dalle scoperte ne aumentava la pubblicità e di conseguenza le vendite degli editori e il guadagno degli "scopritori". Nel 1842 sull'onda dell'interesse verso la polifonia rinascimentale Pierre-Louis Dietsch (1808-1865) direttore di coro e compositore, eseguì in prima assoluta un'"Ave Maria" tratta da un manoscritto di Jacques Arcadelt (1504-1568) da lui rinvenuto in un archivio. Il successo fu enorme e fu pubblicata a Londra da sir Henry Bishop. Lo stesso Franz Listz ne fu talmente entusiasmato da farne una trascrizione per pianoforte e con grande clamore l'"Ave Maria" di Arcadelt entrò nel repertorio liturgico per esser eseguita addirittura nella Basilica Vaticana di S. Pietro a Roma dove Arcadelt aveva operato tre secoli prima come maestro della Cappella Pontificia Sistina. Ma, dopo qualche tempo venne fuori un'altra storia. Dietsch, che pare non fosse nuovo a tali comportamenti, aveva preso una chanson profana a tre voci realmente composta da Arcadelt, cambiandone la metrica, modificando il testo e aggiungendo una quarta voce e rielaborandone l’armonia per adattarla al gusto romantico del tempo. Infatti lo sviluppo musicale di tale brano non ha nulla a che vedere con lo stile dei mottetti di Arcadelt. Con il passare del tempo il nome di Dietsch fu dimenticato ma il falso rimase e viene ancora eseguito riferendone la falsa paternità. Fritz Kreisler (1875-1962), celebre ed acclamato violinista, spacciò sue opere come composizioni di Boccherini, Vivaldi, Porpora e Martini, dichiarando di averli recuperati da manoscritti acquistati da un convento di Avignone. Così fece anche Henri Casadesus (1879-1947), pubblicando concerti riferiti a Johann Christian Bach, Carl Philipp Emanuel Bach e Georg Friedrich Händel. Un'analisi moderna più accurata li avrebbe smascherati istantaneamente. Peraltro, cessata la frenesia della scoperta, gli stessi compositori venivano spesso allo scoperto: dopo i guadagni derivati dai presunti inediti la confessione consentiva di riaccendere l'attenzione degli acquirenti e del pubblico e così passare ai nuovi ricavi dovuti per i reali diritti di autore... Intorno al 1970, Vladimir Fëdorovich Vavilov (1925-1973) rilasciò un'"Ave Maria" di anonimo che, alla sua morte, fu attribuita all'italiano Giulio Caccini (1551-1618) da parte dell'organista Mark Shakhin, riscuotendo uno strepitoso successo condito da celeberrime incisioni discografiche. Tuttavia le testimonianze storiche e l'analisi armonica hanno consentito di escludere totalmente l'appartenenza alla musica del XV secolo. Così anche l'aria "Pietà Signore", attribuita ad Alessandro Stradella (1643-1682), risultò una rielaborazione, se non totale composizione, di François-Joseph Fétis (1784-1871) o di Louis Niedermeyer (1802-1861). Operazione favorita anche dall'aria enigmatica che circonda la figura di Stradella, misteriosamente assassinato durante il suo soggiorno a Genova. Attualmente è in corso una accesa disputa tra studiosi sulla reale paternità del "Gloria" (HWV deest) attribuito ad Händel nel 2001: forse opera giovanile o di anonimo coevo. Una curiosità: l'aria "Andromeda liberata" (RV Anh.117), anonima e inizialmente considerata di Vivaldi, eseguita a Venezia il 18 settembre 1726, sembra essere una "serenata pasticcio" in due tempi. Il pasticcio era una forma compositiva barocca che univa musiche di vari autori. Sicuro contributo del "Prete rosso" alla composizione è l'aria "Sovente il sole"m contenente una sequenza solistica per violino di altissimo considerata l’ultima esecuzione pubblica documentata di Vivaldi in qualità di violinista. Caso particolare il rinvenimento di composizioni non definibili false ma il cui autore risulta un perfetto sconosciuto. Volendo fare un esempio relativo all’antologia organistica, potremmo dire che H.W. Tauscher (1760-1843) rappresenta un vero mistero. La prima pubblicazione di alcuni suoi brani risale al 1835 mediante il periodico "Orgel Journal". Le date di nascita e morte sono facilmente reperibili sul web, ma è tutto qui. Ignoto il significato delle lettere H.W. riferite al suo nome di battesimo, sconosciuta qualsiasi traccia biografica come anche non esiste traccia in qualsiasi archivio parrocchiale di quale fosse la sede dove operò come organista. Si sospetta l'uso di uno pseudonimo da parte di un compositore che trovava poco consono far conoscere la sua reale identità: un nobile? O una donna? Chiunque fosse, le sue opere denotano una notevole maestria nella elaborazione armonica e nella padronanza del contrappunto: Tauscher sapeva molto bene il fatto suo. Il periodo che va dal XVI fino alla fine del XVIII secolo deve essere considerato non come fabbrica, ma come grandissima officina musicale artigianale. Le sequenze musicali, cantate, sinfonie, corali, arie venivano composti, rielaborati, ristrutturati, smembrati ed inseriti in altre opere da utilizzare di volta in volta. I musicisti erano artigiani ed artisti. Paradossalmente i codici e il reticolo di regole comuni di composizione e sviluppo armonico potevano anche determinare che, sullo stesso argomento, i musicisti “costruissero” opere molto simili tra loro pure se gli artefici ignoravano i reciproci lavori. Non esisteva il diritto di autore e gli studenti pagavano per poter copiare le opere dei maestri. Era il genio individuale a fare la differenza. Parimenti essere copiati anche tramite ascolto era motivo di vanto per i compositori: una dimostrazione del proprio valore. Ecco allora la grande abbondanza di scritti di difficile identificazione. La parodia era l'arte di comporre sulla falsa riga di una opera preesistente o rielaborare le caratteristiche per adattarla alle varie occasioni. Tale forma musicale era molto in voga: il termine "parodia" che oggi usiamo in ambito puramente comico e spesso dispregiativo, aveva, a quei tempi, un significato del tutto diverso e veniva praticata con ampio rispetto. Conoscere l'evoluzione di queste regole nel corso degli anni ha consentito una cernita dei falsi ma anche di apprezzare l’abilità dei musicisti nell’inserire nei componimenti poesia e spiritualità pur muovendosi in ambiti rigidamente prefissati e strutturati. Ad esempio nell'ambito della musica organistica, lavorando sui "Choralvorspiele" (Corali per organo), saldamente codificati e stabiliti, osserviamo come le somiglianze tra vari autori sono frequenti. Lavorare a stretta vicinanza creava altrettanti modi comuni. Nel periodo in cui Bach era Hoforganist presso la corte di Weimar il suo lontano cugino, Johann Gottfried Walther, era Stadtorganist presso la comunità del medesimo luogo: che potessero esistere similitudini nel modo di comporre o di schemi espressivi simili era del tutto naturale. Così delle similitudini anche tra Marc-Antoine Charpentier (1643-1704) e Jean-Baptiste Lully (1632-1687) entrambi musicisti presso la corte di Luigi XIV, uno competente per la musica sacra e l'altro per la profana. Somiglianze nella originalità e viceversa. Nel 1958 il musicologo e compositore Remo Giazotto (1910-1998) diede alle stampe un adagio per archi ed organo, attribuendolo al compositore veneto Tomaso Albinoni (1671-1751). Molte opere di Albinoni, musicista e compositore con valore pari livello di Vivaldi, Corelli e Scarlatti, sono purtroppo andate perdute con il bombardamento della Biblioteca di Stato di Dresda durante la Seconda guerra mondiale. Giazotto sostenne di aver ritrovato nel 1945 tra le macerie della biblioteca un frammento autografo di Albinoni contenente uno spunto per un basso numerato e sei battute di un incipit per un adagio. Pertanto la dicitura «Giazotto – Adagio per archi e organo su spunto tematico e basso numerato di Albimoni» venne pubblicato riscuotendo un successo internazionale. Tuttavia, Giazotto non ha mai esibito copia di quel frammento e la Städische Landesbibliothek di Dresda ha sempre negato di aver mai posseduto un tale documento. Inoltre il nostro Giazotto ha sempre sostenuto che solo lo spunto fosse creazione del grande Veneto ma che tutto il resto fosse sua elaborazione e composizione. L'analisi del brano infatti testimonia uno stile e una struttura armonica vicini alla sensibilità barocca italiana ma frutto di regole non del tutto ortodosse, mentre la conduzione melodica ed il linguaggio emotivo siano di stampo novecentesco. Tuttavia il successo, conseguito nei concerti e nella cinematografia, e l’ondata emotiva derivante dall'ascolto di questo capolavoro ne dimostrano il valore indipendentemente se frutto di una burla, o semplicemente strumento per una ricerca di fama personale. E arriviamo ai cambi di destinazione d'uso... Classico esempio: l'"Ave Maria" di Franz Schubert (1797-1828). La melodia venne composta nel 1825 come parte di un ciclo di sette Lieder per la messa in musica della traduzione tedesca fatta da Philip Adam Storck dell'opera "The lady of the lake" dello scozzese sir Walter Scott: storia delle vicissitudini della fuggiasca Elle Douglas. Nel ciclo tedesco la protagonista nel sesto brano cerca la protezione del cielo iniziando sì la preghiera con l'invocazione "Ave Maria", ma poi proseguendo elencando le sue vicende personali. Furono gli editori, cosa che Schubert non aveva previsto, a sostituire il testo letterario con la preghiera latina facendone una colossale operazione commerciale il cui mito planetario venne consolidato anche dal film della Disney "Fantasia" (1940) dove la soavità delle immagini sostenute dalla preghiera fa da luminoso baluardo contro la terrificante sequenza demoniaca sostenuta da "Una notte a Monte Calvo" di Modest Petrovič Musorgskij (1839-1881). E cambio di destinazione è anche la dolce e romantica "Ave Maria" costruita sull'intermezzo della "Cavalleria rusticana" (1890) di Pietro Mascagni (1863-1945). Se l'"Ave Maria" di Schubert è un cambio di destinazione d'uso, per l'"Ave Maria" di Gounod, restando nel campo dell'edilizia, potremmo parlare di "superfetazione". Siamo all'incontro di due grandi della musica. Nel 1722 Bach compose come primo movimento del suo "Clavicembalo ben temperato", un preludio in Do maggiore: una sequenza di arpeggi fluenti, contemporaneamente melodia e sviluppo armonico di tutta la composizione. Charles Gounod (1852-1859) ebbe l'idea di sovrapporre una ulteriore linea melodica limitandosi a lievissime alterazioni del lavoro di Bach. Inizialmente affidata a strumenti ad arco la nuova melodia fu adattata al canto con le parole della preghiera latina dedicata a Maria. Una commistione tra barocco e romanticismo, il cui titolo "Meditazione sul primo preludio del Clavicembalo ben temperato" viene storpiato in "Ave Maria di Bach-Gounod", dimenticando che Bach, fervente luterano, avrebbe qualcosa da ridire al riguardo. Nel mondo della musica vagano, muti fantasmi, anche brani che personalmente amo definire "La musica che non verrà mai ascoltata": le composizioni mai terminate. Spesso ignoriamo il perché di tale abbandono come anche le intenzioni originarie degli autori come ignoto lo spirito che non riuscì mai a riempire quelle pagine. Molti successivi compositori, anche di gran levatura, si sono cimentati nel completarle basandosi sugli stili del tempo e le caratteristiche dei vari ideatori. Siamo quindi autorizzati a considerare falsi anche questi completamenti? Il "Requiem in Re minore K626" (1791) di Wolfgang Amadeus Mozart (1756- 1791) forse potrebbe far parte di questo gruppo. La morte prematura di Mozart e la natura dell'opera in questione hanno dato alimento alla narrazione romantica, espressa anche nel film "Amadeus" (1984) di Miloš Forman, che ha contribuito ad accentuare l'alone di mistero che circonda la stesura del Requiem. L’attuale storiografia attribuisce al conte Franz Graf von Walsegg, musicista dilettante, il ruolo del misterioso committente. Il nobiluomo richiese una messa da requiem in memoria della consorte deceduta nel 1790, ma aveva anche la pessima abitudine di presentare come proprie molte delle composizioni da lui commissionate e poi eseguite presso la sua corte. Quasi sicuramente voleva fare altrettanto con la musica commissionata a Mozart. Questo spiegherebbe l'alone di segretezza della commissione. La morte del Genio lasciò incompiuta gran parte dell'opera e la vedova, Constanze Weber (1762-1842), per non perdere l’onorario pattuito, affidò a Franz Xaver Süßmayr (1766-1803), allievo di Amadeus, il completamento dell'opera, dopo il fallimento di alcuni tentativi da parte di altri musicisti dell’entourage mozartiano. Süßmayr trovò completato solo l'Introitus mentre le sezioni successive erano solo tracciate nel basso numerato e nelle linee melodiche. Pertanto strumentò le parti abbozzate e compose da zero il Sanctus, il Benedictus e l'Agnus Dei: molto probabilmente fu facilitato dal fatto che Mozart, a suo tempo, lo aveva messo a parte di molti spunti circa questo lavoro. Per completare il tutto falsificò la firma del Maestro apponendovi la data del 1791. Alcune parti vennero eseguite in anteprima a Vienna per la commemorazione di Amadeus, motivo per il quale von Walsegg, nel 1793, dopo aver presentato l’esecuzione presso la sua corte come farina del proprio sacco, rinunciò ad ulteriori tentativi ed il Requiem restò universalmente conosciuto come opera di Mozart. Il ritrovamento dei manoscritti originali ci ha consentito di identificare e distinguere con precisione il lavoro di Amadeus da quello dell'allievo. Il Requiem, testamento spirituale di Mozart, ci presenta il suo studio accurato della grande polifonia contrappuntistica Bachiana, che aveva sempre ammirato, sicuramente più idonea dello "stile galante" nell'affrontare un tale solenne compito. Per inciso ha sempre avuto risalto come Mozart concepisse una grande fuga al termine di ogni episodio di rilievo. Ma tale consuetudine non compare invece nel finale del "Lacrimosa": Süßmayr conclude il brano con poche battute sull'"Amen" ed una semplice cadenza. Un mistero nel mistero. Ma nei primi anni '60 del Novecento ad opera del musicologo Wolfgang Plath venne alla luce un manoscritto autografo di Mozart con appunti relativi al "Flauto magico", composto quasi contemporaneamente al Requiem. In calce al documento erano presenti appunti per il "Rex Tremendae" e quattordici battute relative ad una grandiosa fuga corale sulla parola "Amen" sfruttando il tema capovolto dell'Introitus: tipica conclusione simbolica in stile barocco. Molti compositori, certi di aver rintracciato la fuga finale del "Lacrimosa" si sono dedicati al suo sviluppo e con risultati sempre strabilianti. Resta comunque irrisolto il perché Süßmayr non la abbia inclusa nel suo lavoro. Eppure tutti i completamenti possono solo essere indicativi dell'orientamento originale di ogni autore: gli sviluppi legati a stile e prassi purtroppo non possono tenere conto del genio individuale che poteva palesarsi ad ogni angolo di strada musicale e che non avremo mai modo di conoscere. Appunto, la musica che non verrà mai ascoltata... Ma, in fondo, falsi o genuini sono sempre brani che hanno creato emozioni e tuttora le scatenano. Ad essi ed alla loro bellezza abbiamo legato ricordi, sensazioni con il compito vengono di evocarli, mantenerli vividi, palpitanti. I loro ideatori, quali che fossero le intenzioni originali, con il loro lavoro hanno dato arte, spirito e vita a queste opere. E, forse, la loro migliore conoscenza con la giusta contestualizzazione ci consentono di apprezzarle e amarle ancora di più. Ogni musica, se basata solo sulla sonorità, è destinata a morire nel tempo. Vive invece grazie allo Spirito. [A. Schering] Francesco Di Nardo

