EUGENIO CORTI

(Besana in Brianza, 21 gennaio 1921 - 4 febbraio 2014)

Scrittore

Sulla montagna di Capracotta, coperta da una sterminata foresta d'abeti, capitammo quasi in mezzo a un gruppo d'ex prigionieri neozelandesi. Seduti in circolo per terra, alla nostra apparizione essi erano balzati in piedi, e s'erano dati alla fuga in un tintinnio di gavette. A nostra volta noi due eravamo balzati indietro, con un tuffo al cuore per il colore intravisto delle divise, e per quel suono; poi ci eravamo messi a cercarli con pungente curiosità. C'era in mezzo agli abeti una decrepita costruzione vagamente somigliante a una chiesuola: si trattava della cella di un romito d'altri tempi; notammo che dal suo comignolo usciva un po' di fumo. Là doveva trovarsi la base degli ex prigionieri: che infatti vi si erano rifugiati. Entrando ilari, cercammo di rassicurarli; io affermai, prima in italiano, poi in francese, che quanto a fughe era inutile si adoperassero a darmi dimostrazioni, perché ero troppo bravo per conto mio. Non sembrarono capire una sola parola. Mostrammo allora - indicandolo sulla cartina - il punto più vicino cui, stando alla radio, erano arrivate le loro truppe. Guardavano in silenzio sia noi che la cartina: si sarebbe detto che non capissero nemmeno questo. Avevano tutti un aspetto dignitoso e insieme mediocre, tanto che alla fine ci meravigliammo quando uno di loro, ringraziandoci per le notizie nel suo a noi incomprensibile idioma, usò un tono che tutto sommato sembrava di degnazione.

– Che modi... – borbottai io.

– Se è per correggere l'impressione della loro fuga di poco fa, mi sembrano un po' eccessivi – disse Antonio. – Ma forse, più semplicemente, non si fidano di nessuno, e ogni incontro li preoccupa.

– Tutto considerato è gente più sprovveduta di noi – conclusi.

Venimmo via dal romitorio abbastanza perplessi. A Pretoro ci era stato detto che essendo il paese di Capracotta (costruito sulla parte più alta e meglio esposta del monte) un luogo di villeggiatura, vi avremmo trovato degli alberghi in cui far sosta. Dei luoghi di villeggiatura aveva infatti - quanto mai inattuale in quei giorni - l'aspetto variopinto e spensierato. Per non molto tempo ancora: perché i tedeschi l'avrebbero incluso nella fascia di terra bruciata antistante le loro linee invernali, e nel giro di qualche mese delle sue case non sarebbe rimasta pietra su pietra. Ma uno, due, tre albergatori (i quali allora ospitavano molti sfollati, e facevano quindi, nonostante tutto, buoni affari) si rifiutarono nonché d'accoglierci come normali clienti, perfino di parlarci. L'ultimo - quasi spaventato dalla nostra apparizione che gli richiamava la sgradevole realtà - addirittura si provò a sgridarci. Gliene togliemmo rapidamente la voglia, ma:

– Sono meglio i contadini – risolvemmo: – Non ha niente a che fare con noi questo stupido ambiente di struzzi.

Era, quel luogo alla moda, simile a un viso allegro dipinto su un cartellone pubblicitario: il quale continua a sorridere anche quando le crepe cominciano a spaccarlo e va in pezzi: derisore insieme fatuo e drammatico di se stesso. Scendemmo nella parte più bassa, non turistica, del paese, dove le casette molisane erano come dovunque. Fummo ospitati in cucina, nella quale ci stendemmo a dormire sul pavimento. Purtroppo vi regnava un'opprimente sporcizia; le mosche tappezzavano i muri e i soffitti, e ce ne caddero in faccia a manate mentre cercavamo d'addormentarci; ci assalirono anche le pulci e, ancora più ripugnanti, le cimici, con le loro dolorose punture. Nel locale accanto un maiale ogni poco grugniva:

– Sarà perché gli insetti impediscono di dormire anche a lui, povero animale.

Non scherzosamente tuttavia finimmo col prendere la cosa quella sera: ci irritammo, e arrivammo a bisticciare per gli strappi che l'uno o l'altro dava alla sordida coperta allorché gli insetti più lo tormentavano. Riuscimmo ad addormentarci solo perché avevamo molto bisogno di dormire; ma venuta l'alba, ci immergemmo al più presto nell'aria fresca della montagna come in un lavacro, lasciandoci indietro, con sdegno, l'inospitale paese tra gli abeti.

  • E. Corti, Gli ultimi soldati del re, Ares, Milano 1994, pp. 69-71.

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