  • Storie dell'emigrazione molisana: Louis Paglione

    Pueblo, in Colorado, e il profilo di Louis Paglione. Louis A. Paglione nacque a Pueblo, in Colorado, il 18 aprile 1917, da Antonio Paglione (nato a Capracotta, in provincia di Isernia, il 18 maggio 1891 - contribuì a fondare il sindacato siderurgico locale -, figlio del ventottenne Riccardo Nicola Paglione e della ventiseienne Carmella Ferrelli, entrambi nati a Capracotta, e morto a 66 anni, l'11 febbraio 1958, a Pueblo) e da Lucia Di Tella (nata a Capracotta, in provincia di Isernia, il 5 febbraio 1894, figlia del trentenne Giacinto e della ventisettenne Diomira, entrambi nati a Capracotta, e morta a 87 anni, il 7 febbraio 1981, a Pueblo). Ebbe quattro sorelle, Jennie, Ann, Rose e Frances, e due fratelli, Richard e Jim. Louis fu supervisore, per 42 anni, della Colorado Fuel & Iron Company (CF&I). Louis fu membro fondatore de "La Famiglia Italiana" e della "Dante Aligheri Society". Fu membro del "BPOE n. 90", del "Pueblo Aerie n. 145 FOE", della Nocturnal Adoration Society e del Knights of Columbus Council No. 557. Prestò servizio come lettore presso la St. Francis Xavier Church. Fu anche uno dei primi membri del Neighborhood Housing Service (Servizio di alloggi di quartiere). Louis sposò, il 12 febbraio 1939, Antoinette Bongiorno (nata a Pueblo, l'11 maggio 1918, e morta a 88 anni, il 24 aprile 2007, a Pueblo). Ebbero tre figli: un maschio, Anthony (11 ottobre 1950 - 21 maggio 2018), e due femmine, Lucille e Carol. Louis A. Paglione morì a 86 anni, il 4 luglio 2003, a Pueblo, in Colorado. Geremia Mancini

  • Storie dell'emigrazione molisana: Leonard Paglione

    Leonard J. Paglione mentre riceve una onorificenza. Leonard J. Paglione nacque a Trenton, in New Jersey, il 15 dicembre 1931, da Giovanni Paglione (nato a Capracotta, in provincia di Isernia, il 14 giugno 1900, figlio del trentottenne Donato e della trentenne Concetta Sammarone, e morto il 16 maggio 1978) e Gina Di Nucci. Dopo la prematura morte della madre, avvenuta nel 1933, sua zia Eva "Eda" Di Nucci (nata a Capracotta il 29 aprile 1913, figlia di Luciano e Maria Loreta Sozio, e morta il 16 ottobre 2001 a Lawrenceville, NJ) sposò il cognato e crebbe i nipoti amorevolmente, come se fossero suoi. Leonard ebbe due sorelle, Margaret (nata a Capracotta il 26 marzo 1929 e morta a 75 anni il 20 ottobre 2004 a Trenton, NJ) e Jeanne (nata a Trenton il 10 luglio 1933 e morta a 79 anni l'8 dicembre 2012 a Hamilton, NJ). Leonard prestò servizio, per oltre 24 anni, nella US Air Force, fu congedato con onore e si ritirò nel 1975 con il grado di sergente maggiore capo. Fu istruttore presso la NCO Academy (tra i non commissioned officers) e fu determinante nello sviluppo della Senior NCO Academy nella base aerea di Gunter, dove fu anche istruttore. Iniziò poi una seconda carriera presso la Troy State University di Montgomery come consulente accademico e raggiunse la posizione di Registrar. Dopo il pensionamento dalla Troy State University, nel 1989, si offrì volontario settimanalmente per la Croce Rossa presso la Pharmacy at Maxwell AFB. Fu membro della Our Lady of Guadalupe di Wetumpka. Si impegnò in numerose cause, tra queste: The Air Force Memorial, The Air Force Sergeants Association, The American Italian Club, Wounded Warriors, Catholic Social Charities e Montgomery Area Food Bank. Il 30 giugno 1956 sposò Dorothy Lea "Dottie" Gue (nata a Branchland, in West Virginia, il 3 novembre 1934, diplomatasi alla Huntington High School e poco dopo arruolatasi nella Air Force, servì nella Sampson AFB di Genova nello stato di New York, dove incontrò Leonard, il suo futuro marito, successivamente alla Keesler AFB in Mississippi, dove nacquero sia Teresa che Gina, dal 1960 al 1964 fu di stanza a Tokyo in Giappone, dal 1964 al 1968 a Orlando, in Florida, poi per soli 10 mesi a San Bernardino in California, ultimo trasferimento con la Air Force a Montgomery, in Alabama, nel 1969, si ritirò felicemente dal servizio civile del Dipartimento della Difesa nel gennaio 1995, e morì a 88 anni, il 5 agosto 2023, a Wetumpka, in Alabama). Leonard e Dorothy ebbero due figlie: Teresa e Gina. Leonard J. Paglione morì a 83 anni, l'8 giugno 2015, a Wetumpka, in Alabama. Geremia Mancini

  • Storie dell'emigrazione molisana: Albert Joseph Paglione

    Il "Korean War Veterans Memorial" di Washington. Il sergente Albert Joseph Paglione nacque a Trenton, in New Jersey, il 12 settembre del 1931, da Pasquale Paglione (nacque a Capracotta, in provincia di Isernia, nel 1897; giunse negli Stati Uniti nel 1912; sbarcò ad Ellis Island dal piroscafo "Ancona"; morì nel 1982) e da Giuseppina Casciani (nacque a Norcia, in provincia di Perugia, il 21 febbraio del 1904; morì a Tucson, in Arizona, l'8 maggio del 1983). Ebbe una sorella, Francesca "Frances" (nacque il 19 maggio 1928; sposò Albert Laezza; ebbe quattro figli; morì a 78 anni il 3 aprile del 2007) e due fratelli, Renato "Reno" (nacque nel 1926; veterano della Marina degli Stati Uniti durante la Seconda guerra mondiale; prestò servizio nel Pacifico; lavorò, come portalettere, nel Servizio Postale degli Stati Uniti a Trenton; sposò Sara "Jess" Menghini; ebbe due figli, Albert e Janet; morì a 81 anni nel 2007) e Anthony (nacque a Trenton il 27 ottobre 1935; lavorò, per molti anni, al PSE&G Trenton Gas Department e come manager part-time presso il Pennington Quality Market; fu poeta e calligrafo; prestò servizio nella Guardia Nazionale dell'Esercito degli Stati Uniti e fu membro della New Life Christian Church di Newtown in Pennsylvania e della Saint James Roman Catholic Church di Trenton; sposò Patricia Allen Brown; ebbe due figlie, Lisa e Linda; morì ad 80 anni il 19 luglio 2016 a Southampton, in Pennsylvania). Il sergente Albert Joseph Paglione fu arruolato con il 5° reggimento dei Marines. Numero di matricola 1184753. Il Sergente Paglione fu poi membro della Compagnia G, 3° Battaglione, 5° Marines, 1° Divisione Marine. Fu ucciso in azione mentre combatteva contro il nemico in Corea il 26 ottobre 1952. Geremia Mancini

  • Storie dell'emigrazione molisana: Richard Di Cianno

    Carmela Mendozzi (1910-2005) ed i suoi tre figli. Carmela Mendozzi nacque a Capracotta, in provincia di Isernia, il 19 marzo del 1910, da Giangregorio Mendozzi e Maria Di Tanna. Giangregorio, il padre di Carmela, emigrò negli Stati Uniti una prima volta nel 1906 (sbarcò ad Ellis Island dal piroscafo "Luisiana"). Tornò a Capracotta per ripartire nel 1909 (viaggiò fino ad Ellis Island sul piroscafo "Mendoza"). Forse definitivamente, dopo essere tornato in Molise, ripartì nel 1913. Giangregorio lavorò per un produttore di acciaio a Youngstown in Ohio. Carmela e la madre, lo raggiunsero nel 1920. Nel 1927 Carmela conobbe e si innamorò di Amedeo DiCianno (figlio di Ludovico Pasquale e Loreta Di Sanza; lasciò l'Italia quando aveva 16 anni; non rivide mai più i suoi genitori di San Pietro Avellana; visse a Montevideo, in Uruguay, dove ha lavorò come cameriere; successivamente giunse in Messico e da lì entrò negli Stati Uniti). I due si sposarono il 14 aprile del 1928. La madre di Carmela morì di parto all'età di 38 anni. All'epoca Carmela aveva 19 anni ed era sposata da poco. Carmela si assunse l'arduo compito di allevare i fratelli più piccoli. Nel 1934 Carmela e il marito lasciarono l'Ohio. Amedeo ottenne un lavoro, come macchinista, presso la Southern Pacific Railway a Ely, in Nevada. Vissero nell'alloggio, molto umile, che la compagnia ferroviaria mise a loro disposizione. Carmela lavorò come custode alla Murry Street School e fece il bucato per il Domingo's Market. Carmela e Amedeo ebbero tre figli: due maschi, Richard e Romolo "Rom", ed una femmina, Marie Antoniette. Il marito, Amedeo DiCianno, morì nel 1985 a Ely. Carmela Mendozzi morì il 21 gennaio del 2005 a Ely. Il primo figlio, Richard DiCianno, nacque a Youngstown, in Ohio, il 23 giugno 1929. La su famiglia si trasferì dall'Ohio a Ely, nel Nevada, quando lui aveva solo cinque anni. Si diplomò, nel 1947, alla White Pine High School. Lavorò per l'"Ely Daily Times" come fattorino di giornali e negli anni successivi imparò il mestiere della tipografia, diventando infine un compositore tipografo. Mentre era a Ely, lavorò per due redattori, che alla fine divennero governatori dello Stato del Nevada: Vail Pittman e Charles Russell. Richard prestò servizio anche nella Guardia Nazionale e nelle riserve come sergente maggiore dal 1948 al 1957. Richard lavorò anche per il "Nevada State Journal/Reno Evening Gazette" come compositore tipografico per 14 anni in totale. Dopo aver lasciato l'industria dei giornali lavorò, per 15 anni, come venditore per la Moore Business Forms. Richard fu deputato del Nevada State Council dal 1976 al 1977. Il 25 marzo 1956 sposò Beverly Blackham (si erano conosciuti quando entrambi lavoravano presso l'ufficio dell'East Ely Railroad Depot). Ebbe quattro figli: Debbie, Marcie, Mark e Sheila. Richard DiCianno morì a 90 anni il 25 aprile del 2020. Il secondo figlio, Romolo "Rom" DiCianno, nacque a Youngstown il 19 agosto del 1931. Rom frequentò la East Ely Grade School e la White Pine High School di Ely, diplomandosi nel 1949. Su sollecitazione di sua madre, sostenne l'esame di servizio civile per lavorare per il servizio postale degli Stati Uniti. Lavorò per la USPS dal 1950 al 1952. Fu arruolato e prestò servizio nella guerra di Corea dal 1952 al 1954, con sede a Yakuza, in Giappone. Fu poi trasferito al Signal Corp. Tornò a lavorare per il Servizio Postale dal 1954 al 1990, quando andò in pensione come direttore delle Poste. Nel febbraio del 1957 si sposò con Billie Manderville, un'infermiera canadese. Rom fu membro, per 55 anni, della Elks Lodge, membro dell'Ely Lions Club per 48 anni e fece parte del Consiglio comunale di Ely dal 2007 al 2013. Ebbe tre figli: due maschi, Currie e John, ed una femmina, Carmi. Romolo "Rom" DiCianno morì il 21 luglio del 2018 a Sparks, in Nevada. La figlia di Carmela, Marie Antoniette DiCianno, nacque nel 1938. Sposò Donald R. Carrick nel luglio del 1961. Marie fu un'infermiera professionista. Si laureò in infermieristica presso la Holy Cross Hospital nel 1959. Marie lavorò al Saint Mary's Hospital di Reno, allo Steptoe Valley Hospital e alla struttura di assistenza estesa della White Pine County a Ely. Nel 1974 iniziò a lavorare con Home Health Services del Nevada, servendo per 38 anni come direttore di filiale. Marie ricevette, nel 1991, il Silver State Citizen Award come infermiera dell'anno dal procuratore generale del Nevada nel 1991. Fu nominata uno dei dieci pionieri della salute rurale più onorati per 53 anni di attività infermieristica nel 2013. Fu scelta come Grand Marshall per la Fourth of July Parade nel 2005. Ebbe tre figli: Michael, Richard e Timothy. Marie Antoniette DiCianno morì il 5 settembre del 2023. Geremia Mancini Fonte: https://www.facebook.com/, 22 gennaio 2024.

  • Storie dell'emigrazione molisana: Consiglia D'Andrea

    Connie D'Andrea (1927-2014). Consilia "Connie" Elisabetta D'Andrea nacque a Philadelphia, in Pennsylvania, il 27 luglio del 1927, da Giuseppe "Joseph" (nacque a Capracotta, in provincia di Isernia, il 13 luglio 1883; morì a 72 ann il 1° aprile del 1956 a Philadelphia) e da Filomena "Philomena" Carugno (nacque nel 1895 da Francesco Carugno e Maria Di Tella, entrambi emigrati da Capracotta). Connie ebbe due fratelli, Vincent e Joseph. Connie si diplomò, nel 1945, alla Philadelphia High School for Girls. Frequentò la University of Pennsylvania, dove fu membro della Sigma Kappa Phi. Con la famiglia visse in un quartiere conosciuto come Swampoodle. Connie all'inizio lavorò presso la Philadelphia Savings Fund Society (PSFS, una cassa di risparmio mutualistica). Fu analista fiscale e di bilancio presso la Philadelphia Savings Fund Society. Nel 1973 si trasferì in California (per risiedere con il fratello Vincent e la cognata Shirley McFarland). In California iniziò a lavorare part-time presso Hewlett-Packard (questo mentre frequentava la San Jose State University, dove si laureò, con lode, in gestione aziendale). Nel 1974 fu assunta a tempo pieno presso la Hewlett-Packard, dove ricoprì varie posizioni di gestione dei clienti. Coltivò la passione per l'archeologia e la storia. Fu sostenitrice di molte attività culturali a Palo Alto. Fece parte del St Anne's Chapel Renaissance Choir. Prestò servizio volontario in compiti amministrativi con la Alto Chamber Orchestra e il California Art Preservation Act (fornisce protezione legale per i diritti morali degli artisti vietando l'alterazione o la distruzione delle loro opere d'arte senza il loro consenso). Consilia Elisabetta D'Andrea morì a 86 anni il 9 febbraio 2014 in California. Geremia Mancini Fonte: https://www.facebook.com/, 3 dicembre 2023.

  • Storie dell'emigrazione molisana: Lorenzo Di Bucci

    Mary Ann Bucci, "Mama Bucci's Pizzeria", acquerello. Lawrence Bucci nacque a Capracotta, in provincia di Isernia, il 13 dicembre del 1913, da Antonio e Filomena Liberatore. Lawrence sposò, il 22 aprile del 1939, Frances Delores Taormina detta "Mama Bucci" (nacque il 3 febbraio 1922, figlia di Vito e Cecilia "Matilda" Reinholtz, ottima cuoca, il suo primo lavoro fu presso la Adornetto's Pizzeria, fu membro della St. Thomas Catholic Church e della Daughters of Isabella). Lui e la moglie fondarono la Enrico Fermi Lodge - Sons of Italy, che poi divenne Bucci's Italian Village (infine denominato Mama Bucci's Pizzeria). Lawrence e Cecilia ebbero sette figli: Larry, Ron, Charlene, Robert, Anthony, Richard e Tyrone. Lawrence Bucci morì nel luglio del 1984 a Columbus in Ohio. La moglie, Frances Delores Taormina, morì, 13 giugno 2014. Geremia Mancini Fonte: https://www.facebook.com/, 20 aprile 2023.

  • Giovanni Di Bene, grande apicoltore abruzzese-molisano

    La storica rivista italiana d'apicoltura. Giovanni (ma gli vennero dati anche altri nomi: Simone, Gabriele, Nicola, Angiolo e Maria) Di Bene nacque a Montenero di Bisaccia, il 2 ottobre del 1867, da Filippo Di Bene e Carolina Masciangioli. L'atto di nascita fu registrato dinanzi all'allora sindaco Errico Monaco. Il padre, Filippo, era nato ad Orsogna il 31 ottobre del 1833 (da Domenico Di Bene e Placida Mayer). Giovanni sposò, il 10 ottobre del 1892, Maria Luisa Conti (fu Ruggiero) di Capracotta. Studiò nel Convitto Nazionale di Macerata e divenne poi apprezzato professore di Lettere. Coltivò per tutta la vita una passione: l'apicoltura. Ne divenne uno dei pilastri attraverso l'applicazione del metodo di "apicoltura razionale" in sostituzione di quello cosiddetto di "apicoltura villica". Creò ad Orsogna, in provincia di Chieti, l'impianto di uno stabilimento apistico che aumentò di anno in anno, sino a formare tre forti apiari per un complessivo di oltre 200 alveari. Nel 1899 un decreto ministeriale conferì al suo stabilimento il carattere di Regio Osservatorio Apistico per la Provincia di Chieti e lui, Giovanni Di Bene, si prodigò, con insegnamenti, consultazioni, sopralluoghi e corrispondenze all'impulso dell'apicoltura razionale. Nel 1902 fondò e diresse il periodico di apicoltura "Corrispondenza Apistica" che ebbe parecchi anni di vita, fu diffuso in tutta Italia e anche all'estero. Notevole anche la parte letteraria di cui Di Bene fu autore. Nel 1904 fondò con le altre personalità del campo apistico nazionale la Federazione Apistica Italiana di cui fece parte quale consigliere di amministrazione. Notevole il suo contributo, con articoli e recensioni, per la rivista "L'Apicoltura Italiana". Fece parte pure del Comitato dei Congressi apistici e fu relatore su vari argomenti: molto importante le "Caratteristiche regionali dell'apicoltura italiana" durante il V° Congresso Nazionale di Roma del 1911 e la "Legislazione apistica" nel VI° Congresso. Scrisse un opuscolo su "Assicurazione mutua contro le malattie delle api". Fu definito «pioniere e maestro» nel capo dell'apicoltura. Con i suoi scritti in purissimo italiano e con la sua parola di esimio conferenziere, divulgò le allora moderne vedute circa il mondo delle api. Ebbe, come letterato, l'alta onorificenza di commemorare il sommo poeta latino Virgilio nel suo bimillenario (anno 1930) a Mantova. Giovanni Di Bene morì nel 1938 e fu la figlia Maria che, a nome della famiglia, ringraziò per i commoventi attestati di stima, in onore del padre, giunti da ogni dove. Geremia Mancini

  • Storie dell'emigrazione molisana: Chester Cercone

    Chester Cercone (1935-2022). Chester "Chet" R. Cercone nacque a Youngstown in Ohio, l'8 agosto 1935, da Edmondo "Edmond" Cercone e Esther Frazzini. Il padre, Edmondo Cercone, nacque a Pacentro, in provincia dell'Aquila, nel 1909, da Cesare (nato a Pacentro il 14 ottobre 1877, figlio di Teodoro, morì il 16 febbraio del 1957 a Conway, Beaver County, in Pennsylvania) e Angelina Mariani (nata a Pacentro, morì nel 1930). Edmondo Cercone” morì nel 1965. La madre, Esther Frazzini, nacque a Freedom, contea di Beaver, in Pennsylvania, il 19 marzo del 1905, da Ruggiero "Roger" (nato a San Pietro Avellana, in provincia di Campobasso, nel 1874, morto nel 1936) e da Vincenza "Virginia" Di Tanna (nata a Capracotta, in provincia di Isernia, nel 1878, morta nel 1966). Esther Frazzini morì il 5 settembre del 1996 a Youngstown, contea di Mahoning, in Ohio. Chester "Chet" R. Cercone dopo aver ottenuto il titolo scolastico GED (General Educational Development, sviluppo educativo generale), ottenne un diploma in elettronica. Chet lavorò, per 30 anni, alla Steel Door. Dopo la pensione continuò a lavorare come vicesceriffo e autista per Manheim's Auto Auction. Servì con orgoglio il suo paese nella Marina degli Stati Uniti e nell'esercito degli Stati Uniti, ritirandosi dalla Army National Guard (Guardia Nazionale dell'Esercito) come Recruiter Sgt. First Class (sergente reclutatore di prima classe), una posizione che ricoprì per 10 anni. Chet fu membro a vita della Amvets Post 44, che servì come ufficiale di servizio statale dell'Ohio per sei anni. Sposò Lisa che gli diede quattro figli: Mark, Dave, Marie e Denise "Neicy". Chester "Chet" R. Cercone morì a 86 anni il 13 gennaio del 2022. Geremia Mancini

  • Storie dell'emigrazione molisana: Thomas Di Lorenzo

    Tom DiLorenzo (1926-2020). Thomas "Tom" Gaetano Di Lorenzo nacque a Bristol in Pennsylvania, il 4 maggio del 1926, da Gaetano e Maria Giuseppina Ferrelli (entrambi emigrati da Capracotta in provincia di Isernia). Thomas ebbe quattro sorelle, Carmella, Edith, Julia e Yolanda, e due fratelli, Pasquale e Daniel. All'età di 18 anni, nel 1944, Tom si arruolò nella US Army Air Corps che servì per sei anni (ottenne la World War II Victory Medal e la Good Conduct Medal). Al termine del suo servizio iniziale si arruolò nuovamente, nel 1950, nella US Air Force che servì per altri tre anni e quattro mesi, venendo congedato, con onore, all'età di 27 anni nel maggio del 1953 come sergente maggiore. Il suo servizio militare incluse più di due anni di servizio in varie altre parti (Louisiana, Colorado, Kansas e Nebraska). Dopo il servizio militare lavorò per la General Electric. Fondò poi la Thomas DiLorenzo's Refrigeration Company. Tom detiene due brevetti, rilasciati dagli Stati Uniti, che inventò durante la manutenzione delle macchine per il ghiaccio e le attrezzature di refrigerazione nei ristoranti attraverso la sua azienda. Tom notò che la maggior parte dei ristoranti aveva muffe e funghi che crescevano nelle loro macchine del ghiaccio e nei distributori di bevande e, di conseguenza, un sacco di batteri. Ideò dei metodi per introdurre l'ozono nell'alimentazione dell'acqua e dell'aria delle macchine per il ghiaccio e le bevande e ottenne i brevetti U.S. di "Metodo e apparecchiatura per la produzione e la distribuzione del ghiaccio con maggiore igiene". A Bristol, in Massachusetts, il 17 maggio 1958, Tom sposò Ellen Patterson. I due non ebbero figli. La moglie Ellen morì il 24 settembre 2001. Thomas Gaetano Di Lorenzo morì a 94 anni il 22 ottobre del 2020. Geremia Mancini

  • Storie dell'emigrazione molisana: Paul Borrelli

    Paul Borrelli (1928-2021) nel suo studio. Paul Augustine Borrelli nacque a Parkersburg, in West Virginia, il 3 luglio del 1928, da Vincent (nato a Capracotta, in provincia di Isernia, da Agostino e Vincenza Di Nucci, giunse negli Stati Uniti, insieme alla madre, nel 1906, sbarcò ad Ellis Island dal piroscafo "Luisiana", il padre, Agostino, era arrivato in America due anni prima, nel 1904, viaggiando sul piroscafo "Palatia", Vincent morì, aveva 83 anni, il 7 dicembre 1981 a Parkersburg) e Mary Verno (24 settembre del 1904-28 luglio del 1987). Il padre di Paul, Vincent, aprì "Artcraft Studio" nel 1925. Lui iniziò a lavorare nello studio del padre quando aveva circa 10 anni. Crescendo partecipò all'attività dell'Artcraft Studio sia per le fotografie di famiglia (matrimoni, comunioni e ricorrenze varie) che per quelle della città di Parkersburg. Si diplomò alla PHS nel 1946 e nel 1952 si arruolò nell'esercito statunitense. Durante il servizio militare fu incaricato del laboratorio fotografico della sua caserma e imparò a conoscere meglio il mestiere. Una volta congedato riprese a lavorare nell'azienda fotografica di famiglia. Alla morte del padre, nel 1981, Paul scoprì che quest'ultimo conservava un negativo di quasi tutte le foto che aveva scattato alla città fin dall'apertura dell'attività nel 1925, ottenendo così la "Storia di Parkersburg in fotografie". Con la passione di preservare la storia di Parkersburg, Paul continuò a raccogliere numerose foto della città utilizzando microfilm di giornali e ricevendo foto da molte persone che le ritenevano un peso. Per Paul, invece, erano tesori. Questa passione lo portò a raccogliere quasi 10.000 negativi della città. La Artcraft Studio, nel corso degli anni, cambiò più volte sede. Nel 2013 venne riconosciuto come West Virginia History Hero dalla WV Division of Culture and History per la sua collezione fotografica e per i volumi di articoli di giornale che fornivano informazioni e dettagli sui principali eventi e sugli edifici più importanti di Parkersburg. Paul sposò Ruth (morta nel 1992) che gli diede due figli: Jim e Gina. Paul Augustine Borrelli morì a 93 anni, il 24 novembre del 2021, nella "sua" Parkersburg in West Virginia. Geremia Mancini

  • Storie dell'emigrazione molisana: Vincent D'Andrea

    Lo psichiatra Vincent D'Andrea (1930-2001) e la sua principale opera. Vincent "Vince" D'Andrea nacque a Philadelphia nel 1930 da Giuseppe "Joseph" (nato a Capracotta, in provincia di Isernia, il 13 luglio 1883, figlio di Primiano e Consilia Giuliano, e morto il 1 aprile del 1956) e da Filomena Carugno (nata a Philadelphia il 25 novembre del 1895, ma di origini molisane, figlia di Francesco e Maria Di Tillo, morta il 2 settembre del 1960). Oltre a lui i suoi genitori ebbero altri due figli: Consilia "Connie" Elizabeth (1927-2014) e Joseph. Vincent "Vince" D'Andrea, cresciuto a Philadelphia, sognava di diventare un romanziere (studiò letteratura al LaSalle College) ma preferì seguire i desideri di suo padre che lo voleva medico. D'Andrea si specializzò in psichiatria alla Temple University School of Medicine di Philadelphia, ottenendo il suo M.D. nel 1957. Successivamente, nel 1959, giunse alla Stanford University per ottenere, al Medical Center, la specializzazione in psichiatria. D'Andrea dal 1962 al 1963 insegnò psichiatria, come istruttore, al Stanford Medical Center. Successivamente decise di lavorare per la Peace Corps (organizzazione di volontariato internazionale creata dal governo degli Stati Uniti d'America all'inizio della presidenza di John Fitzgerald Kennedy). Per cinque anni rimase con la Peace Corps servendo come capo psichiatra per il gruppo sia alle Hawaii che a Washington (questa esperienza lo portò a divenire un eccellente consigliere e consulente per gli studenti di diversa provenienza). Nel 1967, tornò alla Stanford University di Palo Alto come componente della Palo Alto Medical Clinic (all'epoca forniva servizi sanitari agli studenti di Stanford). Rimase con la clinica fino al 1992 e con i servizi sanitari per gli studenti fino alla pensione nel 1997. Nel 1970 fondò "The Bridge" (The Bridge Peer Counseling Center, un centro nel campus dedicato a fornire servizi di consulenza tra pari agli studenti). L'iniziativa di D'Andrea diede agli studenti di Stanford la possibilità di parlare dei loro problemi con persone della loro età. D'Andrea creò e insegnò una serie di corsi per studenti consulenti. D'Andrea insegnò al Medical Center dove fu professore clinico di psichiatria a partire dal 1983 (affiliato del Dipartimento di Psicologia). Sposò Shirley McFarland che gli diede quattro figli: due maschi, Stephen e Christopher, e due femmine, Daria e Claudia. Shirley, la moglie, disse: «The Bridge è stata probabilmente la cosa che amava di più e di cui era più orgoglioso». Vincent "Vince" D'Andrea morì nell'agosto del 2001. Geremia Mancini

  • Storie dell'emigrazione molisana: Raffaele Di Lullo

    La targa in memoria di Ralph DiLullo presso il Richmond County Bank Ballpark. Raffaele "Ralph" Di Lullo nacque a Capracotta, oggi provincia di Isernia, il 30 marzo del 1911 da Sebastiano (nato a Capracotta il 30 aprile del 1887 da Vincenzo) e Giuseppina Di Tanna. Allo scoppio della Prima guerra mondiale il padre fu chiamato, come caporal maggiore, al fronte. Alla fine del conflitto Sebastiano tornò nella sua Capracotta ma, gravemente minato nella salute, vi morì il 2 giugno del 1919. Due anni più tardi Giuseppina accettò la proposta di raggiungere dei parenti negli Stati Uniti. Nel 1921, Raffaele, la madre e la sorellina Emilia (di sette anni), sbarcarono ad Ellis Island dopo aver navigato sulla nave "Presidente Wilson". Si stabilirono a Paterson, contea di Passaic, nel New Jersey. Sin da piccolo Ralph si innamorò del baseball che diverrà la sua stessa ragione di vita. Firmò il suo primo contratto di lega minore con i St. Louis Browns nel 1931 e giocò poi con i Pittsburgh Pirates, i Paterson Emblems e i Newark Bears come catcher (ricevitore). Finita la carriera di giocatore Ralph divenne manager e scout, ricercatore di talenti, per i Chicago Cubs e per loro scoprì talenti come Joe Niekro e Bruce Sutter e anche per i Detroit Tigers (per loro scoprì e lanciò anche il campione Jim Bunning poi divenuto senatore degli Stati Uniti). Dal 1975 al 1993 fu tra i più prestigiosi componenti del Major League Baseball Scouting Bureau. Nel 1986 fu nominato East Coast Scout of the Year dalla Fondazione "Scout of the Year". In suo onore sono nati due prestigiosi riconoscimenti: il Ralph DiLullo Award e il Ralph DiLullo Memorial Award. Il suo nome figura, nel tempio del baseball, come Professional Baseball Scout's sul Wall of Fame. Su di lui è stato scritto un libro dal titolo "The Life of Baseball Scout Ralph DiLullo". Una delle più grandi firme del giornalismo sportivo, Grahame Jones del "Los Angeles Times", lo definì «il più grande scopritore di talenti». Per altri è stato «uno dei più grandi ambasciatori del baseball». L'ex giocatore James LaBagnara disse di lui: «vedeva molto più avanti degli altri osservatori». Ralph sposò Rosalie Portelli con la quale ebbe tre figli: Louis, Ralph Jr. e Patricia. "Corp" (soprannome datogli in onore del padre, caporale dell'esercito italiano, ucciso durante la prima guerra mondiale) Ralph DiLullo morì il 9 agosto del 1999. Geremia Mancini

  • Storie dell'emigrazione molisana: Giovanni Buccigrossi

    La Florence Foundry di Burlington in un disegno del 1859. Giovanni "Charley" Buccigrossi nacque a Capracotta, oggi provincia di Isernia, il 9 aprile del 1888. Il padre "Frank", nato nel 1859, emigrato prima verso il Brasile, decise poi di raggiungere gli Stati Uniti. Qui trovò lavoro nella Mount Hope Mine di proprietà della omonima Mount Hope Mining Company nel New Jersey. Nel 1909 fu nelle condizioni di pagare il biglietto per i due figli maschi: Giuseppe e Giovanni. I due fratelli giunsero ad Ellis Island a bordo del piroscafo "Mendoza". Anche loro due, come tantissimi altri, alla ricerca del "sogno americano". La famiglia Buccigrossi stabilì la sua residenza nella cittadina di Florence, Contea di Burlington, nel New Jersey. Giuseppe, il fratello più grande, trovò lavoro con il padre in miniera. Giovanni, a cui venne dato l'appellativo di Charley, andò a lavorare per la Florence Foundry. Il lavoro della fonderia era duro e massacrante ma garantiva un buon guadagno. Poi Charley conobbe, si innamorò e sposò l'italo-americana Lucia Mastrofrancesco. La ragazza era nata a San Severo, in provincia di Foggia, nel 1893. Dalla coppia nacquero ben nove figli: Frank, Michael, James, Alphonzo, Anthony, Joseph, Angeline, Carmela e John. Tutto sembrava andare per il meglio. Poi, purtroppo, il 19 dicembre del 1926 avvenne la tragedia. In un brutto incidente sul lavoro, all'interno della Florence Foundry, il povero Charley rimase ucciso. L'intera comunità italo-americana partecipò ai funerali e contribuì, per quello che poteva, a dare un segno tangibile di generosità. A Lucia, la moglie di Charley, toccò il duro compito di portare avanti la famiglia. Con grandi sacrifici ce la fece. Una delle figlie, Angeline, nata nel 1923, lavorò per oltre 40 anni con la General Motors e morì nel 2012. James "Knox" Buccigrossi, l'ultimo rimasto dei nove fratelli, morì l'11 febbraio del 2014. Aveva 93 anni. James "Knox" Buccigrossi aveva combattuto, facendosi onore, con la Marina statunitense durante la Seconda guerra mondiale. Era stato dipendente della PSE & G, una società elettrica, e volontario dei vigili del fuoco. Geremia Mancini

  • Storie dell'emigrazione molisana: Samuel Paglione

    La classe del 1947 alla "Trenton High School" coi coniugi Paglione. Samuel O. Paglione nacque a Trenton, in New Jersey, nel 1931, da Samuel Paglione (nato a Florence, NJ, nel 1906, e morto il 19 novembre 1933) e da Margaret Frappolli Paglione Dutko (4 gennaio 1913 - 7 novembre 1989). Ebbe un patrigno, Edward Dukto. Il nonno paterno, Pasquale "Oscar" Paglione, era nato a Capracotta, in provincia di Isernia, il 14 marzo 1868, figlio di Sebastiano Paglione. Pasquale aveva sposato la compaesana Anna Angelucci (23 maggio 1871 - 27 aprile 1948). Pasquale e Anna ebbero almeno otto figli: Margaret, l'unica nata a Capracotta (1895-1982), Luigi "Richard" (1900-1979), John (1902-1970), Carl (1904-1996), Samuel (1906-1933), Joseph (1909-1992), Mary (1912-1986) e Oscar (1913-1982). Pasquale "Oscar" Paglione morì l'8 dicembre 1923 a Florence, NJ. Samuel sposò Mary Nee Foulks (nata il 18 gennaio 1931, figlia di Arthur Foulks ed Emma F. Foulks Lowden, diplomata nel 1948 alla Florence Township High School, ricoprì incarichi nelle associazioni dei genitori presso la Holy Assumption, la Roebling School e la Holy Cross High School, affiancò il marito nella sua agenzia immobiliare in qualità di agente immobiliare abilitata e responsabile d'ufficio, e morì a 94 anni il 23 agosto 2025). Samuel e Mary ebbero cinque figli: due maschi, Samuel e Thomas (24 febbraio 1957 - 12 gennaio 2017), e tre femmine, Christine, Teresa e Lisa. Samuel si diplomò, nel 1947, alla Trenton Central High School, poi frequentò il Rider College dove seguì corsi sul settore immobiliare e assicurativo, ed inoltre completò corsi in materia fiscale presso la Rutgers University. Samuel servì la NJ National Guard - 50 Armored Division - Finance Section di Trenton con il grado di sergente maggiore dal 1948 al 1959. Tra i suoi primi impieghi si annoverano quelli presso la Divisione dei veicoli a motore del New Jersey, la Metropolitan Life Insurance Company e la Nationwide Insurance. Nel 1967 aprì a Roebling la Paglione Real Estate & Insurance Agency, un'attività che riscosse un costante successo - grazie anche al supporto della moglie Mary e di numerosi e fedeli collaboratori - fino al suo ritiro, avvenuto nel 2001. Mantenne i propri legami col settore immobiliare nel New Jersey, detenendo una licenza di agente immobiliare per non residenti presso l'agenzia The Beil Team Real Estate di Bordentown. Fu presidente del Burlington County Board of Realtors (1976) e vicepresidente della New Jersey Association of Realtors Fifth District (1977). Nel 2008 gli venne conferito il NAR Realtor Emeritus Award per gli oltre 40 anni di servizio e appartenenza continuativa alla National Association of Realtors. Iniziò la sua carriera musicale da adolescente suonando la batteria con numerose big band nell'area delle contee di Mercer e Burlington. Fu membro della Trenton Musical Society Local 62 e della Burlington Federation of Musicians Local 336. Samuel O. Paglione morì a 82 anni, il 2 gennaio 2013, a Port St. Lucie, in Florida. Geremia Mancini

  • Preghiera del cavallo appaloosa

    Un cavallo appaloosa dell'allevamento S. Giacomo. Io sono, mio guerriero, dove sono le tue paure, sento e vedo cose che tu non puoi percepire, ma faccio tutto questo per te. Sii coraggioso e attraverso la saggezza sarai meritevole di cavalcare non solo il mio corpo ma il mio spirito. Loreto Carnevale

  • L'organista che suonava senza mani

    Gli americani non ascoltano mai musica per organo se non in chiesa. [K. Jarrett] L'organo, come abbiamo visto tante volte, è considerato il più antico degli strumenti a tastiera e, fino ad oggi, ha accompagnato per secoli la storia dell'uomo. Nel corso del tempo la polvere delle cantorie è stata testimone di innumerevoli eventi e vicende che racconta al "vento" sospinto dai mantici nei somieri in attesa di far parlare le canne. Chi sa ascoltare può raccoglierne il sussurro che lentamente ne racconta le confidenze. Favole, leggende ed episodi reali dove fede, arte, studio ed amore si fondono in un unicum straordinario. Condizione fisiche particolari e temporanee possono non consentire il lavoro dell'organista alla consolle ma, spesso, si improvvisa. Come Auke Jongbloed (1965), organista, musicologo e compositore, creatore del sito web Partitura Organum, che pubblica raccolte di brani di organisti prevalentemente barocchi, famosi o poco conosciuti, fornendo anche sue registrazioni come suggerimento per una corretta interpretazione. A causa di un evento traumatico si è ritrovato il braccio ed il ginocchio sinistri fuori uso. Eppure è riuscito lo stesso a combinare qualcosa addirittura scrivendo un brano: "Lamento per mano e piede destri". Anche il sottoscritto, tanti anni fa, a causa di una frattura alla mano sinistra, in mancanza di sostituti, si risolse ad accompagnare le funzioni eseguendo lo stretto indispensabile per sostenere il canto. Ma qui il "vento" sussurra di invalidità permanenti e nemmeno di poco conto. L'assenza congenita (aplasia) delle mani o di loro parti (ipoplasia) è una malformazione che colpisce l'embrione umano tra il 24° e il 56° giorno dopo il concepimento. Le cause possono essere molteplici: anomalie cromosomiche o sindromi ereditarie, fattori ambientali o meccanici che colpiscono direttamente gli abbozzi embrionari degli arti superiori bloccandone o alterandone lo sviluppo. Ancora farmaci o composti chimici assorbiti scientemente o inconsapevolmente dalla gestante durante il periodo critico possono ottenere lo stesso effetto: la triste vicenda dei bambini menomati dalla talidomide ne è un paradigmatico esempio. Per inciso, questa immane tragedia è stata la scintilla che ha portato ad una precisa e severa normativa legale e scientifica internazionale sulla conduzione degli studi sperimentali e preclinici di tutti i farmaci prima della libera messa in commercio. L'incidenza di tale malformazione è rara: da 1/1.500 a 1/15.000 casi per individui a seconda della gravità. La comparsa di tali alterazioni a cluster in alcune aree geografiche o comunità ristrette può far sospettare l'esistenza di situazioni ambientali legate ad inquinamento o condizioni genetiche predisponenti. Tuttavia, per alcuni episodi regionali, come accaduto in Bretagna e Loira tra il 2009 e il 2014, non si è ancora trovato a tutt'oggi una spiegazione scientifica valida. La terapia può essere chirurgica nei casi lievi, protesica, assistiva ed occupazionale. Moltissime persone possono condurre vite completamente indipendenti con successo nello sport, nello studio e nell’arte grazie anche ad un valido sostegno familiare. Alberta Baker Barber Il 29 dicembre 1927 a Williamsville, Erie (NY), vide la luce Alberta Nellie Vaughn, figlia di Walter Eugene e Nellie Sabina Elliot. Purtroppo, la bambina era totalmente priva delle mani e con ridotto sviluppo anche della parte anteriore degli avambracci. Non abbiamo molte notizie sulle giovinezza di Alberta ma sicuramente ricevette un forte sostegno da parte della famiglia e fu dotata da una grande forza di animo e di una profonda fede che la portò a diventare pastore evangelico e... organista! Ma lasciamo che sia Alberta stessa a parlare: Per cominciare a raccontare come Dio ha benedetto la mia vita, vorrei dire che a Dio va tutta la gloria, tutto il merito e tutta la lode per ciò che ha fatto nella mia vita. Scrivendo queste parole, non intendo vantarmi, sebbene certi fatti possano sembrare tali... Ho iniziato la mia carriera musicale all'età di cinque anni con un vecchio organo a canne e ricordo che riuscivo a raggiungere le pompe con un solo piede. Non passò molto tempo, però, prima che scoprissi di poter suonare anche il pianoforte. Fin da piccola, iniziai a suonare brani speciali durante le riunioni di evangelizzazione nella zona. Più tardi, con il passaggio dagli anni '30 agli anni '40, mi interessai profondamente alla fisarmonica, ma fu solo intorno al 1953 che questo interesse si concretizzò e iniziai a suonare questo strumento con maggiore impegno. Infine, passai all'organo elettrico. Sempre intorno al 1954, un evangelista della Florida mi soprannominò "Il pianista senza mani", soprannome che da allora è stato cambiato in "L'organista senza mani"! Vorrei ribadire che Dio deve essere glorificato in tutto questo, poiché è lui che mi ha dato la capacità che ho. Sposatasi nel 1946 con il reverendo Meurice Edward Barber (1911-1981), svolse con lui una intensa attività di predicazione ed esibizioni musicali in stile gospel in tutte le chiese dello stato e fuori, presentata un po' "americanamente" come «la prova vivente del potere miracoloso di Dio», ma attirando grandi folle di fedeli e di curiosi. Le vie del Signore sono infinite... e forse la reverenda Alberta può essere stata una di queste. Dopo la morte del marito, sposò Floyd W. Baker e aggiunse anche il cognome del secondo coniuge a quello del primo. Ignoriamo altri particolari su quest'ultimo, come anche il luogo di sepoltura e se se ne fosse precedentemente separata. Nel 1964 incise un disco - "Truly a miracle of God", distribuito dalla Century Records -, tratto dalla registrazione su nastro magnetico effettuata nella sua dimora. Su YouTube è possibile ascoltarne dei brani, alcuni composti e anche cantati da lei stessa. Un vibrato tipico degli strumenti elettronici dal gusto americano distante dagli schemi europei, ma di ascolto gradevole che richiama alla memoria la visione piccole chiese bianche illuminate dal sole in calde giornate estive. Uno stile semplice, essenziale, ma chi possa malevolmente pensare di essere davanti ad una semplice esibizionista deve rammentare in ogni momento che Alberta con la sua fede e la sua forza d'animo "ci ha provato". Il 3 maggio del 1998 si concluse la sua avventura terrena e ora riposa nel cimitero di Cattaraugus County (NY), accanto al suo primo marito. Nel suono dell'organo c'è il futuro del mondo. [J. Guillou] Francesco Di Nardo

  • Le nozze Donatelli-Casciero

    Domenica, 5 corrente mese, al no. 86 Columbia Ave., Raspeburg, Md., vennero celebrate le fauste nozze della signorina Carmela Donatelli, figlia del coniugi Adelina ed Antonio Donatelli, da Ateleta, con il simpatico giovane Giovanni Casciero, da Capracotta. La cerimonia religiosa si svolse nella Chiesa di S. Giovanni Battista. Testimoni furono Raffaele Donatelli, fratello della sposa e Nicola Del Castello, per lo sposo e le esimie signorine Concetta Rossi e Teresina Lombardi. Gli onori di casa vennero fatti dal genitori della sposa, coadiuvati dalla signora Maria vedova Donatelli, zia della sposa e dal cognato Aulderigo Nignini. Tra i presenti si notavano i coniugi Gaetano Napoleone e signora; le signorine Pasqualina e Melba Rossi, parenti della sposa; i coniugi Laura e Geremia Casciero cognata e fratello della sposo, Nicola ed Antonio Casciero, fratelli dello sposo. Molte altre famiglie compaesane presenziavano la festa, tra le quali quelle di Pietro Del Castello, Simone Rainaldi, Cesidio De Petris. Fra gli altri amici notai Antonio Lombardi e famiglia, Eugenio Nichetti e signora, signora Leone e figlia, signor Guglielmo Maggio e famiglia, Giustino Scogna, infine il caro giovane Giovanni Di Nisio, nostro alias Papetta, e i signori Pasquale Vizielo e famiglia, Enrico Ciccarichi e famiglia, Alfredo Scogna e Vito Fabrizio da Washington D. C. A tutti gl'intervenuti furono distribuiti paste, dolci e rinfreschi a profusione. Una magnifica orchestra, fornita dall'Aprutium Orchestral Band fece servizio durante la sera. La signorina Melba Rossi, cugina della sposa eseguì, maestrevolmente, al piano, l'applaudita, diversi pezzi di opera e ballabili. Ai novelli sposi auguri di prosperità e lunga vita. Frank Della Noce Fonte: F. Della Noce, Nozze Donatelli-Casciere, in «La Libera Parola», III:48, Philadelphia, 12 dicembre 1920.

  • Viaggio tra i tesori nascosti della Chiesa di Capracotta (VI)

    Il coro ligneo della Chiesa Madre di Capracotta (foto: A. Mendozzi). Il coro Quel che sappiamo sul coro della Chiesa Madre di Capracotta ci proviene da don Geremia Carugno, il quale scrisse: Testimone impassibile e venerando di quella che fu la vicenda un po' felice e un po' sofferta della «Insigne Collegiata» di Capracotta, resta il coro dove, ad ore distinte del giorno, si riunivano i dodici "capitolari" per la recita dell'ufficio divino. Addossato alle pareti della parte posteriore dell'altare maggiore, il coro si presenta subito come un'opera molto pregevole, con 17 stalli finemente lavorati in noce: uno centrale riservato alla "prima dignità" di allora (l'arciprete) e gli altri che gli fanno corona. Nulla sappiamo, insomma, di chi realizzò effettivamente questo impianto architettonico elegante e monumentale. La risposta, allora, potremmo desumerla da un'altra opera simile che abbiamo avuto la ventura di visitare durante la gita culturale del 3 ottobre scorso a Vieste (FG). Nella locale concattedrale, infatti, vi è un coro ligneo (anch'esso in noce) che le fonti d'archivio attribuiscono all'intagliatore Giovanni Bonavolta, nativo di Capracotta. Nel suo studio sull'architettura del '700 nel Foggiano, il soprintendente Nunzio Tomaiuoli parla di un apporto «abruzzese-molisano», desumibile dal grande fenomeno economico-sociale della transumanza e dalla massiccia presenza dei celestini, con capisaldi nelle più importanti città della provincia: tra questi operatori abruzzesi e molisani si conosce la presenza del pittore Michele Scaroina di Campobasso, del marmoraro Francesco Faustino Mancini di Pescocostanzo, degli imprenditori Silvestro e Sebastiano Pollice di Agnone, degli ingegneri Ludovico di Tullio e Francesco De Lallo, ambedue di Pescopennataro, dell'intagliatore Giovanni Bonavolta di Capracotta (notizia rivelata da padre Mario Dell'Erba). La famiglia Bonavolta, vieppiù, compare anche tra quegli «abili artisti» che lavorarono nel castello di Volturino (FG) assieme ad un'altra famiglia capracottese, i Rosso. Il coro ligneo della Cattedrale di Vieste (foto: F. Mendozzi). I due cori, quello di Capracotta e quello di Vieste, sono simili in alcune caratteristiche ed identici in altre. Quello di Vieste, ovviamente, è più grande (19 stalli più larghi) perché degno di una concattedrale, mentre quello di Capracotta, pur eccezionale, è misurato ad una chiesa collegiata. I fregi dei braccioli, però, lasciano pochi dubbi e, anzi, rafforzano l'ipotesi secondo cui fu lo stesso Giovanni Bonavolta, nel medesimo periodo del primo Settecento, a realizzare l'intero coro. Il Bonavolta, dunque, lavorava tra Capracotta e la Puglia, dove probabilmente trascorreva lunghi periodi. Sfogliando il libro dei fuochi del 1732, è possibile risalire al capofamiglia Nicola (35 anni), «maestro falegname», vedovo di Feliciana Angelaccio, che abitava nel rione di S. Antonio. Nicola Bonavolta, che era figlio di un Giovanni, aveva a sua volta un figlio maggiore di nome Giovanni (7 anni) ed un fratello, Domenico (24 anni), anch'egli falegname. Non sappiamo quale dei due Giovanni Bonavolta - se, più probabilmente, il nonno o il nipote - fosse l'artigiano che realizzò il coro in noce della Cattedrale di Vieste, ma di certo proveniva da questa famiglia. Il fregio di Capracotta (a sx) e quello di Vieste (a dx). L'elemento ligneo del bracciolo, insomma, è forse troppo poco per azzardare l'ipotesi di una stessa paternità, eppure quel fregio è l'elemento più complesso, dal punto di vista della falegnameria, da realizzare, quasi che l'autore ne abbia prodotti in serie partendo da un medesimo modello. Tuttavia, la coerenza stilistica e temporale fa sì che attribuire il coro della Chiesa Madre di Capracotta all'intagliatore Giovanni Bonavolta sia, ad oggi, l'ipotesi più corretta. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: G. Carugno, La Chiesa Madre di Capracotta, S. Giorgio, Agnone 1986; M. Dell'Erba (a cura di), La Cattedrale di Vieste, Vieste 1980; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, voll. I e II, Youcanprint, Tricase 2016-2027; S. Savastio, Notizie storiche sul Comune di Volturino in provincia di Foggia, Conte, Pozzuoli 1940; N. Tomaiuoli, Aspetti e problemi dell'architettura del '700 nella Provincia di Foggia, in «La Capitanata», XXXI, 2, 1994.

  • Mio

    Loreto Carnevale in sella ad uno dei suoi cavalli. Mio è un posto, un luogo che non è tuo nel senso che non ti appartiene, ma tu ci vivi e ci fai stare bene gli altri. Mio è la tua fatica, passione di una vita dove prendersi cura di una cosa significa prima di tutto amarla e non chiedergli nulla in cambio. Mio è il suo dolore, il suo respiro, il suo fiato forte quando sale le montagne. Mio è il mio rispetto e il suo capire che gli voglio bene. Mio è la sua vita vista nascere, crescere e morire, mio è il mio cavallo che galoppa sempre, anche di notte, ad ogni battito del mio cuore. Loreto Carnevale

  • Relazione sulla gita sociale a Vieste

    Foto di gruppo a Vieste in piazzetta Petrone. Sabato 3 ottobre è stata una grande giornata: 52 capracottesi in gita a Vieste e a Monte S. Angelo, entrambi in provincia di Foggia, luoghi magnifici, intrisi di bellezza e spiritualità. A Vieste, perla del Gargano, abbiamo goduto di panorami mozzafiato e visitato tutte le maggiori bellezze cittadine, a partire dalla cattedrale dell'Assunta, in cui è possibile ammirare un grandioso coro settecentesco - praticamente intatto - opera del nostro falegname Giovanni Bonavolta, un'opera lignea che ci permette di fare alcune importanti ipotesi riguardo al coro della Chiesa Madre di Capracotta, che è letteralmente identico a quello di Vieste. Dopo un pranzo rinfrancante nel cuore della Foresta Umbra, patrimonio Unesco, tra faggi plurisecolari e animali selvatici, a due passi dal Lago Falascone, ci siamo immersi nel culto micaelico della grotta di Sant'Angelo, anch'essa patrimonio Unesco e sede dell'omonima provincia francescana. Il primo primo ministro di detta provincia - manco a dirlo - fu, nel lontanissimo 1230, un nostro compaesano: fra' Daniele da Capracotta. È stato, insomma, un viaggio bellissimo, divertente, profondo ma conviviale, il viaggio di una comunità che vuole stare assieme e conoscere meglio la propria storia comune. Il prossimo viaggio, come anticipato agli associati, è previsto per dicembre... Francesco Mendozzi

  • Viaggio tra i tesori nascosti della Chiesa di Capracotta (V)

    L'ostensorio della Fede L'ostensorio capracottese (foto: S. Trotta). L'ostensorio (dal latino ostendere, mostrare) è l'arredo sacro utilizzato per esporre all'adorazione dei fedeli l'ostia consacrata, ritenuta, in virtù della transustanziazione, il corpo di Gesù Cristo. In quanto cristiano siamo dunque abituati al fatto che, al termine dell'adorazione eucaristica, il sacerdote benedica i fedeli col Santissimo Sacramento esposto nell'ostensorio. Nella nostra Chiesa Madre ne è custodito uno di particolare bellezza e pregevole fattura che presenta tre elementi principali: al di sotto della teca in argento, rimovibile, la base e il fusto sono intervallati da un globo aureo. Il motivo iconografico del fusto non si discosta dalla tradizione liturgica cattolica, che prevede l'Allegoria della Fede, ossia una figura femminile dagli ampi panneggi che regge una croce con la mano sinistra e il calice eucaristico nella destra. Nel nostro caso il calice è sorretto sul capo della donna - famosa quella dipinta dal Vermeer nel 1674 -, tanto da ricordare le forosette capracottesi che trasportavano le conche d'acqua dalla fonte più vicina fino a casa. Particolari dell'ostensorio (foto: S. Trotta). Ben più simbolici sono invece gli intagli realizzati sul globo d'oro. Su di esso è presente l'incisione di molti degli attributi iconografici cattolici, anzi paleocristiani, come ad esempio i pesci, utilizzato come simbolo segreto dalle prime comunità cristiane. L'incisione che più salta all'occhio è forse quella del sole (o, meglio del sole di giustizia, visto che ha un volto) il quale, essendo un simbolo della risurrezione di Gesù, rappresenta la speranza nella fede. È possibile datare l'ostensorio della Fede di Capracotta al primo XVIII secolo in quanto la teca a raggiera si è diffusa a partire da XVI secolo, dopo il Concilio di Trento (1545) ma è solo dal '700 in poi che l'apparato decorativo degli ostensori comincerà ad arricchirsi di putti, angeli od altre figure simboliche. Francesco Mendozzi

  • Candido

    Opera presentata alla prima edizione del concorso nazionale di poesia "Sotto quel manto stellato: Capracotta in versi in onore della Madonna di Loreto", in memoria di Daniele Di Nucci. La chiesa di Capracotta innevata (foto: M. Carnevale). Il crinale della montagna è candido Intoccabile dal peccato come il tuo manto Sale, s'inerpica dolce tra le curve del vento Fino a sfiorare il Sole Conosco il percorso fino al mio passo Sale anch'esso, s'inerpica nel dolore dolce tra le curve del vento La tua mano accarezza i miei capelli e la neve M'afferra, sorregge e m'accompagna Fino a farmi innamorare del tuo sorriso di madre Che mi guida sotto lo sguardo vigile tuo, su in cima Ora il Sole lo posso toccare Sopraffacente è la Pace La neve resta candida per sempre Faccia a faccia con la Verità E lo siamo in eterno. Andrea Mastrangelo

  • Mio Signore

    Il crocifisso di Capracotta. Ti ringrazio ancora mio Signore per avermi pur'oggi restituito a nuovo giorno: palpebre appena socchiuse dal risveglio, pupille ammirate ad alba nascente, udito in ascolto a garrito di rondini ed a canto di allodole, olfatto inebriato d'odore d'erba brillante di rugiada, aria pulita del primo mattino, corpo ancor pigro che si desta ai rumori del mondo, cielo terso ed azzurro disteso su volta infinita. Tutto mi parla di te e mi dice ch'esisti: non so dove ma mi dice ch'esisti, ch'esisti o mio Signore! Ugo D'Onofrio

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